“Il genio sono otto ore di lavoro al giorno”, amava dire Pablo Picasso, giocando sull’ironia del paradosso. Ed Ernest Hemingway: “Non ci vuole niente a scrivere. Tutto ciò che devi fare è sederti alla macchina da scrivere e sanguinare”. Il lavoro culturale, in altri termini, è impegno e fatica. Desiderio di conoscenza. Severità nella ricerca. Creatività. E senso di responsabilità.
Di fronte alle immagini delle proteste che da parecchi giorni animano le piazze e le strade delle città in Francia, in Spagna e in Italia, vengono in mente alcuni ragionamenti sull’importanza dei valori del lavoro e sugli atteggiamenti da tenere rispetto alle rivendicazioni delle nuove generazioni. Per andare, appunto, al di là della giusta condanna per le violenze che danneggiano proprio la maggioranza delle ragazze e dei ragazzi che manifestano contro le difficoltà a vivere, studiare e costruire un migliore futuro e della necessità di dare ascolto alle ragioni delle nuove generazioni. Seguendo la lezione di sant’Agostino: “La rabbia e il coraggio sono i due figli della speranza: la rabbia nel vedere come vanno le cose, il coraggio di vedere come potrebbero andare”. E le indicazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Bisogna farsi carico del malessere dei giovani e non guardarli con indifferenza o meschina sottovalutazione: serve più coesione sociale” (ne abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana).
Come? E con che risposte di lungo periodo, al di là della propaganda che purtroppo connota buona parte del discorso pubblico?
Può essere utile, come sempre, guardare alla propria libreria o anche affidarsi all’archivio di pensieri e parole disponibili in rete per leggere o rileggere alcune riflessioni di chi, per mestiere, lavora sui delicati meccanismi del sapere e del raccontare. Avendo a mente la sentenza di Roland Barthes: “Citare è già riscrivere”. Si cita, d’altronde, ciò che si sa, da andare comunque a ricercare, anche per trovarne un nuovo senso: la cultura è memoria e fatica (anche se adesso, l’AI, può rendere questo processo più semplice e rapido, a patto di saper formulare le giuste domande).
Riprendiamo dunque in mano Italo Calvino: “Il diavolo oggi è l’approssimativo. Per diavolo intendo la negatività senza riscatto, da cui non può venire nessun bene. Nei discorsi approssimativi, nelle genericità, nell’imprecisione di pensiero e di linguaggio, specie se accompagnati da sicumera e petulanza, possiamo riconoscere il diavolo come nemico della chiarezza, sia interiore sia nei rapporti con gli altri, il diavolo come personificazione della mistificazione e dell’automistificazione”.
Per essere ancora più chiari e incisivi: “Dico l’approssimativo, non il complicato; quando le cose non sono semplici, non sono chiare, pretendere la chiarezza, la semplificazione a tutti i costi, è faciloneria, e proprio questa pretesa obbliga i discorsi a diventare generici, cioè menzogneri. Invece lo sforzo di cercare di pensare e d’esprimersi con la massima precisione possibile proprio di fronte alle cose più complesse è l’unico atteggiamento onesto e utile” (“Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società”).
Era un uomo severo, curioso e creativo, Calvino. Un intellettuale consapevole della necessità di scrivere nuove mappe del sapere, tra umanesimo e scienza e della responsabilità di non cedere mai alla retorica del successo ma di impegnarsi, semmai, nell’andare in profondità: “Puntare solo sulle cose difficili, eseguite alla perfezione; diffidare della facilità, della faciloneria, del fare tanto per fare. Puntare sulla precisione”. Perché, per fare bene il lavoro intellettuale, è necessario “non abbandonare il proprio mestiere di studiosi, ma allargarlo, farvi partecipare un pubblico più vasto, se si ha qualcosa da dire che possa interessare tale pubblico. Ciò richiede capacità di reinventarsi senza tradire il proprio mestiere” (la frase è di Sabino Cassese, grande giurista e sapiente civil servant).
Fare bene le cose difficili, dunque. Come sapeva anche un altro maestro di letteratura e di vita del nostro Novecento, Gianni Rodari: “È difficile, fare le cose difficili: parlare al sordo, mostrare la rosa al cieco. Bambini, imparate a fare le cose difficili: dare la mano al cieco, cantare per il sordo, liberare gli schiavi che si credono liberi”.
Tra le cose difficili, oggi, c’è il ragionare sul lavoro che manca (soprattutto alle nuove generazioni, che infatti, in parte significativa, continua ad andare via dal lavoro), sui salari e stipendi che spesso non recuperano la perdita di potere d’acquisto per la crescente inflazione ma anche sulle nuove professionalità offerte dagli sviluppi, veloci e impetuosi, dell’economia digitale, su come fare crescere la produttività del sistema Italia e su come ripensare il welfare man mano che cambiano forme, contenuti e prospettive del lavoro, dei contratti e delle relazioni industriali (non solo previdenza e assistenza, ma anche e soprattutto formazione per l’intero corso della vita di lavoro). Tutti processi che chiedono innanzitutto investimenti di lungo periodo sulla conoscenza.
“Knowledge that matters” è il motto ufficiale dell’Università Bocconi a Milano, per parlare di impegno a produrre e diffondere una ricerca con impatti concreti sulla società e il lavoro. Come ricorda, in un libro prezioso, “Iperdiversità – Le rivoluzioni che hanno cambiato il nostro modo di vivere insieme” (Sellerio) proprio il Rettore della Bocconi, Francesco Billari, polemizzando contro le politiche populiste “che sfruttano la creazione di capri espiatori, spesso incolpando le persone più deboli, i giovani o magari gli anziani, le scuole e le università di massa, le donne e le politiche che le proteggono, gli stranieri e i loro discendenti”.
Serve invece valorizzare le diversità come ricchezza e complessità creativa, includere invece che pensare a società chiuse, che emarginano ed escludono. Difficile, certo. Ma essenziale. Si torna al nodo della conoscenza. E del lavoro.
Ecco un’altra pagina su cui riflettere: “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”. Sono parole di Primo Levi, in “La chiave a stella”, elegia metalmeccanica d’un operaio costruttore di gru. Un’idea più ampia dello scambio tra lavoro e salario. Semmai, una visione del lavoro come canale di crescita personale, di dignità, di partecipazione e intraprendenza, di sintesi tra diritti e doveri, di cittadinanza. Come indica proprio la nostra Costituzione, fin dall’articolo 1. E come milioni di persone hanno imparato, nelle fabbriche dell’Italia del boom economico e delle scelte per uscire dalle tante crisi che abbiamo attraversato. Con fatica. Creatività. Cultura. E senso di responsabilità.
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