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Le 50mila parole da saper usare per limitare i rischi dell’Artificial Intelligence

“Tutti gli usi della parole a tutti… Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”. Questa frase di Gianni Rodari, tratta da “La grammatica della fantasia” (Einaudi, 1973) torna in mente, con prepotenza, man mano che va avanti il dibattito sull’AI (l’Artificial Intelligence), sui suoi rischi e sulla possibilità che, di creatività in creatività, ChatGpt e gli altri sistemi “generativi” inventino in assoluta autonomia un mondo stravolto, fuori dalla dialettica umana, che crea un suo vocabolario, una sua lingua, un suo mondo, insomma una sua astratta e dunque falsa e manipolatrice versione di quell’antica idea per cui nomina sunt consequentia rerum, capovolgendone ed alterandone drammaticamente valori e senso.

Tutti gli usi delle parole a tutti, dunque. Partiamo da qui. Da come educare l’AI, dei limiti e delle competenze che è necessario mettere in campo per cercare di governarne e indirizzarne le evoluzioni. Senza timori. Già nel 1966 Umberto Eco, di fronte alle sorprendenti evoluzioni della Tv, ci aveva messi in guardia dal rischio di dividerci, fittiziamente, tra “apocalittici” e “integrati” e ci aveva consigliato quel che va fatto di fronte a ogni pur stravolgente innovazione tecnologica: cercare di analizzarla, capirla, inserirla nell’ordine delle conoscenze umane: dai caratteri mobili di Gutenberg alla fisica quantistica, da Internet all’AI (ammettiamo subito, comunque, che è sempre più difficile).

Di quali parole da usare come nutrimento stiamo parlando? Facciamo un paio di calcoli. La lingua italiana, una delle più ricche e articolate, va da 215mila a 280mila parole di base (inclusi tecnicismi, termini letterati e regionali), che arrivano a 2milioni di forme con tutte le loro declinazioni. Un buon vocabolario (Treccani, Zanichelli) ne include da 100mila a 160mila. Il vocabolario di una persona mediamente colta è di 50mila parole. De Mauro parla di 7,500 “parole di base”, Quelle di uso quotidiano sono appena 2mila. Una miseria: comprensione schematica, prima di sfumature, dunque ingannevole.

Nasce proprio da questi numeri la prima esigenza: capire, sapere usare correttamente e distinguere almeno alcune decine di migliaia di parole, non solo per non ricadere nella categoria  (purtroppo sempre più ampia) degli “analfabeti funzionali” (chi non è in grado di comprendere un testo di media complessità o fare un calcolo poco più che elementare: un buon terzo della popolazione italiana) ma anche per sapere porre con precisione e pertinenza domande in grado di affrontare il funzionamento dell’AI (che va appunto avanti per domande sempre più precise e penetranti).

Potremmo, in altri termini, aggiornare la giusta esigenza di una “educazione democratica” di Rodari (un’educazione cioè vasta e diffusa, quella cui fa riferimento la Costituzione quando indica la responsabilità della formazione scolastica di qualità) quando concentriamo “tutti gli usi delle parole a tutti” in almeno 50mila parole o poco più. Certo, molto di più delle 2mila di uso quotidiano: un numero così basso che ci rende “schiavi” di manipolazioni, propaganda, semplificazioni strumentali, fattoidi e fake news e rende impossibile l’esercizio della democrazia: la partecipazione responsabile a “un discorso pubblico ben informato” e dunque “critico” (la lezione sempre attuale di Jurgen Habermas in Europa ma anche di Antonio Gramsci, don Lorenzo Milani e Benedetto Croce per l’Italia).

