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Dal potere neofeudale ai rapporti di servitù, ecco l’anima nera d’un capitalismo inaccettabile

“Capitalismo feudale” è l’efficace titolo del nuovo libro di Roberto Seghetti, giornalista economico di solida esperienza (Agi, Panorama, Paese Sera, etc), per raccontare “come liberismo e tecnocrazia hanno riportato indietro le lancette della storia”. L’ha appena pubblicato Laterza. I diritti, un tempo uguali per tutti (ah, il nobile lascito della Rivoluzione Francese e di quella americana, dopo il “Secolo dei Lumi”, una delle stagioni migliori della nostra storia politica e civile, ispirata dalla Ragione: rileggere Leonardo Sciascia e Voltaire, per averne subito acuta nostalgia), adesso sembrano scomparsi dalle Costituzioni delle liberaldemocrazie per essere invece affidati alle capricciose protezioni dei “vincenti del capitalismo”, i politici populisti e i padroni della Big Tech (Monsters, li aveva ben definiti già otto anni fa un’efficace copertina di “The Economist”, settimanale liberale della business community, mica una rivista della sinistra radicale anglosassone).

I deboli, come nuovi servi della gleba, vanno in cerca di un padrone, che decide, autoritariamente “chi ha le carte e chi invece no” per il Nuovo grande gioco globale del potere, una sorta di Risiko cattivo in cui il più forte (già avvantaggiato in partenza dal numero di cannoni, soldati e carri armati), prende subito tutto, perfino la gelida Groenlandia, se gli va.

Quel “capitalismo feudale”, naturalmente, è l’esatto contrario del capitalismo “democratico” su cui in tanti abbiamo fatto affidamento, quello delle regole di mercato, delle norme che limitano la prepotenza dei monopoli e tutelano la simmetria dell’informazione (sempre relativa, non illudiamoci), delle leggi che puniscono gli spregiudicati “leoni di Wall Street” e i veri e propri truffatori finanziari.

Abbiamo apprezzato, insomma, il capitalismo della “economia civile” teorizzata da Antonio Genovesi, maestro del padre del liberalismo Adam Smith e della “economia giusta”, “sostenibile” e “circolare” cara sia a Papa Francesco (contro cui abbiamo appena saputo tramassero Epstein e Bannon, perché troppo amico dei deboli; la Repubblica, 15 febbraio) sia alla parte migliore della letteratura economica americana ed europea, quella che prova a conciliare democrazia liberale, economia di mercato e welfare e cioè intraprendenza, libertà, innovazione e progresso. Quella che costruisce ricchezza, insomma, ma senza bloccare la “scala sociale”.

I giornali, anche negli ultimi giorni, di questo “feudalesimo’’ offrono ottimi esempi.

Le nuove dimensioni dei misteriosi e criminali legami di sesso e d’affari tessuti da Jeffrey Epstein, il finanziere che amava dipingersi anche come un filantropo (Il Foglio, 14 febbraio), aveva una fitta rete di “intimi” (Corriere della Sera, 14 febbraio) e “teneva nella rete i manager da Wall Street agli Emirati” (Il Sole24Ore, 14 febbraio), ma anche personaggi di spicco “del mondo progressista” (Corriere della Sera, 15 febbraio: la trasversalità politica e di potere fa sempre bene agli affari, no?).

Ma c’è pure chi rifiuta il neofeudalesimo di marca Usa ma anche della Cina: “Europa Usa, lo scossone di Merz” (Corriere della Sera, 14 febbraio), a proposito di un’Europa che all’ultimo vertice in Belgio prende atto della frattura dell’Occidente e prova a organizzare un proprio progetto di sicurezza e autonomia. E ancora “Nasce la nuova alleanza atlantica: autonomia europea e divisione del fronti” ( La Stampa, 14 febbraio).

