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Una settimana in giallo

Indagare su un delitto, una scomparsa, una frase ambigua, vuol dire addentrarsi nei meandri della psicologia umana. Come mostrano gli undici racconti di “Una settimana in giallo” scritti per Sellerio da Alicia Giménez-Bartlett, Alessandro Robecchi, Santo Piazzese, Andrej Longo, Fabio Stassi, Gaetano Savatteri, Marco Malvaldi, Simona Tanzini, Giampaolo Simi, Francesco Recami e Antonio Manzini. In tutti, un filo rosso che porta ad Andrea Camilleri, citato con un’allusione, un rinvio a un’indagine, un gioco di parole. Nelle pagine, indagini e avventure, dal mistero di un erede rancoroso al delitto per stroncare una serie di violenze familiari, dai salvataggi dei migranti nel Mediterraneo agli affari di droga, etc. Con una pagina preziosa: la ricomparsa in vita di Osvaldo Soriano per venire a capo della strana sparizione dei personaggi dei grandi romanzi. La letteratura migliore fa sorprendenti regali.

Una settimana in giallo

Aavv

Sellerio, 2021

Indagare su un delitto, una scomparsa, una frase ambigua, vuol dire addentrarsi nei meandri della psicologia umana. Come mostrano gli undici racconti di “Una settimana in giallo” scritti per Sellerio da Alicia Giménez-Bartlett, Alessandro Robecchi, Santo Piazzese, Andrej Longo, Fabio Stassi, Gaetano Savatteri, Marco Malvaldi, Simona Tanzini, Giampaolo Simi, Francesco Recami e Antonio Manzini. In tutti, un filo rosso che porta ad Andrea Camilleri, citato con un’allusione, un rinvio a un’indagine, un gioco di parole. Nelle pagine, indagini e avventure, dal mistero di un erede rancoroso al delitto per stroncare una serie di violenze familiari, dai salvataggi dei migranti nel Mediterraneo agli affari di droga, etc. Con una pagina preziosa: la ricomparsa in vita di Osvaldo Soriano per venire a capo della strana sparizione dei personaggi dei grandi romanzi. La letteratura migliore fa sorprendenti regali.

Una settimana in giallo

Aavv

Sellerio, 2021

La scatola dei sogni

Marcel è un giovane giardiniere al servizio della famiglia Lumière. Sono gli anni in cui i celebri fratelli intraprendono la grande avventura del Cinema e Marcel finisce per diventare uno dei loro aiutanti. Inizia come assistente alle riprese ma pian piano il giovane si fa coraggio e cerca di dare qualche suggerimento o idea. È un mondo nuovo quello del cinema, in cui ogni piccola intuizione può dar vita a un sogno, può creare una nuova tecnica, un nuovo modo di utilizzare la macchina da presa e la pellicola. E poi c’è Nina. Figlia ribelle di una famiglia dell’aristocrazia francese, che non ne vuole sapere di pettinarsi i capelli o di andare in moglie al giovane dalla faccia di cavallo scelto dai suoi genitori. Preferisce incontrare di nascosto Marcel e farsi raccontare i suoi sogni, legati a un futuro nel nascente mondo del cinema. A un certo punto un ladro inizia a rubare nelle case visitate dai fratelli Lumière e il mistero porterà i due giovani innamorati a prendere una decisione importante per le loro vite. Il libro di Quarzo e Vivarelli è la bellissima avventura di questi due ragazzi, fatta di sogni, amore e piccole grandi avventure. La prosa semplice ma coinvolgente conquista i lettori, portandoli a scoprire dettagli e curiosità sulla nascita del cinematografo e ad appassionarsi al destino di Nina e Marcel. Un libro per far sognare grandi e piccoli lettori attraverso la magia senza tempo del cinema.

