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La sinagoga degli zingari

È la fine di dicembre del 1942. A Stalingrado. E il maggiore Martin von Bora, protagonista di “La sinagoga degli zingari” di Ben Pastor, Sellerio, uomo di punta dell’Abwehr, i servizi segreti dell’esercito tedesco, si ritrova al centro del fronte, durante la controffensiva russa per la riconquista della città. Durissimi scontri quotidiani, mentre tutto fa presagire la sconfitta delle truppe dell’Asse (i tedeschi e i loro alleati italiani, rumeni e ungheresi). Ma anche una difficile indagine sul misterioso omicidio di due scienziati rumeni, fisico lui (addentro ai segreti dell’energia atomica) e chimica lei, sedicente esperta di combustibile sintetico. Tutto si tiene: l’orrore della guerra, la vischiosità degli interessi politici ed economici, la vanità del potere, la ferocia delle relazioni. L’onore e l’amor di patria dell’ufficiale d’origine prussiana, discendente dalla famiglia di Martin Lutero. E i dubbi etici e politici sul senso di un conflitto scatenato da un regime nazista che ha sempre meno a che vedere con i valori della migliore cultura tedesca ed europea, cui è stata ispirata la formazione di Bora. Ancora una volta, come in tutti gli altri romanzi di Ben Pastor, le vicende belliche e i risvolti polizieschi rivelano una profonda sensibilità per le pieghe dell’animo umano e il senso dei grandi quesiti storici e morali. E nel dolore del conflitto, storico e personale, s’intravvede una sincera ricerca di verità e di essenzialità umana.

La sinagoga degli zingari

Ben Pastor

Sellerio, 2021

È la fine di dicembre del 1942. A Stalingrado. E il maggiore Martin von Bora, protagonista di “La sinagoga degli zingari” di Ben Pastor, Sellerio, uomo di punta dell’Abwehr, i servizi segreti dell’esercito tedesco, si ritrova al centro del fronte, durante la controffensiva russa per la riconquista della città. Durissimi scontri quotidiani, mentre tutto fa presagire la sconfitta delle truppe dell’Asse (i tedeschi e i loro alleati italiani, rumeni e ungheresi). Ma anche una difficile indagine sul misterioso omicidio di due scienziati rumeni, fisico lui (addentro ai segreti dell’energia atomica) e chimica lei, sedicente esperta di combustibile sintetico. Tutto si tiene: l’orrore della guerra, la vischiosità degli interessi politici ed economici, la vanità del potere, la ferocia delle relazioni. L’onore e l’amor di patria dell’ufficiale d’origine prussiana, discendente dalla famiglia di Martin Lutero. E i dubbi etici e politici sul senso di un conflitto scatenato da un regime nazista che ha sempre meno a che vedere con i valori della migliore cultura tedesca ed europea, cui è stata ispirata la formazione di Bora. Ancora una volta, come in tutti gli altri romanzi di Ben Pastor, le vicende belliche e i risvolti polizieschi rivelano una profonda sensibilità per le pieghe dell’animo umano e il senso dei grandi quesiti storici e morali. E nel dolore del conflitto, storico e personale, s’intravvede una sincera ricerca di verità e di essenzialità umana.