Si rimescolano poteri e alleanze. E finalmente l’Europa, facendo leva anche sui progetti sulla competitività di Mario Draghi e su quello del Mercato Unico di Enrico Letta, pur non rinnegando il legame speciale con gli Usa, prova a costruire un proprio autonomo e migliore destino: non fa da vassallo Maga ma si muove da soggetto di primo piani sullo scenario globale. Investendo, innovando, costruendo in tempi rapidi un suo schema di difesa e tessendo alleanze (l’India, il Mercosur, etc.) che le garantiscano un gioco più ampio e favorevole di quello dettato da Washington. “Non condivido le critiche di Merz ai Maga”, tiene a dire la premier italiana Giorgia Meloni, aggiungendo che “Usa e Ue devono andare insieme” (Corriere della Sera, 15 febbraio). E Jack Rubio, segretario di Stato Usa con ruolo di “colomba”, prova a mettere tutti d’accordo: “Siamo pronti a un futuro insieme”. Tanto che il Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno) ha gioco facile a titolare “Rubio tende la mano alla Ue”, anche se tutti sanno bene che le tensioni Usa-Ue, continueranno. Le tradizioni del capitalismo feudale, d’altronde, si fondano soprattutto sull’obbedienza. Anche se, naturalmente, toccherebbe alla buona politica trovare intese che non premino la prepotenza dei feudatari né umilino gli alleati malamente trattati da vassalli.

È un mondo che cambia, naturalmente. Tutto è più fragile e incerto, Ma probabilmente difendere e rilanciare culture e valori democratici della vecchia Europa (o del vecchio democratico Occidente trans Atlantico) vale più della riproposizione del neofeudalesimo, assicura maggiore stabilità, migliori equilibri economici e sociali, una compatibilità più accettabile dei divari di ricchezza, limitandone gli eccessi.

Se dall’alto della politica si scende “dappertutto e rasoterra” (per usare un’affascinante immagine del Censis) e si scava nei rapporti sociali, vengono in mente altre considerazioni per rifiutare lo schema neofeudale. Anche qui, vale la pena leggere le cronache e andare per esempi.

Gli esempi offerti da Milano proprio in questi giorni, per esempio, splendidi splendenti di medaglie d’oro e d’argento delle Olimpiadi sulla neve e di prezzi alle stelle per il bel pubblico internazionale dello sport e dello shopping condiviso tra via Montenapoleone e Cortina.

Il contraltare delle medaglie della metropoli delle “mille luci del lusso” sono i barboni che muoiono di freddo, otto vittime dall’inizio del 2026, mentre il “Corriere della Sera” e “Il Giorno” fanno campagna sulle “vittime invisibili del gelo” e il presidente dell’Opera Cardinal Ferrari, Giorgio Gualzetti, assistenza garantita dalla Chiesa ambrosiana, parla di 700 ricoveri quotidiani offerti e di servizi che non bastano a dare ospitalità a tutti: “L’inverno tragico della strada… (Il Giorno, 14 febbraio).

Al di là dei senza tetto, c’è un altro dramma sociale che occupa in questi giorni le pagine milanesi dei quotidiani. Ed è quello dei rider, le persone che portano giorno e notte cibo e altri beni a chiunque telefoni a una delle tante cooperative di servizio: oltre 5mila persone impegnate, nei casi di punta anche 9mila.

La Procura della Repubblica di Milano ha aperto un’inchiesta, per capire se si tratti di lavoro autonomo (come sostengono le società di servizio) o di lavoro subordinato, per cui servirebbero contratti, garanzie di lavoro, sicurezza, etc. Una delle società, Just Eat, ha dichiarato di essersi messa in regola, ma spesso le paghe sono inferiori a quelle contrattuali.

I dati della CGIL (Il Giorno, 12 febbraio), documentano che il 55% dei rider lavora per più piattaforme, il 72,9% lavora tra sei e sette giorni alla settimana , il 50% lavora da 7 a 10 ore al giorno, il 66% fa oltre 40 chilometri quotidiani. Il 39,8% si è infortunato almeno una volta, il 67,4&% non ha avuto alcun risarcimento. Un inferno.

