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L’Europa di Draghi e di Antonio Megalizzi nel segno dei valori d’integrazione e libertà

È un’abitudine sempre più diffusa, parlare male dei giornalisti. Insultarli, maltrattarli, deriderli. E minacciarli. Sino a cercare di fare chiudere giornali tagliando i contributi pubblici all’editoria (un’idea della componente M5S del governo, senza alcun confronto con editori e giornalisti, senza alcuna ipotesi di riforma organica del settore). Poi arriva l’eco d’un fatto tragico, l’assassinio per mano d’un terrorista d’un giovane giornalista italiano, Antonio Megalizzi. E tutti coloro che hanno a cuore cultura e civiltà sono spinti a riflettere sulle sue idee e le parole dette ogni giorno per il programma Europhonica dai microfoni della radio per cui lavorava a Strasburgo: l’Europa, la democrazia come dialogo, i valori che hanno ispirato e pur tra mille limiti ancora ispirano l’integrazione europea. Gli ideali d’un bravo giornalista, appunto. Tutto l’opposto delle volgarità che da altri media dilagano ogni giorno contro la Ue. Semmai, un esempio dell’attenzione per una convivenza civile perseguita nonostante ogni fatica, per il confronto con altre culture umiliate dai rigurgiti di razzismo, per una democrazia che non si riduca a “spingere un bottone”, a un consenso rancoroso, alla banalità d’un like. E per un’informazione come ricerca di verità e responsabilità.

Una ventata d’intelligenza, il lavoro di Antonio Megalizzi, per evitare “la notte dell’Europa”. Un vuoto, la sua morte. Per cercare di colmarlo, può avere senso la proposta del rettore dell’Università di Trento, sostenuto da altri rettori italiani, di fare vivere Europhonica come network radiofonico studentesco multilingue.

Di Megalizzi sappiamo che aveva una solida, appassionata cultura europea. Aveva letto bene gli scritti dei padri fondatori dell’Europa, a cominciare dal “Manifesto di Ventotene” scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. La lezione di Norberto Bobbio sul rapporto tra democrazia liberale, benessere e costruzione europea. Le cronache delle esperienze dei nove milioni di ragazzi che, in trent’anni di vita del programma “Erasmus” hanno studiato, vissuto, provato direttamente il fascino d’un fitto sistema di relazioni nell’Europa come grande riferimento comune.

Da un giovane giornalista a un banchiere di lunga esperienza. C’è l’eco degli stessi valori di fondo nelle parole che Mario Draghi, presidente della Bce, ha pronunciato pochi giorni fa in una lectio magistralis alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa: il passato e l’attualità dell’Europa, un migliore destino comune da costruire contro la retorica dei sovranisti e a difesa dell’euro, moneta di sviluppo e di più giusti equilibri sociali.

“Quest’Europa – ha detto Draghi, davanti a un pubblico di studenti e professori – fu una risposta eccezionale a un secolo di dittature, di guerra e di miseria”. E l’unione monetaria, “conseguenza necessaria del mercato unico” è diventata “parte integrante del progetto politico di un’Europa unita nella libertà, nella pace, nella democrazia, nella prosperità”. Un’indicazione che vale anche per il futuro, “mentre nel resto del mondo il fascino di ricette e di regimi illiberali si diffonde”.

Ecco il punto. Le libertà responsabili contro “i regimi illiberali”, la cui ombra lambisce la stessa Europa, con la propaganda dei sovranisti, tanta retorica, zero efficacia in termini di quantità e qualità dello sviluppo economico e sociale.

Compie vent’anni, l’euro (nacque, come moneta comune, all’inizio del gennaio 1999, la circolazione effettiva partì nei primi dodici Paesi dell’Unione l’1 gennaio 2002). Ha vissuto tra incertezze e limiti, che Draghi ben conosce e attribuisce a “politiche nazionali” e “incompletezze” dell’unione monetaria stessa, che è stata comunque “un successo”. E’ un fattore di equilibrio. E, nonostante la propaganda nazionalista, proprio l’euro “ha consentito a diversi paesi di recuperare sovranità monetaria, rispetto al regime di parità fisse vigenti nello Sme”, il Sistema monetario europeo, dato che “le decisioni rilevanti di politica monetaria erano allora prese in Germania e oggi sono condivise da tutti i paesi partecipanti”.

Uscire dall’euro, come predica una retorica sovranista a lungo cara al governo giallo-verde, tema forte della campagna elettorale di Lega e M5S anche se poi messo da parte? Un errore. Senza alcuna convenienza economica e sociale.

Draghi è uomo di fatti e dati: dal varo dello Sme la lira era stata svalutata sette volte, dal 1979 al 1992, “eppure la produttività italiana fu inferiore a quella dell’euro a 12 e la crescita del Pil pressappoco la stessa, il tasso di occupazione ristagnò” e l’inflazione cumulata schizzò “a livelli insostenibili”, il 223% contro il 126% dei paesi dell’euro a 12. La lira è stata dunque un fattore di debolezza dell’economia. Quanto alla crescita degli anni Ottanta, considerata oggi positiva da quanti predicano il ritorno alla lira, vale la pena ricordare che “è stata presa in prestito con il debito lasciato sulle spalle delle generazioni future”. Quanto alle passioni per i debiti, ecco un altro monito di Draghi: “Il finanziamento monetario del debito pubblico non ha prodotto benefici nel lungo termine”.

Servono piuttosto riforme strutturali, non spesa pubblica improduttiva.

“Orgoglioso di essere italiano”, s’è detto Mario Draghi, banchiere europeo, parlando con gli studenti della Scuola Sant’Anna. Orgogliosamente italiano ed europeo, si sentiva Antonio Megalizzi. Di questa ricca e complessa identità, vale la pena continuare ad avere consapevolezza e memoria.