La sinagoga degli zingari

Ben Pastor

Sellerio, 2021

La tigre di Noto

“Il professore entrò, salutò, ci contò velocemente. Si soffermò su di me e sorrise. Ero l’unica donna”. Facoltà di matematica dell’università “La Sapienza” di Roma. Autunno 1915. Lei è Anna Maria Ciccone, protagonista di “La tigre di Noto” di Simona Lo Iacono, scrittrice di sicuro e affascinante talento, per l’editore Neri Pozza. Ed è riportata alla meritata attenzione del pubblico, in un libro bello e necessario, che mescola la scrupolosa attenzione per i fatti storici all’immaginazione in parte romanzata di passioni e sentimenti, come una donna di scienza e di forte tempra morale. Anna Maria, Marianna per gli amici, è ragazza curiosa, intraprendente, decisa a non seguire le sorti delle ragazze di buona famiglia siciliana (era nata a Noto nel 1891): un matrimonio di rango, i figli, le cure della casa, la scansione benestante e noiosa del tempo della provincia antica. Ha una brillante inclinazione per la scienza, la ricerca sulla luce e le stelle. E così, contro il parere dei genitori, lascia la Sicilia, comincia a studiare matematica a Roma e subito vince un concorso per la Normale di Pisa. Affascinata dalle idee allora rivoluzionarie di Einstein, si fa notare tra i suoi pochi sostenitori. E poi, da Pisa alla Germania e poi ancora a Pisa, cercando sempre “un piccolo bagliore di conoscenza”. Cui si aggiungono una solida passione civile e un forte senso di responsabilità morale (che la porta a opporsi alle razzie antisemite dei nazisti e a salvare 5 mila preziosi volumi di cultura ebraica). Il piacere per le nuove idee che, attraverso la relatività e la fisica quantistica, stanno cambiando il mondo. E una vocazione affettuosa e severa per la didattica. Ha insegnato Fisica sperimentale a Pisa, ha fatto ricerca al Laboratorio di fisica atomica e nucleare del Collège de France, s’è abilitata in due concorsi per professore ordinario. Ma “non le venne mai assegnata alcuna cattedra perché donna”.

La tigre di Noto
Simona Lo Iacono
Neri Pozza, 2021

“Il professore entrò, salutò, ci contò velocemente. Si soffermò su di me e sorrise. Ero l’unica donna”. Facoltà di matematica dell’università “La Sapienza” di Roma. Autunno 1915. Lei è Anna Maria Ciccone, protagonista di “La tigre di Noto” di Simona Lo Iacono, scrittrice di sicuro e affascinante talento, per l’editore Neri Pozza. Ed è riportata alla meritata attenzione del pubblico, in un libro bello e necessario, che mescola la scrupolosa attenzione per i fatti storici all’immaginazione in parte romanzata di passioni e sentimenti, come una donna di scienza e di forte tempra morale. Anna Maria, Marianna per gli amici, è ragazza curiosa, intraprendente, decisa a non seguire le sorti delle ragazze di buona famiglia siciliana (era nata a Noto nel 1891): un matrimonio di rango, i figli, le cure della casa, la scansione benestante e noiosa del tempo della provincia antica. Ha una brillante inclinazione per la scienza, la ricerca sulla luce e le stelle. E così, contro il parere dei genitori, lascia la Sicilia, comincia a studiare matematica a Roma e subito vince un concorso per la Normale di Pisa. Affascinata dalle idee allora rivoluzionarie di Einstein, si fa notare tra i suoi pochi sostenitori. E poi, da Pisa alla Germania e poi ancora a Pisa, cercando sempre “un piccolo bagliore di conoscenza”. Cui si aggiungono una solida passione civile e un forte senso di responsabilità morale (che la porta a opporsi alle razzie antisemite dei nazisti e a salvare 5 mila preziosi volumi di cultura ebraica). Il piacere per le nuove idee che, attraverso la relatività e la fisica quantistica, stanno cambiando il mondo. E una vocazione affettuosa e severa per la didattica. Ha insegnato Fisica sperimentale a Pisa, ha fatto ricerca al Laboratorio di fisica atomica e nucleare del Collège de France, s’è abilitata in due concorsi per professore ordinario. Ma “non le venne mai assegnata alcuna cattedra perché donna”.

La tigre di Noto
Simona Lo Iacono
Neri Pozza, 2021

Alice attraverso lo specchio

Un classico che non ha bisogno di presentazioni né di recensioni, riletto e riproposto al lettore attraverso le oniriche illustrazioni di uno dei più apprezzati illustratori francesi contemporanei. Benjamin Lacombe invita il lettore ad addentrarsi nella tana del coniglio: «Giù, giù, giù. Sarebbe mai cessata quella caduta?», in una perdita d’identità e trasformazioni guidate dai personaggi più strampalati.

Il sequel di Lewis Carroll ha compiuto 150 anni da poco più di due mesi e nel Regno Unito sono previsti importanti festeggiamenti, tra i quali una mostra al Victoria & Albert Museum. Per l’occasione, i disegni di Lacombe riescono nel rendere universale il viaggio di Alice grazie a immagini piene di meraviglie, ma anche paure e incertezze, tratte da una commistione di pittori folk, incisori vittoriani e manga giapponesi dando vita a uno stile personalissimo.

