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A 25 anni dalle stragi di Falcone e Borsellino i libri per ricordare che gli affari mafiosi sono un tumore

Ricorrenze. 1992, anno difficile per l’Italia, tra morti per mano di mafia, inizio dello scandalo di “tangentopoli” e, in estate e autunno, gravissima crisi finanziaria che travolge la lira. 25 anni fa, appunto, le stragi in cui morirono i magistrati di punta dell’antimafia, Giovanni Falcone (il 23 maggio) e Paolo Borsellino (il 19 luglio), con le persone delle loro scorte. E oggi, per ricordare, c’è tutta un’intesa attività, tra buoni libri (ne parleremo tra poco) e spettacoli teatrali, iniziative pubbliche e film, ma anche fiction Tv sui difficili anni Ottanta della “guerra di mafia”, come quelle in calendario Rai, su Piersanti Mattarella, presidente della Regione, “un democristiano galantuomo”, assassinato il 6 gennaio 1980 dalla mafia che detestava il suo impegno per “il buon governo”; e su Rocco Chinnici, Consigliere istruttore del Tribunale di Palermo, il creatore del “pool antimafia”, ucciso da un’autobomba del luglio 1983, “Palermo come Beirut”, titolò con terrore e sgomento il quotidiano “L’Ora”. Stanno in quegli anni Ottanta, le radici delle stragi del ‘92. Una ferita da non dimenticare, nella storia d’Italia.

Ricordare, dunque. E fare conoscere bene alle nuove generazioni quei fatti. Eventi. E retroscena. Senza retorica. Conservare la memoria è indispensabile per tenere insieme una comunità, tra istituzioni democratiche e società civile. Ma anche per capire l’attualità. Cronache recenti hanno svelato l’ombra di Matteo Messina Denaro, boss di Cosa Nostra assassino, purtroppo ancora latitante, dietro gli affari dei suoi complici di riciclaggio, perfino nel giro degli appalti legati alla Fiera di Milano. E altri reportage, ben documentati sulla base di indagini di magistratura e forze di polizia, ci dicono che la ‘ndrangheta va sempre più prepotentemente all’assalto, da Milano a Torino, dalla Liguria all’Emilia e al Veneto, di imprese e attività economiche di vario tipo (“Corriere della Sera”, 15 e 16 luglio, sulla conquista mafiosa calabrese di farmacie e grandi posteggi, sin nel centro di Milano), mentre i giovani dell’ultima generazione delle famiglie criminali hanno imparato a usare gli strumenti finanziari più sofisticati per riciclare i miliardi dei traffici illeciti, a cominciare da quelli della droga (“La Stampa”, con articoli, commenti e inchieste, dal 1° luglio in poi). Storia e cronaca, dunque. Mai sottovalutare la potenza eversiva della mafia.

I buoni libri aiutano. Da leggere e fare leggere, come tessuto di coscienza civile. Ma anche di responsabile cultura d’impresa: non ci sono né competitività né sviluppo, senza legalità.

Che libri?  Per esempio, “”Storie di Sangue, Amici e Fantasmi – Ricordi di mafia” di Piero Grasso, Feltrinelli, con prefazione di Sergio Mattarella, presidente della Repubblica (l’attuale presidente del Senato, magistrato, fu giudice “a latere” del maxiprocesso di Palermo, cominciato nel 1986 e concluso con le severe condanne ai boss e ai killer di Cosa Nostra, confermate dalla Cassazione proprio nel 1992).

Ancora un buon esempio: ”L’agenda ritrovata”, ovvero “Sette racconti per Paolo Borsellino”, una raccolta curata per Feltrinelli da Marco Balzano e Gianni Biondillo, con pagine di Helena Janeczek, Carlo Lucarelli, Vanni Santoni, Alessandro Leogrande, Diego De Silva, Gioacchino Criaco ed Evelina Santangelo. Opere dense di fantasia e richiami di realtà, con un particolare comune: in tutte c’è un’agenda rossa, come quella scomparsa sulla scena dell’attentato di via D’Amelio e in cui Borsellino annotava incontri, intuizioni, tracce investigative, appunti per le indagini. In scena, una giovane magistrato di Como che trova tracce di mafia al Nord e si prepara a raccontarle a Borsellino, un anziano investigatore dei carabinieri che arriva al redde rationem della sua vita sulle montagne della vecchia Africo in Calabria, una ragazza in cerca di ricordi a Castellammare del Golfo, e altro ancora. Tutti alle prese con un diffuso bisogno di etica, legalità, giustizia. Sino all’immaginario colpo di scena finale: “Il ritrovamento dell’agenda rossa metaforicamente è il recupero di una forma di dignità, d’un senso delle cose che finalmente si disvela, di una consapevolezza che un altro mondo, un’altra vita sono più che mai possibili”. Se la memoria vince, la mafia perde. Anche se è altissimo, il prezzo pagato da chi ha difeso la legge e lo Stato, sino a rimetterci la vita.