La scatola dei sogni
G. Quarzo; A. Vivarelli
Editoriale Scienza, 2021

Marcel è un giovane giardiniere al servizio della famiglia Lumière. Sono gli anni in cui i celebri fratelli intraprendono la grande avventura del Cinema e Marcel finisce per diventare uno dei loro aiutanti. Inizia come assistente alle riprese ma pian piano il giovane si fa coraggio e cerca di dare qualche suggerimento o idea. È un mondo nuovo quello del cinema, in cui ogni piccola intuizione può dar vita a un sogno, può creare una nuova tecnica, un nuovo modo di utilizzare la macchina da presa e la pellicola. E poi c’è Nina. Figlia ribelle di una famiglia dell’aristocrazia francese, che non ne vuole sapere di pettinarsi i capelli o di andare in moglie al giovane dalla faccia di cavallo scelto dai suoi genitori. Preferisce incontrare di nascosto Marcel e farsi raccontare i suoi sogni, legati a un futuro nel nascente mondo del cinema. A un certo punto un ladro inizia a rubare nelle case visitate dai fratelli Lumière e il mistero porterà i due giovani innamorati a prendere una decisione importante per le loro vite. Il libro di Quarzo e Vivarelli è la bellissima avventura di questi due ragazzi, fatta di sogni, amore e piccole grandi avventure. La prosa semplice ma coinvolgente conquista i lettori, portandoli a scoprire dettagli e curiosità sulla nascita del cinematografo e ad appassionarsi al destino di Nina e Marcel. Un libro per far sognare grandi e piccoli lettori attraverso la magia senza tempo del cinema.

La scatola dei sogni
G. Quarzo; A. Vivarelli
Editoriale Scienza, 2021

Design made in Italy

«Il design ha da sempre espresso più aspetti valoriali. Quello che è alla base di tutti è l’amore per la bellezza»

Sullo sfondo del secondo dopoguerra, caratterizzato non solo da arretratezza socio-culturale, ma anche da pesanti risvolti economici, inizia a definirsi una nuova Italia, quella delle fabbriche, dell’industria e della Ricostruzione. Una rinascita all’insegna della riscoperta di un “saper fare” di straordinaria qualità, che sarà capace di appropriarsi – soprattutto durante il boom economico – dei mercati, imponendo a livello internazionale quel gusto per le cose belle che contraddistingue il nostro Paese.

“Design made in Italy” raccoglie alcuni esempi di “fotografia di design”, di cui Niccolò Biddau è nome di spicco nel panorama italiano. Non è un caso che a lui sia stata affidata la documentazione di alcuni oggetti industriali diventati iconici per il grande pubblico.

Già da inizio Novecento, l’intenzione di fissare sulla pellicola e diffondere un prodotto attraverso un progetto estetico diventa non solo un modo per evidenziarne la bellezza, l’essenzialità e l’universalità, ma anche uno stimolo creativo che si traduce in vero asset aziendale. Dalla produzione di beni immateriali e materiali, dagli oggetti d’uso quotidiano alla creazione artistico-letteraria. Il Made in Italy trova un’espressione unica nel suo genere anche all’interno dei poli produttivi, le fabbriche, gli stabilimenti grazie a un costante dialogo tra architetti e artigiani, industria e accademia, fabbrica e artisti.

Ne è un esempio la Pirelli, che attraverso il sodalizio con artisti, designer e grafici è riuscita nell’intento di generare un linguaggio visivo coerente ai principi di innovazione, qualità e sperimentazione che rappresentano il cardine stesso dell’azienda.

Nella prefazione di “Design made in Italy”, il fotografo Niccolò Biddau conversa con il giornalista Giovanni Pelloso sul ruolo strategico e vincente giocato dal design nel futuro della produzione italiana. Calligaris, Lamborghini, Flos, Agape, Ferrari, Maserati, Ducati, Borsalino, Missoni e molti altri brand d’eccellenza. Attraverso il suo obiettivo, Biddau ha saputo coglierne l’eccezionalità giocando su una cura dei dettagli capace di spostare l’attenzione dell’osservatore su uno specifico “pezzo di realtà”.

Nel volume sono raccolti anche gli scatti realizzati nel Polo Industriale di Settimo Torinese di Pirelli, dove Biddau ha immortalato il processo di post-vulcanizzazione dei pneumatici, imprimendo sulla carta l’immagine di una “fabbrica bella”, 4.0, in grado di generare prodotti e di rappresentare al contempo un luogo di espressione della cultura d’impresa e del “saper fare” del Made in Italy.

Realismo, oggettività, neutralità. I tre fondamentali della fotografia di Biddau trovano corrispondenza nel trasmettere la matericità degli oggetti e nel fissare dettagli passibili di obsolescenza, specie nell’era della digitalizzazione. Scatti che resistono al tempo e ai mutamenti dei prodotti.

