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I sessant’anni del Grattacielo Pirelli, simbolo della “città che sale”: un racconto attuale tra memoria e capacità di progettare il futuro

L’uomo cammina con il passo lento e un po’ stanco di chi viene da un lungo viaggio. Attraversa i binari del tram accanto alla Stazione Centrale, proprio davanti al Grattacielo Pirelli. Sulle spalle, ha uno scatolone legato con lo spago. Alla mano sinistra, una valigia di cartone bianca e marrone, pesante, tanto da fargli pendere il braccio. E’ partito dalla Sardegna, da Olbia. In tasca, ben piegato come le cose preziose, ha un foglietto di carta con un indirizzo di Rho, dove lo aspettano i parenti che lo hanno mandato a chiamare, “vieni che qui c’è ancora lavoro”. E’ il tardo settembre del 1968. L’aria è grigia, pungente, annuncio dell’autunno che arriva. Ma sul volto dell’uomo la fatica non impedisce l’abbozzo d’un sorriso timido e un po’ schivo, guardando verso l’obiettivo del fotografo. Eccoci qui, a Milano, finalmente. Forse può ricominciare una nuova stagione di vita. Una speranza.

Il fotografo è Uliano Lucas. E quell’immagine dell’emigrante e del Grattacielo Pirelli diventa, rapidamente uno dei simboli più efficaci di un’epoca carica di contraddizioni e conflitti, ma anche di possibilità di svolta e di ripresa.  Le radici. E il futuro. I simboli precari d’una faticosa partenza (il cartone dello scatolone e della valigia) e l’imponenza del solido palazzo industriale simbolo del boom economico e sociale. Il cammino, passo dopo passo, sull’asfalto freddo, ingombro di foglie. E lo slancio verso l’alto del grattacielo. L’isola meridionale abbandonata, nel dolore della partenza. E la metropoli che suggerisce un destino migliore.

C’è, in quella foto di Lucas, tutta la recente storia d’Italia. La nostra storia, tra le sue luci di sviluppo e le sue ombre. Una storia da ricordare, proprio adesso, in tempi pesanti e dolorosi di crisi, tra pandemia e recessione, testimoniati ancora una volta, proprio ieri, dai dati più recenti sulla “qualità della vita”: nella classifica annuale de “Il Sole24Ore”, dopo due anni di primato, Milano precipita al dodicesimo posto (il primo posto va a Bologna, seguita da Bolzano e Trento; ultime sono Crotone, Caltanissetta e Siracusa) e anche le altre grandi città lombarde perdono posizioni: Brescia è 39° (-27 posizioni), Bergamo è 52° (-24), Monza e Brianza 61° (-55) e Varese 66° (-37). L’effetto Covid è stato ed è ancora devastante.

Eppure, nonostante la crisi, i pilasti fondamentali di Milano (impresa, cultura, università, ricerca, servizi di qualità e innovativi) sono ancora robusti e consentono di guardare con ragionevole fiducia al futuro.

Torniamo, così, al Grattacielo Pirelli,che se ne sta ben piantato nella storia d’Italia, con quelle fondamenta progettate da Pier Luigi Nervi e quel dinamismo leggero ed elegante disegnato da Gio Ponti. E chi lo ha voluto, costruito, abitato, dall’economia alle istituzioni pubbliche, ha sempre avuto a mente le caratteristiche di Milano e della Lombardia: una terra aperta e accogliente.

Milano all’incrocio dei percorsi tra il nord europeo e il Mediterraneo, l’ovest e l’est. Milano allargata nello spazio fertile, senza difese naturali di montagne e di fiumi. Milano rotonda, priva di spigoli e angoli taglienti. Milano con le porte delle mura usate come caselli del dazio, segno evidente di un’economia di relazioni. Milano inclusiva, dai precetti del vescovo Ambrogio fondatore d’uno speciale “rito ambrosiano” che mira a innovare e coinvolgere all’editto del vescovo Ariberto d’Intimiano che nel 1018 proclama: “Chi sa lavorare venga a Milano. E chi viene a Milano è un uomo libero”.

L’emigrante di Olbia ritratto da Lucas nulla sa, naturalmente, della storia dell’editto di Ariberto. Ma ha piena consapevolezza delle possibilità di lavoro, ha ascoltato i parenti e gli amici che raccontavano che “milanesi si diventa”. E, come lui, le decine di migliaia di persone che, dagli anni Cinquanta, sono fuggite dalla disperazione del latifondo meridionale e dalle povertà contadine venete e friulane per cercare in fabbrica, a Milano e nelle altre città industriali lombarde, quell’incrocio tra incertezze da migranti e nuovi mestieri, responsabilità e opportunità, diritti e doveri, conflitti e libertà che connotano la condizione operaia e hanno il sapore, pur spesso aspro, della possibilità e della crescita.

Scrivere di storia – ha insegnato Walter Benjamin, spirito inquieto e lungimirante – significa dare fisionomia alle date. Ed eccolo, dunque, l’incrocio tra gli anni e gli accadimenti, la Storia e le storie.