Lo testimonia Giovanni Bianconi in “L’assedio – Troppi nemici per Giovanni Falcone”, Einaudi. Libro bellissimo, severo, intessuto di fatti e testimonianze. Sono gli ultimi anni del giudice, dopo il successo del maxiprocesso. In tanti lo boicottano, lo ostacolano, lo calunniano, bloccano il suo percorso all’interno del Palazzo di Giustizia di Palermo. E’ un vero e proprio “accerchiamento del magistrato, stretto tra mafiosi, avversari inerni al mondo della magistratura e una classe politica nel migliore dei casi irresponsabile”. Fino al suo isolamento, che “lo trasforma nel bersaglio perfetto per i corleonesi di Totò Riina”.

Intanto la mafia s’è espansa. Cosa Nostra è in difficoltà, dopo i processi e gli arresti dei boss, ma la ‘ndrangheta, come abbiamo visto, si rafforza nelle regioni ricche. Lo dicono le indagini giudiziarie. Lo ricostruisce con competenza Nando dalla Chiesa in “Passaggio al Nord – la colonizzazione mafiosa”, Edizioni Gruppo Abele (di dalla Chiesa vale la pena leggere anche “Una strage semplice”, Melampo, sulla guerra di mafia, dagli anni Ottanta alle stragi del ‘92). Mafia, affari e delitti, riciclaggio di denaro ricavato dai traffici di droga, investimenti. Un tumore, appunto, che rischia di devastare pubblica amministrazione ed economia, anche con l’alto livello di corruzione diffusa. Ma l’opinione pubblica è spesso troppo disattenta, la società civile permeata e più volte complice. La ‘ndrangheta festeggia. E cresce. Va contrastata. Non solo da magistratura e polizia. Ma dai cittadini, dalle persone di cultura, dai politici responsabili, dagli imprenditori e dagli altri attori sociali (lo sottolinea Nicola Gratteri, abile e competente magistrato, nelle pagine di “L’inganno della mafia”, scritto con Antonio Nicaso per Rai-Eri). L’attività antimafia di Assolombarda ne è testimonianza, in difesa delle buone imprese e del mercato. Impegno civile, appunto. Di cui la memoria è parte essenziale.

Un calendario di date da non dimenticare, dal 1950 a oggi, è compitato con cura da Piero Melati, ottimo giornalista, in “Giorni di mafia”, Laterza. Politica, affari, criminalità, per ricostruire “la nostra storia repubblicana anche attraverso le chiavi dei fatti di mafia, perché molti dei nodi irrisolti dell’attualità italiana trovano lì la loro radice”. E’ storia di democrazia, la nostra: confronti e conflitti politici, sociali e culturali composti, pure negli anni più duri, nella cornice del rispetto delle regole costituzionali e istituzionali. Ma è anche storia criminale. La fatica è raccontarne l’intreccio, con competenza ed equilibrio. Melati lo fa bene, partendo dal 1950, la morte del bandito Salvatore Giuliano, in un finto conflitto a fuoco con i carabinieri. Era “separatista”, Giuliano, affascinato dall’idea della Sicilia indipendente. Legato a mafiosi e baroni del latifondo. Protetto da uomini delle istituzioni. Giocato in chiave anticomunista e poi, diventato scomodo dopo la fine del separatismo, abbandonato, tradito. E ucciso. Restano ombre, su quella morte. Così come sulla strage che l’aveva visto protagonista, a Portella delle Ginestre, contro braccianti e contadini in lotta per la riforma agraria (per saperne di più, si può leggere “La vera storia del bandito Giuliano”, scritta del 1959 da uno dei migliori reporter italiani, Tommaso Besozzi, firma di punta de “L’Europeo” e ripubblicata di recente da Milieu, con acuta prefazione di Ferruccio de Bortoli).

Nel libro di Melati si va avanti con altri fatti: gli omicidi dei sindacalisti, la bomba dei “corleonesi” contro il quotidiano “L’Ora” per stroncarne la prima grande inchiesta sulla mafia, la clamorosa pubblicazione de “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia (scrittore civile di grande levatura , voce critica sui mali siciliani e nazionali), l’autobomba di Ciaculli nel giugno ‘63 (sette vittime tra uomini delle forze dell’ordine) e la nascita, per reazione, della prima Commissione Parlamentare Antimafia. E poi via via verso tempi recenti: “il Caravaggio rubato”, “la strage di viale Lazio”, “Liggio e il golpe Borghese”, la guerra di mafia con i mille morti tra il 1981 e il 1985, il successo del maxiprocesso, “i pentiti”, le uccisioni dei giudici Falcone e Borsellino, gli arresti dei boss più sanguinari (Riina, Provenzano), le reazioni antimafia politiche e sociali. Sino a oggi. Mafia ancora attiva. Da conoscere. E non trascurare.