Il ruolo dell’Europa: attrarre talenti da tutto il mondo per ricerca, innovazione, tecnologie e formazione
Andare alla ricerca del senso e del ruolo dell’Europa, nella stagione della sua radicale, drammatica crisi, quando persino i suoi ex tradizionali amici si impegnano, con sarcasmo e talvolta con disprezzo, a ribadirne l’irrilevanza. E non rassegnarsi alla previsione pessimista del “Financial Times” che la vede ridotta a un Grand Hotel, per vacanze lussuose dei nuovi ricchi e potenti del mondo.
Mario Draghi, commentando il Premio Carlo Magno, appena ricevuto per il suo impegno per l’unità europea, è costretto a commentare: “L’Europa ha molti nemici, forse più che mai, sia interni che esterni. E dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente, politicamente”. Una nuova scossa, perché l’Europa si rimetta orgogliosamente ed efficacemente in piedi, come l’attore politico che ancora non è ma che è indispensabile diventi rapidamente.
Dunque, innanzitutto, serve individuare, pur nella crisi, i punti di forza, resistenza e ripresa e cioè “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”, seguendo la lezione di Italo Calvino ne “Le città invisibili”.
Cosa non è inferno? Leggere la storia dal punto di vista delle “madri dell’Europa”, per esempio, valorizzando il soft power femminile, quella cultura delle relazioni e del governo della complessità tutta all’opposto dell’esibizione della potenza e prepotenza “maschile” oggi tanto di moda (ne abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana). Un radicale cambio di cultura politica, un “nuovo senso del dovere” e del futuro da perseguire.
Oppure seguire “il filo infinito” – un filo culturale e spirituale, un percorso di idee e valori – che porta Paolo Rumiz, nel viaggio tra le abbazie benedettine (proprio quelle in cui, seguendo la regola di San Benedetto dell’ora et labora, sono nate le radici dell’Europa) a cercare di capire come muoversi nel tempo del “disfacimento” e dell’attacco “all’Europa dei diritti”, verificando pure come costruire “un argine alla sua dissoluzione”, una ragione spirituale, culturale, civile e dunque anche politica. E trovandone un’ipotesi: “Nel mio vagabondare ho scoperto di pensare cristiano, ma cristiano in quanto greco, appartenente alla civiltà della parola libera, dell’ascolto paziente, della perpetua ricerca del vero e della supremazia del dia logos sulle tentazioni veterotestamentarie della spada e della vendetta”, “il cristianesimo sinodale e democratico delle origini” (de “Il filo infinito” è appena uscita una nuova edizione Feltrinelli, da leggere con appassionata attenzione). Una radicale rilettura di metodi e culture dello stare insieme, una “spiritualità” cui informare scelte e relazioni, una dimensione di valori civili (la polis, la civitas…) che non potranno non ispirare una nuova buona politica e una religiosità dialogante, i cui valori non siano ispirati al Gott mit uns dei nuovi e vecchi oltranzisti della fede e tengano invece conto della lezione ancora viva di Papa Francesco sul bisogno di costruire ponti e non muri.
C’è anche una terza direzione verso cui muoversi, ben sapendo che le strade dense di ipotesi di buon futuro finiscono per convergere (anche questa è una lezione benedettina, sul dove fare sorgere le abbazie): quella del maggiore e migliore coinvolgimento delle nuove generazioni.
La sfida per l’Europa è chiara: investire massicciamente per diventare un polo attrattivo non solo per i suoi giovani, che sono cresciuti come “generazione Erasmus” e dunque abituati a muoversi per lavorare nei vari paesi europei considerati come un “unico mercato” (un obiettivo che sta da tempo nelle indicazioni del Rapporto curato da Enrico Letta per la Commissione Ue, accanto agli altri “mercati unici” di beni, capitali e servizi) ma anche per le ragazze e i ragazzi che guardano all’Europa, alla vastità e varietà della sua cultura, alle sue libertà e alle tante opportunità, partendo dal grande bacino del Mediterraneo, dai paesi del Golfo Arabo, dall’Africa ma adesso anche dagli stessi Usa, man mano che le scelte politiche della Casa Bianca limitano le libertà di ricerca, di sperimentazione e di studio in quelli che sono sempre stati i principali attrattori universitari e scientifici internazionali (da Harvard alla Columbia, da Stanford a Berkeley).