Design made in Italy

di Niccolò Biddau

Photo publisher

«Il design ha da sempre espresso più aspetti valoriali. Quello che è alla base di tutti è l’amore per la bellezza»

Sullo sfondo del secondo dopoguerra, caratterizzato non solo da arretratezza socio-culturale, ma anche da pesanti risvolti economici, inizia a definirsi una nuova Italia, quella delle fabbriche, dell’industria e della Ricostruzione. Una rinascita all’insegna della riscoperta di un “saper fare” di straordinaria qualità, che sarà capace di appropriarsi – soprattutto durante il boom economico – dei mercati, imponendo a livello internazionale quel gusto per le cose belle che contraddistingue il nostro Paese.

“Design made in Italy” raccoglie alcuni esempi di “fotografia di design”, di cui Niccolò Biddau è nome di spicco nel panorama italiano. Non è un caso che a lui sia stata affidata la documentazione di alcuni oggetti industriali diventati iconici per il grande pubblico.

Già da inizio Novecento, l’intenzione di fissare sulla pellicola e diffondere un prodotto attraverso un progetto estetico diventa non solo un modo per evidenziarne la bellezza, l’essenzialità e l’universalità, ma anche uno stimolo creativo che si traduce in vero asset aziendale. Dalla produzione di beni immateriali e materiali, dagli oggetti d’uso quotidiano alla creazione artistico-letteraria. Il Made in Italy trova un’espressione unica nel suo genere anche all’interno dei poli produttivi, le fabbriche, gli stabilimenti grazie a un costante dialogo tra architetti e artigiani, industria e accademia, fabbrica e artisti.

Ne è un esempio la Pirelli, che attraverso il sodalizio con artisti, designer e grafici è riuscita nell’intento di generare un linguaggio visivo coerente ai principi di innovazione, qualità e sperimentazione che rappresentano il cardine stesso dell’azienda.

Nella prefazione di “Design made in Italy”, il fotografo Niccolò Biddau conversa con il giornalista Giovanni Pelloso sul ruolo strategico e vincente giocato dal design nel futuro della produzione italiana. Calligaris, Lamborghini, Flos, Agape, Ferrari, Maserati, Ducati, Borsalino, Missoni e molti altri brand d’eccellenza. Attraverso il suo obiettivo, Biddau ha saputo coglierne l’eccezionalità giocando su una cura dei dettagli capace di spostare l’attenzione dell’osservatore su uno specifico “pezzo di realtà”.

Nel volume sono raccolti anche gli scatti realizzati nel Polo Industriale di Settimo Torinese di Pirelli, dove Biddau ha immortalato il processo di post-vulcanizzazione dei pneumatici, imprimendo sulla carta l’immagine di una “fabbrica bella”, 4.0, in grado di generare prodotti e di rappresentare al contempo un luogo di espressione della cultura d’impresa e del “saper fare” del Made in Italy.

Realismo, oggettività, neutralità. I tre fondamentali della fotografia di Biddau trovano corrispondenza nel trasmettere la matericità degli oggetti e nel fissare dettagli passibili di obsolescenza, specie nell’era della digitalizzazione. Scatti che resistono al tempo e ai mutamenti dei prodotti.

Design made in Italy

di Niccolò Biddau

Photo publisher

Io non ci volevo venire

Giovanni Di Dio, detto Giovà, è il protagonista di “Io non ci volevo venire”, il nuovo romanzo di Roberto Alajmo, Sellerio. Fa, da trent’anni, la guardia giurata di uno strano istituto di vigilanza, assunto per raccomandazione del boss del suo quartiere, Partanna, in una prepotente, sconsolante Palermo. E si abbandona, giorno dopo giorno, alla confortevole quotidianità di chi ha imparato a schivare problemi e preoccupazioni. Quando a un tratto viene convocato dal boss, detto “lo Zzu”, e incaricato d’una missione rischiosa: indagare, in assoluta segretezza, sulla scomparsa di una ragazza. La segretezza regge poco, di fronte all’intelligenza pettegola delle quattro donne di casa. La scomparsa nasconde un omicidio. Il boss entra in crisi per le trame dei figli. Maestro d’ironia e di sapidi ritratti di ambienti e persone, Alajmo capovolge gli stereotipi del noir e dei ritratti della Sicilia, mette in scena un protagonista un po’ scemo un po’ furbo e smonta la convenzione della casa e della famiglia sicura. Anche se poi, sempre a casa, si torna.

