Le reazioni dell’Europa: dagli accordi Mercosur e India alla proposta di Draghi per un “federalismo pragmatico”
“Il vecchio mondo sta morendo. E il mondo nuovo lotta per nascere. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Questa frase di Antonio Gramsci, tratta dai “Quaderni dal carcere” fa da epigrafe di uno dei più bei film degli ultimi anni Settanta del Novecento, il “Don Giovanni “ di Wolfgang Mozart, diretto da Joseph Losey (magnifici il tenore Ruggero Raimondi e la soprano Kiri Te Kanawa, ottima la direzione d’orchestra di Loris Maazel). E quell’epigrafe è perfetta, non solo per il film quanto per il riferimento politico più generale cui rimanda e che, proprio oggi, rivela una straordinaria attualità.
Il “nuovo mondo” auspicato da Gramsci generò una Rivoluzione d’Ottobre capace di nutrire grande speranze e ambiziosi sogni di riscatto e di progresso sociale, ma alimentò soprattutto a Mosca l’incubo della dittatura sovietica (vale la pena rileggere, tra i tanti, Vladimir Majakovskij e Osip Mandel’štam, oltre che proprio Gramsci, per averne vivide testimonianze).
La citazione di Losey, invece, con un’acrobazia poetica, sposta tempi e aspettative. E pone al centro della scena quella stagione straordinaria che va dall’inizio del Secolo dei Lumi (con gli stimoli della “Civiltà della conversazione”, così ben raccontata da Benedetta Craveri, un mondo connotato da donne volitive, colte e intelligenti) alla Rivoluzione Francese e alla nascita di quell’Europa dei diritti e delle libertà che ancora oggi segna la nostra coscienza politica e civile.
Don Giovanni, il protagonista dell’opera di Mozart, è un libertino, più che un libertario o un liberale, un uomo incline al piacere senza timori morali. Ma in quel Settecento, liberalismo, libertinismo, ansie libertarie, passione per le idee nuove e inconsuete convivono in una straordinaria e a tratti insopportabile miscela (guardare attentamente la mostra organizzata su Casanova alla Fondazione Cini a Venezia per averne conferme).
E il modo con cui Don Giovanni apre le porte del palazzo per una sontuosa festa è accompagnato da un possente coro ripetuto due volte, “Viva la libertà”, che riguarda tanto le passioni della Ragione e niente affatto la mancanza di scrupoli etici e civili. Mozart, d’altronde, è un convinto massone, un liberale. Don Giovanni, privo di scrupoli, finirà all’inferno. E “il Mondo nuovo” che versi e musica evocano sarà davvero nuovo: le libertà, i diritti dell’uomo, la ricerca, i prodromi della democrazia, la nostra civiltà.
Vale la pena ricordarsene, di quel motto gramsciano riletto alla Losey-Mozart, anche per ragionare sulla difficilissima stagione che stiamo vivendo. L’Europa dei saloni scintillanti d’arguzia negli Hôtel Particulier del Marais, con le dispute di Voltaire e Diderot e dei loro amati ospiti napoletani come l’abate Galliani e l’economista Antonio Genovesi. non segnano più il tempo delle nuove idee. E le “conversazioni” brillanti e colte, anche nel palazzi del potere di Bruxelles e delle altre capitali europee hanno lasciato il posto alle chiacchiere sciatte del peggior populismo.
Adieu Europe, allora? Tutt’altro. È sempre tempo di intonare il coro “Viva la Libertà”. L’Europa liberale ha ancora oggi, nonostante tutto, uno spazio di vita. Una cultura. Un potere. Una Ragione. “Contro gli imperi l’Europa è sola con la sua libertà”, nota giustamente Antonio Scurati su la Repubblica (4 febbraio), definendo la solitudine come un’ottima occasione per fare da “ponte tra civiltà”, memore della lezione culturale e civile di Peter Burke della “esplosione del sapere”.
Ecco il punto. Dopo la recente stagione intimidita degli insulti all’Europa da parte degli Imperi Usa, Cina e Russia e delle Big Tech (intolleranti di regole, limiti e ragionamenti critici, su cui sapientemente la Ue e la Gran Bretagna si stanno muovendo. Corriere della Sera, 6 febbraio), da qualche tempo a questa parte l’Europa o almeno certi protagonisti della vita di Bruxelles e di alcuni circoli politici di paesi europei hanno deciso di fare mosse sensate, intelligenti, accorte per evitare di continuare a subire aggressioni e insulti.