Servono scelte politiche Ue, per andare in questa direzione. Contro i protezionismi. E sulla ricerca scientifica e sulla formazione, innanzitutto. Investire risorse consistenti sui laboratori e le imprese high tech. E favorire le riforme sulla mobilità del mercato del lavoro. Ma anche fare crescere i salari, in Italia in particolare troppo bassi rispetto al resto dell’Europa (un laureato tedesco guadagna l’80% in più di un laureato italiano a parità di livelli formativi e professionali).
Eccola, la sfida: un grande piano Ue, analogo al Next Generation Eu, per fare dell’Europa una straordinaria piattaforma economica, scientifica e tecnologica in cui convivono, in modo originale, manifattura d’avanguardia, sofisticati processi di conoscenza e strumenti dell’Artificial Intelligence ben diversi da quelli dominanti finora negli Usa (un grande mercato con poche regole e grandi capitali) e in Cina (un dirigismo statuale e politico con massicci supporti pubblici). L’Europa, insomma, ha a disposizione uno straordinario capitale sociale e culturale. Deve saperne fare rapidamente un elemento di forza economica e politica nel confronto sia con i grandi Stati che con la stesse Big Tech.
“Tra i colossi di Cina e Usa la via italiana all’intelligenza artificiale”, ha documentato, con una lunga inchiesta, Stefano Cingolani su “Il Foglio” (17 gennaio), scrivendo su “come umanizzare l’algoritmo” e notando che “il modello europeo si fa strada e l’Italia ha un posto tutto suo. Tra università, laboratori e imprese c’è un brulicare di nuove idee e menti brillanti” e facendo esempi concreti di aziende, anche piccole ma molto innovative, in cui i nuovi prodotti di una sofisticata robotica si legano a un uso accorto dell’AI nel processare dati e costruire algoritmi utilissimi per la ricerca, il controllo dei processi produttivi, la manutenzione predittiva, la sicurezza (anche rispetto al cybercrime), la logistica, etc.
Analogo il racconto che fa La Stampa nella lunga inchiesta a puntate su “Il bosco del futuro”. Una testimonianza tra tante, è quella di Andrea Bellini, professore al Max Plank Institute di Berlino: “Lavoriamo per creare le cellule del futuro. Artificiali ma intelligenti” (18 gennaio).
L’Europa, da questo punto di vista, è in movimento, tra scienza, tecnologia e impresa. Frenata da una tendenza regolatrice burocratica e inefficiente (come molti processi del mondo Ue). Ma anche forte di una straordinaria diversità di culture, da una forza manifatturiera ancora rilevante e dalla consapevolezza della necessità di costruire rapidamente un suo ruolo autonomo, nel contesto dell’alleanza privilegiata con gli Usa, ma pure con altre dinamiche aree del mondo (l’accordo con il Mercosur, appena firmato, ne è conferma: abbattere barriere commerciali, costruire ponti per scambi migliori).
Se questo è il contesto, l’Italia ha molto da fare per stare al passo con il resto della Ue. E deve sapere ascoltatore con grande attenzione le indicazioni che pochi giorni fa proprio il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha dato con grande chiarezza nel discorso di inaugurazione dell’Anno Accademico all’Università di Messina (con un omaggio a un insegnante d’eccezione di quell’Ateneo, Gaetano Salvemini): spendere di più in istruzione e fare crescere la produttività delle nostre imprese e soprattutto del Sistema Italia nel suo complesso, a cominciare dalla Pubblica amministrazione e dai servizi pubblici, in modo da poter fare crescere anche salari e stipendi, attualmente tra i peggiori d’Europa (d’altronde in Italia la produttività è ferma da un quarto di secolo).
Eccola, allora la strada dell’Europa e quella dell’Italia nel contesto europeo: investire sulla conoscenza. E di questo fare leva per l’attrattività dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze (fermare la “fuga dei cervelli e favorirne il ritorno) ma anche per arruolare nuovi talenti internazionali e allargare e stimolare il mercato del lavoro, l’innovazione, la crescita economica.
Sfida difficile, naturalmente. Ma tutt’altro che persa. C’è bisogno, semmai, di chiarezza e lungimiranza politica: meno soldi per pensioni e sussidi di favore a categorie elettoralmente rilevanti, maggiori risorse su istruzione, formazione, innovazione.
“Adesso che abbiamo i conti pubblici a posto, dobbiamo investire sui giovani”, sostiene Elsa Fornero, economista, ex ministro del Lavoro nel governo Monti (La Stampa, 17 gennaio). Ha proprio ragione.
