Settembre a Milano comincia con una buona notizia, quella di un vero e proprio boom di matricole universitarie straniere: oltre 26mila iscrizioni, tra i 220 mila iscritti totali, vengono dall’estero, soprattutto da Cina, India, Turchia e Iran, ma anche dagli Usa e da altri paesi europei (Corriere della Sera, 30 agosto). Milano, insomma, conferma la sua capacità attrattiva come metropoli della conoscenza, come città in cui studiare bene, lungo la frontiera mobile dei nuovi processi scientifici e tecnologici e della trasformazioni in corso nel mondo del lavoro.
L’internazionalizzazione delle nostre università, una scelta fatta da anni, soprattutto per le materie Stem (science, technology, engineering and mathematics) si conferma come positiva strategia di sviluppo, culturale e professionale. E funziona da indicatore per i percorsi che altre università devono intraprendere. La scelta di fondo da fare: costruire un’Italia come grande piattaforma mediterranea per la formazione, facendo leva sulla sua “cultura politica” e dunque sulla sua capacità di integrare in modo originale i saperi umanistici e le conoscenze scientifiche. Una sintesi che conferma il punto di forza dell’Italia non solo nella formazione ma anche nelle sue attitudini imprenditoriali: l’ “umanesimo industriale” che connota la nostra cultura d’impresa ci consente oggi, infatti, di avere una straordinaria capacità competitiva nelle nicchie a maggior valore aggiunto e di rafforzarci tra i primi quattro paesi esportatori del mondo, dalla meccatronica alla robotica, dalla cantieristica all’aerospazio, dalla componentistica automotive (a cominciare dai pneumatici con i cyber tyre) alla chimica specialistica e alla farmaceutica di precisione, con un uso sofisticato dell’AI nei processi produttivi e nei prodotti.
Gli atenei più ricercati, dagli studenti internazionali, sono la Bocconi (con il 31,4% dei 14mila iscritti) e il Politecnico (con il 19% dei 50 mila iscritti), oltre all’Humanitas (26% dei 2.700 iscritti) per la specializzazione medica, in stretto raccordo sia con l’ospedale omonimo sia con altre scuole internazionali e con i centri di ricerca guidati da parecchi premi Nobel.
Ecco un punto di forza: le relazioni internazionali. “Siamo in rete con trecento atenei nel mondo”, ricorda Francesco Billari, rettore della Bocconi, “un progetto fondamentale per la crescita verso l’eccellenza delle nostre università”.
L’ex Villaggio Olimpico, che ha ospitato gli atleti delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, già si è aperto ai primi studenti internazionali. E Milano può così confermare non solo il suo ruolo di principale città universitaria italiana (una caratteristica a lungo non valutata in tutte le sue potenzialità dalla classe dirigente e dalla pubblica amministrazione metropolitana e regionale) ma anche le proprie capacità attrattive, nella stagione in cui la principale leva di crescita è proprio la conoscenza, legata ai processi produttivi più innovativi e alle nuove tecnologie. Milano, insomma, città di riferimento di un’economia di spessore europeo e internazionale.
Sono proprio le trasformazioni tecnologiche a dare alle università un ruolo che sino ad alcuni anni fanno non avevano: quello di riferimento per i processi di formazione che vanno oltre i tradizionali percorsi universitari, ma sono strettamente legati a un “imparare a imparare” che dura tutta la vita di lavoro (e che espanderà il proprio peso anche oltre gli attuali limiti legislativi e contrattuali: la sintesi tra l’esperienza degli anziani e le veloci capacità di fare i conti con l’innovazione sarà il carburante intellettuale necessario per continuare a essere uno dei principali paesi industriali europei).
Restano, naturalmente, parecchi problemi da risolvere, non solo interni alle università, come per esempio una diversa articolazione delle discipline e dei corsi, una crescente rete di integrazioni con altri atenei internazionali, un rapporto originale tra formazione e lavoro, una dimensione da lifelong learning: tutta una vita spesa a imparare o anche, ricordando Eduardo De Filippo, una condizione in cui “gli esami non finiscono mai”.
I problemi esterni sono almeno altrettanto rilevanti. Milano deve saper ritrovare, proprio in queste favorevoli condizioni di attrattività, anche la sua tradizionale capacità di integrare, assorbire, ricordare che “milanesi si diventa”.
Servono politiche per la casa a prezzi ragionevoli (tutto il contrario delle scelte da “città esclusiva per ricchi” che la città rischia di diventare), per i trasporti e i servizi. Politiche per la sicurezza e per l’integrazione e la solidarietà sociale. Politiche del lavoro e di stimoli alla carriera. Politiche per la ricerca e l’innovazione. Politiche per il tempo libero e per lo sport. Politiche culturali, che coinvolgano attivamente teatri, luoghi per la musica, biblioteche e librerie, editoria tradizionale e multimediale, circoli culturali, musei e gallerie, insomma tutto quel mondo di produzione, sperimentazione e consumo culturale di cui Milano è stata a lungo centro di riferimento italiano ed europeo.
È una sfida importante, che riguarda Milano metropoli, la “grande Milano”. Ma investe anche tutto il Paese, in chiave europea. Sarà sicuramente utile che se ne parli a lungo, proprio nel corso della campagna elettorale per il nuovo sindaco. Con una duplice dimensione. Il dovere di pensare un futuro prossimo con ambizione e con senso di responsabilità. E la forza di una “utopia della ricostruzione”, dando traduzione politica all’essenziale lezione di Ernst Cassirer, uno dei maggiori filosofi del Novecento: “La grande missione dell’utopia è di dare adito al possibile, in opposizione alla passiva acquiescenza all’attuale stato delle cose. È il pensiero simbolico che trionfa sulla naturale inerzia dell’uomo e lo dota di una nuova facoltà: la facoltà di riformare continuamente il suo universo”.
Sapere, pensiero originale e critico, inclinazione al cambiamento. Responsabilità politica del buon governo. E, perché no?, una condizione d’amore. “Amare Milano”, amava dire Carlo Tognoli, uno dei sindaci migliori che la città abbia avuto. La conoscenza, d’altronde, non è un atto d’amore?
(foto Getty Images)