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L’Europa ha un potere da usare meglio verso Usa e Cina: la forza della libertà e della cultura umanistica e scientifica

“Di tutto restano tre cose:/ la certezza/ che stiamo sempre iniziando,/ la certezza/ che abbiamo bisogno di continuare,/ la certezza/ che saremo interrotti prima di finire./ Pertanto dobbiamo fare/ dell’interruzione,/ un nuovo cammino/ della caduta,/ un passo di danza/ della paura,/ una scala/ del sogno,/ un ponte/ del bisogno,/ un incontro”.

Diciotto versi, essenziali. Attribuiti comunemente, per errore, a Fernando Pessoa. E invece scritti da Fernando Sabino, poeta brasiliano, una vena malinconica (eccolo, forse, l’equivoco con Pessoa) e una solida reputazione nel mondo novecentesco delle lettere di Rio de Janeiro.

Sono versi utili da rileggere, in questi tempi così incerti e controversi, per non smarrirsi tra dichiarazioni prepotenti e contraddittorie, minacce arroganti, false notizie e veri e propri atti di violenza. E rivalutare invece l’importanza del lavoro intellettuale di dubbio e ricerca, del “fare della caduta, un passo di danza”, “dell’interruzione, un nuovo cammino” e soprattutto seguire l’idea che “il corso delle cose è sinuoso” (questa è di Maurice Merleau-Ponty) e che dunque la storia possa avere dei repentini cambi di indirizzo, uno scarto, una mossa del cavallo, rivelare perfino un’eterogenesi dei fini, in grado di ridare un ordine diverso e spesso migliore alle cose.

Siamo, noi europei anziani, persone cresciute secondo i valori del primato delle idee (della legge, delle regole, delle Costituzioni e della Ragione, della filosofia e della letteratura, dunque) e adesso profondamente a disagio di fronte alla prepotente affermazione del primato della forza. In tanti, convinti della bontà della democrazia, abbiamo scelto il “primato della norma impersonale e astratta” (dunque non soggetta ai capricci del Principe) teorizzata dal giurista liberale Hans Kelsen, detestato dai nazisti. E abbiamo invece rifiutato il principio che “Sovrano è chi decide in Stato di eccezione” teorizzato da Carl Schmitt, che al pensiero autoritario nazista piaceva moltissimo.

Adesso gli anni che ci restano corriamo il rischio di non viverli “con l’anima aperta, il cuore in pace… e un abbraccio con amore per quelli che ci restano da vivere”, come saggiamente si augurava e ci augurava il vecchio Pablo Neruda (da rileggere, comunque, ogni giorno, come un breviario gioioso e sapiente). Ma di subirli con l’angoscia di abitare in un mondo violento e prepotente, dominato dal bullismo macho che scrive regole e comportamenti come conviene al più forte e da tecno-feudatari sottratti a ogni controllo e incuranti delle conseguenze di algoritmi manipolatori e privi di responsabilità sulla sostenibilità della vita per milioni di persone (leggere due romanzi profetici e densi di verità come “Quello che possiamo sapere” di Ian McEwan, Einaudi e “Il mondo senza inverno” di Bruno Arpaia, Guanda, per averne un’idea).

L’Europa è dunque perduta, marginale, in declino, come si affrettano quasi quotidianamente a spiegarci i potenti di Washington e Pechino e gli azionisti delle Big Tech, americani o cinesi che siano?

Probabilmente no. A condizione che quest’Europa vilipesa e intimidita non rinunci a mettere sul tavolo del confronto, geopolitico e geoeconomico, le carte di tutti i suoi punti di forza, compresi quei valori irrisi come irrilevanti perché non accompagnati dalla forza militare e high tech (è ciò che proviamo a scrivere, testardamente, negli ultimi blog, “fare della paura una scala, del sogno un ponte”, per ripetere il falso Pessoa vero Sabino).

Azzardiamo a giocare, allora, con un mazzo di carte diverse da quelle del Risiko, illustrate da carri armati, soldati e cannoni. E proviamo a misurare la forza dell’Europa in un altro modo. Per esempio, mettendo sul tavolo la forza della nostra cultura.

Il grande dipinto di Raffaello sulla Scuola di Atene, per esempio, ospitato ai Musei Vaticani (il cartone preparatorio è alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano e merita di essere guardato attentamente): ci sono i grandi filosofi, guidati da Platone e Aristotele, ma anche i matematici e gli astronomi, gli artisti (Raffaello stesso, pensoso, in un angolo) e persino un ragazzetto, l’unico i cui capelli sono scompigliati da un vento impetuoso, probabilmente il soffio forte dell’innovazione che anima quel dipinto altrimenti così ieratico e composto.