La domanda è, adesso, se mai l’AI generativa sarà davvero tanto capace di creatività da arrivare, da sola, a coniare versi come “m’illumino d’immenso”, oppure “meriggiare pallido e assorto”, dirci che “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, ricordare “il rosmarino per i ricordi e le viole per i pensieri”, porre compiutamente i termini della “scommessa su Dio”, raccontare di “essere in preda ad astratti furori”, approfondire la sfera del dubbio sulla responsabilità dello scienziato di fronte all’arma atomica, citare “l’inverno del nostro scontento” e farci sapere che “pure il rovo ebbe le sue piegature di dolcezza, anche il pruno il suo candore”, senza ripescare dalla memoria quello che già sa di Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale, William Shakespeare, Elio Vittorini e Lucio Piccolo, Blaise Pascal e i padri della fisica Niels Bohr e Werner Karl Heisemberg. E citare quel “mare colore del vino” così definito per indicarne la cupezza e l’oscurità degli abissi.

L’AI sa ripetere poesia e certamente anche accostare versi diversi e simili. Fors’anche avventurosamente inventarne di simili a rime di poemi inesistenti ma plausibili. Sinora però non è capace di costruire pensiero originale, sorprendente, innovativo, carico di senso poetico e letterario.

Lo saprà fare in futuro? Il pericolo c’è. E forse non è neanche il pericolo maggiore, anche se tutti sappiamo quanto importanti siano poesia e letteratura nel costruire l’animo umano, definire comportamenti, ispirare grandi scelte culturali e civili che poi hanno una radicale incidenza sui movimenti di massa e i gusti, le inclinazioni e le passioni di milioni di persone (leggere o rileggere “Massa e potere” e “Auto da fé” di Elias Canetti, oltre che “I promessi Sposi” di Alessandro Manzoni e “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” di Sigmund Freud per farsene una più chiara idea).

I rischi legati all’AI sono allarmanti, sostiene Dario Amodei, Ceo di Anthropic, uno dei “padri” di OpenAI insieme a Sam Altman, da cui ha “divorziato” proprio per le preoccupazioni sull’uso distorto di uno strumento così potente e fuori controllo. In un saggio recente, infatti (IlSole24Ore, 28 gennaio), Amodei elenca i rischi (disoccupazione di massa, frodi, controllo dittatoriale sull’opinione pubblica, manipolazioni dei mercati, etc.) e sollecita una “Costituzione” che “fissi principi di sviluppo etico”. Una posizione minoritaria, in un mondo di entusiasti per tutte le opportunità offerte dall’AI soprattutto per la ricerca scientifica e tecnologica e per la produttività delle imprese più innovative.

Resta comunque aperto il tema di come capirne sempre meglio il funzionamento e governarne l’evoluzione. E imparare, da parte degli utenti, a interagire.

Un buon esempio viene dall’Università Bocconi di Milano, dove il Rettore Francesco Billari ha appena annunciato l’introduzione di un nuovo corso, di “Scienze Cognitive e comportamento umano” che sarà introdotto nel ‘27 e dovrà essere seguito da tutti gli studenti bocconiani, per “studiare, con l’AI, l’intelligenza umana e mettere l’uomo al centro” (QN/ Il Giorno, 27 gennaio). Aggiunge Billari: “Apriremo centri scientifici di ricerca, anche per elaborare criteri di valutazione scientifica di impatto delle politiche sociali e verificare le conseguenze dell’applicazione dell’AI nelle scienze sociali”.

Anche questo, a pensarci bene, è una buona applicazione dei consigli di Rodari: costruire “una buona educazione” e lavorare su parole consapevoli. Ricordando anche la lezione civile di Robert Putnam: la democrazia richiede deliberazione e interazione diretta tra cittadini, senza la quale “lo spazio pubblico si riduce a una comodità tecnologica che ci rende, paradossalmente, più connessi ma profondamente soli e politicamente inerti” (Paolo Benanti, Il Sole24Ore, 28 gennaio).

L’erosione silenziosa delle istituzioni è il rischio che abbiamo davanti. Una AI nutrita con tutto il vocabolario legato alla Costituzione può essere un’ancora, ancorché fragile, di salvezza.

