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Gli “occhi nuovi” delle donne per un’Europa più attenta ai valori delle persone e al soft power della cultura civile

“L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi”, amava dire Jean Monnet, uno dei padri dell’unità europea, Alto Commissario per la Comunità del carbone e dell’acciaio, il nucleo da cui poi sarebbero nate, crisi dopo crisi, tutte le istituzioni, dal Mercato Comune all’Unione Europea, dal Parlamento europeo alla Bce e all’euro. Vale la pena ricordare la figura di Monnet e il pragmatico ma lungimirante realismo degli altri capi di Stato e di governo che hanno dato vita all’Europa (Adenauer, De Gasperi, Schuman, Spaak, innanzitutto, e poi, nel tempo, Mitterrand, Kohl, Delors e tutti gli altri ancora), proprio nel momento in cui la Ue rischia di finire stritolata tra le spinte aggressive e le prove di forza bellica dei “grandi del mondo” (Usa e Cina, innanzitutto, ma anche la Russia) e si ritrova priva di una serie di politiche comuni sulla sicurezza (e la difesa), l’energia, l’innovazione, l’industria, la ricerca scientifica e tecnologica e l’Artificial Intelligence (ne abbiamo parlato nei blog delle scorse settimane, sino a intravvedere la possibilità dell’entrata in scena di Mario Draghi).

Ma, forse, la risposta alla crisi, l’opportunità su cui fare leva, non è soltanto quella istituzionale, politica, industriale e finanziaria, pur comunque indispensabile. È indispensabile una svolta culturale e sociale.

Come nei veri viaggi di scoperta, servono soprattutto “occhi nuovi, per vedere”. E dunque per ripensare l’Europa e trovare risposte alle fratture e ai rischi. “Rammendare” le lacerazioni. Migliorare gli equilibri. Ecco: servono gli occhi delle donne. E quelli delle nuove generazioni.

Proviamo un percorso eccentrico, diverso ma non alternativo a quello istituzionale. Una ricostruzione e un rilancio di valori e idee forti d’un migliore futuro. E partiamo da una figura apparentemente minore, nella grande storia europea. Quella di Ursula Hirschmann.

Famiglia ebrea tedesca benestante e di grande spessore intellettuale (suo fratello, Albert, diventerà presto uno dei maggiori economisti europei). Ursula si ritrova a seguire al confino, nell’isola di Ventotene, il marito Eugenio Colorni e gli altri due amici antifascisti, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi (e sua moglie Ada), appassionati, proprio in quei terribili ultimi anni Trenta, di una idea possibile per una nuova Europa.

Dai loro dialoghi nascerà il “Manifesto di Ventotene”, che tanta capacità di incidere e stimolare intelligenze e volontà politiche di riscatto avrà negli anni successivi, sino a ieri. E sarà proprio Ursula, l’unica non condannata al confino e dunque libera di viaggiare, a diffondere le prime copie clandestine del “Manifesto” e a stimolarne il dibattito.

Ucciso Colorni da una banda di nazifascisti durante la Resistenza, Ursula sarà la compagna e poi la moglie di Altiero Spinelli (e una figlia, Eva, sposerà Amartya Sen, premio Nobel per l’economia). Idee, passioni politiche, sguardi generosi sul futuro, un’idea forte della responsabilità culturale e civile. Per anni, proprio Ursula, sarà l’animatrice del gruppo “Femmes pour l’Europe”, particolarmente attivo sui temi dei diritti e dell’impegno politico di rinnovamento delle istituzioni.

Ricordare Ursula Hirschmann e ripensare al Manifesto di Ventotene (attualissimo, come ha ricordato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al netto di alcune schematicità legate al momento storico contingente in cui è stato elaborato) può significare, oggi, porsi una questione di fondo: come coinvolgere il più possibile, proprio nel dibattito sul rinnovamento e il rilancio delle istituzioni europee, le donne, la loro intelligenza progettuale, le loro capacità creative e di gestione della complessità, soprattutto le nuove generazioni.

Ecco un punto chiave. Fare storia, ricordando le “madri dell’Europa”. E trovare così radici robuste al ruolo femminile nelle attuali istituzioni europee.

