Miracolo a Milano: provare a vivere in una microcasa da 13 metri quadri, in un vecchio palazzo popolare del 1881. Ristrutturata, certo, alla meno peggio. E con bagno autonomo (non più all’esterno, in ringhiera. anche se di appena 1,09 metri quadrati). Nell’intreccio delle trasformazioni che vive la metropoli tra le più care al mondo, la storia della casina finisce giustamente sulle pagine di cronaca (il Corriere e Il Giorno, 11 aprile). E apre un’altra delle tante discussioni sulla qualità della vita di una città che si spacca sempre più profondamente: da una parte le mille luci delle vetrine di lusso e i palazzi che passano di mano per oltre un miliardo da un fondo immobiliare all’altro; dall’altra le nuove e vecchie povertà che colpiscono i ceti medi e popolari, in difficoltà proprio di fronte a un bene primario: la casa.

La storia della “microcasa” (si può abitare? si può vendere?) è complicata da controversie su certificati, “scia” concesse ma poi rimesse in discussione, dubbi burocratici su come si possa vivere in 13 metri quadri (in realtà quelli abitabili sono meno di 10), quando i regolamenti edilizi di Milano fissano un minimo di 28 metri quadri per l’abitabilità (ma il palazzo è dell’Ottocento e le regole sono successive…) e infine anche da una sentenza del TAR (il Tribunale amministrativo regionale), che consente che quel povero disgraziato venda la sua minuscola abitazione a qualcuno che la voleva già (e ha pagato la caparra). Si andrà avanti così per un po’.

Resta il retrogusto amarognolo di una storia umana da pochi soldi, per cercare di sopravvivere alla meno peggio, mentre case qualunque a diecimila euro a metro quadro non scandalizzano più nessuno del ceto medio benestante.

Miracolo a Milano, appunto.

Eppure era altro, Milano. Senza cedere alla nostalgia canaglia o al demone della malinconia, vale la pena fare un salto indietro nei ricordi e andarsene una sera al Piccolo Teatro di Milano, dove Claudio Longhi, da quel grande regista qual è, ha mandato sul palcoscenico appunto “Miracolo a Milano”, una “fiaba teatrale in venti capitoli e un prologo”, partendo dal testo del film del 1951 di Cesare Zavattini e Vittorio De Sica e affidandolo alla riscrittura di Paolo Di Paolo e di Lino Guanciale (che ne è anche eccellente interprete).

Storie di poveri con fantasia e creatività nell’arte d’arrangiarsi, robusta solidarietà sociale, capacità di inventarsi un’esistenza per quanto sgangherata, attitudine disincantata ma mai cinica a fare i conti con la vita com’è, con il suo dolore, le assenze, le solitudini, le delusioni, l’abbandono, l’amore mancato e i soldi che non bastano neppure per concedersi il lusso della nostalgia. Anzi, se si può, si ride. O almeno si sorride. Sogni, seguendo i navigli. E dando saggiamente retta all’ottimismo, nonostante tutto, dell’orfano Totò “il buono”.

“Miracolo a Milano”, per raccontare le vite poveracce e tirare a campare, Zavattini e De Sica lo scrissero in attesa che tra poco arrivasse il boom economico e le vetrine luminose riflettessero cappotti doppiopetto di cammello da commendatore e pellicce da sciura. E fu un successo: dalla cupezza del neorealismo alla lieve malinconia dell’ironia.

“Forse una città non l’amiamo mai per intero né la conosciamo mai per intero. C’è sempre troppa vita altrove. Vita che ignoriamo. Una città è soprattutto il resto delle cose esclusi noi, escluso me, escluso te, gli infiniti punti in cui siamo”, scriveranno all’epoca De Sica e Zavattini.

“Una fiaba”, dice Claudio Longhi. Quante cose ci stanno in una fiaba? Quante speranze? Quante attese di qualcosa e qualcuno che non arriva mai? Quante lacrime? Quante risate? Quante case da 13 metri quadri? Ci si può vivere, sognando, una storia d’amore?

È tempo che Milano, grazie anche al lavoro intelligente dei suoi teatri, ricominci a fare i conti con se stessa e, alla Savinio, impari nuovamente ad ascoltare il suo cuore.

Perché le cronache giornalistiche sono impietose e ti fanno sapere che “dopo NoLo, via Padova: il caro-casa sfratta le famiglie più povere” (la Repubblica 27 marzo), dando conto dei dati di una ricerca del Politecnico sulla “gentrificazione” in atto: tra i nuovi residenti, il 44% è laureato, il 60% di chi è andato via è finito fuori città. Sempre il Politecnico spiega che tra Gorla, Precotto e Quartiere Adriano, un tempo i quartieri popolari e operai, i prezzi immobiliari sono aumentati in 20 anni del 61%, i redditi invece soltanto del 7%”. Le cronache, scrupolose, informano che si sta diffondendo il “cohousing”: a parte la cattiva abitudine a usare gli inglesismi, ci sono famiglie anziane che a Cinisello hanno dato vita a un nuovo tipo di comunità in cui anziani soli e giovani in difficoltà con il trovar casa scambiano ospitalità in cambio di servizi offerti a questa piccola, inedita comunità (Corriere della Sera, 27 marzo).

Le metropoli sono creative. Né lamentazione né stupore: le città sono corpi viventi, in cambiamento, in movimento, seguono l’andamento di mercato (ma non andrebbero abbandonate solo alle dinamiche del mercato), non si occupano dei sogni o dei “miracoli”. Eppure, anche senza aspettarsi un miracolo, ma solo buona amministrazione, qualcosa va fatta  (e qualcosa il Comune assicura che sta facendo. E Milano più volte ha dimostrato di saper essere, nonostante tutto, comunità).

La magia di Milano, infatti, sta anche qui. Non essere un miracolo, ma aiutare a vivere una vita dignitosa grazie a buona amministrazione e senso civile. E se si va teatro, al Piccolo, è anche per non dimenticare l’importanza dell’umanità mai indifferente, dell’accoglienza e della solidarietà, magari tra uno sberleffo e un sorriso.

La magia può persino tornare rileggendo una poesia. Come suggerirebbe Umberto Saba: “Tra le tue pietre e le tue nebbie/ faccio villeggiatura/. Mi riposo in piazza del Duomo. Invece di stelle ogni sera si accendono parole.”

Foto © Masiar Pasquali / Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa