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La chiusura d’una libreria è una ferita aperta, ma l’importante è fondarne di nuove in condomini, scuole, quartieri, fabbriche

La chiusura di una libreria, soprattutto di un’antica libreria, è una ferita nel corpo civile di una città. Mancheranno luoghi in cui prendere confidenza con un libro. Avviare una sorprendente conversazione a proposito d’un bel titolo (“Fontamara”, per esempio o “Le città invisibili” o, perché no?, “La vita indocile”) o d’una copertina ben disegnata. Intessere amicizie o anche intavolare leggeri corteggiamenti letterari (magari chiedendosi entrambi, con l’aria un po’ stranita alla Bruce Chatwin, “Che ci faccio io qui?). E non ci saranno più quegli scaffali in cui essere sicuri che anche una sola sorprendente pagina, o entusiasmante, o anche semplicemente carica di curiosità ti avrebbe fatto compagnia per giorni, per un buon paio di settimane.

I libri custodiscono parole che hanno sangue e carne. Svelano passioni, nutrono dolori o anche solo dolcissime malinconie, alimentano ricordi di cui avresti volentieri fatto a meno o che racconsolano rispetto al tempo passato. E quelle parole, in fin dei conti, sono come un buon sentimento, una tenera speranza affidata a una canzone di Ornella Vanoni: come l’amore, senza fine.

Mi girano per la mente tutti questi pensieri mentre leggo, sulle pagine di cronaca dei quotidiani milanesi, che la Libreria Hoepli molto probabilmente chiuderà. Era stata fondata, come casa editrice nel dicembre del 1870, capitali svizzeri, famiglia di grande cultura. Pochi anni dopo, nel marzo del 1876, sarebbe stato fondato il Corriere della Sera. E Milano era in tempi di gran fermento: le prime grandi industrie (a cominciare dalla Pirelli), le banche (la Banca Commerciale Italiana, innanzitutto, con capitali tedeschi), le case editrici, gli studi dei principali movimenti artistici. Milano era “la città che sale”, che proclamava il titolo di uno dei più bei quadri di Umberto Boccioni.

Le città crescono, cambiano, sono organismi viventi, quartieri che si allargano, aree che diventano marginali. Gente che va, gente che viene. Eppure, in tante trasformazioni, restano alcuni elementi, che acquisiscono una grande forza simbolica, un valore identitario. La libreria Hoepli era una di questi elementi.

I banconi delle novità (comprese quelle internazionali), i libri tecnici di ingegneria e architettura, i reparti di storia e attualità, un’ottima raccolta d’arte e di fotografia. E un fornitissimo reparto su Milano. 500mila titoli in catalogo, un assortimento raro. Librai e libraie preparate, persone gentili. E su tutto, soprastava l’ombra da gigante buono e colto dell’ultimo degli Ulrico Hoepli, un gentiluomo elegante e severo.

Era tra i miei punti di riferimento preferiti, la Hoepli, insieme alla Feltrinelli di Piazza Piemonte o una piccola libreria non di catena in corso Garibaldi. Ed era proprio raro che non varcassi il portone dell’omonima via, attratto dalle vetrine e non ne uscissi con un nuovo libro sotto il braccio.

Ora, di librerie, Milano è piena. Le grandi catene, le librerie indipendenti che attraggono lettori con specializzazioni particolari e iniziative culturali. E i festival come BookCity, in novembre, migliaia di eventi affollatissimi, presentazioni di libri, incontri con scrittori, letture in pubblico, dibattiti (lo guida con mano capace Piergaetano Marchetti).

Eppure, sappiamo fin d’ora che se Hoepli chiuderà, lascerà un vuoto profondo, una ferita, una cicatrice.

Le librerie, è vero, sono imprese, esercizi commerciali, legati al gioco della domanda e dell’offerta. E capita che i proprietari, specie se di diversi rami familiari, non abbiano lo stesso progetto: mantenere in piedi, magari arrivando alla stretta quadratura del bilancio o addirittura perdendo, pur di rispettare una storia, una tradizione, un servizio culturale o valorizzare un grande asset immobiliare come per esempio il palazzo della Hoepli in pieno centro di Milano. Non c’è moralismo che tenga, gli affari sono affari. Anche se sono sensati e fondati gli appelli “a salvare la Hoepli di Milano e la civiltà della libreria” (Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 21 febbraio).

Il problema, però, non si chiude in un buon appello. Semmai, fatti salvi tutti i diritti dei dipendenti, è necessario fare in modo che per una Hoepli o comunque una buona libreria che si chiuda, con comune dispiacere di noi bibliofili e accaniti lettori, altre se ne aprano. E semmai il Comune abbia una politica di agevolazione per gli affitti a vantaggio delle piccole imprese e stimoli la nascita e lo sviluppo di librerie di quartiere, scolastiche, di condominio, nelle carceri o, perché no? anche aziendali (le hanno già, e molto efficienti, per i dipendenti interni, la Pirelli, la Bracco, l’Assolombarda e altri gruppi aziendali ancora: Museimpresa, in Italia, ne ha censiti una quarantina).