Parlare delle elaborazioni politiche di Anna Kuliscioff e del suo socialismo umanitario, di Simone Weil, di Hannah Arendt e di Sophie Scholl (che con l’associazione “La Rosa Bianca” sfida apertamente il nazismo). Ricordare Maria De Unterrichter Jervolino, la più attiva tra le 21 donne elette nel 1946 all’Assemblea Costituente italiana, sostenitrice delle cause delle donne, dell’educazione e dell’unità europea. E raccontare come non siano mancate, naturalmente, nel corso della storia europea, le grandi donne ai vertici delle istituzioni UE e dei governi nazionali più impegnati. Louise Weiss, che nel 1979 apre la prima seduta del Parlamento Europeo parlando di pace e la stessa presidentessa di quel Parlamento, Simon Weil. Sofia Corradi, l’inventrice dell’Erasmus, che ha insegnato a milioni di giovani come e perché essere e sentirsi “europei”, frequentando scuole comuni. Per arrivare infine all’attualità di Ursula von der Leyen e Roberta Metsola e di Christine Lagarde alla Bce. La figura di Emma Bonino ha ancora una forte rilevanza. E donne di governi nazionali (Angela Merkel in Germania per lunghissimo tempo, Giorgia Meloni oggi in Italia) hanno avuto o hanno un ruolo forte, per tenere l’Europa ancorata ai suoi valori democratici, ai suoi principi e alle sue alleanze atlantiche.

Ma qui il discorso da fare per la ripresa dell’Europa è più ampio della presenza femminile ai vertici della Ue. E va discusso, semmai, con impegno, il come imparare a usare il soft power delle donne attivamente dentro il processo di rilancio di nuove idee, nuovi linguaggi, nuove culture dei diritti e delle responsabilità, nuovi orizzonti, nuove riforme di partecipazione e di governance.

Proprio il loro soft power, infatti, ha alcune caratteristiche particolari rispetto agli schemi teorizzati da Joseph Nye e applicati a lungo, e con un buon grado di successo, alle relazioni internazionali, se cultura, dialogo, confronto, rispetto per le diversità sono valori forti, tipici delle democrazie e da mettere a disposizione del confronto politico internazionale.

Quello femminile è un soft power sensibile alla capacità di “farsi carico” e ai valori della “cura”. Un soft power da economia civile e circolare. Un soft power da “economia generativa” e sostenibile. Un soft power da valori di comunità. Tutto il contrario della politica aggressiva, muscolare, militarizzata, darwiniana e narcisista che occupa purtroppo la scena contemporanea del mondo (sui guasti del narcisismo, peraltro un mito di vanità, solitudine, impotenza e morte, abbiamo scritto più volte in questo blog).

E ancora: le idee delle capability di Martha Nussbaum e cioè della necessità di fare leva su istruzione, salute, qualità della vita degna. E le implicazioni di una demografia che tragga stimoli dalle condizioni dello sviluppo sostenibile e non dal primato della forza finanziaria e tecnologica della finanza e delle Big Tech. Un’Europa più femminile. Dunque, più attenta alle persone.

Non si tratta solo di attenzione alle differenze e ai valori di genere. Ma di cura per la qualità della vita, del futuro, dell’ambiente, delle città, della famiglia nelle sue varie forme storicamente assunte. Temi trasversali, su cui però letteratura, impostazioni economiche, cultura di fondo hanno proprio nelle donne interlocutrici fondamentali. Anche perché sanno usare parole come gentilezza, amore, attenzione, affettuosità, comprensione, dialogo, solidarietà, riconoscimento “dell’altro” con maggior incidenza e maggiore pertinenza di quanto non sappia fare il tradizionale lessico delle relazioni maschili. Sanno avere a disposizione strumenti per provare a riformare la politica, come scienza e governo della polis.

