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Automotive in movimento

La quarta edizione della ricerca OTEA mette in luce un cambio di cultura del produrre

Avere le informazioni giuste per agire meglio e con maggiore avvedutezza. Necessità imprescindibile da soddisfare, quella di poter fruire di dati affidabili sul contesto in cui si opera. Per questo è importante il quarto rapporto OTEA “Osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano 2025” coordinato da Giuseppe Giulio Calabrese e Francesco Zirpoli, che, quest’anno in particolare, analizza l’impatto della trasformazione tecnologica sul comparto dell’automotive italiano.

Obiettivo della ricerca di OTEA è esaminare in che misura l’accelerazione verso la commercializzazione di veicoli a zero emissioni e l’evoluzione delle architetture di prodotto e di processo, sempre più caratterizzate dal ruolo centrale della digitalizzazione e del software, stiano modificando la struttura e il funzionamento della filiera, e se tali cambiamenti generino prevalentemente criticità o opportunità.

Oltre  tutto questo, OTEA approfondisce le modalità con cui la filiera sta adattando il proprio assetto produttivo per cogliere le opportunità connesse allo sviluppo di componenti e moduli legati al software e all’elettronica. Tutto con un’attenzione da sottolineare: i confini radizionali della filiera automotive si ampliano fino a includere imprese impegnate nella digitalizzazione del prodotto e dei processi, nonché nello sviluppo delle tecnologie per l’auto connessa. Non più, in altri termini, “semplice” meccanica, ma ben altro di più complesso e vario.

E’ da questa fotografia che la ricerca OTEA cerca di passare dall’analisi di una singola filiera a quella di ciò che viene indicato come “ecosistema industriale” e la cui immagine comporta più scatti che mettono a fuoco tecnologie, innovazioni, relazioni umane fino ad arrivare ad un cambio della cultura del produrre.

Osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano 2025
a cura di Giuseppe Giulio Calabrese e Francesco Zirpoli

Venezia, Edizioni Ca’ Foscari – Venice University Press, 2025

La quarta edizione della ricerca OTEA mette in luce un cambio di cultura del produrre

Avere le informazioni giuste per agire meglio e con maggiore avvedutezza. Necessità imprescindibile da soddisfare, quella di poter fruire di dati affidabili sul contesto in cui si opera. Per questo è importante il quarto rapporto OTEA “Osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano 2025” coordinato da Giuseppe Giulio Calabrese e Francesco Zirpoli, che, quest’anno in particolare, analizza l’impatto della trasformazione tecnologica sul comparto dell’automotive italiano.

Obiettivo della ricerca di OTEA è esaminare in che misura l’accelerazione verso la commercializzazione di veicoli a zero emissioni e l’evoluzione delle architetture di prodotto e di processo, sempre più caratterizzate dal ruolo centrale della digitalizzazione e del software, stiano modificando la struttura e il funzionamento della filiera, e se tali cambiamenti generino prevalentemente criticità o opportunità.

Oltre  tutto questo, OTEA approfondisce le modalità con cui la filiera sta adattando il proprio assetto produttivo per cogliere le opportunità connesse allo sviluppo di componenti e moduli legati al software e all’elettronica. Tutto con un’attenzione da sottolineare: i confini radizionali della filiera automotive si ampliano fino a includere imprese impegnate nella digitalizzazione del prodotto e dei processi, nonché nello sviluppo delle tecnologie per l’auto connessa. Non più, in altri termini, “semplice” meccanica, ma ben altro di più complesso e vario.

E’ da questa fotografia che la ricerca OTEA cerca di passare dall’analisi di una singola filiera a quella di ciò che viene indicato come “ecosistema industriale” e la cui immagine comporta più scatti che mettono a fuoco tecnologie, innovazioni, relazioni umane fino ad arrivare ad un cambio della cultura del produrre.

Osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano 2025
a cura di Giuseppe Giulio Calabrese e Francesco Zirpoli

Venezia, Edizioni Ca’ Foscari – Venice University Press, 2025

La diversità alla prova della contemporaneità

Un libro affronta il tema del diversity managementcercando di capirne situazione e prospettive

Diversità è ricchezza. Non si tratta di una scoperta dell’oggi, ma di un assunto ormai provato dal tempo. E che dovrebbe trovare nuove conferme, anche se spesso non è così. Spesso, anzi, l’affermazione pare prendere forma di domanda. Mentre, ciò che viene indicato come diversity management viene segnalato da molti come in crisi. Anzi, detto in altro modo, pare che l’attenzione alla diversità nella società e nelle organizzazioni, sia diventata più divisiva che inclusiva.

