Il lavoro, il suo valore e la sua fatica. I progetti e i prodotti, le tecniche e l’ingegno innovativo. Le mani che pensano, a come fare meglio quello che tradizione ed esperienza hanno già insegnato. La dignità degli sguardi di uomini e donne che, nonostante tutto, nonostante il sudore e la polvere, la stanchezza e il dolore dei gesti mille volte ripetuti ma mai capiti davvero nel senso profondo del loro perché, raccontavano in fin dei conti con chiarezza una sola cosa : tutto quell’affaccendarsi e costruire, tornire e montare, smerigliare e limare, dare forma e stendere colore, applicare formule chimiche e incastrare minuscoli aggeggi meccanici in apparecchiature più grandi… tutto quel lavorìo, insomma, pur essendo parte di uno scambio antico e brutale – lavoro in cambio di salario, fatica in cambio di benessere – andava oltre quei gesti e quello stesso scambio. Parlava di umanità.
Il lavoro è dignità. Parte essenziale della persona. Valore essenziale di quella che Simone Weil chiamava “la condizione operaia” e che coincideva, in certi momenti, con la stessa condizione umana. E del lavoro come dignità e come valore parla in dall’inizio la nostra Costituzione.
Sono queste le considerazioni che emergono da una serie di iniziative sul tema del rapporto tra il lavoro industriale e la fotografia, tra la téchne e la rappresentazione della particolare capacità creativa e costruttiva che nel corso del tempo ha segnato la storia del lavoro industriale italiano e del progresso tecnologico del Paese. E oggi si avverte la crescente importanza, proprio da parte delle imprese, di documentare nel corso del tempo l’evoluzione dell’attività industriale, le trasformazioni della fabbrica al passo con lo sviluppo delle nuove tecnologie. La diffusione dell’economia digitale (sino all’affermazione dell’AI in tutti i processo del lavoro) rende urgente proprio questa necessità di documentazione.
Come eravamo? Come siamo diventati? Come ci andiamo trasformando nel passaggio dalla stagione dell’industrializzazione analogica e fordista alla nuova fase digitale. Documentare per ricordare, ma anche per rafforzare la consapevolezza di una “avventura umana” in cui l’industria è ancora una componente chiave.
I lavori di documentazione fotografica in corso sono parecchi, tra rivisitazione e valorizzazione degli archivi storici e nuove documentazioni d’attualità: quelli dell’AEM, della Fondazione Ansaldo, della Pirelli e di una serie di altre imprese industriali, anche medie e piccole, per dare corpo al racconto di un’Italia che, pur arrivata in ritardo alla fase della grande industrializzazione della seconda metà dell’Ottocento, soprattutto nel Secondo Novecento si è rivelata capace di “fare bene”, diventare il secondo paese industriale europeo dopo la Germania e oggi, consapevole di sé, decide di insistere (è un progetto di Confindustria) sul passaggio dal “saper fare” al “far sapere”: costruire un nuovo racconto della fabbrica, dell’attività industriale, della sofisticata modernizzazione che le è legata. Ricerca, scienza, tecnologia, insieme all’intelligenza progettuale, creativa, produttiva. Una vera e propria “civiltà delle macchine” in cui la persona umana continua ad avere una solida centralità.