In quella “Scuola di Atene” c’è tutta la forza dell’Europa: la conoscenza e le idee in movimento, la “cultura politecnica” dei filosofi e dei matematici (proprio quella cultura che oggi è indispensabile a progettare, dare senso, controllare e guidare l’Artificial Intelligence), la bellezza dell’arte ma anche l’equilibrio della scienza.

Eccola, la forza dell’Europa che noi abbiamo e altre parti del mondo no o almeno non nella stessa equilibrata misura: la profondità critica della conoscenza, che si traduce in operatività di scienza, ricerca, tecnologia, impresa, produttività, lavoro e convivenza civile: un prezioso capitale sociale e civile, una ricchezza molto più solida e duratura di quella della pura tecnica militare. Un capitale sociale che rigidità burocratiche e schematismi ideologici della Ue possono indebolire, ma non certo bloccare. Un capitale da saper investire, con sapienza politica e robusto orgoglio da “patriottismo dolce” europeo.

Ecco allora la libertà affermata contro ogni costrizione da Baruch Spinoza e i pensieri spirituali di Pascal e Montaigne, il testardo spirito scientifico di Galileo e Newton, l’ingegno del Codice Atlantico di Leonardo Da Vinci che raffigura oggetti tecnici che ancora non esistono e la misura architettonica di Leon Battista Alberti. E ancora la profonda conoscenza delle dinamiche infernali del potere e della hybris di Shakespeare (da studiare in tutte le buone scuole di management, oltre che da godere a teatro), il senso del divino di Bach, l’intelligenza critica di Voltaire e il senso filosofico ed etico di Kant. E, ancora, la sapienza economica di Antonio Genovesi e Adam Smith (senza dimenticare John M. Keynes), l’acutezza scientifica e morale di Hans Bohr e Marie Curie e la lucida capacità critica e narrativa di Alessandro Manzoni e Thomas Mann. E, guardando a tempi più vicini a noi, il senso della creazione alchemica come antidoto artistico alle violenze del mondo, storiche e attuali, di Anselm Kiefer, quel sapiente Primo Levi di “Se questo è un uomo” e quella  straordinaria Hannah Arendt che ci mette ancora in guardia contro la presunta “banalità del male” proprio quando quella orrenda e violenta “banalità” ce la ritroviamo ancora nei giorni scorsi nelle immagini dei bambini usati a Minneapolis per “stanare” i genitori forse illegalmente immigrati (ma cosa sono mai un uomo o una donna, animali da “stanare”? Per capire, leggere le cronache e l’editoriale del Quotidiano Nazionale/Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino del 28 gennaio). E così via continuando di pagina in pagina, di intellettuale in intellettuale (bella parola, “intellettuale”, come ci ha insegnato Tullio De Mauro), sino a finire di sfogliare la monumentale Enciclopedia Treccani ma anche la Britannica, con tutti i loro volumi di aggiornamento.

I nostri valori di cultura, democrazia, libertà, tolleranza, i valori dell’Occidente democratico e liberale sono gli stessi che oggi scuotono gli Usa, da Minneapolis a New York e a tante altre città americane, nel timore che vengano compromessi, limitati, aboliti.

Abbiamo la conoscenza e la “civiltà della conversazione” da cui è nato l’Illuminismo, caposaldo della civiltà contemporanea e argine anche rispetto ai nostri contemporanei eversori, la capacità del pensiero critico che, applicato alla scienza, ha segnato tutto il Novecento e l’intelligenza pragmatica di aver definito meccanismi e valori della democrazia liberale che sa far convivere libertà, intraprendenza, mercato e welfare come in nessun altro posto del mondo.

I libri valgono un esercito? Le idee battono i missili e i mitra delle milizie mercenarie o fanatiche? La sfida è aperta. Quanto meno nel medio periodo. L’Iran, proprio in queste settimane, ci offre esemplari testimonianze della forza dirompente delle idee contro le armi dei pasdaran: “Leggere Lolita a Teheran” da decenni è uno strumento potente di libertà e civiltà.