“Per un diversity management di classe” libro scritto da Marco Guerci, Alberto Lulli e Gabriele Ballarino e appena pubblicato, ragiona proprio su quanto sta accadendo su questo fronte. E cerca di capire perché, oltre che di individuare delle soluzioni.

Tutto inizia da una costatazione: il termine “woke”, e cioè lo stare allerta di fronte ai problemi della diversità, pare sia diventato un’etichetta divisiva, mentre la legittimità sociale delle attività di DEI (l’acronimo inglese di Diversity, Equity, and Inclusion ovvero Diversità, Equità e Inclusione) sembra essere venuta meno. Così, dopo un periodo di espansione, aziende e istituzioni stanno arretrando, spinte da una crescente polarizzazione politico-culturale nei confronti, appunto, della valorizzazione della diversità.

Gli autori del libro cercano quindi di rispondere ad una serie di domande. Cosa è accaduto? E perché un’idea nata per ridurre le disuguaglianze oggi sembra dividere più che unire? E, soprattutto, come rilanciare la valorizzazione delle diversità come valore condiviso?

Il libro ricostruisce le ragioni della crisi del diversity management e propone una via d’uscita: ampliare lo sguardo, includendo l’origine socio-economica tra le dimensioni di diversità da proteggere e valorizzare in azienda. Detto in altro modo, le tradizionali dimensioni di diversità come genere, etnia, orientamento sessuale o disabilità restano fondamentali, ma bisogna anche riconoscere che le persone provenienti dalle classi svantaggiate continuano a essere penalizzate nell’accesso alle opportunità professionali. Gli autori sono dell’opinione che siano proprio le evidenze empiriche a mostrare come spesso siano le stesse politiche dedicate alle risorse umane adottate delle imprese a rafforzare questa penalizzazione, lasciando intatti potenti meccanismi che generano disuguaglianza e così minando la credibilità di tutte le politiche di inclusione aziendali.

Ma quindi che fare? La tesi centrale del libro è che il diversity management possa ritrovare significato e consenso affrontando le penalizzazioni professionali generate dalle differenze di background sociale. Questa prospettiva non implica solo un’estensione teorica del concetto di diversity management, ma richiede alla comunità professionale di chi segue le risorse umane, e in generale alle imprese, di sviluppare nuove sensibilità e competenze.

Il libro di Guerci, Lulli e Ballarino non troverà tutti d’accordo. Per questo deve essere letto. E con attenzione.

Per un diversity management di classe

Marco Guerci, Alberto Lulli, Gabriele Ballarino

Franco Angeli, 2026

Un libro affronta il tema del diversity managementcercando di capirne situazione e prospettive

Diversità è ricchezza. Non si tratta di una scoperta dell’oggi, ma di un assunto ormai provato dal tempo. E che dovrebbe trovare nuove conferme, anche se spesso non è così. Spesso, anzi, l’affermazione pare prendere forma di domanda. Mentre, ciò che viene indicato come diversity management viene segnalato da molti come in crisi. Anzi, detto in altro modo, pare che l’attenzione alla diversità nella società e nelle organizzazioni, sia diventata più divisiva che inclusiva.

“Per un diversity management di classe” libro scritto da Marco Guerci, Alberto Lulli e Gabriele Ballarino e appena pubblicato, ragiona proprio su quanto sta accadendo su questo fronte. E cerca di capire perché, oltre che di individuare delle soluzioni.

Tutto inizia da una costatazione: il termine “woke”, e cioè lo stare allerta di fronte ai problemi della diversità, pare sia diventato un’etichetta divisiva, mentre la legittimità sociale delle attività di DEI (l’acronimo inglese di Diversity, Equity, and Inclusion ovvero Diversità, Equità e Inclusione) sembra essere venuta meno. Così, dopo un periodo di espansione, aziende e istituzioni stanno arretrando, spinte da una crescente polarizzazione politico-culturale nei confronti, appunto, della valorizzazione della diversità.