(foto Getty Images)

“Tutti gli usi della parole a tutti… Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”. Questa frase di Gianni Rodari, tratta da “La grammatica della fantasia” (Einaudi, 1973) torna in mente, con prepotenza, man mano che va avanti il dibattito sull’AI (l’Artificial Intelligence), sui suoi rischi e sulla possibilità che, di creatività in creatività, ChatGpt e gli altri sistemi “generativi” inventino in assoluta autonomia un mondo stravolto, fuori dalla dialettica umana, che crea un suo vocabolario, una sua lingua, un suo mondo, insomma una sua astratta e dunque falsa e manipolatrice versione di quell’antica idea per cui nomina sunt consequentia rerum, capovolgendone ed alterandone drammaticamente valori e senso.

Tutti gli usi delle parole a tutti, dunque. Partiamo da qui. Da come educare l’AI, dei limiti e delle competenze che è necessario mettere in campo per cercare di governarne e indirizzarne le evoluzioni. Senza timori. Già nel 1966 Umberto Eco, di fronte alle sorprendenti evoluzioni della Tv, ci aveva messi in guardia dal rischio di dividerci, fittiziamente, tra “apocalittici” e “integrati” e ci aveva consigliato quel che va fatto di fronte a ogni pur stravolgente innovazione tecnologica: cercare di analizzarla, capirla, inserirla nell’ordine delle conoscenze umane: dai caratteri mobili di Gutenberg alla fisica quantistica, da Internet all’AI (ammettiamo subito, comunque, che è sempre più difficile).

Di quali parole da usare come nutrimento stiamo parlando? Facciamo un paio di calcoli. La lingua italiana, una delle più ricche e articolate, va da 215mila a 280mila parole di base (inclusi tecnicismi, termini letterati e regionali), che arrivano a 2milioni di forme con tutte le loro declinazioni. Un buon vocabolario (Treccani, Zanichelli) ne include da 100mila a 160mila. Il vocabolario di una persona mediamente colta è di 50mila parole. De Mauro parla di 7,500 “parole di base”, Quelle di uso quotidiano sono appena 2mila. Una miseria: comprensione schematica, prima di sfumature, dunque ingannevole.

Nasce proprio da questi numeri la prima esigenza: capire, sapere usare correttamente e distinguere almeno alcune decine di migliaia di parole, non solo per non ricadere nella categoria  (purtroppo sempre più ampia) degli “analfabeti funzionali” (chi non è in grado di comprendere un testo di media complessità o fare un calcolo poco più che elementare: un buon terzo della popolazione italiana) ma anche per sapere porre con precisione e pertinenza domande in grado di affrontare il funzionamento dell’AI (che va appunto avanti per domande sempre più precise e penetranti).

Potremmo, in altri termini, aggiornare la giusta esigenza di una “educazione democratica” di Rodari (un’educazione cioè vasta e diffusa, quella cui fa riferimento la Costituzione quando indica la responsabilità della formazione scolastica di qualità) quando concentriamo “tutti gli usi delle parole a tutti” in almeno 50mila parole o poco più. Certo, molto di più delle 2mila di uso quotidiano: un numero così basso che ci rende “schiavi” di manipolazioni, propaganda, semplificazioni strumentali, fattoidi e fake news e rende impossibile l’esercizio della democrazia: la partecipazione responsabile a “un discorso pubblico ben informato” e dunque “critico” (la lezione sempre attuale di Jurgen Habermas in Europa ma anche di Antonio Gramsci, don Lorenzo Milani e Benedetto Croce per l’Italia).