Proprio a un grande libro europeo, d’altronde, ha fatto ricorso il leader canadese, Mark Karney, per rafforzare il suo ragionamento che metteva limiti alle pretese di Donald Trump sulla Groenlandia: a quel “Potere dei senza poteri” con cui Vaclav Havel contrastava l’autoritarismo comunista sovietico prima che la storia cambiasse verso e quel padre intellettuale dell’Europa libera diventasse presidente della Repubblica Ceca.

“Il potere dei senza poteri”, per prendere finalmente atto che le idee hanno un grande potere che va fatto valere, anche davanti alle armi e ai più arditi congegni high tech (che peraltro, senza idee, non funzionano). Per la cronaca, nello scontro tra Carney e Trump, nei giorni scorsi, ha avuto la meglio Carney e Trump ha, almeno momentaneamente, rinunciato a comprare o a esercitare la forza militare per prendersi la Groenlandia.

Serve, naturalmente, il realismo politico, per non ritrovarsi tra le pagine di don Miguel de Cervantes. Ma senza abdicare alla forza dei valori e dei principi, a quel “tirare a campare per non tirare le cuoia” così caro al cinismo di Giulio Andreotti (e oggi, comunque, tutt’altro che sicuramente vincente nel confronto tra i valori sostenuti da progetti, come i piani di Draghi e Letta per l’Europa, per esempio e le prepotenze sostenute da avidità privatissima di spropositate ricchezze. Tra una “deterrenza credibile” che l’Europa deve mettere in piedi, con una “industria della guerra, anche economica e forte di “leadership tecnologica” che renda la guerra non conveniente” e la minacciosità dei piani aggressivi di chi pretenda di ricondurre il mondo a due o tre imperio dominanti (i concetti sono contenuti in “Il prezzo della guerra” di Paolo Balduzzi e Andrea Bignami, Paesi Edizioni).

Alla fine di tanti e tali ragionamenti, viene naturale dare pienamente ragione a chi, come la Magnifica Rettrice dell’Università Statale di Milano, Marina Brambilla, inaugurando pochi giorni fa l’Anno Accademico, ha fatto un discorso di principio, in cui ha affermato che “la libertà accademica non è negoziabile” (Il Giorno, 20 gennaio), soprattutto in un contesto in cui “l’antiscientismo dilaga”.

Libertà accademica come “libertà di ricerca e di insegnamento, come autonomia della scienza, come stimolo alla ricerca i cui effetti positivi ricadono poi sulle imprese, sul lavoro, sulla vita civile e sulla società”. L’autonomia della ricerca scientifica, d’altronde, è uno dei valori fondanti dell’ordine liberale delle cose. Ribadirlo, in questi tempi così controversi, è assolutamente indispensabile.

Bene ha fatto, dunque, Marina Brambilla, a ricordare quanto i fondamenti della ricerca, in Italia, siano previsti e tutelati dalla Costituzione. E a chiedere, semmai, che chi governa sia più sapiente nell’orientare, verso la ricerca, risorse ben maggiori di quelle messe sino ad adesso a disposizione.

Quella “libertà accademica non negoziabile” è d’altronde, proprio oggi, quanto mai indispensabile anche perché l’Europa possa fare valere le proprie capacità attrattive nei confronti di decine di migliaia di studenti, ricercatori, professori, seriamente in difficoltà in quello che una volta era il paradiso della ricerca scientifica e cioè gli Usa, con i principali atenei messi sotto stress dal taglio massiccio dei fondi federali perché poco rispettoso delle direttive politiche della Casa Bianca (ne abbiamo parlato nel blog della settimana scorsa).

L’Europa non potrà mai, ragionevolmente, fare da alternativa globale agli Usa. Ma certo, ribadire la sua forza, la sua solidità e creatività scientifica e culturale può essere un grande obiettivo europeo, anche per rafforzare alcuni valori e alcuni interessi Ue di grande portata: l’autonomia, la sicurezza strategica ed energetica, la politica industriale, il rafforzamento di una voce autorevole al di là della potenza di Usa e Cina.

Altre buone notizie, in questo senso, vengono proprio in questi giorni delle università italiane. Come l’accordo appena firmato dal Politecnico e dall’Università Bocconi di Milano per istituire “la gigafactory delle start up” (Il Sole24Ore,  21 gennaio): gli hub delle due università Polihub e B4i vengono conferiti alla Fondazione Tef (presieduta da Ferruccio Resta), con l’obiettivo di generare un migliaio di realtà innovative all’anno. Un importante passo avanti per la ricerca, l’innovazione, le imprese più dinamiche.