Gli autori del libro cercano quindi di rispondere ad una serie di domande. Cosa è accaduto? E perché un’idea nata per ridurre le disuguaglianze oggi sembra dividere più che unire? E, soprattutto, come rilanciare la valorizzazione delle diversità come valore condiviso?

Il libro ricostruisce le ragioni della crisi del diversity management e propone una via d’uscita: ampliare lo sguardo, includendo l’origine socio-economica tra le dimensioni di diversità da proteggere e valorizzare in azienda. Detto in altro modo, le tradizionali dimensioni di diversità come genere, etnia, orientamento sessuale o disabilità restano fondamentali, ma bisogna anche riconoscere che le persone provenienti dalle classi svantaggiate continuano a essere penalizzate nell’accesso alle opportunità professionali. Gli autori sono dell’opinione che siano proprio le evidenze empiriche a mostrare come spesso siano le stesse politiche dedicate alle risorse umane adottate delle imprese a rafforzare questa penalizzazione, lasciando intatti potenti meccanismi che generano disuguaglianza e così minando la credibilità di tutte le politiche di inclusione aziendali.

Ma quindi che fare? La tesi centrale del libro è che il diversity management possa ritrovare significato e consenso affrontando le penalizzazioni professionali generate dalle differenze di background sociale. Questa prospettiva non implica solo un’estensione teorica del concetto di diversity management, ma richiede alla comunità professionale di chi segue le risorse umane, e in generale alle imprese, di sviluppare nuove sensibilità e competenze.

Il libro di Guerci, Lulli e Ballarino non troverà tutti d’accordo. Per questo deve essere letto. E con attenzione.

Per un diversity management di classe

Marco Guerci, Alberto Lulli, Gabriele Ballarino

Franco Angeli, 2026

Il mondo salvato dai ragazzini e il ritorno della passione politica

“Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. La frase, oramai famosa, sta nelle pagine di “Lettera a una professoressa”, di don Lorenzo Milani, libro fondamentale di pedagogia e di educazione civica, di buona politica, insomma: una lettura fondamentale per decine di migliaia di ragazze e di ragazzi che, a metà degli anni Sessanta del Novecento, scoprirono le ingiustizie del sistema scolastico, la sua tendenza all’emarginazione dei bambini più deboli e più poveri, la sua aperta contraddizione con il dettato della Costituzione che intende aprire la strada e anzi favorisce “i capaci e i meritevoli”.

Vale la pena rileggerlo attentamente, don Milani, proprio in una stagione in cui sulle nuove generazioni si riversa un carico di giudizi contrastanti: il disinteresse, l’apatia, la disattenzione per l’impegno civile e solidale, l’emotività sulle grandi questioni del mondo ma anche l’eccesso di volubile emotività.

C’è, nel giudizio di don Milani, una parola su cui soffermarsi: “insieme”. Ed è proprio quell’insieme di impegno e mobilitazione che ha avuto una grande incidenza sui risultati del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati e sulla clamorosa vittoria del no, fortemente condizionata dalla scelta delle nuove generazioni di andare a votare e di bocciare, massicciamente, quella che è stata percepita come una alterazione della Costituzione che ne tocca punti essenziali.

È ancora poco per dire che tira un certo vento di politica e di rinnovato interesse per le sorti generali del Paese. Ma certo, la sensazione di chi osserva i movimenti di idee, tensioni e passioni delle nuove generazioni trova una crescente sensibilità sui grandi temi sociali: le incertezze sul futuro, soprattutto sotto i lampi delle guerre in corso, le travolgenti trasformazioni del mondo del lavoro, la carenza di punti di riferimento di autorità, i limiti percepiti di una scuola che non offre ai propri studenti soddisfacenti strumenti di comprensione delle radicali modifiche del mondo né strumenti adatti per ritrovarsi a proprio agio nel cambiamento delle tecnologie che portano all’ingresso e alla crescita del mondo del lavoro.

Tempi di incertezza, tempi di disagio. Ma adesso con qualcosa in più, come dimostrato dall’andamento del voto per il Referendum: la voglia di essere presenti insieme alla scelta di dire la propria senza fidarsi dei protagonisti della politica tradizionale. “Se i ragazzi votano per un’idea ma non per i nomi della politica: il No al referendum non è un atto di fiducia per il centro sinistra ma un’opinione personale”, commenta Matteo Lancini, studioso dei tempi dell’adolescenza inquieta (La Stampa, 27 marzo).