Dopo Racconti macabri di Edgar Allan Poe e Notre Dame de Paris di Victor Hugo, Lacombe mette la sua fantasia al servizio di Lewis Carroll, chiedendosi cosa possa esistere al di là di uno specchio. E per scoprirlo lo attraversa, insieme ad Alice.

Alice attraverso lo specchio 

Lewis Carroll

Ippocampo Edizioni, 2022

Un classico che non ha bisogno di presentazioni né di recensioni, riletto e riproposto al lettore attraverso le oniriche illustrazioni di uno dei più apprezzati illustratori francesi contemporanei. Benjamin Lacombe invita il lettore ad addentrarsi nella tana del coniglio: «Giù, giù, giù. Sarebbe mai cessata quella caduta?», in una perdita d’identità e trasformazioni guidate dai personaggi più strampalati.

Il sequel di Lewis Carroll ha compiuto 150 anni da poco più di due mesi e nel Regno Unito sono previsti importanti festeggiamenti, tra i quali una mostra al Victoria & Albert Museum. Per l’occasione, i disegni di Lacombe riescono nel rendere universale il viaggio di Alice grazie a immagini piene di meraviglie, ma anche paure e incertezze, tratte da una commistione di pittori folk, incisori vittoriani e manga giapponesi dando vita a uno stile personalissimo.

Dopo Racconti macabri di Edgar Allan Poe e Notre Dame de Paris di Victor Hugo, Lacombe mette la sua fantasia al servizio di Lewis Carroll, chiedendosi cosa possa esistere al di là di uno specchio. E per scoprirlo lo attraversa, insieme ad Alice.

Alice attraverso lo specchio 

Lewis Carroll

Ippocampo Edizioni, 2022

Vogliamo la luna. Il futuro raccontato dalle ragazze e dai ragazzi

Il Covid-19 ha fatto vacillare ogni certezza, catapultato il mondo in un limbo da cui – ancora oggi – è difficile capire quando sarà possibile uscire. In questa dimensione sospesa, l’autrice ha chiesto a centoquaranta ragazzi quale parola porterebbero con loro nel futuro. Perchè, dopo ogni catastrofe, non è solo il mondo “esterno” a perdere pezzi ma anche quello “interno”. Quello delle persone e delle parole. Mentre gli adulti si confrontano con lockdown, green pass e vaccini, i ragazzi portano avanti sogni, desideri e speranza per un futuro che spetta a noi tutti scrivere. Oggi. Non domani. Dimostrando, ancora una volta, di avere una marcia in più.

“Vogliamo la luna” è un abbecedario di più di cento parole scelte da ragazzi e ragazze di tutt’Italia fra gli undici e i diciotto anni, dalla A di abbraccio (quel contatto fisico che purtroppo la pandemia ci ha tolto) fino alla Z di chi comincia dalla fine. Ognuno ha voluto lasciare la propria parola, ognuno lo ha fatto con una voce unica e autentica. È un catalogo di sogni, “una lettera ai posteri” di poesie, pagine di diario, discorsi immaginari o epistole ad amici.

«Hanno perlustrato i fondali, e poi sono riemersi, sentendosi come naufraghi che avevano preso con sé, per il domani incerto, poche cose: i fondamentali».

Vogliamo la luna. Il futuro raccontato dalle ragazze e dai ragazzi

di Daniela Palumbo

Edizioni Piemme-Il Battello a Vapore, 2021

Il Covid-19 ha fatto vacillare ogni certezza, catapultato il mondo in un limbo da cui – ancora oggi – è difficile capire quando sarà possibile uscire. In questa dimensione sospesa, l’autrice ha chiesto a centoquaranta ragazzi quale parola porterebbero con loro nel futuro. Perchè, dopo ogni catastrofe, non è solo il mondo “esterno” a perdere pezzi ma anche quello “interno”. Quello delle persone e delle parole. Mentre gli adulti si confrontano con lockdown, green pass e vaccini, i ragazzi portano avanti sogni, desideri e speranza per un futuro che spetta a noi tutti scrivere. Oggi. Non domani. Dimostrando, ancora una volta, di avere una marcia in più.

“Vogliamo la luna” è un abbecedario di più di cento parole scelte da ragazzi e ragazze di tutt’Italia fra gli undici e i diciotto anni, dalla A di abbraccio (quel contatto fisico che purtroppo la pandemia ci ha tolto) fino alla Z di chi comincia dalla fine. Ognuno ha voluto lasciare la propria parola, ognuno lo ha fatto con una voce unica e autentica. È un catalogo di sogni, “una lettera ai posteri” di poesie, pagine di diario, discorsi immaginari o epistole ad amici.