L’Europa, in cerca di forza e identità, ringrazia.

(Foto Getty Images)

“Di tutto restano tre cose:/ la certezza/ che stiamo sempre iniziando,/ la certezza/ che abbiamo bisogno di continuare,/ la certezza/ che saremo interrotti prima di finire./ Pertanto dobbiamo fare/ dell’interruzione,/ un nuovo cammino/ della caduta,/ un passo di danza/ della paura,/ una scala/ del sogno,/ un ponte/ del bisogno,/ un incontro”.

Diciotto versi, essenziali. Attribuiti comunemente, per errore, a Fernando Pessoa. E invece scritti da Fernando Sabino, poeta brasiliano, una vena malinconica (eccolo, forse, l’equivoco con Pessoa) e una solida reputazione nel mondo novecentesco delle lettere di Rio de Janeiro.

Sono versi utili da rileggere, in questi tempi così incerti e controversi, per non smarrirsi tra dichiarazioni prepotenti e contraddittorie, minacce arroganti, false notizie e veri e propri atti di violenza. E rivalutare invece l’importanza del lavoro intellettuale di dubbio e ricerca, del “fare della caduta, un passo di danza”, “dell’interruzione, un nuovo cammino” e soprattutto seguire l’idea che “il corso delle cose è sinuoso” (questa è di Maurice Merleau-Ponty) e che dunque la storia possa avere dei repentini cambi di indirizzo, uno scarto, una mossa del cavallo, rivelare perfino un’eterogenesi dei fini, in grado di ridare un ordine diverso e spesso migliore alle cose.

Siamo, noi europei anziani, persone cresciute secondo i valori del primato delle idee (della legge, delle regole, delle Costituzioni e della Ragione, della filosofia e della letteratura, dunque) e adesso profondamente a disagio di fronte alla prepotente affermazione del primato della forza. In tanti, convinti della bontà della democrazia, abbiamo scelto il “primato della norma impersonale e astratta” (dunque non soggetta ai capricci del Principe) teorizzata dal giurista liberale Hans Kelsen, detestato dai nazisti. E abbiamo invece rifiutato il principio che “Sovrano è chi decide in Stato di eccezione” teorizzato da Carl Schmitt, che al pensiero autoritario nazista piaceva moltissimo.

Adesso gli anni che ci restano corriamo il rischio di non viverli “con l’anima aperta, il cuore in pace… e un abbraccio con amore per quelli che ci restano da vivere”, come saggiamente si augurava e ci augurava il vecchio Pablo Neruda (da rileggere, comunque, ogni giorno, come un breviario gioioso e sapiente). Ma di subirli con l’angoscia di abitare in un mondo violento e prepotente, dominato dal bullismo macho che scrive regole e comportamenti come conviene al più forte e da tecno-feudatari sottratti a ogni controllo e incuranti delle conseguenze di algoritmi manipolatori e privi di responsabilità sulla sostenibilità della vita per milioni di persone (leggere due romanzi profetici e densi di verità come “Quello che possiamo sapere” di Ian McEwan, Einaudi e “Il mondo senza inverno” di Bruno Arpaia, Guanda, per averne un’idea).

L’Europa è dunque perduta, marginale, in declino, come si affrettano quasi quotidianamente a spiegarci i potenti di Washington e Pechino e gli azionisti delle Big Tech, americani o cinesi che siano?

Probabilmente no. A condizione che quest’Europa vilipesa e intimidita non rinunci a mettere sul tavolo del confronto, geopolitico e geoeconomico, le carte di tutti i suoi punti di forza, compresi quei valori irrisi come irrilevanti perché non accompagnati dalla forza militare e high tech (è ciò che proviamo a scrivere, testardamente, negli ultimi blog, “fare della paura una scala, del sogno un ponte”, per ripetere il falso Pessoa vero Sabino).

Azzardiamo a giocare, allora, con un mazzo di carte diverse da quelle del Risiko, illustrate da carri armati, soldati e cannoni. E proviamo a misurare la forza dell’Europa in un altro modo. Per esempio, mettendo sul tavolo la forza della nostra cultura.

Il grande dipinto di Raffaello sulla Scuola di Atene, per esempio, ospitato ai Musei Vaticani (il cartone preparatorio è alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano e merita di essere guardato attentamente): ci sono i grandi filosofi, guidati da Platone e Aristotele, ma anche i matematici e gli astronomi, gli artisti (Raffaello stesso, pensoso, in un angolo) e persino un ragazzetto, l’unico i cui capelli sono scompigliati da un vento impetuoso, probabilmente il soffio forte dell’innovazione che anima quel dipinto altrimenti così ieratico e composto.

