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Le città che spengono le vetrine sono più povere e degradate. Non bastano più le mille luci del lusso per renderle piacevoli

Altro che mille luci e scintillio di vetrine. Altro che allegria nei centri storici e nei nuovi quartieri delle città. La crisi economica in corso ha un altro aspetto molto vistoso, che incide profondamente sulla qualità della vita urbana ma anche sulla sicurezza. I dati della Confcommercio rivelano infatti che nel corso del 2025 sono stati chiusi 17mila negozi, 46 al giorno, aggravando un fenomeno già molto vistoso: nell’arco di una dozzina d’anni, dal 2012 al 2025, sono stai chiusi 156mila esercizi commerciali, più di un quarto del totale italiano.

Città più deserte, la sera, città meno ospitali, città meno sicure, soprattutto nei quartieri più poveri e abitati dalla popolazione anziana. “Desertificazione”, dice Carlo Sangalli, presidente della Confcommercio, preoccupato di un fenomeno che riguarda la sua categoria ma incide radicalmente sulla qualità della vita delle città. Non bastano le mille luci del lusso e dei grattacieli. Serve ripensare una migliore umanità.

Diminuisce il reddito delle famiglie, è vero, e dunque la capacità di spesa. “Potere d’acquisto sotto i livelli del 2025”, documenta Il Sole24Ore (16 marzo), anche come effetto degli aumenti dei prezzi (energie, innanzitutto) legati alla guerra in Ucraina e alle tensioni dei Paesi del Golfo, oltre che agli effetti dell’aumento del corso delle materie prime che si riflettono sui beni intermedi e sui beni di largo consumo.

Si vive peggio, insomma. E quelle vetrine che chiudono, con le loro luci spente, sono uno dei tanti segnali di degrado della qualità della vita in generale. Con effetti sulla sicurezza, appunto. Sia reale che percepita.

Cambiano, le città, radicalmente. Il commercio di prossimità si sta rarefacendo, anche a causa del caro-affitto dei negozi. Le vendite on line hanno un vero e proprio boom (il loro valore nel ‘25 è arrivato a 62,3 miliardi con un incremento del 187% sul 2015, dieci anni fa). E anche i grandi centri commerciali incidono profondamente sui meccanismi di vendita, sulle concentrazioni di persone, sui flussi di persone nelle strade.

Gli unici esercizi che conoscono una forte espansione sono bar, ristoranti e punti di ristoro. Sempre vetrine illuminate, sono. Ma ben diverse da quelle dei negozi del commercio al dettaglio.

Lamentarsene, cercando di pensare città e paesi con una forma più umana e vivibile? È sicuramente utile (anni fa una nota catena di supermercati fece la scelta intelligente di aprire degli esercizi piccoli nei centri storici delle cittadine, con un certo successo).

E vale la pena che, nel ripensare l’urbanistica e “la città in un quarto d’ora” anche nei nuovi quartieri, si rifletta anche sulle disposizioni che disciplinano la vita quotidiana nel quartieri, oltre al verde indispensabile e agli spazi comuni (parchi, piazze, impianti da gioco per i bambini, da frequentare con tranquillità e sicurezza), si possa pensare anche a un serio piano commerciale che faccia il possibile per tenere in vita le piccole attività commerciali, dai generi alimentari alle piccole librerie, ai fiorai, ai commercianti, alle piccole pasticcerie non di catene commerciali, alle tante attività di servizio che connotano la vita quotidiana ed evitano che tutto diventi manicure cinesi e street food.

È la diversità dei quartieri che rende varia, bella, piacevole, abitabile una città. È la diversità, a essere una ricchezza della vita quotidiana.

Le città sono organismi viventi. Cambiano, crescono, mutano aspetti e abitudini. Sono i luoghi dei flussi e della mobilità. Gli spazi urbani sono spazi di mercato. Le città sono mercato. Ma non possono essere abbandonate solo alla loro natura di mercato. Vanno governate, pensate, gestite con intelligenza e capacità progettuale. Per rispondere, naturalmente, a logiche economiche. Ma anche a bisogni umani. È la sfida che abbiamo di fronte. Città a misura di persone. Senza che se ne spengano le mille vetrine.

