“La solitudine non nasce dall’essere soli ma dal non essere compresi” e cioè “dall’impossibilità di comunicare le cose che ci sembrano importanti”. Il giudizio di Carl Gustav Jung torna in mente rileggendo le parole di Mario Draghi durante il suo discorso ad Aquisgrana in occasione del premio Carlo Magno, uno dei massimi riconoscimenti europei. E testimoniano con grande chiarezza la condizione politica di un’Europa che si trova di fronte al crollo delle sicurezze di essere parte integrante e sicura di un Occidente costruito sull’asse dell’amicizia, delle sintonie politiche e culturali e dei legami con gli Usa: “Per la prima volta siamo soli, insieme”.

“Soli, insieme”. L’apparente ossimoro rivela tutta la pesantezza di una condizione che tocca i principali nodi dell’attualità politica europea: la sicurezza, l’energia, le nuove tecnologie, la politica industriale, le relazioni internazionali. E chiede con urgenza scelte politiche conseguenti.

Nella solitudine della sua ironia, Oscar Wilde poteva permettersi l’amaro lusso di sentenziare che “la sola compagnia possibile è la propria”. Una condizione umana che può avere i suoi punti di vantaggio. Una condizione politica, però, impossibile.

“Soli, insieme” ha anche un’altra valenza, su cui riflettere. L’Europa comune è patria di diversità, abituate da tempo al confronto e al dialogo. E in un mondo in così rapida trasformazione, le diversità finiscono per essere una ricchezza, su cui fare leva.

Ha dunque ragione Draghi quando esorta ancora una volta, da Aquisgrana, davanti al trono che fu un tempo di Carlo Magno, l’Europa a fare finalmente tutte le scelte necessarie per evitare di rimanere schiacciata dalla tenaglia delle relazioni tra gli Usa di Trump e la Cina di XI, tentati da un nuovo equilibrio del mondo da G2, mandati in soffitta il G7 e il G8.

Il secco monito di Draghi contro la solitudine è una sorta di ripetizione, carica di ben più ambiziosa e drammatica valenza politica, di quel “whatever it takes” con cui, da presidente della Bce, salvò l’euro e dunque l’avvenire dell’economia Ue da una delle più gravi crisi della valuta comune. E lo si ritroverà in libreria, dalla fine di maggio, nel saggio che Draghi ha affidato alle cure di Rizzoli, con un titolo forte, esplicito: “Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo”.

Ecco il punto. Prendere atto che “appartiene oramai alla memoria un mondo che non esiste più” (Marco Zatterin, La Stampa, 17 maggio), il mondo dell’equilibrio bipolare, dell’”ombrello della Nato” e della speciale amicizia atlantica (democrazia, sicurezza, business) e imparare a navigare i mari molto più insidiosi, pericolosi, sconosciuti.

E dunque rivedere radicalmente la governance Ue (addio vincoli dell’unanimità, addio burocrazie schematicamente regolatorie se non sui temi essenziali dei diritti e delle libertà, a cominciare da quelle economiche, dalla concorrenza e dunque dal mercato unico finalmente realizzato). E pensare a costruire politiche comuni, anche muovendosi in anticipo con i paesi che sono pronti ad andare avanti: la difesa, le tecnologie, la ricerca scientifica e la formazione, una politica industriale che massimizzi i vantaggi Ue, a cominciare dalla cultura del “fare, e fare bene” e dalla qualità diffusa di una mano d’opera industriale e un insieme di competenze tra le migliori al mondo (certo ben più capace di quella Usa).

L’Europa ha, insomma, ancora  molte carte in regola, per ricostruire un ruolo di primo piano, di interlocutore politico ed economico. Si tratta di decidere finalmente di giocarlo, abbandonando per strada sovranismi e populismi. E investendo. Risorse finanziarie. Ma anche quelle risorse culturali, etiche e civili che possono costruire una “via europea” all’Artificial Intelligence.

Risorse, val la pena insistere, di cui l’Europa ha primati rilevanti (la sua storia e la sua attualità culturale ne sono conferma) e che possono costituire nuove e più solide basi per il rilancio della civiltà europea, punto di riferimento del discorso pubblico e della ricerca (anche politica e sociale) di rilievo internazionale.

Investimenti finanziari, dicevamo. Almeno 1.200 miliardi di investimenti all’anno per un lungo periodo, sollecita Draghi. L’euro è moneta affidabile, la Ue si è già dimostrata debitore cui i mercati finanziari internazionali possono accordare una sicura fiducia.

I tempi non giocano a nostro favore, né quelli politici né quelli tecnologici. Ma esistono, proprio nelle grandi città europee, università, centri di ricerca e imprese d’avanguardia la cui collaborazione, nel piano di una efficace politica industriale e culturale, può permettere di insistere sulla crescita, l’autonomia e, appunto, la sicurezza.

La solitudine resta un rischio. La buona politica può dare risposte.

C’è un’altra caratteristica politica, su cui fare leva. Le relazioni che la Ue, in autonomia, può costruire e rafforzare, fuori dallo schematismo del G2. Gli accordi del Mercosur ne sono esempio. Così come i rapporti con Canada, Giappone, Corea, mondo arabo, etc.

Da una crisi politica, in altri termini, si esce solo con scelte politiche che sappiano guardare con ambizione al futuro. Il tramonto dell’Europa non è affatto obbligatoriamente lo scenario venturo.

(photo Getty Images)