In quella “Scuola di Atene” c’è tutta la forza dell’Europa: la conoscenza e le idee in movimento, la “cultura politecnica” dei filosofi e dei matematici (proprio quella cultura che oggi è indispensabile a progettare, dare senso, controllare e guidare l’Artificial Intelligence), la bellezza dell’arte ma anche l’equilibrio della scienza.

Eccola, la forza dell’Europa che noi abbiamo e altre parti del mondo no o almeno non nella stessa equilibrata misura: la profondità critica della conoscenza, che si traduce in operatività di scienza, ricerca, tecnologia, impresa, produttività, lavoro e convivenza civile: un prezioso capitale sociale e civile, una ricchezza molto più solida e duratura di quella della pura tecnica militare. Un capitale sociale che rigidità burocratiche e schematismi ideologici della Ue possono indebolire, ma non certo bloccare. Un capitale da saper investire, con sapienza politica e robusto orgoglio da “patriottismo dolce” europeo.

Ecco allora la libertà affermata contro ogni costrizione da Baruch Spinoza e i pensieri spirituali di Pascal e Montaigne, il testardo spirito scientifico di Galileo e Newton, l’ingegno del Codice Atlantico di Leonardo Da Vinci che raffigura oggetti tecnici che ancora non esistono e la misura architettonica di Leon Battista Alberti. E ancora la profonda conoscenza delle dinamiche infernali del potere e della hybris di Shakespeare (da studiare in tutte le buone scuole di management, oltre che da godere a teatro), il senso del divino di Bach, l’intelligenza critica di Voltaire e il senso filosofico ed etico di Kant. E, ancora, la sapienza economica di Antonio Genovesi e Adam Smith (senza dimenticare John M. Keynes), l’acutezza scientifica e morale di Hans Bohr e Marie Curie e la lucida capacità critica e narrativa di Alessandro Manzoni e Thomas Mann. E, guardando a tempi più vicini a noi, il senso della creazione alchemica come antidoto artistico alle violenze del mondo, storiche e attuali, di Anselm Kiefer, quel sapiente Primo Levi di “Se questo è un uomo” e quella  straordinaria Hannah Arendt che ci mette ancora in guardia contro la presunta “banalità del male” proprio quando quella orrenda e violenta “banalità” ce la ritroviamo ancora nei giorni scorsi nelle immagini dei bambini usati a Minneapolis per “stanare” i genitori forse illegalmente immigrati (ma cosa sono mai un uomo o una donna, animali da “stanare”? Per capire, leggere le cronache e l’editoriale del Quotidiano Nazionale/Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino del 28 gennaio). E così via continuando di pagina in pagina, di intellettuale in intellettuale (bella parola, “intellettuale”, come ci ha insegnato Tullio De Mauro), sino a finire di sfogliare la monumentale Enciclopedia Treccani ma anche la Britannica, con tutti i loro volumi di aggiornamento.

I nostri valori di cultura, democrazia, libertà, tolleranza, i valori dell’Occidente democratico e liberale sono gli stessi che oggi scuotono gli Usa, da Minneapolis a New York e a tante altre città americane, nel timore che vengano compromessi, limitati, aboliti.

Abbiamo la conoscenza e la “civiltà della conversazione” da cui è nato l’Illuminismo, caposaldo della civiltà contemporanea e argine anche rispetto ai nostri contemporanei eversori, la capacità del pensiero critico che, applicato alla scienza, ha segnato tutto il Novecento e l’intelligenza pragmatica di aver definito meccanismi e valori della democrazia liberale che sa far convivere libertà, intraprendenza, mercato e welfare come in nessun altro posto del mondo.

I libri valgono un esercito? Le idee battono i missili e i mitra delle milizie mercenarie o fanatiche? La sfida è aperta. Quanto meno nel medio periodo. L’Iran, proprio in queste settimane, ci offre esemplari testimonianze della forza dirompente delle idee contro le armi dei pasdaran: “Leggere Lolita a Teheran” da decenni è uno strumento potente di libertà e civiltà.

Proprio a un grande libro europeo, d’altronde, ha fatto ricorso il leader canadese, Mark Karney, per rafforzare il suo ragionamento che metteva limiti alle pretese di Donald Trump sulla Groenlandia: a quel “Potere dei senza poteri” con cui Vaclav Havel contrastava l’autoritarismo comunista sovietico prima che la storia cambiasse verso e quel padre intellettuale dell’Europa libera diventasse presidente della Repubblica Ceca.