La firma del Trattato con il Mercosur, per reciproci consistenti vantaggi economici, per esempio. E poi quello sulle buone relazioni commerciali con l’India, che ha subito spinto Trump a muoversi sulla strada di accordi con New Delhi che fino a ieri negava. E – piccolo capolavoro politico – il no netto pronunciato da Mark Carney, premier del Canada (un politico che Trump e i suoi hanno sempre visto come il fumo negli occhi) contro la doppia opzione proposta dagli Usa sulla Groenlandia: o la compriamo o la invadiamo.
Carney gli ha sventolato sotto il naso un piccolo libro denso di intelligenza e moralità, “Il potere dei senza potere”, un dialogo con Vàclav Havel, ex intellettuale di punta del dissenso anticomunista e poi saggio presidente della Federazione Cecoslovacca, un ragionamento sapiente sulla forza delle buone idee contro la prepotenza della forza priva di ideali e di valori morali. Trump fa un passo indietro, le buone ragioni della difesa della spazio europeo, facendo leva sulla Groenlandia, restano salde nelle mani della Nato.
Troppo poco per parlare di un’Europa che si riprende d’animo? No. Perché da Lovanio, in occasione della cerimonia per la laurea Honoris Causa dell’ateneo belga, Mario Draghi ha rilanciato l’idea di una “federazione europea: così diventerà una potenza”. Infatti “L’ordine globale è morto, gli Usa stanno cercando il predominio. Ora serve pragmatismo: avanti con i partner disponibili nei settori dove si può progredire” (La Stampa, 3 febbraio). “Federalismo pragmatico”, titola IlSole24Ore (3 febbraio); “Nuovi equilibri in Europa. L’Italia ora può contare”, commenta con sagacia Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera, sottolineando “un cambio di passo a Berlino” (6 febbraio).
Da tempo, Draghi insiste sulla necessità che l’Europa si doti di una sua politica sui temi della sicurezza (e dunque della difesa), delle tecnologie, della ricerca scientifica e dell’innovazione, della politica industriale e della formazione (tutti temi collegati per un’Europa che voglia continuare a difendere i suoi primati industriali e produttivi e dunque anche i suoi valori politici, sociali e civili). Adesso alza la voce. E si prepara a rilanciare nei prossimi giorni il suo programma sulla Competitività davanti al Consiglio Europeo, insieme ad Enrico Letta sul mercato comune. E proprio da Letta viene un’importante anticipazione: “La Ue deve rompere gli schemi con decisioni rapide e cooperazione” (IlSole24Ore, 6 febbraio).
Il tempo dei piccoli passi prudenti, degli staterelli che frenano, dei micronazionalismi forti di paralizzanti diritti di veto (o di vere e proprie complicità con i nemici dell’Europa, come le sintonie tra Orban e Putin) sembra proprio finito. Pena il degrado stesso dell’Europa come colonia o come mercato di consumo da saccheggiare e umiliare a piacimento.
Commenta Patrizio Bianchi (IlSole24Ore, 5 febbraio): “L’”Europa deve passare da quest’unione poco più che confederale a essere una vera federazione che, pur lasciando spazio ai governi nazionali e locali, metta insieme coerentemente le proprie scelte unitarie in materia di politica estera, difesa ed economia, uscendo dalla duplice trappola dell’unanimismo interno e della sottomissione negli Usa”.
Si può fare? Con difficoltà. Ma si può fare. Anche l’Euro, se ce ne ricordiamo bene, nacque per volontà di un piccolo gruppo di paesi, una dozzina (e l’Italia fece giustamente di tutto per essere in prima linea). Gli altri seguirono. E la moneta unica è stata uno dei più grandi successi di politica (non solo di politica monetaria), che la storia contemporanea ricordi.
Il rapporto con gli Usa resta naturalmente fondamentale. Così come il dialogo con la Cina. E un sistema di buone relazioni multilaterali con l’America Latina, i Paesi del Golfo, l’Africa e, perché no? la Russia una volta che sarà stata capace di uscire dall’inferno ucraino in cui si è cacciata,. L’obiettivo è evidente: una politica estera, una politica della sicurezza, una politica economica e commerciale dell’Europa. Partendo da chi ci sta.
La lezione di Draghi e Letta è chiara (così com’era chiaro il federalismo europeo del Manifesto di Ventotene scritto da Eugenio Colorni, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e sostenuto dalle “madri dell’Europa” Ursula Hirshmann e Ada Rossi, oltre che da Simone Weil e Hannah Arendt).
Federalismo pragmatico e ambiziosa intelligenza politica. Di certo, non si può restare imprigionati tra mondo vecchio e mondo nuovo. Perché lì, davvero, tra ombre, miserie politiche e paure, cresce il sonno della ragione e genera mostri.