Io non ci volevo venire
Roberto Alajmo
Sellerio, 2021

Giovanni Di Dio, detto Giovà, è il protagonista di “Io non ci volevo venire”, il nuovo romanzo di Roberto Alajmo, Sellerio. Fa, da trent’anni, la guardia giurata di uno strano istituto di vigilanza, assunto per raccomandazione del boss del suo quartiere, Partanna, in una prepotente, sconsolante Palermo. E si abbandona, giorno dopo giorno, alla confortevole quotidianità di chi ha imparato a schivare problemi e preoccupazioni. Quando a un tratto viene convocato dal boss, detto “lo Zzu”, e incaricato d’una missione rischiosa: indagare, in assoluta segretezza, sulla scomparsa di una ragazza. La segretezza regge poco, di fronte all’intelligenza pettegola delle quattro donne di casa. La scomparsa nasconde un omicidio. Il boss entra in crisi per le trame dei figli. Maestro d’ironia e di sapidi ritratti di ambienti e persone, Alajmo capovolge gli stereotipi del noir e dei ritratti della Sicilia, mette in scena un protagonista un po’ scemo un po’ furbo e smonta la convenzione della casa e della famiglia sicura. Anche se poi, sempre a casa, si torna.

Io non ci volevo venire
Roberto Alajmo
Sellerio, 2021

Questa notte non torno

Udine. Mattia ha quindici anni e la sua vita scorre spensierata, se non per la morte recente del nonno e il pensiero di Sofia, che forse non si accorge dei suoi timidi approcci. Finchè, una sera, tornando a casa, riceve la notizia che i suoi genitori si stanno per separare. Così, scappa nel suo rifugio segreto: i sotterranei della scuola. Ma, vicino a una siepe, solo e affamato, incontra Aziz, un ragazzo afghano in fuga dal suo Paese, che ha dovuto abbandonare alla frontiera con l’Ungheria il padre (senza sapere cosa ne sarebbe stato) e vedere morire la madre durante un attacco americano alla ricerca di terroristi. Mattia lo accoglie, gli offre da mangiare quello che ha ma, nella notte, il ragazzo inizia ad avere la febbre molto alta. Curandolo scoprirà la vera identità di Aziz, che non è affatto chi sembra.

Se nei precedenti romanzi di Antonella Sbuelz a farla da padrone era un travolgente amore per la Storia del nord-est italiano, ora l’autrice sembra avvertire un’urgenza diversa: quella di parlare ai ragazzi di inclusione, clandestinità obbligate, immigrazione mal gestita, famiglie separate (pur in modi diversi) e soprattutto umanità.

Capitolo per capitolo, le due voci dei protagonisti si alternano e testimoniano pensieri, speranze dolori che arrivano da due mondi solo apparentemente diversi perchè stranieri l’uno all’altro. Pur con una scrittura densa, e a tratti poetica, Antonella Sbuelz non risparmia la crudezza determinata da una fasce di crescita, quella adolescenziale, dove spesso è difficile riuscire a prendere atto di ciò che accade nella vita e ridimensionarlo. Così, l’intensità del dialogo tra Mattia e Aziz porterà nuove consapevolezze nel primo e un finale inatteso, commovente fino all’ultima parola, per una storia che alterna ai colpi di scena la scoperta più emozionante.

Questa notte non torno

di Antonella Sbuelz

Feltrinelli, 2021

Udine. Mattia ha quindici anni e la sua vita scorre spensierata, se non per la morte recente del nonno e il pensiero di Sofia, che forse non si accorge dei suoi timidi approcci. Finchè, una sera, tornando a casa, riceve la notizia che i suoi genitori si stanno per separare. Così, scappa nel suo rifugio segreto: i sotterranei della scuola. Ma, vicino a una siepe, solo e affamato, incontra Aziz, un ragazzo afghano in fuga dal suo Paese, che ha dovuto abbandonare alla frontiera con l’Ungheria il padre (senza sapere cosa ne sarebbe stato) e vedere morire la madre durante un attacco americano alla ricerca di terroristi. Mattia lo accoglie, gli offre da mangiare quello che ha ma, nella notte, il ragazzo inizia ad avere la febbre molto alta. Curandolo scoprirà la vera identità di Aziz, che non è affatto chi sembra.