Nella maggior parte dei casi i giri sono definiti da un algoritmo, chi lavora di più ha i servizi migliori.

E i contratti di lavoro? “La flessibilità è compatibile con il lavoro subordinato. E il modello Milano sta esplodendo. Si colma un vuoto di servizio, ci rimettono i lavoratori”, commenta Orsola Razzolini, docente all’Università Statale di Milano, che da anni indaga sui fenomeno (Il Giorno, 12 gennaio).

Servi della gleba, appunto. Una delle pagine più nere d’un capitalismo che assicura servizi che soddisfano esigenze reali, ma anche capricci personali (una pizza a mezzanotte) per 2,5 euro a corsa. Spesso senza neppure una mancia. Va bene così?

Prima o poi tutto salterà. E le pagine oscure di questo diffuso “capitalismo feudale” provocherà rivolte, proteste, quanto meno movimenti di coscienza.

Varrà la pena, allora, ricordarsi dell’ammonimento di chi le regole del buon capitalismo le conosce davvero. Come Larry Fink, amministratore delegato di Black Rock, la maggiore società d’investimento globale con sede a New York: “Capitalisti, attenti. Così rischiate di perdere la legittimità politica e morale. E nello schema virtuoso degli stakeholders values, la legittimità, anche solo quella etica, è fondamentale per rendere tollerabili gli squilibri del capitalismo”.

Larry Fink, parlava a Davos, alla fine di gennaio, al convegno annuale degli uomini e delle donne più potenti della finanza e dell’impresa mondiale (La Stampa, 21 gennaio). E non è nuovo Larry Fink agli avvertimenti sul degrado degli eccessi speculativi. A Davos non parlava esattamente dei rider. Ma di tutto ciò che rende inaccettabile un capitalismo che viola o aggira le regole e ne scarica i costi sui più poveri e deboli. Parla, in fin dei conti, del “capitalismo globale”. E delle sue distorsioni, adesso anche feudali. Vale la pena dedicare il massimo di attenzione alle sue parole.

(foto: Getty Images)

“Capitalismo feudale” è l’efficace titolo del nuovo libro di Roberto Seghetti, giornalista economico di solida esperienza (Agi, Panorama, Paese Sera, etc), per raccontare “come liberismo e tecnocrazia hanno riportato indietro le lancette della storia”. L’ha appena pubblicato Laterza. I diritti, un tempo uguali per tutti (ah, il nobile lascito della Rivoluzione Francese e di quella americana, dopo il “Secolo dei Lumi”, una delle stagioni migliori della nostra storia politica e civile, ispirata dalla Ragione: rileggere Leonardo Sciascia e Voltaire, per averne subito acuta nostalgia), adesso sembrano scomparsi dalle Costituzioni delle liberaldemocrazie per essere invece affidati alle capricciose protezioni dei “vincenti del capitalismo”, i politici populisti e i padroni della Big Tech (Monsters, li aveva ben definiti già otto anni fa un’efficace copertina di “The Economist”, settimanale liberale della business community, mica una rivista della sinistra radicale anglosassone).

I deboli, come nuovi servi della gleba, vanno in cerca di un padrone, che decide, autoritariamente “chi ha le carte e chi invece no” per il Nuovo grande gioco globale del potere, una sorta di Risiko cattivo in cui il più forte (già avvantaggiato in partenza dal numero di cannoni, soldati e carri armati), prende subito tutto, perfino la gelida Groenlandia, se gli va.

Quel “capitalismo feudale”, naturalmente, è l’esatto contrario del capitalismo “democratico” su cui in tanti abbiamo fatto affidamento, quello delle regole di mercato, delle norme che limitano la prepotenza dei monopoli e tutelano la simmetria dell’informazione (sempre relativa, non illudiamoci), delle leggi che puniscono gli spregiudicati “leoni di Wall Street” e i veri e propri truffatori finanziari.