Così, accanto al pericolo di una cattiva notizia, vale la pena, sfogliando i quotidiani milanesi (Corriere della Sera, 7 febbraio e Il Giorno, 25 febbraio) segnarsi che in viale Molise, al 47, è stata aperta Baol, biblioteca “a offerta libera”, dove andare a leggere, prendere in prestito un libro, ascoltare scrittori amici che ne parlano, organizzare attorno al piacere della lettura una comunità. Piccole iniziative, tenute in piedi dal volontariato di condomini appassionati ai libri, nel piccolo spazio (35 metri quadri), lasciato libero dalle attività condominiali. Ma iniziative comunque interessanti, stimolanti. Cento fiori fioriranno?

Milano è pur sempre la città che tra scrittura, politica e passione diede voce al talento di Elio Vittorini (La Repubblica, 20 gennaio) e anche grazie a quella voce ha visto crescere una cultura dell’editoria moderna di cui ancora oggi godiamo i vantaggi. Milano è ancora oggi, nonostante tutto, metropoli di parole ben scritte e libri che vale la pena leggere, per avere una “educazione milanese” (ottimo titolo d’un bel libro di Alberto Rollo).

L’obiettivo, per scelta dell’assessorato alla Cultura del Comune, guidato da Tommaso Sacchi, è di non fare disperdere nessuna della tante iniziative legate al libro. Semmai stimolarne (se ne discuterà la prossima primavera, per rendere sempre più efficiente e ben collegato il servizio bibliotecario comunale, forte di oltre 4 milioni di titoli, a disposizione della città).

Ci mancherà sempre, Hoepli, naturalmente. Così come ci mancano quelle che nel tempo sono state chiuse, per cedere il passo a più remunerative attività commerciali: vendere calze, mutande e oggetti d’abbigliamento, aprire negozi in cui mangiare a ogni ora, inaugurare centri di cura per le unghie e per le mani… e così via peggiorando.

Oppure trovare e stimolare imprenditori e imprenditrici che aprano centri di lettura e formazione per i bambini, centri di ascolto, spazi in cui andare in silenzio a leggere o ad ascoltare le scoperte dei “gruppi di lettura” e dei book toker, amati dal pubblico più giovane. Chissà.

Da ragazzo, immaginavo di aprire una “librattoria”, una trattoria-libreria, frequentata da studenti e da appassionati. Poi non se ne fece niente. Oggi si potrebbe leggere il commissario Montalbano mentre “si sbafa” una porzione abbondante di triglie fritte, un ottimo stufato con le patate come piaceva a Vittorini e una teglia di arancine di Adelina…

La chiusura di una libreria, soprattutto di un’antica libreria, è una ferita nel corpo civile di una città. Mancheranno luoghi in cui prendere confidenza con un libro. Avviare una sorprendente conversazione a proposito d’un bel titolo (“Fontamara”, per esempio o “Le città invisibili” o, perché no?, “La vita indocile”) o d’una copertina ben disegnata. Intessere amicizie o anche intavolare leggeri corteggiamenti letterari (magari chiedendosi entrambi, con l’aria un po’ stranita alla Bruce Chatwin, “Che ci faccio io qui?). E non ci saranno più quegli scaffali in cui essere sicuri che anche una sola sorprendente pagina, o entusiasmante, o anche semplicemente carica di curiosità ti avrebbe fatto compagnia per giorni, per un buon paio di settimane.

I libri custodiscono parole che hanno sangue e carne. Svelano passioni, nutrono dolori o anche solo dolcissime malinconie, alimentano ricordi di cui avresti volentieri fatto a meno o che racconsolano rispetto al tempo passato. E quelle parole, in fin dei conti, sono come un buon sentimento, una tenera speranza affidata a una canzone di Ornella Vanoni: come l’amore, senza fine.

Mi girano per la mente tutti questi pensieri mentre leggo, sulle pagine di cronaca dei quotidiani milanesi, che la Libreria Hoepli molto probabilmente chiuderà. Era stata fondata, come casa editrice nel dicembre del 1870, capitali svizzeri, famiglia di grande cultura. Pochi anni dopo, nel marzo del 1876, sarebbe stato fondato il Corriere della Sera. E Milano era in tempi di gran fermento: le prime grandi industrie (a cominciare dalla Pirelli), le banche (la Banca Commerciale Italiana, innanzitutto, con capitali tedeschi), le case editrici, gli studi dei principali movimenti artistici. Milano era “la città che sale”, che proclamava il titolo di uno dei più bei quadri di Umberto Boccioni.

Le città crescono, cambiano, sono organismi viventi, quartieri che si allargano, aree che diventano marginali. Gente che va, gente che viene. Eppure, in tante trasformazioni, restano alcuni elementi, che acquisiscono una grande forza simbolica, un valore identitario. La libreria Hoepli era una di questi elementi.