(foto Getty Images)
Andare alla ricerca del senso e del ruolo dell’Europa, nella stagione della sua radicale, drammatica crisi, quando persino i suoi ex tradizionali amici si impegnano, con sarcasmo e talvolta con disprezzo, a ribadirne l’irrilevanza. E non rassegnarsi alla previsione pessimista del “Financial Times” che la vede ridotta a un Grand Hotel, per vacanze lussuose dei nuovi ricchi e potenti del mondo.
Mario Draghi, commentando il Premio Carlo Magno, appena ricevuto per il suo impegno per l’unità europea, è costretto a commentare: “L’Europa ha molti nemici, forse più che mai, sia interni che esterni. E dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente, politicamente”. Una nuova scossa, perché l’Europa si rimetta orgogliosamente ed efficacemente in piedi, come l’attore politico che ancora non è ma che è indispensabile diventi rapidamente.
Dunque, innanzitutto, serve individuare, pur nella crisi, i punti di forza, resistenza e ripresa e cioè “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”, seguendo la lezione di Italo Calvino ne “Le città invisibili”.
Cosa non è inferno? Leggere la storia dal punto di vista delle “madri dell’Europa”, per esempio, valorizzando il soft power femminile, quella cultura delle relazioni e del governo della complessità tutta all’opposto dell’esibizione della potenza e prepotenza “maschile” oggi tanto di moda (ne abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana). Un radicale cambio di cultura politica, un “nuovo senso del dovere” e del futuro da perseguire.
Oppure seguire “il filo infinito” – un filo culturale e spirituale, un percorso di idee e valori – che porta Paolo Rumiz, nel viaggio tra le abbazie benedettine (proprio quelle in cui, seguendo la regola di San Benedetto dell’ora et labora, sono nate le radici dell’Europa) a cercare di capire come muoversi nel tempo del “disfacimento” e dell’attacco “all’Europa dei diritti”, verificando pure come costruire “un argine alla sua dissoluzione”, una ragione spirituale, culturale, civile e dunque anche politica. E trovandone un’ipotesi: “Nel mio vagabondare ho scoperto di pensare cristiano, ma cristiano in quanto greco, appartenente alla civiltà della parola libera, dell’ascolto paziente, della perpetua ricerca del vero e della supremazia del dia logos sulle tentazioni veterotestamentarie della spada e della vendetta”, “il cristianesimo sinodale e democratico delle origini” (de “Il filo infinito” è appena uscita una nuova edizione Feltrinelli, da leggere con appassionata attenzione). Una radicale rilettura di metodi e culture dello stare insieme, una “spiritualità” cui informare scelte e relazioni, una dimensione di valori civili (la polis, la civitas…) che non potranno non ispirare una nuova buona politica e una religiosità dialogante, i cui valori non siano ispirati al Gott mit uns dei nuovi e vecchi oltranzisti della fede e tengano invece conto della lezione ancora viva di Papa Francesco sul bisogno di costruire ponti e non muri.
C’è anche una terza direzione verso cui muoversi, ben sapendo che le strade dense di ipotesi di buon futuro finiscono per convergere (anche questa è una lezione benedettina, sul dove fare sorgere le abbazie): quella del maggiore e migliore coinvolgimento delle nuove generazioni.
La sfida per l’Europa è chiara: investire massicciamente per diventare un polo attrattivo non solo per i suoi giovani, che sono cresciuti come “generazione Erasmus” e dunque abituati a muoversi per lavorare nei vari paesi europei considerati come un “unico mercato” (un obiettivo che sta da tempo nelle indicazioni del Rapporto curato da Enrico Letta per la Commissione Ue, accanto agli altri “mercati unici” di beni, capitali e servizi) ma anche per le ragazze e i ragazzi che guardano all’Europa, alla vastità e varietà della sua cultura, alle sue libertà e alle tante opportunità, partendo dal grande bacino del Mediterraneo, dai paesi del Golfo Arabo, dall’Africa ma adesso anche dagli stessi Usa, man mano che le scelte politiche della Casa Bianca limitano le libertà di ricerca, di sperimentazione e di studio in quelli che sono sempre stati i principali attrattori universitari e scientifici internazionali (da Harvard alla Columbia, da Stanford a Berkeley).