Abbiamo apprezzato, insomma, il capitalismo della “economia civile” teorizzata da Antonio Genovesi, maestro del padre del liberalismo Adam Smith e della “economia giusta”, “sostenibile” e “circolare” cara sia a Papa Francesco (contro cui abbiamo appena saputo tramassero Epstein e Bannon, perché troppo amico dei deboli; la Repubblica, 15 febbraio) sia alla parte migliore della letteratura economica americana ed europea, quella che prova a conciliare democrazia liberale, economia di mercato e welfare e cioè intraprendenza, libertà, innovazione e progresso. Quella che costruisce ricchezza, insomma, ma senza bloccare la “scala sociale”.

I giornali, anche negli ultimi giorni, di questo “feudalesimo’’ offrono ottimi esempi.

Le nuove dimensioni dei misteriosi e criminali legami di sesso e d’affari tessuti da Jeffrey Epstein, il finanziere che amava dipingersi anche come un filantropo (Il Foglio, 14 febbraio), aveva una fitta rete di “intimi” (Corriere della Sera, 14 febbraio) e “teneva nella rete i manager da Wall Street agli Emirati” (Il Sole24Ore, 14 febbraio), ma anche personaggi di spicco “del mondo progressista” (Corriere della Sera, 15 febbraio: la trasversalità politica e di potere fa sempre bene agli affari, no?).

Ma c’è pure chi rifiuta il neofeudalesimo di marca Usa ma anche della Cina: “Europa Usa, lo scossone di Merz” (Corriere della Sera, 14 febbraio), a proposito di un’Europa che all’ultimo vertice in Belgio prende atto della frattura dell’Occidente e prova a organizzare un proprio progetto di sicurezza e autonomia. E ancora “Nasce la nuova alleanza atlantica: autonomia europea e divisione del fronti” ( La Stampa, 14 febbraio).

Si rimescolano poteri e alleanze. E finalmente l’Europa, facendo leva anche sui progetti sulla competitività di Mario Draghi e su quello del Mercato Unico di Enrico Letta, pur non rinnegando il legame speciale con gli Usa, prova a costruire un proprio autonomo e migliore destino: non fa da vassallo Maga ma si muove da soggetto di primo piani sullo scenario globale. Investendo, innovando, costruendo in tempi rapidi un suo schema di difesa e tessendo alleanze (l’India, il Mercosur, etc.) che le garantiscano un gioco più ampio e favorevole di quello dettato da Washington. “Non condivido le critiche di Merz ai Maga”, tiene a dire la premier italiana Giorgia Meloni, aggiungendo che “Usa e Ue devono andare insieme” (Corriere della Sera, 15 febbraio). E Jack Rubio, segretario di Stato Usa con ruolo di “colomba”, prova a mettere tutti d’accordo: “Siamo pronti a un futuro insieme”. Tanto che il Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno) ha gioco facile a titolare “Rubio tende la mano alla Ue”, anche se tutti sanno bene che le tensioni Usa-Ue, continueranno. Le tradizioni del capitalismo feudale, d’altronde, si fondano soprattutto sull’obbedienza. Anche se, naturalmente, toccherebbe alla buona politica trovare intese che non premino la prepotenza dei feudatari né umilino gli alleati malamente trattati da vassalli.

È un mondo che cambia, naturalmente. Tutto è più fragile e incerto, Ma probabilmente difendere e rilanciare culture e valori democratici della vecchia Europa (o del vecchio democratico Occidente trans Atlantico) vale più della riproposizione del neofeudalesimo, assicura maggiore stabilità, migliori equilibri economici e sociali, una compatibilità più accettabile dei divari di ricchezza, limitandone gli eccessi.

Se dall’alto della politica si scende “dappertutto e rasoterra” (per usare un’affascinante immagine del Censis) e si scava nei rapporti sociali, vengono in mente altre considerazioni per rifiutare lo schema neofeudale. Anche qui, vale la pena leggere le cronache e andare per esempi.