«Hanno perlustrato i fondali, e poi sono riemersi, sentendosi come naufraghi che avevano preso con sé, per il domani incerto, poche cose: i fondamentali».

Vogliamo la luna. Il futuro raccontato dalle ragazze e dai ragazzi

di Daniela Palumbo

Edizioni Piemme-Il Battello a Vapore, 2021

Un’educazione milanese

Il libro di Alberto Rollo ci racconta mezzo secolo di Milano attraverso i suoi ricordi, in un’autobiografia che è anche il romanzo di una città in continua evoluzione. L’educazione di cui parla Rollo nel titolo è quella della cultura proletaria che gli veniva insegnata dal padre, operaio e comunista, e che si imparava anche nelle officine e nelle fabbriche, considerate quasi come luoghi sacri, in una Milano industriale nella quale anche l’estate “aveva l’odore dell’acciaio caldo e dell’olio di raffreddamento. Un odore che si confondeva con quello forte, acido, della pasta lavamani”. I racconti di Rollo iniziano dagli anni Cinquanta, dalla sua famiglia che viveva in Via Mac Mahon, e proseguono con la sua giovinezza, negli anni Sessanta e Settanta, a fianco dell’amico Marco, insieme al quale conosce una Milano diversa da quella delle fabbriche, la città della cultura, dei teatri, delle università e anche della lotta politica studentesca.

Un’educazione milanese

Alberto Rollo

Manni, 2016

Il libro di Alberto Rollo ci racconta mezzo secolo di Milano attraverso i suoi ricordi, in un’autobiografia che è anche il romanzo di una città in continua evoluzione. L’educazione di cui parla Rollo nel titolo è quella della cultura proletaria che gli veniva insegnata dal padre, operaio e comunista, e che si imparava anche nelle officine e nelle fabbriche, considerate quasi come luoghi sacri, in una Milano industriale nella quale anche l’estate “aveva l’odore dell’acciaio caldo e dell’olio di raffreddamento. Un odore che si confondeva con quello forte, acido, della pasta lavamani”. I racconti di Rollo iniziano dagli anni Cinquanta, dalla sua famiglia che viveva in Via Mac Mahon, e proseguono con la sua giovinezza, negli anni Sessanta e Settanta, a fianco dell’amico Marco, insieme al quale conosce una Milano diversa da quella delle fabbriche, la città della cultura, dei teatri, delle università e anche della lotta politica studentesca.

Un’educazione milanese

Alberto Rollo

Manni, 2016

La Pirelli. Vita di una azienda industriale

Alberto Pirelli, figlio di Giovanni Battista che nel 1872 ha fondato l’omonima azienda, racconta in questo libro del 1946 la sua esperienza alla guida della Pirelli, rievocando vicende di vita lavorativa e ricordi personali, senza nascondere i profondi sentimenti affettivi. Alberto, insieme al fratello Piero, è praticamente nato e cresciuto tra le mura della prima fabbrica di via Ponte Seveso, che ricorda con affetto e attaccamento emotivo. Già da bambini, racconta nel libro, sentivano il pulsare delle macchine dalla camera da letto, poiché all’epoca vivevano accanto alla fabbrica. Il libro ripercorre quasi 75 anni di vita pirelliana, dalle origini alla prima metà del novecento, seguendone lo sviluppo dall’Italia all’estero e le sue attività, dall’approvvigionamento delle materie prime alla produzione di articoli in gomma e pneumatici. Il racconto di un’azienda innovativa nata 150 anni fa, poco dopo l’Unità d’Italia, e che ha segnato lo sviluppo industriale del nostro paese lungo il corso della sua storia.

