Le diseguaglianze sui redditi e le condizioni di vita, in Italia, continuano a essere maggiori della media dell’Unione Europea. Aumentano l’inflazione e i prezzi, a cominciare da quelli delle case e dei generi alimentari. Mentre i salari e gli stipendi crescono meno che nel resto d’Europa. E 5,4 milioni di persone sono in povertà assoluta. È questa la sintesi che si ricava dall’incrocio dei dati dell’Eurostat e dell’Unione Consumatori (elaborazione su statistiche Istat; Corriere della Sera, 25 ottobre e La Stampa, 16 ottobre). Bisogna ragionare su questi elementi se si vogliono capire meglio le ragioni di un disagio sociale sempre più diffuso e dare risposte politiche di lungo periodo a proteste, anche giovanili, che montano in molte città d’Italia e d’Europa e che non possono essere schiacciate sulle violenze e gli atti di devastazione, decisamente condannabili e da prevenire e reprimere, di cui sono piene le cronache di buona parte dei media. “Abbiamo fermato i saccheggi, non la rabbia dei ragazzi rimasti senza rappresentanza”, sintetizza efficacemente l’editoriale del Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione e il Giorno, 25 ottobre).
I dati, infatti, dicono che il “coefficiente di Gini”, l’indicatore usato per misurare come è distribuito il reddito nella popolazione (su una scala da 0, perfetta uguaglianza, a 100 e cioè tutta la ricchezza nelle mani di una sola persona), vede l’Italia a quota 31, rispetto a una media Ue di 29,2. Una situazione in leggerissimo miglioramento (nel ‘24 eravamo a 32,2) ma comunque ancora lontana da Francia (30,4) e Germania (30,1) e dalla media Ue (29,2). E in Italia il 23,2% dei giovani è a rischio povertà, contro una media Ue del 19,6%.
I poveri “assoluti” (con redditi che non riescono a sostenere le spese per beni e servizi essenziali, dal cibo alla salute e alla casa) sono 5,4 milioni o anche 2,1 milioni di famiglie. Una condizione che investe anche chi lavora, con una incidenza del 14,3% tra gli operai, una percentuale quasi doppia rispetto a quella media degli occupati: segno di lavoro precario e di salari poveri.
Più in generale, il costo della vita è drasticamente aumentato, salari e stipendi invece no: a Milano (Il Giorno/ Quotidiano nazionale, 19 ottobre) i prezzi negli ultimi dieci anni sono aumentati del 26% (con punte del 29% per i generi alimentari) e gli stipendi minimi (commercio) solo del 13%: appena la metà.
Se aggiungiamo anche i divari fiscali (il 78,7% dell’Irpef viene pagato dal 30,2% dei contribuenti: lavoratori dipendenti pubblici e privati, pensionati e imprese, poche, in regola con le norme fiscali), ci troviamo di fronte a una condizione di squilibrio pesante, che tocca la stessa tenuta del senso di cittadinanza e dunque della percezione dei valori della democrazia, a cominciare dall’eguaglianza e dalle possibilità di crescita sociale.
Come muoversi, dunque? L’invito a guardare in profondità alla situazione attuale viene innanzitutto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Bisogna farsi carico del malessere dei giovani e non guardarli con indifferenza o meschina sottovalutazione: serve più coesione sociale” (Corriere della Sera, 22 ottobre). Ma anche dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini: “Ascoltiamo i ragazzi, l’indifferenza crea rabbia”, “la creazione dei ghetti non pone le condizioni perché i giovani che vi abitano diventino buoni cittadini” e dunque “non basta la repressione a guarire l’aggressività generale: servono educazione, cultura e accoglienza” (la Repubblica, 24 ottobre). E Mario Draghi: “Dietro le proteste c’è il blocco delle aspettative: i giovani percepiscono il fermo delle dinamiche sociali, fanno fatica a trovare un lavoro e si sentono impreparati di fronte a una società che sta vivendo una trasformazione tecnologica rapidissima” (La Stampa, 22 ottobre).
Draghi conosce bene le condizioni dei vari paesi europei, di Francia, Spagna e Italia, dove sono esplose le proteste. Da banchiere, alto funzionario pubblico e uomo di governo, sa quanto profonda sia la crisi sociale, politica ed economica nella Ue, efficacemente sintetizzata dall’ultima copertina del settimanale “The Economist”: “The agony of liberal Europe”. E da tempo insiste sulla necessità che la Ue si muova come un soggetto politico unitario (il che non vuol dire affatto la continuazione delle decisioni all’unanimità degli Stati membri: una governance paralizzante) e faccia scelte che le evitino di essere schiacciata tra i disegni di dominio di Usa, Russia e Cina e dallo strapotere delle Big Tech. C’è da difendere la sua cultura, capace di tenere insieme democrazia liberale, economia di mercato e welfare State e cioè libertà, intraprendenza innovativa e solidarietà sociale. E proprio le proteste insistono sul bisogno di riforme e di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. E di rinnovamento della politica e della cultura democratica. Guardando alla Next Generation Ue.
“Dobbiamo mettere al centro il merito, in modo che i giovani possano crescere rapidamente nelle imprese; i salari; il tema della casa a un costo sostenibile; il welfare. Se tutti facessero i compiti a casa, avremmo una grande capacità di dare più impulso ai giovani e al paese. Ricostruire la fiducia”, sostiene Emanuele Orsini, presidente di Confindustria (Il Sole24Ore, 24 ottobre).
Fiducia nel futuro, appunto. E nel funzionamento della democrazia, tra Stato di diritto, sviluppo sostenibile, formazione di qualità, integrazione sociale.
Eccezion fatta per i violenti, è proprio quello che chiedono i giovani, quelli scesi in piazza per protestare pacificamente e quegli altri che, delusi, rifiutano la politica e l’impegno civile. Ma non possono né vogliono rinunciare a un avvenire migliore.
(foto Getty Images)