Bene che torni l’attenzione per la politica. E per i valori civili. Per quelle che si chiamano “virtù repubblicane” e incarnano la capacità di fare vivere, proprio nella politica, i sistemi di valore che decenni di cinismo e di pura gestione del potere per il potere hanno messo da parte.

Già il mondo del volontariato, in tutte le sue articolazioni, cattoliche e laiche, rivela un’attenzione sociale e civile di grande spessore, mostrando una crescente attitudine, di fronte a un problema, “a sortirne insieme”, appunto tutto il contrario dell’avarizia.

Ma ci sono anche altri segnali, che val la pena cogliere e farne segnali di partecipazione, comprensione delle realtà in cambiamento, impegno personale. La nascita di una serie di scuole “di politica”, diverse dalla tradizionale (e da tempo fallimentari, scuole di partito). Le associazioni (come Vedrò, che anni fa ebbe un certo successo di dibattito e analisi politica). O, ancora, più di tutti, la crescente partecipazione ai festival letterari e storici, ai circoli di lettura, alle discussioni sui libri, ai gruppi di lettura comune. Spirito di comunità. Ma anche desiderio di confronto fuori dalle secche di una politica che purtroppo non sembra avere molto da dire sul futuro: l’ambiente, il lavoro, la pace, i diritti sociali e i civili, le condizioni dell’eguaglianza. E la speranza di una condizione di futuro migliore.

Proprio seguendo queste considerazioni, sembra perfettamente azzeccato il tema del nuovo Salone del Libro che si apre tra alcuni giorni a Torino: “Il mondo salvato dai ragazzini”.

Il titolo riprende uno dei più bei libri di Elsa Morante, una raccolta di poesie e canzoni, filastrocche, giochi e commenti e un movimento “contro la falsità degli adulti”, uno stimolo a rompere i recinti del potere e dell’egoismo.

Il titolo ha il peso di una sorridente speranza. I ragazzini del Salone del libro possono farne vivere bene lo spirito.

(foto di Giulia Travaglio)

“Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. La frase, oramai famosa, sta nelle pagine di “Lettera a una professoressa”, di don Lorenzo Milani, libro fondamentale di pedagogia e di educazione civica, di buona politica, insomma: una lettura fondamentale per decine di migliaia di ragazze e di ragazzi che, a metà degli anni Sessanta del Novecento, scoprirono le ingiustizie del sistema scolastico, la sua tendenza all’emarginazione dei bambini più deboli e più poveri, la sua aperta contraddizione con il dettato della Costituzione che intende aprire la strada e anzi favorisce “i capaci e i meritevoli”.

Vale la pena rileggerlo attentamente, don Milani, proprio in una stagione in cui sulle nuove generazioni si riversa un carico di giudizi contrastanti: il disinteresse, l’apatia, la disattenzione per l’impegno civile e solidale, l’emotività sulle grandi questioni del mondo ma anche l’eccesso di volubile emotività.

C’è, nel giudizio di don Milani, una parola su cui soffermarsi: “insieme”. Ed è proprio quell’insieme di impegno e mobilitazione che ha avuto una grande incidenza sui risultati del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati e sulla clamorosa vittoria del no, fortemente condizionata dalla scelta delle nuove generazioni di andare a votare e di bocciare, massicciamente, quella che è stata percepita come una alterazione della Costituzione che ne tocca punti essenziali.

È ancora poco per dire che tira un certo vento di politica e di rinnovato interesse per le sorti generali del Paese. Ma certo, la sensazione di chi osserva i movimenti di idee, tensioni e passioni delle nuove generazioni trova una crescente sensibilità sui grandi temi sociali: le incertezze sul futuro, soprattutto sotto i lampi delle guerre in corso, le travolgenti trasformazioni del mondo del lavoro, la carenza di punti di riferimento di autorità, i limiti percepiti di una scuola che non offre ai propri studenti soddisfacenti strumenti di comprensione delle radicali modifiche del mondo né strumenti adatti per ritrovarsi a proprio agio nel cambiamento delle tecnologie che portano all’ingresso e alla crescita del mondo del lavoro.