Se nei precedenti romanzi di Antonella Sbuelz a farla da padrone era un travolgente amore per la Storia del nord-est italiano, ora l’autrice sembra avvertire un’urgenza diversa: quella di parlare ai ragazzi di inclusione, clandestinità obbligate, immigrazione mal gestita, famiglie separate (pur in modi diversi) e soprattutto umanità.

Capitolo per capitolo, le due voci dei protagonisti si alternano e testimoniano pensieri, speranze dolori che arrivano da due mondi solo apparentemente diversi perchè stranieri l’uno all’altro. Pur con una scrittura densa, e a tratti poetica, Antonella Sbuelz non risparmia la crudezza determinata da una fasce di crescita, quella adolescenziale, dove spesso è difficile riuscire a prendere atto di ciò che accade nella vita e ridimensionarlo. Così, l’intensità del dialogo tra Mattia e Aziz porterà nuove consapevolezze nel primo e un finale inatteso, commovente fino all’ultima parola, per una storia che alterna ai colpi di scena la scoperta più emozionante.

Questa notte non torno

di Antonella Sbuelz

Feltrinelli, 2021

Noi, ragazze senza paura

Margherita Hack, Denise Garofalo, Franca Rame, Franca Viola, le maestre marchigiane, Ilaria Alpi, Alda Merini, Teresa Mattei. Donna, italiane, tutte diverse tra loro, ma tutte indipendenti, fuori dagli schemi, coraggiose.

Dedicato a tutte le ragazze e donne, ma anche ai ragazzi e agli uomini che meritano di apprezzare il coraggio mai scontato e sempre prezioso dell’universo femminile. Un romanzo che è prima di tutto una testimonianza preziose, da quella della giovinezza di Margherita Hack all’emozionante storia di Franca Rame fino al contributo di Franca Viola e Denise Garofalo che hanno rispettivamente contribuito ad ottenere il reato contro la persona per violenza sessuale e di lotta contro la ‘ndrangheta a costo della vita. Così come lo sguardo di Alda Merini dal sanatorio, della partigiana Teresa Mattei e molte altre. Tutte hanno preteso per sé stesse un mondo a misura dei propri sogni e dei propri diritti. A volte pagando un prezzo altissimo, a volte semplicemente scegliendo di vivere la propria vita così come desideravano. Il loro gesto ha rotto con il passato, abbattuto muri, scardinato pregiudizi e, soprattutto, tracciato la strada per il più grande sogno di ogni ragazza a venire: la libertà.

Raccontate per fotogrammi, ricordi, parole, Daniela Palumbo ci restituisce ritratti inediti di queste grandi donne che raccontano battaglie di ieri su cui si fondano i diritti di oggi. E i diritti, come direbbe Vichi De Marchi, non hanno sesso.

Noi, ragazze senza paura

di Daniela Palumbo

Edizioni Piemme, 2017

Margherita Hack, Denise Garofalo, Franca Rame, Franca Viola, le maestre marchigiane, Ilaria Alpi, Alda Merini, Teresa Mattei. Donna, italiane, tutte diverse tra loro, ma tutte indipendenti, fuori dagli schemi, coraggiose.

Dedicato a tutte le ragazze e donne, ma anche ai ragazzi e agli uomini che meritano di apprezzare il coraggio mai scontato e sempre prezioso dell’universo femminile. Un romanzo che è prima di tutto una testimonianza preziose, da quella della giovinezza di Margherita Hack all’emozionante storia di Franca Rame fino al contributo di Franca Viola e Denise Garofalo che hanno rispettivamente contribuito ad ottenere il reato contro la persona per violenza sessuale e di lotta contro la ‘ndrangheta a costo della vita. Così come lo sguardo di Alda Merini dal sanatorio, della partigiana Teresa Mattei e molte altre. Tutte hanno preteso per sé stesse un mondo a misura dei propri sogni e dei propri diritti. A volte pagando un prezzo altissimo, a volte semplicemente scegliendo di vivere la propria vita così come desideravano. Il loro gesto ha rotto con il passato, abbattuto muri, scardinato pregiudizi e, soprattutto, tracciato la strada per il più grande sogno di ogni ragazza a venire: la libertà.