I banconi delle novità (comprese quelle internazionali), i libri tecnici di ingegneria e architettura, i reparti di storia e attualità, un’ottima raccolta d’arte e di fotografia. E un fornitissimo reparto su Milano. 500mila titoli in catalogo, un assortimento raro. Librai e libraie preparate, persone gentili. E su tutto, soprastava l’ombra da gigante buono e colto dell’ultimo degli Ulrico Hoepli, un gentiluomo elegante e severo.

Era tra i miei punti di riferimento preferiti, la Hoepli, insieme alla Feltrinelli di Piazza Piemonte o una piccola libreria non di catena in corso Garibaldi. Ed era proprio raro che non varcassi il portone dell’omonima via, attratto dalle vetrine e non ne uscissi con un nuovo libro sotto il braccio.

Ora, di librerie, Milano è piena. Le grandi catene, le librerie indipendenti che attraggono lettori con specializzazioni particolari e iniziative culturali. E i festival come BookCity, in novembre, migliaia di eventi affollatissimi, presentazioni di libri, incontri con scrittori, letture in pubblico, dibattiti (lo guida con mano capace Piergaetano Marchetti).

Eppure, sappiamo fin d’ora che se Hoepli chiuderà, lascerà un vuoto profondo, una ferita, una cicatrice.

Le librerie, è vero, sono imprese, esercizi commerciali, legati al gioco della domanda e dell’offerta. E capita che i proprietari, specie se di diversi rami familiari, non abbiano lo stesso progetto: mantenere in piedi, magari arrivando alla stretta quadratura del bilancio o addirittura perdendo, pur di rispettare una storia, una tradizione, un servizio culturale o valorizzare un grande asset immobiliare come per esempio il palazzo della Hoepli in pieno centro di Milano. Non c’è moralismo che tenga, gli affari sono affari. Anche se sono sensati e fondati gli appelli “a salvare la Hoepli di Milano e la civiltà della libreria” (Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 21 febbraio).

Il problema, però, non si chiude in un buon appello. Semmai, fatti salvi tutti i diritti dei dipendenti, è necessario fare in modo che per una Hoepli o comunque una buona libreria che si chiuda, con comune dispiacere di noi bibliofili e accaniti lettori, altre se ne aprano. E semmai il Comune abbia una politica di agevolazione per gli affitti a vantaggio delle piccole imprese e stimoli la nascita e lo sviluppo di librerie di quartiere, scolastiche, di condominio, nelle carceri o, perché no? anche aziendali (le hanno già, e molto efficienti, per i dipendenti interni, la Pirelli, la Bracco, l’Assolombarda e altri gruppi aziendali ancora: Museimpresa, in Italia, ne ha censiti una quarantina).

Così, accanto al pericolo di una cattiva notizia, vale la pena, sfogliando i quotidiani milanesi (Corriere della Sera, 7 febbraio e Il Giorno, 25 febbraio) segnarsi che in viale Molise, al 47, è stata aperta Baol, biblioteca “a offerta libera”, dove andare a leggere, prendere in prestito un libro, ascoltare scrittori amici che ne parlano, organizzare attorno al piacere della lettura una comunità. Piccole iniziative, tenute in piedi dal volontariato di condomini appassionati ai libri, nel piccolo spazio (35 metri quadri), lasciato libero dalle attività condominiali. Ma iniziative comunque interessanti, stimolanti. Cento fiori fioriranno?

Milano è pur sempre la città che tra scrittura, politica e passione diede voce al talento di Elio Vittorini (La Repubblica, 20 gennaio) e anche grazie a quella voce ha visto crescere una cultura dell’editoria moderna di cui ancora oggi godiamo i vantaggi. Milano è ancora oggi, nonostante tutto, metropoli di parole ben scritte e libri che vale la pena leggere, per avere una “educazione milanese” (ottimo titolo d’un bel libro di Alberto Rollo).

L’obiettivo, per scelta dell’assessorato alla Cultura del Comune, guidato da Tommaso Sacchi, è di non fare disperdere nessuna della tante iniziative legate al libro. Semmai stimolarne (se ne discuterà la prossima primavera, per rendere sempre più efficiente e ben collegato il servizio bibliotecario comunale, forte di oltre 4 milioni di titoli, a disposizione della città).

Ci mancherà sempre, Hoepli, naturalmente. Così come ci mancano quelle che nel tempo sono state chiuse, per cedere il passo a più remunerative attività commerciali: vendere calze, mutande e oggetti d’abbigliamento, aprire negozi in cui mangiare a ogni ora, inaugurare centri di cura per le unghie e per le mani… e così via peggiorando.

Oppure trovare e stimolare imprenditori e imprenditrici che aprano centri di lettura e formazione per i bambini, centri di ascolto, spazi in cui andare in silenzio a leggere o ad ascoltare le scoperte dei “gruppi di lettura” e dei book toker, amati dal pubblico più giovane. Chissà.

Da ragazzo, immaginavo di aprire una “librattoria”, una trattoria-libreria, frequentata da studenti e da appassionati. Poi non se ne fece niente. Oggi si potrebbe leggere il commissario Montalbano mentre “si sbafa” una porzione abbondante di triglie fritte, un ottimo stufato con le patate come piaceva a Vittorini e una teglia di arancine di Adelina…

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