Tempi di incertezza, tempi di disagio. Ma adesso con qualcosa in più, come dimostrato dall’andamento del voto per il Referendum: la voglia di essere presenti insieme alla scelta di dire la propria senza fidarsi dei protagonisti della politica tradizionale. “Se i ragazzi votano per un’idea ma non per i nomi della politica: il No al referendum non è un atto di fiducia per il centro sinistra ma un’opinione personale”, commenta Matteo Lancini, studioso dei tempi dell’adolescenza inquieta (La Stampa, 27 marzo).

Bene che torni l’attenzione per la politica. E per i valori civili. Per quelle che si chiamano “virtù repubblicane” e incarnano la capacità di fare vivere, proprio nella politica, i sistemi di valore che decenni di cinismo e di pura gestione del potere per il potere hanno messo da parte.

Già il mondo del volontariato, in tutte le sue articolazioni, cattoliche e laiche, rivela un’attenzione sociale e civile di grande spessore, mostrando una crescente attitudine, di fronte a un problema, “a sortirne insieme”, appunto tutto il contrario dell’avarizia.

Ma ci sono anche altri segnali, che val la pena cogliere e farne segnali di partecipazione, comprensione delle realtà in cambiamento, impegno personale. La nascita di una serie di scuole “di politica”, diverse dalla tradizionale (e da tempo fallimentari, scuole di partito). Le associazioni (come Vedrò, che anni fa ebbe un certo successo di dibattito e analisi politica). O, ancora, più di tutti, la crescente partecipazione ai festival letterari e storici, ai circoli di lettura, alle discussioni sui libri, ai gruppi di lettura comune. Spirito di comunità. Ma anche desiderio di confronto fuori dalle secche di una politica che purtroppo non sembra avere molto da dire sul futuro: l’ambiente, il lavoro, la pace, i diritti sociali e i civili, le condizioni dell’eguaglianza. E la speranza di una condizione di futuro migliore.

Proprio seguendo queste considerazioni, sembra perfettamente azzeccato il tema del nuovo Salone del Libro che si apre tra alcuni giorni a Torino: “Il mondo salvato dai ragazzini”.

Il titolo riprende uno dei più bei libri di Elsa Morante, una raccolta di poesie e canzoni, filastrocche, giochi e commenti e un movimento “contro la falsità degli adulti”, uno stimolo a rompere i recinti del potere e dell’egoismo.

Il titolo ha il peso di una sorridente speranza. I ragazzini del Salone del libro possono farne vivere bene lo spirito.

(foto di Giulia Travaglio)

Scorrono i titoli di coda per “Cittadine!”, tra Cinema & Storia

Giunge al termine l’edizione 2026 di “Cinema & Storia”, il corso di formazione e aggiornamento gratuito per docenti delle scuole secondarie, dal titolo “Cittadine! Pagine di storia delle donne, una storia di tutti”, che ha coinvolto quest’anno più di 260 docenti da tutta Italia. Curato da Fondazione Pirelli e Fondazione ISEC e giunto alla sua quattordicesima edizione, il corso abbina la trattazione di temi storici e la visione di film – commentati e resi disponibili da Cineteca di Bologna – attraverso sei appuntamenti online e una visita degli spazi di Fondazione Pirelli.
Dal confine tra privato e pubblico alle donne imprenditrici e protagoniste dell’editoria del Novecento, dalla conquista del suffragio femminile all’esperienza della guerra e della Resistenza, dove si ridefiniscono cittadinanza e diritti: “Cittadine!” non ha affrontato solo alcuni temi di storia delle donne, ma ha esplorato un capitolo che è parte integrante dell’identità del nostro Paese.

Ciascuna lezione del corso è stata introdotta da “L’Archivio racconta”, un breve momento di riflessione sul valore del patrimonio storico conservato in Fondazione Pirelli, condotto attraverso una selezione di documenti legati al tema portante di questa edizione: fotografie, house organ aziendali – dalla “Rivista Pirelli” a “Fatti e Notizie” – bozzetti e materiali pubblicitari hanno raccontato una storia d’impresa che è anche una storia al femminile.