La Pirelli. Vita di una azienda industriale

Alberto Pirelli

Milano, 1946

Alberto Pirelli, figlio di Giovanni Battista che nel 1872 ha fondato l’omonima azienda, racconta in questo libro del 1946 la sua esperienza alla guida della Pirelli, rievocando vicende di vita lavorativa e ricordi personali, senza nascondere i profondi sentimenti affettivi. Alberto, insieme al fratello Piero, è praticamente nato e cresciuto tra le mura della prima fabbrica di via Ponte Seveso, che ricorda con affetto e attaccamento emotivo. Già da bambini, racconta nel libro, sentivano il pulsare delle macchine dalla camera da letto, poiché all’epoca vivevano accanto alla fabbrica. Il libro ripercorre quasi 75 anni di vita pirelliana, dalle origini alla prima metà del novecento, seguendone lo sviluppo dall’Italia all’estero e le sue attività, dall’approvvigionamento delle materie prime alla produzione di articoli in gomma e pneumatici. Il racconto di un’azienda innovativa nata 150 anni fa, poco dopo l’Unità d’Italia, e che ha segnato lo sviluppo industriale del nostro paese lungo il corso della sua storia.

La Pirelli. Vita di una azienda industriale

Alberto Pirelli

Milano, 1946

Vecchie conoscenze

“Vecchie conoscenze” tornano a rendere ancora più difficili le giornate di Rocco Schiavone, vicequestore ad Aosta, poliziotto acuto, inquieto, insofferente per formalità e cattive abitudini. E così, nelle pagine del nuovo libro di Antonio Manzini, Sellerio, uno dei personaggi da tempo più amati da critica e pubblico (nella serie Tv Rocco è interpretato dall’efficace Marco Giallini) è costretto ad affiancare l’indagine sull’omicidio di Sofia Martinet, anziana autorevole studiosa di Leonardo da Vinci con le conseguenze personalmente pericolose della ricomparsa di Sebastiano, uno degli amici più cari fin dai tempi dell’infanzia romana, latitante in cerca dell’assassino dell’amata moglie. L’inchiesta è, come sempre, complicata, tra indizi labili e vaghe ipotesi di movente. Gli intrecci privati, tra amicizie imbarazzanti e ruvide resistenze agli incontri amorosi, incupiscono i giorni. Rocco vira l’ironia in tagliente autocritica. E deve fare i conti con l’avanzare dell’età, anzi “con l’annite, una brutta malattia che prende tutti, e non fa prigionieri”. Di quegli umori malinconici, la testimonianza più evidente sta in questo dialogo con Sara, un’amica archeologa: “Che penso della realtà? Puzza. Puzza di sudore, di roba andata a male, puzza di gente marcia. Pochi gli odori buoni. La maria, il vino, voi. Stop”. “Nella realtà ci devi vivere, Rocco. Tu sei la realtà”. Ma quella realtà rivela anche una via d’uscita luminosa. Un affetto più sereno per un ragazzino, quasi fosse un figlio. E lo spiraglio del ripresentarsi d’una storia amorosa. Non tutte le “vecchie conoscenze” sono da buttar via.

Vecchie conoscenze
Antonio Manzini

Sellerio, 2021

“Vecchie conoscenze” tornano a rendere ancora più difficili le giornate di Rocco Schiavone, vicequestore ad Aosta, poliziotto acuto, inquieto, insofferente per formalità e cattive abitudini. E così, nelle pagine del nuovo libro di Antonio Manzini, Sellerio, uno dei personaggi da tempo più amati da critica e pubblico (nella serie Tv Rocco è interpretato dall’efficace Marco Giallini) è costretto ad affiancare l’indagine sull’omicidio di Sofia Martinet, anziana autorevole studiosa di Leonardo da Vinci con le conseguenze personalmente pericolose della ricomparsa di Sebastiano, uno degli amici più cari fin dai tempi dell’infanzia romana, latitante in cerca dell’assassino dell’amata moglie. L’inchiesta è, come sempre, complicata, tra indizi labili e vaghe ipotesi di movente. Gli intrecci privati, tra amicizie imbarazzanti e ruvide resistenze agli incontri amorosi, incupiscono i giorni. Rocco vira l’ironia in tagliente autocritica. E deve fare i conti con l’avanzare dell’età, anzi “con l’annite, una brutta malattia che prende tutti, e non fa prigionieri”. Di quegli umori malinconici, la testimonianza più evidente sta in questo dialogo con Sara, un’amica archeologa: “Che penso della realtà? Puzza. Puzza di sudore, di roba andata a male, puzza di gente marcia. Pochi gli odori buoni. La maria, il vino, voi. Stop”. “Nella realtà ci devi vivere, Rocco. Tu sei la realtà”. Ma quella realtà rivela anche una via d’uscita luminosa. Un affetto più sereno per un ragazzino, quasi fosse un figlio. E lo spiraglio del ripresentarsi d’una storia amorosa. Non tutte le “vecchie conoscenze” sono da buttar via.

