“Non è il cemento, non è il legno, non è la pietra, non è l’acciaio, non è il vetro l’elemento più resistente. Il materiale più resistente nell’edilizia è l’arte”. La citazione è di Gio Ponti. E individua, come cardine della vita di un edificio (e, per estensione, di un oggetto) non tanto e non soltanto la forza della materia, ma quell’altra dimensione, di ben più difficile definizione, che è la bellezza, la qualità artistica di un edificio.
Il Grattacielo Pirelli, a Milano (inizio di costruzione 1954, inaugurazione 1960, simbolo del boom economico italiano) continua a fare da speciale landmark, da punto di riferimento identitario, nonostante nel corso del tempo altri grattacieli, belli e famosi, abbiano straordinariamente arricchito la città di Milano. Perché riesce a sfidare il tempo? Progettato appunto da Ponti, con le strutture disegnate da Pier Luigi Nervi, quel grattacielo è diventata un’icona, che con la sua speciale forma a ottagono, rappresenta nella lunga durata del tempo la modernità. La storia ci dirà quanti e quali altri edifici avranno le stesse caratteristiche. Ma intanto il “Pirellone “ sta lì. Ed è impossibile evitare di guardarlo per chiunque arrivi a Milano, per la prima o la millesima volta.
C’è un’altra frase di Ponti, di cui fare buona memoria proprio in questi giorni dominati dai mille eventi del Salone del Mobile: “In Italia l’arte si è innamorata dell’industria. Ecco perché l’industria è un fatto culturale”.
Impossibile, naturalmente, sapere quanti degli oltre 300mila visitatori del Salone abbiano conoscenza o anche solo vaga memoria delle elaborazioni teoriche e delle intuizioni di Ponti. Resta il fatto che proprio nella sintesi tra forma e funzione, lavorazione della materia ed evoluzione delle tecniche costruttive, bellezza e funzione (e dunque grazie ai “grandi maestri del design”, da Ponti a Enzo Mari, Achille Castiglioni, Gae Aulenti, Carlo Scarpa, Franco Albini… e a tutti gli altri che sono venuti dopo) il design italiano ha continuato ad avere una funzione di avanguardia nel mondo. Design industriale, Oggetti d’uso. Prodotti che abitano il tempo della nostra vita e ne migliorano la qualità. Non decorazione. Arte e industria, appunto.
La conferma arriva anche quest’anno dai numeri, nonostante i timori della vigilia (le guerre, i trasporti difficili, le tensioni internazionali…). Oltre 300mila i visitatori, più di 1.900 espositori da 32 paesi, un’industria coinvolta (dal legno alla meccanica), capace di generare un fatturato alla produzione di quasi 28 miliardi di euro e di confermarsi punto di riferimento del miglior Made in Italy (accanto a meccanica e meccatronica, robotica, automotive. cantieristica navale e aerospazio, gomma e plastica, chimica e farmaceutica, alimentare e arredamento, etc.).
Green economy, anche. Come conferma l’ultima edizione del Rapporto Design Economy presentato da Symbola, Deloitte, PoliDesign e Adi (IlSole24Ore 16 aprile).
Sostiene Realacci, presidente di Symbola: La leadership italiana nel design conferma il suo ruolo di infrastruttura immateriale del made in Italy ed è protagonista della sfida alla sostenibilità internazionale.
Anche grazie al Salone e agli altri eventi promossi dalla Fiera di Milano all’estero, Milano continua ad avere solide caratteristiche di attrattività, per studenti, designer, imprenditori, artisti, personalità della comunicazione e della fotografia. E se lo stato di salute di una metropoli può essere misurato in molti modi, proprio gli eventi come il Salone del Mobile (e le attività internazionali dell’ADI, l’Associazione del design industriale, con i premi “Compasso d’Oro”, sono termometro di una tensione dialogante tra industria e cultura, progetto e prodotto, creatività e sviluppo delle varie forme d’arte).
Milano metropoli laboratorio (con tutti i suoi limiti e le sue ombre). Ma comunque città da studiare, fare crescere, vivere, tra mercato e socialità, produttività culturale e formazione di alto livello.
Milano lavori in corso. È stata appena ristrutturata e risistemata una delle piazze più esemplari, quel rettangolo tra via Pantano e via Festa del Perdono, proprio sotto Torre Velasca (un altro simbolo di Milano che torna a nuova vita).
Lì, di fronte a Torre Velasca, è stato ristrutturato anche il palazzo di Assolombarda, l’associazione degli imprenditori, acciaio e vetro e un giardino interno. L’aveva disegnato alla fine degli anni Cinquanta proprio Gio Ponti.
E torniamo così a Ponti. Nasce, entro la fine dell’anno, uno spazio speciale dedicato alle sue opere, 700 metri quadri dedicati alla sua opera, grazie a un accordo tra la Regione Lombardia e il Museo dell’Adi. Omaggio alla memoria. Ma anche suggerimento di scuola, per tutti coloro che vorranno continuare a venire a Milano a vedere come cambia e cresce una città, mai immemore della sua cultura, attenta semmai a conservare, nonostante tutto, la sua modernità. In fin dei conti, aveva proprio ragione Boccioni: “la città che sale…”
(foto Getty Images)