“Tra privato e pubblico: lavoro domestico, consumo, tecnologie” è stata la prima tappa del corso, inaugurato da Raimonda Riccini, storica del design, che ha approfondito come nel Novecento la vita domestica sia diventata scenario di una vera e propria rivoluzione che ha al centro la casa, il nucleo familiare e le donne in particolare, tra nuovi diritti e costumi. La lezione è stata accompagnata dalla visione di Nilde Iotti – Il tempo delle donne di Peter Marcias, documentario che ricostruisce le vicende di una figura che ha scardinato tabù e contribuito a emancipare la società civile italiana.

Adriana Castagnoli – storica, economista ed editorialista de “Il Sole 24 Ore” – ha ricostruito l’evoluzione dell’imprenditoria femminile nella società contemporanea, indagando le figure protagoniste dall’Ottocento a oggi, tra discontinuità e linee di trasformazione, in Italia e all’estero. Personalità come quella di Alice Guy, al centro di una selezione di cortometraggi curata dalla Cineteca di Bologna: pioniera del cinema, produttrice, imprenditrice e regista de “La Fée aux choux” (1896), passato alla storia come il primo film di finzione.

La presenza femminile nel mondo del libro e della lettura in tutti gli ambiti professionali che le hanno viste protagoniste, spesso in ombra – traduttrici, collaboratrici e consulenti, editor, editrici e autrici – è stata il tema portante della lezione di Irene Piazzoni, docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano. Tra le donne nell’editoria anche Katharine Graham, editrice del “Washington Post” la cui storia è raccontata nel film The Post. Prima donna al timone di un prestigioso giornale, nel 1971 Katharine decide di pubblicare il monumentale scandalo di Stato sulla guerra in Vietnam, a rischio della sua azienda e della prigione.

La tappa del 2 giugno ’46 è stata affrontata durante l’intervento di Patrizia Gabrielli, professoressa ordinaria di Storia contemporanea e Storia di genere: la data ha segnato il culmine del suffragio femminile e del progetto di cittadinanza democratica fondato su una partecipazione responsabile e capace di saldare diritti politici e diritti sociali. A completare l’incontro, il film Divorzio all’italiana: un feroce atto d’accusa contro il delitto d’onore — allora tollerato dal nostro codice penale — con  Marcello Mastroianni in una pellicola vincitrice dell’Oscar per la migliore sceneggiatura.

Con la quinta lezione del corso, condotta da Dianella Gagliani, professore associato in Storia contemporanea all’Università degli Studi di Bologna, si sono esaminate le modalità in cui la guerra, pur segnata da un immenso portato di dolore, ha rappresentato per le donne un’occasione di presa di coscienza e rivalsa. In questo contesto si è evidenziato come anche la Resistenza italiana abbia contribuito ad avviare per loro un percorso verso una nuova forma di cittadinanza. Le raffinate animazioni in bianco e nero del film Persepolis hanno invece condotto i corsisti attraverso la vita di Marjane Satrapi: vent’anni di storia visti con gli occhi di una piccola iraniana che cresce, scopre la storia della propria famiglia e del proprio Paese, vede una rivoluzione e poi una guerra, soffre ed emigra.

I docenti hanno avuto poi l’occasione di scoprire i profondi cambiamenti del lavoro industriale che si sono susseguiti nel tempo visitando la Fondazione Pirelli: dalle presenze “in rosa” alla fine dell’Ottocento alla Grande Guerra, quando la componente femminile cresce in modo significativo, fino al secondo dopoguerra, momento in cui il lavoro in fabbrica diventa per molte giovani una possibilità di autonomia ed emancipazione.

Il corso si è concluso con l’incontro Dallo schermo alla storia: le donne nel cinema a cura di Anna Masecchia, Professoressa Associata di Cinema, fotografia, radio, televisione e media digitali presso l’Università degli Studi di Firenze, e Simone Fratini di Schermi e Lavagne, Dipartimento educativo della Cineteca di Bologna. Dunte quest’ultima tappa, si è spiegato come, fin dalle sue origini, il cinema ha contribuito a costruire l’immaginario sociale attorno alla figura femminile, mettendo in scena ruoli, conflitti e trasformazioni che attraversano il Novecento. Ripercorrendo la vita di personaggi iconici e linguaggi diversi, si sono mostrate le tensioni tra sfera privata e pubblica, tra norme sociali e desideri individuali.