Penso, insomma, per fare esempi di vita quotidiana, alle qualità civili e personali delle donne italiane, oramai capaci di aver sfondato il “tetto di cristallo” (anche se molto resta ancora da fare) e più che mai responsabili, attente e attive nei loro mondi professionali: presiedono corti giudiziarie e università, hanno responsabilità di governo, amministrative e politiche, guidano imprese anche di rilevanti dimensioni (e proprio le imprese sono non solo soggetti economici con forte vocazione produttiva, ma anche attori sociali e culturali di spessore), dirigono ed editano quotidiani e periodici di prestigio e peso nazionale, amministrano importanti case editrici, organizzano teatri, hanno la responsabilità di delicati uffici pubblici, hanno presieduto la Rai e sono ai vertici di altre istituzioni televisive e del cinema. Sono scienziate e ricercatrici di rilievo internazionale, possono vantare un peso professionale, intellettuale e di indirizzo dell’opinione pubblica di notevole importanza e incisività, intervenendo, con competenza e rigore, su tutti i grandi temi del discorso pubblico. Leggono (molto più degli uomini) e scrivono bene, con linguaggio originale e profonda attenzione di equilibrato giudizio. È il loro sguardo, competente e profondo e “leggero” (sono le migliori eredi di Italo Calvino), in parte estraneo ai tradizionali stilemi del potere maschile e sensibile alle relazioni tra questioni economiche e ricadute sociali e personali, che serve a ridare spessore e umanità all’Europa. E a fare da guida alle nuove generazioni di trentenni e di ventenni, tra università e ingresso nel mondo del lavoro.

C’è un’eredità, da prendere in mano. E cioè l’ultimo discorso di Aldo Moro in Parlamento, il 28 febbraio 1978, pochi giorni prima di essere sequestrato e poi ucciso dalle Brigate Rosse: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se non nascerà un nuovo senso del dovere”.

È uno dei passaggi più alti del discorso pubblico non solo di quel terribili anni Settanta “di piombo”, ma dell’intera storia della Repubblica. E oggi va riletto, proprio con “occhi nuovi”, soprattutto dalle ragazze e più in generale dalle nuove generazioni, cui tocca studiare e approfondire lucidamente e criticamente la nostra storia, tenendo presenti anche le lezioni di due grandi donne delle istituzioni del tempo, Tina Anselmi (democristiana, seguace di Moro, prima donna ministro nella storia della Repubblica) e Nilde Jotti, (comunista, a lungo prima presidentessa della Camera dei deputati).

Io, come gli anziani, sto a guardare, ricordare e pensare. Pensare alle mie nipoti Iolanda, Olivia e Sveva (e sì, anche a te, piccolo Emilio, prima che tu dica “E io?). Così come tutti i nonni e le nonne pensano ai loro e alle loro nipoti. Non solo con dolcezza, ma con un forte senso di responsabilità. Che Europa, democratica e civile, si prepara, anche con le nostre antiche eppur abili mani, per loro?

C’è un ostacolo da superare, proprio perché questo contributo femminile possa avere agibilità politica e condizioni necessarie per essere esplicato. L’ostacolo è il gender gap. Le scelte da fare sono le politiche per la natalità, il lavoro, i servizi, la partecipazione. Il buon governo civile.

I giornali migliori ne scrivono da tempo. Le scelte politiche, di governo e di investimenti pubblici, non se ne curano a sufficienza.

Un’inchiesta per tutte, la più recente, sulla condizione femminile. È del “Quotidiano Nazionale” (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno, 19 dicembre, su dati dell’Università di Padova). Il titolo è esemplare: l’Italia “Non è un Paese per madri”. Si documenta come nel ‘24 si sia toccato il minimo storico delle nascite, poco meno di 370 mila e nel ‘25 si scenda ancora, con un’età media al parto salita a 32,6 anni E si nota che sono “senza figli il 45,4% delle donne tra i 18 e i 49 anni”. E se la maternità è naturalmente un diritto ma non un obbligo né la sua mancanza può essere uno stigma sociale, su quel dato pesano molto le condizioni generali del lavoro, dei salari, dei servizi, del costo dell’abitazione.

Ancora qualche dato, sulle disparità di genere nel mondo del lavoro: le donne senza figli che lavorano sono il 68,9%, le donne madri che lavorano sono il 65,6% con un figlio minore e solo il 60,1% con due o più figli.

Demografia con una forte valenza politica, dunque. E con effetti di discriminazione, contro lo stesso dettato della Costituzione. Da affrontare. Rapidamente.

La strada torna all’Europa e al peso necessario delle donne. Next Generation Ue, il maggior stanziamento europeo sui temi della crescita, della formazione e della qualità della vita, non ha risposto se non in parte alle aspettative per cui era stato pensato, voluto, finanziato dal Parlamento con fondi raccolti sui mercati dalla Commissione Ue. Serve, per il futuro, una voce femminile più incisiva, più determinata, più forte. Più umana.