(foto Getty Images)
“Il vecchio mondo sta morendo. E il mondo nuovo lotta per nascere. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Questa frase di Antonio Gramsci, tratta dai “Quaderni dal carcere” fa da epigrafe di uno dei più bei film degli ultimi anni Settanta del Novecento, il “Don Giovanni “ di Wolfgang Mozart, diretto da Joseph Losey (magnifici il tenore Ruggero Raimondi e la soprano Kiri Te Kanawa, ottima la direzione d’orchestra di Loris Maazel). E quell’epigrafe è perfetta, non solo per il film quanto per il riferimento politico più generale cui rimanda e che, proprio oggi, rivela una straordinaria attualità.
Il “nuovo mondo” auspicato da Gramsci generò una Rivoluzione d’Ottobre capace di nutrire grande speranze e ambiziosi sogni di riscatto e di progresso sociale, ma alimentò soprattutto a Mosca l’incubo della dittatura sovietica (vale la pena rileggere, tra i tanti, Vladimir Majakovskij e Osip Mandel’štam, oltre che proprio Gramsci, per averne vivide testimonianze).
La citazione di Losey, invece, con un’acrobazia poetica, sposta tempi e aspettative. E pone al centro della scena quella stagione straordinaria che va dall’inizio del Secolo dei Lumi (con gli stimoli della “Civiltà della conversazione”, così ben raccontata da Benedetta Craveri, un mondo connotato da donne volitive, colte e intelligenti) alla Rivoluzione Francese e alla nascita di quell’Europa dei diritti e delle libertà che ancora oggi segna la nostra coscienza politica e civile.
Don Giovanni, il protagonista dell’opera di Mozart, è un libertino, più che un libertario o un liberale, un uomo incline al piacere senza timori morali. Ma in quel Settecento, liberalismo, libertinismo, ansie libertarie, passione per le idee nuove e inconsuete convivono in una straordinaria e a tratti insopportabile miscela (guardare attentamente la mostra organizzata su Casanova alla Fondazione Cini a Venezia per averne conferme).
E il modo con cui Don Giovanni apre le porte del palazzo per una sontuosa festa è accompagnato da un possente coro ripetuto due volte, “Viva la libertà”, che riguarda tanto le passioni della Ragione e niente affatto la mancanza di scrupoli etici e civili. Mozart, d’altronde, è un convinto massone, un liberale. Don Giovanni, privo di scrupoli, finirà all’inferno. E “il Mondo nuovo” che versi e musica evocano sarà davvero nuovo: le libertà, i diritti dell’uomo, la ricerca, i prodromi della democrazia, la nostra civiltà.
Vale la pena ricordarsene, di quel motto gramsciano riletto alla Losey-Mozart, anche per ragionare sulla difficilissima stagione che stiamo vivendo. L’Europa dei saloni scintillanti d’arguzia negli Hôtel Particulier del Marais, con le dispute di Voltaire e Diderot e dei loro amati ospiti napoletani come l’abate Galliani e l’economista Antonio Genovesi. non segnano più il tempo delle nuove idee. E le “conversazioni” brillanti e colte, anche nel palazzi del potere di Bruxelles e delle altre capitali europee hanno lasciato il posto alle chiacchiere sciatte del peggior populismo.
Adieu Europe, allora? Tutt’altro. È sempre tempo di intonare il coro “Viva la Libertà”. L’Europa liberale ha ancora oggi, nonostante tutto, uno spazio di vita. Una cultura. Un potere. Una Ragione. “Contro gli imperi l’Europa è sola con la sua libertà”, nota giustamente Antonio Scurati su la Repubblica (4 febbraio), definendo la solitudine come un’ottima occasione per fare da “ponte tra civiltà”, memore della lezione culturale e civile di Peter Burke della “esplosione del sapere”.
Ecco il punto. Dopo la recente stagione intimidita degli insulti all’Europa da parte degli Imperi Usa, Cina e Russia e delle Big Tech (intolleranti di regole, limiti e ragionamenti critici, su cui sapientemente la Ue e la Gran Bretagna si stanno muovendo. Corriere della Sera, 6 febbraio), da qualche tempo a questa parte l’Europa o almeno certi protagonisti della vita di Bruxelles e di alcuni circoli politici di paesi europei hanno deciso di fare mosse sensate, intelligenti, accorte per evitare di continuare a subire aggressioni e insulti.