(foto Getty Images)

Altro che mille luci e scintillio di vetrine. Altro che allegria nei centri storici e nei nuovi quartieri delle città. La crisi economica in corso ha un altro aspetto molto vistoso, che incide profondamente sulla qualità della vita urbana ma anche sulla sicurezza. I dati della Confcommercio rivelano infatti che nel corso del 2025 sono stati chiusi 17mila negozi, 46 al giorno, aggravando un fenomeno già molto vistoso: nell’arco di una dozzina d’anni, dal 2012 al 2025, sono stai chiusi 156mila esercizi commerciali, più di un quarto del totale italiano.

Città più deserte, la sera, città meno ospitali, città meno sicure, soprattutto nei quartieri più poveri e abitati dalla popolazione anziana. “Desertificazione”, dice Carlo Sangalli, presidente della Confcommercio, preoccupato di un fenomeno che riguarda la sua categoria ma incide radicalmente sulla qualità della vita delle città. Non bastano le mille luci del lusso e dei grattacieli. Serve ripensare una migliore umanità.

Diminuisce il reddito delle famiglie, è vero, e dunque la capacità di spesa. “Potere d’acquisto sotto i livelli del 2025”, documenta Il Sole24Ore (16 marzo), anche come effetto degli aumenti dei prezzi (energie, innanzitutto) legati alla guerra in Ucraina e alle tensioni dei Paesi del Golfo, oltre che agli effetti dell’aumento del corso delle materie prime che si riflettono sui beni intermedi e sui beni di largo consumo.

Si vive peggio, insomma. E quelle vetrine che chiudono, con le loro luci spente, sono uno dei tanti segnali di degrado della qualità della vita in generale. Con effetti sulla sicurezza, appunto. Sia reale che percepita.

Cambiano, le città, radicalmente. Il commercio di prossimità si sta rarefacendo, anche a causa del caro-affitto dei negozi. Le vendite on line hanno un vero e proprio boom (il loro valore nel ‘25 è arrivato a 62,3 miliardi con un incremento del 187% sul 2015, dieci anni fa). E anche i grandi centri commerciali incidono profondamente sui meccanismi di vendita, sulle concentrazioni di persone, sui flussi di persone nelle strade.

Gli unici esercizi che conoscono una forte espansione sono bar, ristoranti e punti di ristoro. Sempre vetrine illuminate, sono. Ma ben diverse da quelle dei negozi del commercio al dettaglio.

Lamentarsene, cercando di pensare città e paesi con una forma più umana e vivibile? È sicuramente utile (anni fa una nota catena di supermercati fece la scelta intelligente di aprire degli esercizi piccoli nei centri storici delle cittadine, con un certo successo).

E vale la pena che, nel ripensare l’urbanistica e “la città in un quarto d’ora” anche nei nuovi quartieri, si rifletta anche sulle disposizioni che disciplinano la vita quotidiana nel quartieri, oltre al verde indispensabile e agli spazi comuni (parchi, piazze, impianti da gioco per i bambini, da frequentare con tranquillità e sicurezza), si possa pensare anche a un serio piano commerciale che faccia il possibile per tenere in vita le piccole attività commerciali, dai generi alimentari alle piccole librerie, ai fiorai, ai commercianti, alle piccole pasticcerie non di catene commerciali, alle tante attività di servizio che connotano la vita quotidiana ed evitano che tutto diventi manicure cinesi e street food.

È la diversità dei quartieri che rende varia, bella, piacevole, abitabile una città. È la diversità, a essere una ricchezza della vita quotidiana.

Le città sono organismi viventi. Cambiano, crescono, mutano aspetti e abitudini. Sono i luoghi dei flussi e della mobilità. Gli spazi urbani sono spazi di mercato. Le città sono mercato. Ma non possono essere abbandonate solo alla loro natura di mercato. Vanno governate, pensate, gestite con intelligenza e capacità progettuale. Per rispondere, naturalmente, a logiche economiche. Ma anche a bisogni umani. È la sfida che abbiamo di fronte. Città a misura di persone. Senza che se ne spengano le mille vetrine.

(foto Getty Images)

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