“Il potere dei senza poteri”, per prendere finalmente atto che le idee hanno un grande potere che va fatto valere, anche davanti alle armi e ai più arditi congegni high tech (che peraltro, senza idee, non funzionano). Per la cronaca, nello scontro tra Carney e Trump, nei giorni scorsi, ha avuto la meglio Carney e Trump ha, almeno momentaneamente, rinunciato a comprare o a esercitare la forza militare per prendersi la Groenlandia.

Serve, naturalmente, il realismo politico, per non ritrovarsi tra le pagine di don Miguel de Cervantes. Ma senza abdicare alla forza dei valori e dei principi, a quel “tirare a campare per non tirare le cuoia” così caro al cinismo di Giulio Andreotti (e oggi, comunque, tutt’altro che sicuramente vincente nel confronto tra i valori sostenuti da progetti, come i piani di Draghi e Letta per l’Europa, per esempio e le prepotenze sostenute da avidità privatissima di spropositate ricchezze. Tra una “deterrenza credibile” che l’Europa deve mettere in piedi, con una “industria della guerra, anche economica e forte di “leadership tecnologica” che renda la guerra non conveniente” e la minacciosità dei piani aggressivi di chi pretenda di ricondurre il mondo a due o tre imperio dominanti (i concetti sono contenuti in “Il prezzo della guerra” di Paolo Balduzzi e Andrea Bignami, Paesi Edizioni).

Alla fine di tanti e tali ragionamenti, viene naturale dare pienamente ragione a chi, come la Magnifica Rettrice dell’Università Statale di Milano, Marina Brambilla, inaugurando pochi giorni fa l’Anno Accademico, ha fatto un discorso di principio, in cui ha affermato che “la libertà accademica non è negoziabile” (Il Giorno, 20 gennaio), soprattutto in un contesto in cui “l’antiscientismo dilaga”.

Libertà accademica come “libertà di ricerca e di insegnamento, come autonomia della scienza, come stimolo alla ricerca i cui effetti positivi ricadono poi sulle imprese, sul lavoro, sulla vita civile e sulla società”. L’autonomia della ricerca scientifica, d’altronde, è uno dei valori fondanti dell’ordine liberale delle cose. Ribadirlo, in questi tempi così controversi, è assolutamente indispensabile.

Bene ha fatto, dunque, Marina Brambilla, a ricordare quanto i fondamenti della ricerca, in Italia, siano previsti e tutelati dalla Costituzione. E a chiedere, semmai, che chi governa sia più sapiente nell’orientare, verso la ricerca, risorse ben maggiori di quelle messe sino ad adesso a disposizione.

Quella “libertà accademica non negoziabile” è d’altronde, proprio oggi, quanto mai indispensabile anche perché l’Europa possa fare valere le proprie capacità attrattive nei confronti di decine di migliaia di studenti, ricercatori, professori, seriamente in difficoltà in quello che una volta era il paradiso della ricerca scientifica e cioè gli Usa, con i principali atenei messi sotto stress dal taglio massiccio dei fondi federali perché poco rispettoso delle direttive politiche della Casa Bianca (ne abbiamo parlato nel blog della settimana scorsa).

L’Europa non potrà mai, ragionevolmente, fare da alternativa globale agli Usa. Ma certo, ribadire la sua forza, la sua solidità e creatività scientifica e culturale può essere un grande obiettivo europeo, anche per rafforzare alcuni valori e alcuni interessi Ue di grande portata: l’autonomia, la sicurezza strategica ed energetica, la politica industriale, il rafforzamento di una voce autorevole al di là della potenza di Usa e Cina.

Altre buone notizie, in questo senso, vengono proprio in questi giorni delle università italiane. Come l’accordo appena firmato dal Politecnico e dall’Università Bocconi di Milano per istituire “la gigafactory delle start up” (Il Sole24Ore,  21 gennaio): gli hub delle due università Polihub e B4i vengono conferiti alla Fondazione Tef (presieduta da Ferruccio Resta), con l’obiettivo di generare un migliaio di realtà innovative all’anno. Un importante passo avanti per la ricerca, l’innovazione, le imprese più dinamiche.

L’Europa, in cerca di forza e identità, ringrazia.

(Foto Getty Images)

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