La firma del Trattato con il Mercosur, per reciproci consistenti vantaggi economici, per esempio. E poi quello sulle buone relazioni commerciali con l’India, che ha subito spinto Trump a muoversi sulla strada di accordi con New Delhi che fino a ieri negava. E – piccolo capolavoro politico – il no netto pronunciato da Mark Carney, premier del Canada (un politico che Trump e i suoi hanno sempre visto come il fumo negli occhi) contro la doppia opzione proposta dagli Usa sulla Groenlandia: o la compriamo o la invadiamo.
Carney gli ha sventolato sotto il naso un piccolo libro denso di intelligenza e moralità, “Il potere dei senza potere”, un dialogo con Vàclav Havel, ex intellettuale di punta del dissenso anticomunista e poi saggio presidente della Federazione Cecoslovacca, un ragionamento sapiente sulla forza delle buone idee contro la prepotenza della forza priva di ideali e di valori morali. Trump fa un passo indietro, le buone ragioni della difesa della spazio europeo, facendo leva sulla Groenlandia, restano salde nelle mani della Nato.
Troppo poco per parlare di un’Europa che si riprende d’animo? No. Perché da Lovanio, in occasione della cerimonia per la laurea Honoris Causa dell’ateneo belga, Mario Draghi ha rilanciato l’idea di una “federazione europea: così diventerà una potenza”. Infatti “L’ordine globale è morto, gli Usa stanno cercando il predominio. Ora serve pragmatismo: avanti con i partner disponibili nei settori dove si può progredire” (La Stampa, 3 febbraio). “Federalismo pragmatico”, titola IlSole24Ore (3 febbraio); “Nuovi equilibri in Europa. L’Italia ora può contare”, commenta con sagacia Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera, sottolineando “un cambio di passo a Berlino” (6 febbraio).
Da tempo, Draghi insiste sulla necessità che l’Europa si doti di una sua politica sui temi della sicurezza (e dunque della difesa), delle tecnologie, della ricerca scientifica e dell’innovazione, della politica industriale e della formazione (tutti temi collegati per un’Europa che voglia continuare a difendere i suoi primati industriali e produttivi e dunque anche i suoi valori politici, sociali e civili). Adesso alza la voce. E si prepara a rilanciare nei prossimi giorni il suo programma sulla Competitività davanti al Consiglio Europeo, insieme ad Enrico Letta sul mercato comune. E proprio da Letta viene un’importante anticipazione: “La Ue deve rompere gli schemi con decisioni rapide e cooperazione” (IlSole24Ore, 6 febbraio).
Il tempo dei piccoli passi prudenti, degli staterelli che frenano, dei micronazionalismi forti di paralizzanti diritti di veto (o di vere e proprie complicità con i nemici dell’Europa, come le sintonie tra Orban e Putin) sembra proprio finito. Pena il degrado stesso dell’Europa come colonia o come mercato di consumo da saccheggiare e umiliare a piacimento.
Commenta Patrizio Bianchi (IlSole24Ore, 5 febbraio): “L’”Europa deve passare da quest’unione poco più che confederale a essere una vera federazione che, pur lasciando spazio ai governi nazionali e locali, metta insieme coerentemente le proprie scelte unitarie in materia di politica estera, difesa ed economia, uscendo dalla duplice trappola dell’unanimismo interno e della sottomissione negli Usa”.
Si può fare? Con difficoltà. Ma si può fare. Anche l’Euro, se ce ne ricordiamo bene, nacque per volontà di un piccolo gruppo di paesi, una dozzina (e l’Italia fece giustamente di tutto per essere in prima linea). Gli altri seguirono. E la moneta unica è stata uno dei più grandi successi di politica (non solo di politica monetaria), che la storia contemporanea ricordi.
Il rapporto con gli Usa resta naturalmente fondamentale. Così come il dialogo con la Cina. E un sistema di buone relazioni multilaterali con l’America Latina, i Paesi del Golfo, l’Africa e, perché no? la Russia una volta che sarà stata capace di uscire dall’inferno ucraino in cui si è cacciata,. L’obiettivo è evidente: una politica estera, una politica della sicurezza, una politica economica e commerciale dell’Europa. Partendo da chi ci sta.
La lezione di Draghi e Letta è chiara (così com’era chiaro il federalismo europeo del Manifesto di Ventotene scritto da Eugenio Colorni, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e sostenuto dalle “madri dell’Europa” Ursula Hirshmann e Ada Rossi, oltre che da Simone Weil e Hannah Arendt).
Federalismo pragmatico e ambiziosa intelligenza politica. Di certo, non si può restare imprigionati tra mondo vecchio e mondo nuovo. Perché lì, davvero, tra ombre, miserie politiche e paure, cresce il sonno della ragione e genera mostri.
(foto Getty Images)