Raccontate per fotogrammi, ricordi, parole, Daniela Palumbo ci restituisce ritratti inediti di queste grandi donne che raccontano battaglie di ieri su cui si fondano i diritti di oggi. E i diritti, come direbbe Vichi De Marchi, non hanno sesso.

Noi, ragazze senza paura

di Daniela Palumbo

Edizioni Piemme, 2017

I lucci della via lago

Giugno 1982. L’estate di Mauri e dei suoi amici trascorre lenta, come ogni anno, tra giochi inventati, gare di nuoto e di pallone. Improvvisamente, però, la tranquillità del Lago d’Iseo viene sconvolta da un evento misterioso: nel tentativo di prendere all’amo un leggendario e gigantesco pesce, Brando, il miglior amico di Mauri, si immerge nelle acque immobili del lago per non tornare più in superficie. Al suo posto riemergono misteriosi biglietti scritti di suo pugno. Una parola tra tutti li colpisce: zombie. Dentro di loro, tra dubbi e sospetto reciproci, si fa strada il timore che la leggenda sia vera: ci sono spiriti che abitano il fondo del lago?

Con uno stile calzante, ritmato e ricco di suspance, l’autore intreccia, in quello che possiamo definire il suo romanzo più completo, le tre anime che da sempre ne contraddistinguono lo stile: romanzo di formazione, mistery e approfondimento psicologico. Di taglio semi-autobiografico “I lucci della via Lago” dipinge, con leggerezza e attenzione ai particolari, un ritratto fedele dei “ragazzi degli anni Ottanta” dimostrando al giovane lettore d’oggi che emozioni e sentimenti sono universali e non fanno distinzione di generazione. Un invito a fidarsi dell’acume e della spavalderia tipica della gioventù che, spesso, vede più in là della moderazione degli adulti.

I lucci della via lago

di Giuseppe Festa

Salani Editore, 2021

Giugno 1982. L’estate di Mauri e dei suoi amici trascorre lenta, come ogni anno, tra giochi inventati, gare di nuoto e di pallone. Improvvisamente, però, la tranquillità del Lago d’Iseo viene sconvolta da un evento misterioso: nel tentativo di prendere all’amo un leggendario e gigantesco pesce, Brando, il miglior amico di Mauri, si immerge nelle acque immobili del lago per non tornare più in superficie. Al suo posto riemergono misteriosi biglietti scritti di suo pugno. Una parola tra tutti li colpisce: zombie. Dentro di loro, tra dubbi e sospetto reciproci, si fa strada il timore che la leggenda sia vera: ci sono spiriti che abitano il fondo del lago?

Con uno stile calzante, ritmato e ricco di suspance, l’autore intreccia, in quello che possiamo definire il suo romanzo più completo, le tre anime che da sempre ne contraddistinguono lo stile: romanzo di formazione, mistery e approfondimento psicologico. Di taglio semi-autobiografico “I lucci della via Lago” dipinge, con leggerezza e attenzione ai particolari, un ritratto fedele dei “ragazzi degli anni Ottanta” dimostrando al giovane lettore d’oggi che emozioni e sentimenti sono universali e non fanno distinzione di generazione. Un invito a fidarsi dell’acume e della spavalderia tipica della gioventù che, spesso, vede più in là della moderazione degli adulti.

I lucci della via lago

di Giuseppe Festa

Salani Editore, 2021

Il futuro. Storia di un’idea

Il futuro e la memoria. Le capacità di progettare e l’impegno a fare. L’innovazione e le sue radici. La creatività e la fabbrica. Nelle stagioni della crisi e della metamorfosi, è necessario ragionare con lucidità e vivere con passione i cambiamenti. Interpretare i segni del tempo. Capire, per esempio, dove stiamo andando, con le pagine d’un libro edito da Laterza e intitolato, con esemplare essenzialità, “Il futuro. Storia di un’idea”. 55 autori scrivono di filosofia e architettura, musica e teatro, scienza e letteratura, politica ed economia, riflettendo sui testi di Sofocle e Platone, Leonardo e Brunelleschi, Machiavelli e Giordano Bruno, Marinetti e Salgari, Keynes e Olivetti, Le Corbusier e Chagall, John Lennon e Papa Francesco. Il risultato è il racconto contemporaneamente singolare e corale d’un lungo impegno a pensare e costruire un futuro migliore, più giusto ed equilibrato, rispetto ai tempi che si vivevano nella storia e ancora oggi stiamo faticosamente attraversando. Con un’indicazione finale, affidata alle sapienti parole di Karl Popper: “Il futuro è decisamente aperto. Esso dipende da noi; da tutti noi. Dipende da quello che noi e molte altre persone facciamo e faremo… dai nostri desideri, dalle nostre speranze, dalle nostre paure. Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità largamente disponibili del futuro”.