(foto Getty Images)

“L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi”, amava dire Jean Monnet, uno dei padri dell’unità europea, Alto Commissario per la Comunità del carbone e dell’acciaio, il nucleo da cui poi sarebbero nate, crisi dopo crisi, tutte le istituzioni, dal Mercato Comune all’Unione Europea, dal Parlamento europeo alla Bce e all’euro. Vale la pena ricordare la figura di Monnet e il pragmatico ma lungimirante realismo degli altri capi di Stato e di governo che hanno dato vita all’Europa (Adenauer, De Gasperi, Schuman, Spaak, innanzitutto, e poi, nel tempo, Mitterrand, Kohl, Delors e tutti gli altri ancora), proprio nel momento in cui la Ue rischia di finire stritolata tra le spinte aggressive e le prove di forza bellica dei “grandi del mondo” (Usa e Cina, innanzitutto, ma anche la Russia) e si ritrova priva di una serie di politiche comuni sulla sicurezza (e la difesa), l’energia, l’innovazione, l’industria, la ricerca scientifica e tecnologica e l’Artificial Intelligence (ne abbiamo parlato nei blog delle scorse settimane, sino a intravvedere la possibilità dell’entrata in scena di Mario Draghi).

Ma, forse, la risposta alla crisi, l’opportunità su cui fare leva, non è soltanto quella istituzionale, politica, industriale e finanziaria, pur comunque indispensabile. È indispensabile una svolta culturale e sociale.

Come nei veri viaggi di scoperta, servono soprattutto “occhi nuovi, per vedere”. E dunque per ripensare l’Europa e trovare risposte alle fratture e ai rischi. “Rammendare” le lacerazioni. Migliorare gli equilibri. Ecco: servono gli occhi delle donne. E quelli delle nuove generazioni.

Proviamo un percorso eccentrico, diverso ma non alternativo a quello istituzionale. Una ricostruzione e un rilancio di valori e idee forti d’un migliore futuro. E partiamo da una figura apparentemente minore, nella grande storia europea. Quella di Ursula Hirschmann.

Famiglia ebrea tedesca benestante e di grande spessore intellettuale (suo fratello, Albert, diventerà presto uno dei maggiori economisti europei). Ursula si ritrova a seguire al confino, nell’isola di Ventotene, il marito Eugenio Colorni e gli altri due amici antifascisti, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi (e sua moglie Ada), appassionati, proprio in quei terribili ultimi anni Trenta, di una idea possibile per una nuova Europa.

Dai loro dialoghi nascerà il “Manifesto di Ventotene”, che tanta capacità di incidere e stimolare intelligenze e volontà politiche di riscatto avrà negli anni successivi, sino a ieri. E sarà proprio Ursula, l’unica non condannata al confino e dunque libera di viaggiare, a diffondere le prime copie clandestine del “Manifesto” e a stimolarne il dibattito.

Ucciso Colorni da una banda di nazifascisti durante la Resistenza, Ursula sarà la compagna e poi la moglie di Altiero Spinelli (e una figlia, Eva, sposerà Amartya Sen, premio Nobel per l’economia). Idee, passioni politiche, sguardi generosi sul futuro, un’idea forte della responsabilità culturale e civile. Per anni, proprio Ursula, sarà l’animatrice del gruppo “Femmes pour l’Europe”, particolarmente attivo sui temi dei diritti e dell’impegno politico di rinnovamento delle istituzioni.

Ricordare Ursula Hirschmann e ripensare al Manifesto di Ventotene (attualissimo, come ha ricordato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al netto di alcune schematicità legate al momento storico contingente in cui è stato elaborato) può significare, oggi, porsi una questione di fondo: come coinvolgere il più possibile, proprio nel dibattito sul rinnovamento e il rilancio delle istituzioni europee, le donne, la loro intelligenza progettuale, le loro capacità creative e di gestione della complessità, soprattutto le nuove generazioni.

Ecco un punto chiave. Fare storia, ricordando le “madri dell’Europa”. E trovare così radici robuste al ruolo femminile nelle attuali istituzioni europee.