Vecchie conoscenze
Antonio Manzini

Sellerio, 2021

Icone

“Icone” di Giovanna Mancini, Luiss University Press, è un libro dedicato a “mito, storie e personaggi del design italiano” (pubblicato nell’interessante collana “Bellissima” diretta da Nicoletta Picchio). La creatività dei designer si lega alle straordinarie capacità tecniche di industriali e artigiani. Il Salone del Mobile di Milano ne è vetrina internazionale di primo piano. E le dieci storie raccontate (Alessi, Artemide, B&B, Caimi Brevetti, Cassina, Driade, Gufram, Kartell, Molteni e Zanotta) testimoniano come nel mondo dell’arredamento la bellezza si leghi alla qualità e all’efficienza dei prodotti e come proprio in questo settore il “made in Italy” investa anche gli aspetti del gusto, degli stili di vita e di una cultura italiana che tutto il mondo apprezza. Una leva di sviluppo.

Icone. Mito, storie e personaggi del design italiano
Giovanna Mancini
Luiss University Press, 2021

“Icone” di Giovanna Mancini, Luiss University Press, è un libro dedicato a “mito, storie e personaggi del design italiano” (pubblicato nell’interessante collana “Bellissima” diretta da Nicoletta Picchio). La creatività dei designer si lega alle straordinarie capacità tecniche di industriali e artigiani. Il Salone del Mobile di Milano ne è vetrina internazionale di primo piano. E le dieci storie raccontate (Alessi, Artemide, B&B, Caimi Brevetti, Cassina, Driade, Gufram, Kartell, Molteni e Zanotta) testimoniano come nel mondo dell’arredamento la bellezza si leghi alla qualità e all’efficienza dei prodotti e come proprio in questo settore il “made in Italy” investa anche gli aspetti del gusto, degli stili di vita e di una cultura italiana che tutto il mondo apprezza. Una leva di sviluppo.

Icone. Mito, storie e personaggi del design italiano
Giovanna Mancini
Luiss University Press, 2021

Il cuoco dell’imperatore

Serve anche un esperto di cibi e banchetti sontuosi, per raccontare un sistema di potere, una cultura, una civiltà. Come mostra bene Raffaele Nigro, ricostruendo la storia di Guaimaro delle Campane in “Il cuoco dell’imperatore”, La nave di Teseo. Guaimaro è uomo di corte di Federico II di Svevia, sovrano di Sicilia e Germania. Sa cucinare. E ha pure buone competenze mediche. E così, appunto da cuoco e da custode della salute dell’ambizioso e potente protagonista della storia del suo tempo, si ritrova a vivere un’intensa vita cortigiana, in compagnia di poeti e filosofi, artisti e scienziati, di cui Federico ama circondarsi. Il Duecento è un secolo di grandi passioni, furibondi scontri politici tra il Papato e l’Impero, ma anche di profonde tensioni culturali e morali. Il Medio Evo declina, si preparano tempi nuovi (se ne ritrova l’eco nelle pagine della “Divina Commedia” di Dante). E proprio l’attenzione per la vita e le attitudini di Guaimaro consente a Nigro di raccontare anche gli aspetti più controversi dell’imperatore, dalle curiosità magiche ai visionari progetti di un’Europa unita, con le radici ben piantate nella cultura mediterranea. E il buon cibo e il vino sono strade utili per ricercare il senso profondo di storie che ancora oggi ci parlano.