Un libro appena pubblicato, “Sguardi sulla fabbrica”, edito da Mimesis per iniziativa della Fondazione Isec, curato da Giorgio Bigatti e Tatiana Agliani e con il sostegno della Fondazione AEM e della Fondazione Pirelli, aiuta in questo percorso. Gli sguardi sono “il racconto di Uliano Lucas”, rinnovato dalla rilettura del suo prezioso archivio di fotografo che ha seguito, meglio e più di altri grandi fotografi italiani, il lavoro industriale (le foto sono attualmente in mostra al Mudima di Milano)
Sono centoventi foto, scelte tra oltre centinaia di migliaia di scatti. E raccontano, con un’intensità prodigiosa, l’evoluzione delle mille forme del lavoro in un’Italia, che sbrigativamente e senza andare troppo per il sottile su retribuzioni, condizioni di lavoro e ambiente, dai primi anni Settanta a ieri, è diventata uno dei maggiori paesi industriali d’Europa. E prepara, nonostante tutto, un destino chiaro: continuare a essere terra di fabbriche, sempre più high tech, sempre più “belle” e cioè ben progettate, sostenibili, luminose e cioè produttive e competitive. Un’Italia neo-industriale: molte foto di Lucas, nel mondo dell’aerospazio e dell’energia, per esempio, ne sono riprova,
Lucas racconta nel tempo, senza trionfalismi, le evoluzioni del lavoro operaio, soprattutto. E documenta il modo stesso di rappresentare il lavoro e di partecipare a quella speciale stagione economica e sociale che pur tra contraddizioni e conflitti ha dato vita al mondo dell’industria italiana. Nelle grandi fabbriche di Torino, Milano e Ivrea, la Fiat, la Pirelli, l’Alfa Romeo, l’Olivetti e la chimica Montedison. E nelle officine di Lumezzane nel Bresciano e della Val Brembana. Dal lavoro a domicilio nel mantovano agli stabilimenti di ceramiche di Sassuolo e nell’industria del “bianco” nel Nord Est (lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie e macchine da cucina). E la pesantezza dell’acciaio dell’Italsider e l’apparente leggerezza dell’industria tessile e dell’abbigliamento, le fabbriche orafe e quelle di scarpe nel marchigiano. E tanto altro ancora.
Ha mille forme, il made in Italy industriale, dalla serialità fordista all’apparire nelle nuove produzioni ad alta tecnologia degli anni Novanta, mentre cambiano tute, gesti, volti, attitudini. Da Mirafori e Bicocca grandi come città all’ideologia (fascinosa ma in fin dei conti effimera), del “piccolo è bello”.
Si cresce. Le immagini dell’energia e dell’aerospazio sono sentieri per un futuro che è già qui, testimonianze dell’ “avvenire della memoria”. Gli uffici, con le impiegate e gli impiegati, raccontano un processo che ha rilevanti conseguenze sociali, dalle molteplici e contraddittorie valenze.
Uliano Lucas queste trasformazioni le ha viste, studiate, capite e raccontate quasi tutte. Con sguardo asciutto e severo, con inquadrature rigorose ed essenziali. E mai un filo di retorica, uno sguardo ruffiano di propaganda.
Un grande cronista, semmai, che nel corso della vita ha messo il lavoro, le sue tecniche, le lotte sindacali e le trasformazioni delle forme e delle tecniche al centro di una sorta di missione: testimoniare, documentare. raccontare. Un romanzo del lavoro per immagini. La foto dell’operaia tra i rocchetti al centro tessile Marzotto è tra le più belle del libro.
Pensando a Uliano, con il suo sguardo buono ma rigoroso e sincero, viene in mente quella bella definizione di cronista che dà di sé Ryszard Kapuscinski: “Il cinico non è adatto a questo mestiere”
C’è una consapevolezza: la centralità del lavoro come fondamento della Repubblica, fin dall’articolo 1 della sua legge principale, la Costituzione. E una idea forte dell’etica della speranza, proprio attraverso il lavoro, per una migliore condizione di vita.
Quell’uomo, emigrato da un piccolo paese sardo, che si erge, in tutta la sua forza, carico di valigie, davanti al Grattacielo Pirelli, nell’autunno del 1968, mentre va in cerca del tram che lo porterà a Rho e da lì in fabbrica, ne è l’emblema migliore.
Un fotografo, come Uliano Lucas, che si concentra sull’essenza dell’immagine, sa anche essere un vero, grande poeta.
(Nella foto: Uliano Lucas, Lanificio Marzotto, Valdagno (Vicenza), 1988)