Parlare delle elaborazioni politiche di Anna Kuliscioff e del suo socialismo umanitario, di Simone Weil, di Hannah Arendt e di Sophie Scholl (che con l’associazione “La Rosa Bianca” sfida apertamente il nazismo). Ricordare Maria De Unterrichter Jervolino, la più attiva tra le 21 donne elette nel 1946 all’Assemblea Costituente italiana, sostenitrice delle cause delle donne, dell’educazione e dell’unità europea. E raccontare come non siano mancate, naturalmente, nel corso della storia europea, le grandi donne ai vertici delle istituzioni UE e dei governi nazionali più impegnati. Louise Weiss, che nel 1979 apre la prima seduta del Parlamento Europeo parlando di pace e la stessa presidentessa di quel Parlamento, Simon Weil. Sofia Corradi, l’inventrice dell’Erasmus, che ha insegnato a milioni di giovani come e perché essere e sentirsi “europei”, frequentando scuole comuni. Per arrivare infine all’attualità di Ursula von der Leyen e Roberta Metsola e di Christine Lagarde alla Bce. La figura di Emma Bonino ha ancora una forte rilevanza. E donne di governi nazionali (Angela Merkel in Germania per lunghissimo tempo, Giorgia Meloni oggi in Italia) hanno avuto o hanno un ruolo forte, per tenere l’Europa ancorata ai suoi valori democratici, ai suoi principi e alle sue alleanze atlantiche.

Ma qui il discorso da fare per la ripresa dell’Europa è più ampio della presenza femminile ai vertici della Ue. E va discusso, semmai, con impegno, il come imparare a usare il soft power delle donne attivamente dentro il processo di rilancio di nuove idee, nuovi linguaggi, nuove culture dei diritti e delle responsabilità, nuovi orizzonti, nuove riforme di partecipazione e di governance.

Proprio il loro soft power, infatti, ha alcune caratteristiche particolari rispetto agli schemi teorizzati da Joseph Nye e applicati a lungo, e con un buon grado di successo, alle relazioni internazionali, se cultura, dialogo, confronto, rispetto per le diversità sono valori forti, tipici delle democrazie e da mettere a disposizione del confronto politico internazionale.

Quello femminile è un soft power sensibile alla capacità di “farsi carico” e ai valori della “cura”. Un soft power da economia civile e circolare. Un soft power da “economia generativa” e sostenibile. Un soft power da valori di comunità. Tutto il contrario della politica aggressiva, muscolare, militarizzata, darwiniana e narcisista che occupa purtroppo la scena contemporanea del mondo (sui guasti del narcisismo, peraltro un mito di vanità, solitudine, impotenza e morte, abbiamo scritto più volte in questo blog).

E ancora: le idee delle capability di Martha Nussbaum e cioè della necessità di fare leva su istruzione, salute, qualità della vita degna. E le implicazioni di una demografia che tragga stimoli dalle condizioni dello sviluppo sostenibile e non dal primato della forza finanziaria e tecnologica della finanza e delle Big Tech. Un’Europa più femminile. Dunque, più attenta alle persone.

Non si tratta solo di attenzione alle differenze e ai valori di genere. Ma di cura per la qualità della vita, del futuro, dell’ambiente, delle città, della famiglia nelle sue varie forme storicamente assunte. Temi trasversali, su cui però letteratura, impostazioni economiche, cultura di fondo hanno proprio nelle donne interlocutrici fondamentali. Anche perché sanno usare parole come gentilezza, amore, attenzione, affettuosità, comprensione, dialogo, solidarietà, riconoscimento “dell’altro” con maggior incidenza e maggiore pertinenza di quanto non sappia fare il tradizionale lessico delle relazioni maschili. Sanno avere a disposizione strumenti per provare a riformare la politica, come scienza e governo della polis.

