Ricordare Marc Bloch, il suo rigore di storico e le scelte della scuola delle Annales, da lui fondata nel 1929, insieme a Lucien Febvre, partendo da una rivista (appunto le Annales d’histoire économique et sociale) per dare valore alla “storia materiale”, quella del cibo e delle manifatture, dell’abbigliamento e dell’abitare, delle abitudini della vita quotidiana e dei comportamenti dei ceti sociali, anche i più umili. E scrivere dunque una storia ben più ricca, complessa e densa di verità di quella fondata solo sulle scelte delle classi dirigenti, le loro politiche e le loro guerre.

Ricordarlo come hanno appena fatto, giustamente, in Francia, ammettendolo al Pantheon, il primo storico a essere accolto nel Mausoleo della Repubblica e accompagnando questa scelta, densa di valore culturale, civile e politico (Bloch fu anche un sincero patriota non nazionalista e un esponente della Resistenza contro i nazifascisti) con una serie di iniziative e una mostra, “Bloch, l’esprit de l’Histoire”, proprio nella cripta del Pantheon (ne ha scritto la Domenica de Il Sole24Ore, 11 ottobre).

La lezione di Bloch si riflette anche nel libro “Vocabolario della cultura d’impresa. Le parole di archivi e musei per raccontare il saper fare italiano”, curato da Museimpresa per i suoi 25 anni di vita, affidato alla scrittura della Scuola Holden di Torino e pubblicato da Marsilio: 129 parole dalla A di “acqua”, “alimentare” e “amore” alla E di “emozioni”, alla M di “moltitudini” e “madre” sino alla V di “valori”, “viaggio”, “visione” e “voce” e, per finire, alla Z di “zelo” per illustrare, da punti di vista originali, conoscenze, intraprendenza, idee e storie d’impresa, passioni, innovazioni e comunità operose.

Il volume sarà in libreria il 20 ottobre. Ma si comincia a discuterne il 14 e il 15, a Biella, in occasione del Seminario annuale di Museimpresa, intitolato appunto “dal saper fare al far sapere”.

Il senso? Si parte dalla consapevolezza che nella forma di un oggetto familiare si sono depositati, nel tempo, conoscenze, abilità, rapporti fra persone, valori materiali e culturali, una certa concezione della vita. E che ogni manufatto è anche una condensazione di tempo. Imparare a leggerlo significa restituire profondità al presente. E pensare a come disegnare strumenti per progettare un migliore futuro, con coscienza critica e senso di responsabilità sociale e civile.

La cultura d’impresa comincia da qui: dall’idea che un brevetto, una formula chimica, un nuovo materiale industriale, un contratto di lavoro appartengono al paesaggio culturale di un Paese quanto le sue opere letterarie e artistiche. Nel contratto, infatti, si stabiliscono relazioni e responsabilità; in un piano industriale si sceglie quale futuro provare a costruire; nel disegno di una fabbrica si organizza lo spazio che imprenditori e operai, manager e tecnici abiteranno per gran parte delle loro giornate. Sono forme nelle quali una società rende visibile la propria concezione dell’essere umano. L’impresa produce significati insieme ai prodotti. Modifica i luoghi, introduce abitudini, trasmette competenze. Ed è dunque essa stessa cultura, nella concretezza quotidiana delle sue decisioni.

È una cultura politecnica: un’attitudine, diffusa tra le imprese italiane, a tenere insieme umanesimo e scienza, creatività e funzione, intuizione e rigore. La mano sa qualcosa che il pensiero deve ascoltare, il pensiero immagina ciò che la mano dovrà verificare. Fra i due passa la resistenza della materia, che corregge le intenzioni e impone una misura. Sino ad arrivare al manufatto. Prodotto della tecnica. Espressione d’una cultura (appunto la lezione di Bloch e, per guardare all’Italia, di Primo Levi e di Elio Vittorini). E di una reciprocità di relazioni. Il capitale culturale arricchisce il capitale sociale, quello di “un’Italia che fa bene l’Italia”, per usare un’espressione cara alla Fondazione Symbola. Un paese in cui l’industria è al centro, con i suoi valori, i suoi legami, la forza della sua storia (appunto, i musei e gli archivi d’impresa) e della sua visionarietà per costruire un migliore futuro. E la produttività e la competitività si nutrono anche di saperi molteplici, idee, filosofie, vocabolari, racconti.

L’innovazione, d’altronde, non è una tecnologia, ma la capacità di fare leva su un inedito punto di vista.

In questa rete di relazioni, si riconosce una lunga storia italiana, fatta di botteghe, manifatture, laboratori, distretti produttivi. Il suo elemento durevole è un esercizio dell’attenzione: la capacità di lavorare sulle forme, le funzioni, le innovazioni.

Prima che un quadro si presenti come l’opera d’un autore, qualcuno ha preparato il supporto, macinato i pigmenti, costruito gli strumenti. Nella bottega rinascimentale, altri hanno appreso, eseguito, corretto. La bellezza porta con sé un’organizzazione del lavoro che l’ammirazione per il risultato spesso lascia nell’ombra. Dietro il nome del maestro compare una comunità di pratiche, nella materia dell’opera riaffiora la disciplina necessaria a produrla. La storia dell’arte e quella delle tecniche ritrovano qui il loro terreno comune. Scienza e industria stimolano la creatività. Piero della Francesca era anche un eccellente matematico, la sua capacità di costruire una prospettiva era frutto di calcolo, oltre che di straordinaria capacità di raffigurazione.

Un’altra riprova? Nelle pagine del Codice Atlantico, uomini, macchine e architetture appartengono a uno stesso impulso conoscitivo. Leonardo disegna per capire e indicare come costruire, osserva per inventare. Un ingranaggio e un corpo sollecitano la stessa intelligenza delle forme. La meraviglia precede la soluzione tecnica, la rende possibile. Secoli dopo, quel dialogo fra bellezza e funzione attraverserà il design e accompagnerà, dagli anni Cinquanta del Novecento, lo sviluppo industriale italiano.

Questa storia continua oggi nei linguaggi informatici, nei codici, nell’intelligenza artificiale. L’umanesimo industriale assume una dimensione digitale che incide su produzione e prodotti. Anche un algoritmo contiene scelte, logiche, visioni. Occorre riconoscere i legami fra saperi diversi, rendere comprensibili gli strumenti attraverso cui cambiano il lavoro e le relazioni. La distanza fra la rapidità delle trasformazioni e il tempo necessario a comprenderle si allarga. Abbiamo bisogno di luoghi nei quali quella distanza possa essere misurata, di occasioni per fermare lo sguardo. Anche la modernità ha bisogno di un indugio. I musei e gli archivi d’impresa ci offrono il tempo per esercitarlo. Vi entriamo per osservare ciò che siamo stati e comprendere attraverso quali scelte siamo arrivati fin qui.

La memoria rende più consapevole la nostra capacità di progetto. Una macchina sopravvissuta al proprio impiego acquista, nel museo, una diversa eloquenza. Il suo silenzio rende percepibili altre presenze: chi l’ha progettata, chi ha imparato a governarla, i gesti che ha richiesto, le abitudini che ha introdotto. Accanto, un prototipo, una fotografia o una campagna pubblicitaria permettono di ricostruirne il mondo. L’oggetto ritrova il contesto e la visione che lo hanno generato. Il patrimonio industriale entra così nella storia collettiva del Paese, accanto ai musei d’arte e agli altri luoghi nei quali riconosciamo la nostra complessa e dunque fertile identità.

(foto Getty Images)