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Concorrenza e imprese frenate da lobby e burocrazie. Ma la “mossa del cavallo”…

Piace poco, alla maggior parte degli italiani, la concorrenza. Trova consensi minoritari, ancora adesso, la cultura del mercato. Hanno spazio crescente, invece, clientele, corporazioni, lobby, sodalizi che invocano l’assistenza pubblica (le recenti vicende Alitalia ne sono testimonianza). Nel mare incerto della crisi economica, nella difficile età delle transizioni tecnologiche con forti impatti sociali, si va in cerca di protezioni. In tempi così confusi, c’è perfino chi propone bizzarramente di “tassare i robot”: non promuovere l’innovazione, ma giocare a una sorta di “neo-luddismo” (la distruzione delle macchine industriali) per via fiscale. Propaganda e conservazione, non intelligente senso di responsabilità critica.

Al di là dell’esperienza quotidiana di ognuno di noi, una conferma della cultura anti-concorrenza arriva da un’autorevole raccolta di studi curata da Alfredo Gigliobianco e Gianni Toniolo per la Collana Storica della Banca d’Italia, edita da Marsilio: “Concorrenza, mercato e crescita in Italia: il lungo periodo“. Nel corso di un secolo e mezzo dall’Unità, le fasi più dinamiche dell’economia sono state determinate dall’iniziativa di imprenditori con sguardo internazionale (l’avvio dell’industrializzazione nella seconda metà dell’Ottocento, gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento) e da un intreccio virtuoso tra industria, territori di antiche e nuove competenze manifatturiere, intraprendenza sui mercati esteri e dinamismo del mercato interno, con innovative relazioni industriali e un forte senso di impegno “generale” delle parti sociali (imprese e sindacati), come nel cuore della grande crisi di metà anni Settanta e poi nelle difficoltà sociali e finanziarie del 1992, per prendere poi l’abbrivio verso l’ingresso nell’euro (scelta lungimirante e responsabile, anche se in parte mal gestita). E’ sempre forte, comunque, la tentazione della prevalenza della mano pubblica, delle protezioni corporative, delle sicurezze, della ricerca di garanzie del posto di lavoro (il che spesso ha bloccato la creazione di nuovo lavoro).

“Tengo famiglia”, è un diffuso sentimento nazionale. Intendendo “famiglia” nel senso più ampio del termine.

Le norme sulla tutela della concorrenza non hanno trovato spazio nella Costituzione, la legge antitrust arriva solo nel 1990, un efficace quadro legislativo a tutela delle imprese che competono su un mercato trasparente e ben regolato tarda a essere compiuto (privatizzazioni mal fatte, annunci di “lenzuolate” di liberalizzazioni, poche realizzazioni). E ancora adesso la proposta di legge governativa (governo Renzi) sulla concorrenza è bloccata in Parlamento e guardata con ostilità dal partito di maggioranza (il Pd guidato da Renzi): cedimento politico di corto respiro a responsabili riforme di sistema.

Il risultato è evidente, proprio nei numeri sulla limitatissima crescita economica dell’Italia negli ultimi vent’anni. Va bene la manifattura, quella parte che, tra investimenti e innovazione, ha imparato a competere sui mercato internazionali. Vanno male i servizi, i più legati al mercato interno, poco aperto, farraginosamente regolato, scarsamente competitivo. E dominato da lobby, corporazioni. E burocrazie. Soprattutto nel Mezzogiorno, in cui l’economia è sempre più dipendente dalle decisioni degli apparati pubblici e dalle distorsioni della spesa pubblica, con effetto negativo sullo sviluppo: più clientele, più apparati impiegatizi, meno mercato, meno opportunità di investimenti, creazione e crescita d’impresa, innovazione, lavoro.

Ecco un tema, messo in luce anche dai saggi curati da Gigliobianco e Toniolo per la Banca d’Italia, cui abbiamo fatto riferimento: la forza frenante della burocrazia. Un ostacolo alle riforme, al mercato, allo sviluppo. Lobby diffusa. In grado di impantanare ogni tentativo di crescita dinamica e “libera“, ogni esercizio del premio al merito, ogni reale competitività.

Lobby antica. E purtroppo attuale.

Per averne un quadro, usando gli strumenti della buona letteratura, si può anche leggere con divertimento (e naturalmente con amaro disappunto sulle conseguenze) anche uno dei migliori romanzi di Andrea Camilleri, “La mossa del cavallo“, edito la prima volta da Rcs nel 1999 e acutamente ripubblicato adesso la Sellerio. In scena non c’è il commissario Montalbano ma personaggi di storia e invenzione della Sicilia del tardo Ottocento, come ne “Il birraio di Preston” o “La concessione del telefono”, in un gioco ironico che intreccia furbizie, corruzione, rigidità burocratiche (i funzionari del nuovo Stato unitario estranei ai meandri meridionali, ma anche gli amministratori pubblici ex borbonici, furbamente riconvertiti alle forme delle regole piemontesi), buone intenzioni, interessi di soldi e potere e prepotenze mafiose.

Si muove in modo speciale, il cavallo, nel gioco degli scacchi. Può scavalcare, unico, gli altri pezzi, in orizzontale e in verticale. Parte da una casella nera e finisce in una bianca o viceversa. Un capovolgimento, appunto. Proprio ciò che succede al protagonista del libro, Giovanni Bovara, ispettore capo dei mulini, un funzionario del fisco dunque, siciliano d’origine e genovese d’educazione, che arriva a Vigàta, nell’autunno del 1877, per prendere il posto di due colleghi, entrambi assassinati. Deve controllare l’applicazione dell’impopolare tassa sul macinato, si muove con severità, incurante di lusinghe e minacce (che arrivano da don Cocò Afflitto, capomafia, ma anche da avvocati e poliziotti, oltre che direttamente dall’Intendente di Finanza, il suo capo). Raccoglie le ultime parole d’un prete, don Carnazza, libertino e usuraio, abbattuto a fucilate, che gli indica l’assassino. Decide di testimoniare. E in un complicato gioco di “mosse del cavallo” e capovolgimenti di ruolo, si ritrova imputato proprio di quell’omicidio. L’inganno contro la ragione. Il potere contro il diritto. La burocrazia che ostacola modernizzazione e idee di buon governo. Ma il cavallo…

Troverà mai, la cultura della concorrenza, la sua “mossa del cavallo”?