“Rising Industry” è il tema che ha connotato l’assemblea di Assolombarda, a Milano. “L’industria al centro”, il titolo di uno dei dibattiti dell’annuale “Seminar for leaders” dell’Aspen Institute Italia, a Venezia. Ovvero l’analisi della crisi attuale e il confronto delle proposte per rilanciare la dimensione industriale dell’Italia e dell’Europa, mettendo appunto al centro delle politiche economiche la manifattura e tutte le attività che le sono collegate, dalla logistica alla finanza, dalla ricerca alla formazione.
Sono stagioni difficili, per le tensioni geopolitiche che si intensificano e si aggravano e per le loro conseguenze, a cominciare dal costo dell’energia. E per una radicale modifica degli assetti tradizionali dei commerci, sotto la spinta di chiusure sovraniste e comunque protezioniste, mentre si incrina il ruolo del dollaro come valuta dominante degli scambi internazionali.
L’Europa, grande potenza manifatturiera, è in difficoltà, proprio a cominciare dai suoi due principali paesi industriali, la Germania e l’Italia, con alcuni dei settori di punta: automotive, acciaio, elettrodomestici, meccanica e meccatronica, chimica, tessile, etc. Pesa la crescita del costo di petrolio e derivati e dunque dell’energia (le proteste dei trasportatori del Sud Italia ne sono una testimonianza). Si fa sentire la concorrenza cinese, esempio di dumping produttivo e sociale. E allarma la chiusura del mercato Usa, tra dazi in crescita e quell’insieme di minacce e promesse che segna le politiche della Casa Bianca, cercando di spostare nuovi insediamenti industriali dall’Europa agli Usa.
La crisi non è nuova, semmai sempre più grave. Proprio per la mancata definizione di una strategia politica della Ue, che non è riuscita finora a muoversi come un soggetto coeso, su tutti gli aspetti in discussione: sicurezza, costo dell’energia, investimenti comuni nella difesa e nelle nuove tecnologie, mercato unico finanziario e così via continuando. Un’Europa colta, democratica, socialmente sensibile. Ma sinora frenata, sia dal vincolo delle decisioni all’unanimità sia dalle barriere burocratiche come veri e propri dazi interni, sia dalla debolezza stessa delle classi politiche dei principali paesi.
Un’Europa da riformare e rilanciare, dunque, proprio in nome dei suoi interessi e dei suoi valori, di cui appunto l’industria è un pilastro fondamentale, forte anche d’una diffusa democrazia economica e d’una cultura delle relazioni industriali indirizzate a comporre i conflitti e smussare i divari di redditi, tutele sociali, generi e generazioni, attitudini digitali, conoscenze. Per farlo, basterebbe tirare fuori dai cassetti, dove giacciono inutilizzati da oltre un anno, i Rapporti dei gruppi guidati da Mario Draghi e da Enrico Letta, su incarico della Commissione Europea, per la competitività e il mercato unico finanziario.
Ecco perché, nel discorso pubblico e nei dibattiti di think tanks, associazioni, circuiti accademici e culturali, si ragiona di “Europa nonostante tutto” e di urgenti scelte di Bruxelles e dei principali paesi su una nuova governance e sul rafforzamento delle politiche europee (le ostilità a un innalzamento della quota di partecipazione dei singoli stati al bilancio Ue dall’1% attuale del Pil all’1,2% rivelano miopie politiche nazionaliste e prevalenza di interessi di corto respiro rispetto agli interessi e ai valori generali di un’Europa come attore politico di rilievo internazionale).
Contro le crisi, dunque, è necessaria una nuova politica industriale, nazionale ed europea, che stimoli ricerca, innovazione, crescita, tendenze all’internazionalizzazione, nella triplice dimensione degli investimenti internazionali in Italia e in Europa, dell’export delle imprese italiane, delle loro acquisizioni e dei loro investimenti diretti sui mercati più dinamici, anche per rafforzare, appunto, la presenza dell’Europa tra i giganti come Usa, Cina e India e l’importanza strategica della sua cultura contro la prepotenza pervasiva delle Big Tech (una cultura che tiene insieme, unica al mondo, la democrazia, il mercato e il welfare).
Serve, insomma un’idea più generale di sintesi virtuosa tra industria, mondo dei servizi e della finanza, settori che si occupano di cultura e formazione. Tra impresa, scuola, università, dunque.
L’Italia industriale ha bisogno, insomma, di rafforzare il suo soft power sociale e culturale. Con la consapevolezza critica della forza e dei limiti del sistema Paese. Una rete di relazioni che garantiscano collaborazione e competizione solidale (cum petere, andare avanti insieme). E un sempre più sofisticato capitale umano, che dipende soprattutto dalla qualità e dalla quantità di formazione ricevuta, anche al di là del tempo tradizionale dell’università, per un lifelong learning. L’Italia è purtroppo sempre più carente, da questo punto di vista.
Un migliore futuro, per l’Italia e la Ue, sta infatti nella diffusione dei processi di conoscenza, come motore di sviluppo e di innovazione sostenibile. E l’industria continua a esserne il cardine.
(foto Getty Images)