Gli esempi offerti da Milano proprio in questi giorni, per esempio, splendidi splendenti di medaglie d’oro e d’argento delle Olimpiadi sulla neve e di prezzi alle stelle per il bel pubblico internazionale dello sport e dello shopping condiviso tra via Montenapoleone e Cortina.

Il contraltare delle medaglie della metropoli delle “mille luci del lusso” sono i barboni che muoiono di freddo, otto vittime dall’inizio del 2026, mentre il “Corriere della Sera” e “Il Giorno” fanno campagna sulle “vittime invisibili del gelo” e il presidente dell’Opera Cardinal Ferrari, Giorgio Gualzetti, assistenza garantita dalla Chiesa ambrosiana, parla di 700 ricoveri quotidiani offerti e di servizi che non bastano a dare ospitalità a tutti: “L’inverno tragico della strada… (Il Giorno, 14 febbraio).

Al di là dei senza tetto, c’è un altro dramma sociale che occupa in questi giorni le pagine milanesi dei quotidiani. Ed è quello dei rider, le persone che portano giorno e notte cibo e altri beni a chiunque telefoni a una delle tante cooperative di servizio: oltre 5mila persone impegnate, nei casi di punta anche 9mila.

La Procura della Repubblica di Milano ha aperto un’inchiesta, per capire se si tratti di lavoro autonomo (come sostengono le società di servizio) o di lavoro subordinato, per cui servirebbero contratti, garanzie di lavoro, sicurezza, etc. Una delle società, Just Eat, ha dichiarato di essersi messa in regola, ma spesso le paghe sono inferiori a quelle contrattuali.

I dati della CGIL (Il Giorno, 12 febbraio), documentano che il 55% dei rider lavora per più piattaforme, il 72,9% lavora tra sei e sette giorni alla settimana , il 50% lavora da 7 a 10 ore al giorno, il 66% fa oltre 40 chilometri quotidiani. Il 39,8% si è infortunato almeno una volta, il 67,4&% non ha avuto alcun risarcimento. Un inferno.

Nella maggior parte dei casi i giri sono definiti da un algoritmo, chi lavora di più ha i servizi migliori.

E i contratti di lavoro? “La flessibilità è compatibile con il lavoro subordinato. E il modello Milano sta esplodendo. Si colma un vuoto di servizio, ci rimettono i lavoratori”, commenta Orsola Razzolini, docente all’Università Statale di Milano, che da anni indaga sui fenomeno (Il Giorno, 12 gennaio).

Servi della gleba, appunto. Una delle pagine più nere d’un capitalismo che assicura servizi che soddisfano esigenze reali, ma anche capricci personali (una pizza a mezzanotte) per 2,5 euro a corsa. Spesso senza neppure una mancia. Va bene così?

Prima o poi tutto salterà. E le pagine oscure di questo diffuso “capitalismo feudale” provocherà rivolte, proteste, quanto meno movimenti di coscienza.

Varrà la pena, allora, ricordarsi dell’ammonimento di chi le regole del buon capitalismo le conosce davvero. Come Larry Fink, amministratore delegato di Black Rock, la maggiore società d’investimento globale con sede a New York: “Capitalisti, attenti. Così rischiate di perdere la legittimità politica e morale. E nello schema virtuoso degli stakeholders values, la legittimità, anche solo quella etica, è fondamentale per rendere tollerabili gli squilibri del capitalismo”.

Larry Fink, parlava a Davos, alla fine di gennaio, al convegno annuale degli uomini e delle donne più potenti della finanza e dell’impresa mondiale (La Stampa, 21 gennaio). E non è nuovo Larry Fink agli avvertimenti sul degrado degli eccessi speculativi. A Davos non parlava esattamente dei rider. Ma di tutto ciò che rende inaccettabile un capitalismo che viola o aggira le regole e ne scarica i costi sui più poveri e deboli. Parla, in fin dei conti, del “capitalismo globale”. E delle sue distorsioni, adesso anche feudali. Vale la pena dedicare il massimo di attenzione alle sue parole.

(foto: Getty Images)

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