“Gli esami non finiscono mai”, recitava, con un tono di affaticata malinconia, nel 1973, Eduardo De Filippo. Una condizione esistenziale difficile, di risposte spossanti rispetto alle continue sfide della vita. Un capitolo d’infelicità della “Cantata dei giorni dispari”.
Eduardo sotto il tormento degli esami era straordinario: una pagina mirabile della letteratura teatrale italiana. Eppure, a sfogliare adesso le pagine dei quotidiani, quella condizione di prova continua sembra avere trovato una dimensione diversa dalla tristezza di Eduardo. “La voglia di università torna a quarant’anni”, scrive Viola Giannoli su La Repubblica (28 aprile). E documenta come “cresce la platea degli adulti che tornano a frequentare gli atenei: nell’ultimo decennio il loro numero è raddoppiato. Una scelta in cerca di riscatto e di nuove competenze”.
Gli “over 40” all’università sono 133.079 (anno scolastico ‘24-‘25), il 6,4% dei nostri 2 milioni di studenti universitari in Italia. E il loro numero aumenta di anno in anno. Erano appena 61mila nel 2015/2016, hanno superato i 100mila nel ‘21/‘22 e i 122.454 nel ‘23/‘24. Un fenomeno che continua a crescere.
L’Italia, come sappiamo, è penultima per laureati in Europa. E non saranno certo gli studenti dai capelli grigi a risolvere il problema (soprattutto in una condizione generale demografica di perdita costante di popolazione). Eppure, quegli oltre 100mila quarantenni che riprendono in mano i libri e aggiungono, al lavoro quotidiano e ai normali carichi familiari, anche un rinnovato impegno sugli studi dicono al resto del Paese qualcosa di molto importante.
Sono radicalmente cambiati il lavoro, le conoscenze, i saperi necessari non solo per fare carriera ma anche per affrontare con maggiore consapevolezza tutte le questioni poste dalle transizioni digitali e ambientali che da tempo investono e trasformano gli ambienti professionali (nell’industria, nei servizi, in numerosissime dimensioni del terziario) e non avere le competenze per stare al passo delle trasformazioni significa di fatto rimanere indietro sul posto di lavoro. Con conseguenti ricadute sul piano professionale e retributivo.
Certo, tra tante storie personali, ce ne sono parecchie che raccontano di soddisfazioni personali, di orgoglio culturale e sociale nel prendere, finalmente, la laurea dopo aver interrotto controvoglia gli studi, di traguardi privati, di desiderio di completare un cammino interrotto da giovani per motivi economici e familiari. Di crescita lungo la scala sociale.
Ma, a guardare bene le storie raccolte dalle università, da Milano a Bologna, le esigenze professionali e di carriera hanno la prevalenza.
A favore della ripresa degli studi giocano molto le scelte fatte dalle università e verificate con successo durante il Covid, sulle lezioni a distanza. E la crescente consapevolezza dello stesso corpo docente sulle responsabilità universitarie relative al livello generale di conoscenza del Paese e al miglioramento degli strumenti di comprensione di realtà sempre più complesse e difficili da interpretare.
Ma a giocare il ruolo maggiore è la consapevolezza della necessità di fare fronte alle trasformazioni produttive, ai cambiamenti dei contenuti e delle modalità dei lavori.
La consapevolezza crescente del rapporto tra produttività e retribuzioni pesa come stimolo. Così come pesano le trasformazioni dei ruoli e delle responsabilità di fronte alle radicali modifiche dei cicli produttivi, stravolti dalla diffusione delle tecnologie digitali e dalle pratiche organizzative data driven.
Tutto fa pensare che adesso la crescente diffusione dell’Intelligenza Artificiale farà crescere la tendenza a riprendere in mano i libri. E se è vero che molte aziende, con la loro Academy, si stanno impegnando molto per fare crescere i contenuti professionali dei propri dipendenti, è altrettanto vero che il ritorno sui libri e agli ambienti universitari continua ad avere un fascino che ha i suoi valori.
Siamo un paese che investe poco in ricerca e formazione. Che legge poco e mostra una scarsa dimestichezza con i libri. Che ha un alto livello di analfabetismo di ritorno. E che affronta con difficoltà le nuove sfide tecnologiche legate non solo al lavoro ma ai tanti processi di digitalizzazione della vita quotidiana.
Così, la notizia del ritorno all’università degli “over 40” non può non fare piacere. Ne avremo effetti positivi sulla conoscenza dei fenomeni che investono la nostra vita quotidiana (a cominciare dalla salute e dall’ambiente). Ma anche sulla consapevolezza della complessità delle scelte da fare per la vita personale e sociale, con i cambiamenti che investono la nostra vita, con tutti gli aspetti tecnologici ma anche culturali, sociali e morali che comportano. “Non è mai troppo tardi”, potremmo dire, per capire bene come e quanto cambia il nostro mondo e comportarci di conseguenza. Un libro è sempre più essenziale.
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