Penso, insomma, per fare esempi di vita quotidiana, alle qualità civili e personali delle donne italiane, oramai capaci di aver sfondato il “tetto di cristallo” (anche se molto resta ancora da fare) e più che mai responsabili, attente e attive nei loro mondi professionali: presiedono corti giudiziarie e università, hanno responsabilità di governo, amministrative e politiche, guidano imprese anche di rilevanti dimensioni (e proprio le imprese sono non solo soggetti economici con forte vocazione produttiva, ma anche attori sociali e culturali di spessore), dirigono ed editano quotidiani e periodici di prestigio e peso nazionale, amministrano importanti case editrici, organizzano teatri, hanno la responsabilità di delicati uffici pubblici, hanno presieduto la Rai e sono ai vertici di altre istituzioni televisive e del cinema. Sono scienziate e ricercatrici di rilievo internazionale, possono vantare un peso professionale, intellettuale e di indirizzo dell’opinione pubblica di notevole importanza e incisività, intervenendo, con competenza e rigore, su tutti i grandi temi del discorso pubblico. Leggono (molto più degli uomini) e scrivono bene, con linguaggio originale e profonda attenzione di equilibrato giudizio. È il loro sguardo, competente e profondo e “leggero” (sono le migliori eredi di Italo Calvino), in parte estraneo ai tradizionali stilemi del potere maschile e sensibile alle relazioni tra questioni economiche e ricadute sociali e personali, che serve a ridare spessore e umanità all’Europa. E a fare da guida alle nuove generazioni di trentenni e di ventenni, tra università e ingresso nel mondo del lavoro.

C’è un’eredità, da prendere in mano. E cioè l’ultimo discorso di Aldo Moro in Parlamento, il 28 febbraio 1978, pochi giorni prima di essere sequestrato e poi ucciso dalle Brigate Rosse: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se non nascerà un nuovo senso del dovere”.

È uno dei passaggi più alti del discorso pubblico non solo di quel terribili anni Settanta “di piombo”, ma dell’intera storia della Repubblica. E oggi va riletto, proprio con “occhi nuovi”, soprattutto dalle ragazze e più in generale dalle nuove generazioni, cui tocca studiare e approfondire lucidamente e criticamente la nostra storia, tenendo presenti anche le lezioni di due grandi donne delle istituzioni del tempo, Tina Anselmi (democristiana, seguace di Moro, prima donna ministro nella storia della Repubblica) e Nilde Jotti, (comunista, a lungo prima presidentessa della Camera dei deputati).

Io, come gli anziani, sto a guardare, ricordare e pensare. Pensare alle mie nipoti Iolanda, Olivia e Sveva (e sì, anche a te, piccolo Emilio, prima che tu dica “E io?). Così come tutti i nonni e le nonne pensano ai loro e alle loro nipoti. Non solo con dolcezza, ma con un forte senso di responsabilità. Che Europa, democratica e civile, si prepara, anche con le nostre antiche eppur abili mani, per loro?

C’è un ostacolo da superare, proprio perché questo contributo femminile possa avere agibilità politica e condizioni necessarie per essere esplicato. L’ostacolo è il gender gap. Le scelte da fare sono le politiche per la natalità, il lavoro, i servizi, la partecipazione. Il buon governo civile.

I giornali migliori ne scrivono da tempo. Le scelte politiche, di governo e di investimenti pubblici, non se ne curano a sufficienza.

Un’inchiesta per tutte, la più recente, sulla condizione femminile. È del “Quotidiano Nazionale” (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno, 19 dicembre, su dati dell’Università di Padova). Il titolo è esemplare: l’Italia “Non è un Paese per madri”. Si documenta come nel ‘24 si sia toccato il minimo storico delle nascite, poco meno di 370 mila e nel ‘25 si scenda ancora, con un’età media al parto salita a 32,6 anni E si nota che sono “senza figli il 45,4% delle donne tra i 18 e i 49 anni”. E se la maternità è naturalmente un diritto ma non un obbligo né la sua mancanza può essere uno stigma sociale, su quel dato pesano molto le condizioni generali del lavoro, dei salari, dei servizi, del costo dell’abitazione.

Ancora qualche dato, sulle disparità di genere nel mondo del lavoro: le donne senza figli che lavorano sono il 68,9%, le donne madri che lavorano sono il 65,6% con un figlio minore e solo il 60,1% con due o più figli.

Demografia con una forte valenza politica, dunque. E con effetti di discriminazione, contro lo stesso dettato della Costituzione. Da affrontare. Rapidamente.

La strada torna all’Europa e al peso necessario delle donne. Next Generation Ue, il maggior stanziamento europeo sui temi della crescita, della formazione e della qualità della vita, non ha risposto se non in parte alle aspettative per cui era stato pensato, voluto, finanziato dal Parlamento con fondi raccolti sui mercati dalla Commissione Ue. Serve, per il futuro, una voce femminile più incisiva, più determinata, più forte. Più umana.

(foto Getty Images)

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