E’ il 12 luglio del 1956 quando Alberto e Piero Pirelli posano la prima pietra del Grattacielo. I lavori dureranno quattro anni, sino all’inaugurazione del 4 aprile 1960. Tempi rapidi, testimonianza della dinamicità di quegli anni, delle tensioni positive nel paese in pieno boom economico. Ma anche tempi densi d’attenzione per la qualità. L’Italia vivace e fertile e di cui proprio Milano è cardine, pretende di crescere bene. “La città che sale” e dà finalmente ragione alle profezie estetiche ed etiche di un lungimirante pittore futurista, Umberto Boccioni, pretende di dare buona prova di sé nel tempo lungo dello sviluppo.

Oggi, a sessant’anni dalla sua inaugurazione, il Grattacielo Pirelli è al centro di una mostra, organizzata dalla Fondazione Pirelli e dalla Regione Lombardia (la Giunta e il Consiglio) e pronta per una preview virtuale mercoledì 16. Ed è raccontato da un libro appena pubblicato da Marsilio, “Storie del Grattacielo – I 60 anni del Pirellone tra cultura industriale e attività istituzionali della Regione”, con prefazioni di Attilio Fontana, Alessandro Fermi e Marco Tronchetti Provera, articoli dei curatori della mostra (Laura Riboldi per Fondazione Pirelli e l’architetto Alessandro Colombo) e testimonianze di Piero Bassetti (il primo presidente della Regione), Eva Cantarella, Giuseppe Guzzetti, Uliano Lucas, Carlo Ratti, Gianfelice Rocca e Andrée Ruth Shammah, donne e uomini della politica, della cultura e dell’economia. Tra ricordi e previsioni, dalle loro parole emerge la prospettiva di un territorio che ha attraversato momenti intensi di difficoltà (compresi quelli, drammatici, di questi mesi) e però, nonostante tutto, ha sempre saputo fare leva sulle proprie capacità di sognare, sperare, progettare, costruire. Lavorare.

Il Grattacielo Pirelli, landmark straordinario, così carico di storia e di indicazioni d’attualità (la bellezza, la leggerezza, la funzionalità, il rigore estetico e progettuale che riflette l’etica del fare, e fare bene), ne è ancora tra i simboli.

E domani? Come saranno la Milano e la Lombardia di domani? “Una città, per competere, deve avere ali e radici”, ci ha insegnato Ulrich Beck, autorevole studioso delle più intense trasformazioni metropolitane. Le radici, e cioè la coscienza della propria storia. E le ali, per poter volare verso l’orizzonte del futuro. Una sofisticata capacità di fare i conti con l’avvenire della memoria.

Questa metropoli, questa regione, hanno le carte in regola per affrontare con fiducia, ancora una volta, una stagione segnata dalle fragilità e dalle incertezze della crisi e da una inedita serie di opportunità di cambiamento e di sviluppo. In Lombardia si produce il 22% del Pil italiano e quasi il 27% di tutto l’export nazionale. E proprio Milano, il baricentro di un grande nord produttivo europeo, ospita le sedi di 4.600 delle 14mila multinazionali, presenti in Italia, ha 200mila studenti di università che sono in posizioni di primo piano nei ranking internazionali, ha il 32% dei brevetti italiani e il 27% della ricerca scientifica più citata a livello globale. Una sorta di “città infinita”, dicono i sociologi più attenti ai processi di sviluppo: una condizione metropolitana che si impegna a fare i conti con una ipotesi di sviluppo sostenibile che è, contemporaneamente, globale e locale, glocal, per usare una brillante sintesi di Piero Bassetti, ancora oggi voce dei discorsi pubblici più responsabili.

Il futuro, dunque, parla di smart land e di sensible city, di umanesimo tecnologico e di economia sostenibile, dal punto di vista ambientale e sociale. Di interconnessioni e migliore governance di una globalizzazione da fair trade, a misura delle persone e dei loro diritti. E di una nuova condizione metropolitana in cui Milano e la Lombardia, ben saldi nel cuore dell’Europa e con lo sguardo rivolto verso il Mediterraneo, sanno fare sintesi originali tra industria dalle solide radici manifatturiere ed espansione sui mercati internazionali, tra valori dei luoghi e necessità dei flussi (di persone, capitali, idee, risorse), tra genius loci e intelligenza artificiale, tra servizi hi tech e attenzione alla formazione qualificata per le nuove generazioni, tra competitività e solidarietà e impegno sociale. Il segno forte, che tutte le conversazioni sul Grattacielo hanno messo in evidenza, è quello di una cultura politecnica originale per la capacità di unire saperi umanistici e conoscenze scientifiche, ricerca d’avanguardia e sensibilità popolare.

L’economia della conoscenza e l’attenzione per la qualità della vita, per un benessere sociale diffuso, sono valori solidi, che questo territorio sa esprimere, nelle sue istituzioni e nelle imprese, nelle organizzazioni sociali e culturali. Con un’attitudine particolare per le metamorfosi. Di cui, anche nei momenti più controversi, si sa scandire bene il tempo.

credits:  Immigrato sardo davanti al Grattacielo, 1968, foto di Uliano Lucas