Il cuoco dell’imperatore
Raffaele Nigro
La nave di Teseo, 2021

Serve anche un esperto di cibi e banchetti sontuosi, per raccontare un sistema di potere, una cultura, una civiltà. Come mostra bene Raffaele Nigro, ricostruendo la storia di Guaimaro delle Campane in “Il cuoco dell’imperatore”, La nave di Teseo. Guaimaro è uomo di corte di Federico II di Svevia, sovrano di Sicilia e Germania. Sa cucinare. E ha pure buone competenze mediche. E così, appunto da cuoco e da custode della salute dell’ambizioso e potente protagonista della storia del suo tempo, si ritrova a vivere un’intensa vita cortigiana, in compagnia di poeti e filosofi, artisti e scienziati, di cui Federico ama circondarsi. Il Duecento è un secolo di grandi passioni, furibondi scontri politici tra il Papato e l’Impero, ma anche di profonde tensioni culturali e morali. Il Medio Evo declina, si preparano tempi nuovi (se ne ritrova l’eco nelle pagine della “Divina Commedia” di Dante). E proprio l’attenzione per la vita e le attitudini di Guaimaro consente a Nigro di raccontare anche gli aspetti più controversi dell’imperatore, dalle curiosità magiche ai visionari progetti di un’Europa unita, con le radici ben piantate nella cultura mediterranea. E il buon cibo e il vino sono strade utili per ricercare il senso profondo di storie che ancora oggi ci parlano.

Il cuoco dell’imperatore
Raffaele Nigro
La nave di Teseo, 2021

Il maialino di Natale

Mimalino, detto Lino, è un maialino di pezza. Jack lo adora: è sempre lì per lui nei momenti belli, e anche in quelli brutti. Almeno fino a quando la sorellastra, durante una lite, non lo lancia fuori dal finestrino di un’auto in corsa. Ma per fortuna la Vigilia di Natale si avvicina e, tutti i bambini lo sanno, non c’è notte più magica e capace di miracoli di questa. D’altronde è già capitato: i giocattoli prendono vita, i bambini possono viaggiare in mondi inesplorati che sono lì a un palmo da loro per vivere avventure meravigliose. Così, quando sotto l’albero Jack trova un nuovo peluche, un Maialino di Natale che si anima, non ci penserà due volte a lanciarsi con lui nella Terra dei Perduti, una dimensione in cui nessun bambino è mai sato prima, per ritrovare Lino e salvarlo da un mostro fatto di rottami.

Crescita e cambiamenti, coraggio e senso di abbandono, amicizia e amore, un pizzico di miracolo di Natale. Gli ingredienti per rendere “Il Maialino di Natale” un grande classico della letteratura per l’infanzia ci sono tutti. Ma a farla da padrone è il tema della perdita, sempre presente nei romanzi della scrittrice reinterpretato qui sotto forma di tòpos letterario per ragazzi, nonché strumento necessario per progredire nella vita. Eppure, J.K. Rowling è riuscita nell’invenzione di uno dei suoi nuovi incantesimi: creare un mondo magico al limite tra sogno e realtà, in cui amicizia e crescita sono tanto indispensabili quanto i rintocchi dell’orologio, per tornare a casa.

Il maialino di Natale

J.K. Rowling

Adriano Salani Editore, 2021

Mimalino, detto Lino, è un maialino di pezza. Jack lo adora: è sempre lì per lui nei momenti belli, e anche in quelli brutti. Almeno fino a quando la sorellastra, durante una lite, non lo lancia fuori dal finestrino di un’auto in corsa. Ma per fortuna la Vigilia di Natale si avvicina e, tutti i bambini lo sanno, non c’è notte più magica e capace di miracoli di questa. D’altronde è già capitato: i giocattoli prendono vita, i bambini possono viaggiare in mondi inesplorati che sono lì a un palmo da loro per vivere avventure meravigliose. Così, quando sotto l’albero Jack trova un nuovo peluche, un Maialino di Natale che si anima, non ci penserà due volte a lanciarsi con lui nella Terra dei Perduti, una dimensione in cui nessun bambino è mai sato prima, per ritrovare Lino e salvarlo da un mostro fatto di rottami.

Crescita e cambiamenti, coraggio e senso di abbandono, amicizia e amore, un pizzico di miracolo di Natale. Gli ingredienti per rendere “Il Maialino di Natale” un grande classico della letteratura per l’infanzia ci sono tutti. Ma a farla da padrone è il tema della perdita, sempre presente nei romanzi della scrittrice reinterpretato qui sotto forma di tòpos letterario per ragazzi, nonché strumento necessario per progredire nella vita. Eppure, J.K. Rowling è riuscita nell’invenzione di uno dei suoi nuovi incantesimi: creare un mondo magico al limite tra sogno e realtà, in cui amicizia e crescita sono tanto indispensabili quanto i rintocchi dell’orologio, per tornare a casa.

Il maialino di Natale

J.K. Rowling

Adriano Salani Editore, 2021

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