La domanda è, adesso, se mai l’AI generativa sarà davvero tanto capace di creatività da arrivare, da sola, a coniare versi come “m’illumino d’immenso”, oppure “meriggiare pallido e assorto”, dirci che “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, ricordare “il rosmarino per i ricordi e le viole per i pensieri”, porre compiutamente i termini della “scommessa su Dio”, raccontare di “essere in preda ad astratti furori”, approfondire la sfera del dubbio sulla responsabilità dello scienziato di fronte all’arma atomica, citare “l’inverno del nostro scontento” e farci sapere che “pure il rovo ebbe le sue piegature di dolcezza, anche il pruno il suo candore”, senza ripescare dalla memoria quello che già sa di Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale, William Shakespeare, Elio Vittorini e Lucio Piccolo, Blaise Pascal e i padri della fisica Niels Bohr e Werner Karl Heisemberg. E citare quel “mare colore del vino” così definito per indicarne la cupezza e l’oscurità degli abissi.

L’AI sa ripetere poesia e certamente anche accostare versi diversi e simili. Fors’anche avventurosamente inventarne di simili a rime di poemi inesistenti ma plausibili. Sinora però non è capace di costruire pensiero originale, sorprendente, innovativo, carico di senso poetico e letterario.

Lo saprà fare in futuro? Il pericolo c’è. E forse non è neanche il pericolo maggiore, anche se tutti sappiamo quanto importanti siano poesia e letteratura nel costruire l’animo umano, definire comportamenti, ispirare grandi scelte culturali e civili che poi hanno una radicale incidenza sui movimenti di massa e i gusti, le inclinazioni e le passioni di milioni di persone (leggere o rileggere “Massa e potere” e “Auto da fé” di Elias Canetti, oltre che “I promessi Sposi” di Alessandro Manzoni e “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” di Sigmund Freud per farsene una più chiara idea).

I rischi legati all’AI sono allarmanti, sostiene Dario Amodei, Ceo di Anthropic, uno dei “padri” di OpenAI insieme a Sam Altman, da cui ha “divorziato” proprio per le preoccupazioni sull’uso distorto di uno strumento così potente e fuori controllo. In un saggio recente, infatti (IlSole24Ore, 28 gennaio), Amodei elenca i rischi (disoccupazione di massa, frodi, controllo dittatoriale sull’opinione pubblica, manipolazioni dei mercati, etc.) e sollecita una “Costituzione” che “fissi principi di sviluppo etico”. Una posizione minoritaria, in un mondo di entusiasti per tutte le opportunità offerte dall’AI soprattutto per la ricerca scientifica e tecnologica e per la produttività delle imprese più innovative.

Resta comunque aperto il tema di come capirne sempre meglio il funzionamento e governarne l’evoluzione. E imparare, da parte degli utenti, a interagire.

Un buon esempio viene dall’Università Bocconi di Milano, dove il Rettore Francesco Billari ha appena annunciato l’introduzione di un nuovo corso, di “Scienze Cognitive e comportamento umano” che sarà introdotto nel ‘27 e dovrà essere seguito da tutti gli studenti bocconiani, per “studiare, con l’AI, l’intelligenza umana e mettere l’uomo al centro” (QN/ Il Giorno, 27 gennaio). Aggiunge Billari: “Apriremo centri scientifici di ricerca, anche per elaborare criteri di valutazione scientifica di impatto delle politiche sociali e verificare le conseguenze dell’applicazione dell’AI nelle scienze sociali”.

Anche questo, a pensarci bene, è una buona applicazione dei consigli di Rodari: costruire “una buona educazione” e lavorare su parole consapevoli. Ricordando anche la lezione civile di Robert Putnam: la democrazia richiede deliberazione e interazione diretta tra cittadini, senza la quale “lo spazio pubblico si riduce a una comodità tecnologica che ci rende, paradossalmente, più connessi ma profondamente soli e politicamente inerti” (Paolo Benanti, Il Sole24Ore, 28 gennaio).

L’erosione silenziosa delle istituzioni è il rischio che abbiamo davanti. Una AI nutrita con tutto il vocabolario legato alla Costituzione può essere un’ancora, ancorché fragile, di salvezza.

(foto Getty Images)

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