Il futuro. Storia di un’idea

Aavv

Laterza, 2021

Il futuro e la memoria. Le capacità di progettare e l’impegno a fare. L’innovazione e le sue radici. La creatività e la fabbrica. Nelle stagioni della crisi e della metamorfosi, è necessario ragionare con lucidità e vivere con passione i cambiamenti. Interpretare i segni del tempo. Capire, per esempio, dove stiamo andando, con le pagine d’un libro edito da Laterza e intitolato, con esemplare essenzialità, “Il futuro. Storia di un’idea”. 55 autori scrivono di filosofia e architettura, musica e teatro, scienza e letteratura, politica ed economia, riflettendo sui testi di Sofocle e Platone, Leonardo e Brunelleschi, Machiavelli e Giordano Bruno, Marinetti e Salgari, Keynes e Olivetti, Le Corbusier e Chagall, John Lennon e Papa Francesco. Il risultato è il racconto contemporaneamente singolare e corale d’un lungo impegno a pensare e costruire un futuro migliore, più giusto ed equilibrato, rispetto ai tempi che si vivevano nella storia e ancora oggi stiamo faticosamente attraversando. Con un’indicazione finale, affidata alle sapienti parole di Karl Popper: “Il futuro è decisamente aperto. Esso dipende da noi; da tutti noi. Dipende da quello che noi e molte altre persone facciamo e faremo… dai nostri desideri, dalle nostre speranze, dalle nostre paure. Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità largamente disponibili del futuro”.

Il futuro. Storia di un’idea

Aavv

Laterza, 2021

Il giardino del Mediterraneo

“Il Mediterraneo è il mare delle diversità, luogo di incontro di piante, animali e culture di Europa, Asia, Africa”, scrive Giuseppe Barbera, professore di Colture arboree all’università di Palermo in “Il giardino del Mediterraneo – Storie e paesaggi da Omero all’Antropocene”, il Saggiatore. E, per fare capire meglio, fa riferimento a Fernand Braudel, uno dei maggiori storici del Novecento: “Il Mediterraneo è mille cose insieme. Non un paesaggio ma innumerevoli paesaggi. Non un mare ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre”. Per trovare il senso d’una storia molteplice, d’una “natura ibrida” (la sua forza sta proprio nelle diversità dialoganti), Barbera segue i segni distintivi del paesaggio, considerato, secondo la lezione di Alexander von Humboldt, padre ottocentesco della geografia, come “un palinsesto” ovvero come “la totalità dei caratteri di un territorio”. E privilegia i sentieri della diffusione del fico d’India, importato dal Messico in Europa dai conquistadores spagnoli e diventato elemento simbolico del paesaggio. E poi si muove sulle tracce dell’ulivo e della vite. Si concentra su esempi tratti dall’osservazione e dallo studio della Sicilia, isola esemplare di incroci e contaminazioni. Insiste: “il Mediterraneo insegna che la natura e la cultura privilegiano la diversità, l’incontro altruista e non l’esclusione egoista”. E denuncia, con un solido apparato di dati e documentazioni, i danni provocati dalle cattive abitudini dell’epoca dell’Antropocene, con l’uomo che cerca di prendere il sopravvento sulla natura e ne altera radicalmente gli equilibri.

Il giardino del Mediterraneo – Storie e paesaggi da Omero all’Antropocene
Giuseppe Barbera
Il Saggiatore, 2021