Servono scelte politiche Ue, per andare in questa direzione. Contro i protezionismi. E sulla ricerca scientifica e sulla formazione, innanzitutto. Investire risorse consistenti sui laboratori e le imprese high tech. E favorire le riforme sulla mobilità del mercato del lavoro. Ma anche fare crescere i salari, in Italia in particolare troppo bassi rispetto al resto dell’Europa (un laureato tedesco guadagna l’80% in più di un laureato italiano a parità di livelli formativi e professionali).
Eccola, la sfida: un grande piano Ue, analogo al Next Generation Eu, per fare dell’Europa una straordinaria piattaforma economica, scientifica e tecnologica in cui convivono, in modo originale, manifattura d’avanguardia, sofisticati processi di conoscenza e strumenti dell’Artificial Intelligence ben diversi da quelli dominanti finora negli Usa (un grande mercato con poche regole e grandi capitali) e in Cina (un dirigismo statuale e politico con massicci supporti pubblici). L’Europa, insomma, ha a disposizione uno straordinario capitale sociale e culturale. Deve saperne fare rapidamente un elemento di forza economica e politica nel confronto sia con i grandi Stati che con la stesse Big Tech.
“Tra i colossi di Cina e Usa la via italiana all’intelligenza artificiale”, ha documentato, con una lunga inchiesta, Stefano Cingolani su “Il Foglio” (17 gennaio), scrivendo su “come umanizzare l’algoritmo” e notando che “il modello europeo si fa strada e l’Italia ha un posto tutto suo. Tra università, laboratori e imprese c’è un brulicare di nuove idee e menti brillanti” e facendo esempi concreti di aziende, anche piccole ma molto innovative, in cui i nuovi prodotti di una sofisticata robotica si legano a un uso accorto dell’AI nel processare dati e costruire algoritmi utilissimi per la ricerca, il controllo dei processi produttivi, la manutenzione predittiva, la sicurezza (anche rispetto al cybercrime), la logistica, etc.
Analogo il racconto che fa La Stampa nella lunga inchiesta a puntate su “Il bosco del futuro”. Una testimonianza tra tante, è quella di Andrea Bellini, professore al Max Plank Institute di Berlino: “Lavoriamo per creare le cellule del futuro. Artificiali ma intelligenti” (18 gennaio).
L’Europa, da questo punto di vista, è in movimento, tra scienza, tecnologia e impresa. Frenata da una tendenza regolatrice burocratica e inefficiente (come molti processi del mondo Ue). Ma anche forte di una straordinaria diversità di culture, da una forza manifatturiera ancora rilevante e dalla consapevolezza della necessità di costruire rapidamente un suo ruolo autonomo, nel contesto dell’alleanza privilegiata con gli Usa, ma pure con altre dinamiche aree del mondo (l’accordo con il Mercosur, appena firmato, ne è conferma: abbattere barriere commerciali, costruire ponti per scambi migliori).
Se questo è il contesto, l’Italia ha molto da fare per stare al passo con il resto della Ue. E deve sapere ascoltatore con grande attenzione le indicazioni che pochi giorni fa proprio il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha dato con grande chiarezza nel discorso di inaugurazione dell’Anno Accademico all’Università di Messina (con un omaggio a un insegnante d’eccezione di quell’Ateneo, Gaetano Salvemini): spendere di più in istruzione e fare crescere la produttività delle nostre imprese e soprattutto del Sistema Italia nel suo complesso, a cominciare dalla Pubblica amministrazione e dai servizi pubblici, in modo da poter fare crescere anche salari e stipendi, attualmente tra i peggiori d’Europa (d’altronde in Italia la produttività è ferma da un quarto di secolo).
Eccola, allora la strada dell’Europa e quella dell’Italia nel contesto europeo: investire sulla conoscenza. E di questo fare leva per l’attrattività dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze (fermare la “fuga dei cervelli e favorirne il ritorno) ma anche per arruolare nuovi talenti internazionali e allargare e stimolare il mercato del lavoro, l’innovazione, la crescita economica.
Sfida difficile, naturalmente. Ma tutt’altro che persa. C’è bisogno, semmai, di chiarezza e lungimiranza politica: meno soldi per pensioni e sussidi di favore a categorie elettoralmente rilevanti, maggiori risorse su istruzione, formazione, innovazione.
“Adesso che abbiamo i conti pubblici a posto, dobbiamo investire sui giovani”, sostiene Elsa Fornero, economista, ex ministro del Lavoro nel governo Monti (La Stampa, 17 gennaio). Ha proprio ragione.
(foto Getty Images)