“Il Mediterraneo è il mare delle diversità, luogo di incontro di piante, animali e culture di Europa, Asia, Africa”, scrive Giuseppe Barbera, professore di Colture arboree all’università di Palermo in “Il giardino del Mediterraneo – Storie e paesaggi da Omero all’Antropocene”, il Saggiatore. E, per fare capire meglio, fa riferimento a Fernand Braudel, uno dei maggiori storici del Novecento: “Il Mediterraneo è mille cose insieme. Non un paesaggio ma innumerevoli paesaggi. Non un mare ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre”. Per trovare il senso d’una storia molteplice, d’una “natura ibrida” (la sua forza sta proprio nelle diversità dialoganti), Barbera segue i segni distintivi del paesaggio, considerato, secondo la lezione di Alexander von Humboldt, padre ottocentesco della geografia, come “un palinsesto” ovvero come “la totalità dei caratteri di un territorio”. E privilegia i sentieri della diffusione del fico d’India, importato dal Messico in Europa dai conquistadores spagnoli e diventato elemento simbolico del paesaggio. E poi si muove sulle tracce dell’ulivo e della vite. Si concentra su esempi tratti dall’osservazione e dallo studio della Sicilia, isola esemplare di incroci e contaminazioni. Insiste: “il Mediterraneo insegna che la natura e la cultura privilegiano la diversità, l’incontro altruista e non l’esclusione egoista”. E denuncia, con un solido apparato di dati e documentazioni, i danni provocati dalle cattive abitudini dell’epoca dell’Antropocene, con l’uomo che cerca di prendere il sopravvento sulla natura e ne altera radicalmente gli equilibri.

Il giardino del Mediterraneo – Storie e paesaggi da Omero all’Antropocene
Giuseppe Barbera
Il Saggiatore, 2021

Alice resta a casa

Questa è la storia di Alice, un quindicenne con cui è difficile andare d’accordo. Incredibilmente antipatica sin dalle primissime pagine, sembra odiare tutto e tutti tranne Andrea, la sua migliore amica, e suo nonno Bob. Lui, a differenza dei genitori che si trovano a lavorare in ospedale durante la pandemia di Covid-19, e non hanno tempo di starle dietro presi come sono a cercare di capire un virus che non conoscono e che sta uccidendo moltissime persone, la ascolta davvero e non bolla tutto ciò che dice come “infantile”. Ad ascoltarla però c’è anche Skià, uno youtuber che la costringerà a mettersi in discussione e ad aprirsi a nuovi sogni per spiccare il volo.

Una storia che confonde realtà e fantasia, fa dubitare di tutto – persino della protagonista – e che può apparire inquietante in alcuni punti, ma sicuramente brillante per l’originalità del risultato. I due autori approfondiscono molti temi, primo tra tutti il Coronavirus e le conseguenze che ha nella vita delle persone e dei ragazzi “in formazione”, già alle prese con gli anni dell’adolescenza e le insicurezze che porta con sé. Perfettamente giocato, a livello stilistico e contenutistico, sulla contrapposizione tra reale e fantasy, su mondo degli adulti e quello dei ragazzi, su stili di scrittura che si intrecciano e discostano al contempo, Alice resta a casa fa da contraltare ad un’altra Alice, quella nel Paese delle Meraviglie.

Alice resta a casa

Di Manlio Castagna e Marco Ponti

Mondadori, 2021

Questa è la storia di Alice, un quindicenne con cui è difficile andare d’accordo. Incredibilmente antipatica sin dalle primissime pagine, sembra odiare tutto e tutti tranne Andrea, la sua migliore amica, e suo nonno Bob. Lui, a differenza dei genitori che si trovano a lavorare in ospedale durante la pandemia di Covid-19, e non hanno tempo di starle dietro presi come sono a cercare di capire un virus che non conoscono e che sta uccidendo moltissime persone, la ascolta davvero e non bolla tutto ciò che dice come “infantile”. Ad ascoltarla però c’è anche Skià, uno youtuber che la costringerà a mettersi in discussione e ad aprirsi a nuovi sogni per spiccare il volo.

Una storia che confonde realtà e fantasia, fa dubitare di tutto – persino della protagonista – e che può apparire inquietante in alcuni punti, ma sicuramente brillante per l’originalità del risultato. I due autori approfondiscono molti temi, primo tra tutti il Coronavirus e le conseguenze che ha nella vita delle persone e dei ragazzi “in formazione”, già alle prese con gli anni dell’adolescenza e le insicurezze che porta con sé. Perfettamente giocato, a livello stilistico e contenutistico, sulla contrapposizione tra reale e fantasy, su mondo degli adulti e quello dei ragazzi, su stili di scrittura che si intrecciano e discostano al contempo, Alice resta a casa fa da contraltare ad un’altra Alice, quella nel Paese delle Meraviglie.

Alice resta a casa

Di Manlio Castagna e Marco Ponti

Mondadori, 2021

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