Giunge al termine l’edizione 2026 di “Cinema & Storia”, il corso di formazione e aggiornamento gratuito per docenti delle scuole secondarie, dal titolo “Cittadine! Pagine di storia delle donne, una storia di tutti”, che ha coinvolto quest’anno più di 260 docenti da tutta Italia. Curato da Fondazione Pirelli e Fondazione ISEC e giunto alla sua quattordicesima edizione, il corso abbina la trattazione di temi storici e la visione di film – commentati e resi disponibili da Cineteca di Bologna – attraverso sei appuntamenti online e una visita degli spazi di Fondazione Pirelli.
Dal confine tra privato e pubblico alle donne imprenditrici e protagoniste dell’editoria del Novecento, dalla conquista del suffragio femminile all’esperienza della guerra e della Resistenza, dove si ridefiniscono cittadinanza e diritti: “Cittadine!” non ha affrontato solo alcuni temi di storia delle donne, ma ha esplorato un capitolo che è parte integrante dell’identità del nostro Paese.

Ciascuna lezione del corso è stata introdotta da “L’Archivio racconta”, un breve momento di riflessione sul valore del patrimonio storico conservato in Fondazione Pirelli, condotto attraverso una selezione di documenti legati al tema portante di questa edizione: fotografie, house organ aziendali – dalla “Rivista Pirelli” a “Fatti e Notizie” – bozzetti e materiali pubblicitari hanno raccontato una storia d’impresa che è anche una storia al femminile.

“Tra privato e pubblico: lavoro domestico, consumo, tecnologie” è stata la prima tappa del corso, inaugurato da Raimonda Riccini, storica del design, che ha approfondito come nel Novecento la vita domestica sia diventata scenario di una vera e propria rivoluzione che ha al centro la casa, il nucleo familiare e le donne in particolare, tra nuovi diritti e costumi. La lezione è stata accompagnata dalla visione di Nilde Iotti – Il tempo delle donne di Peter Marcias, documentario che ricostruisce le vicende di una figura che ha scardinato tabù e contribuito a emancipare la società civile italiana.

Adriana Castagnoli – storica, economista ed editorialista de “Il Sole 24 Ore” – ha ricostruito l’evoluzione dell’imprenditoria femminile nella società contemporanea, indagando le figure protagoniste dall’Ottocento a oggi, tra discontinuità e linee di trasformazione, in Italia e all’estero. Personalità come quella di Alice Guy, al centro di una selezione di cortometraggi curata dalla Cineteca di Bologna: pioniera del cinema, produttrice, imprenditrice e regista de “La Fée aux choux” (1896), passato alla storia come il primo film di finzione.

La presenza femminile nel mondo del libro e della lettura in tutti gli ambiti professionali che le hanno viste protagoniste, spesso in ombra – traduttrici, collaboratrici e consulenti, editor, editrici e autrici – è stata il tema portante della lezione di Irene Piazzoni, docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano. Tra le donne nell’editoria anche Katharine Graham, editrice del “Washington Post” la cui storia è raccontata nel film The Post. Prima donna al timone di un prestigioso giornale, nel 1971 Katharine decide di pubblicare il monumentale scandalo di Stato sulla guerra in Vietnam, a rischio della sua azienda e della prigione.

La tappa del 2 giugno ’46 è stata affrontata durante l’intervento di Patrizia Gabrielli, professoressa ordinaria di Storia contemporanea e Storia di genere: la data ha segnato il culmine del suffragio femminile e del progetto di cittadinanza democratica fondato su una partecipazione responsabile e capace di saldare diritti politici e diritti sociali. A completare l’incontro, il film Divorzio all’italiana: un feroce atto d’accusa contro il delitto d’onore — allora tollerato dal nostro codice penale — con  Marcello Mastroianni in una pellicola vincitrice dell’Oscar per la migliore sceneggiatura.

Con la quinta lezione del corso, condotta da Dianella Gagliani, professore associato in Storia contemporanea all’Università degli Studi di Bologna, si sono esaminate le modalità in cui la guerra, pur segnata da un immenso portato di dolore, ha rappresentato per le donne un’occasione di presa di coscienza e rivalsa. In questo contesto si è evidenziato come anche la Resistenza italiana abbia contribuito ad avviare per loro un percorso verso una nuova forma di cittadinanza. Le raffinate animazioni in bianco e nero del film Persepolis hanno invece condotto i corsisti attraverso la vita di Marjane Satrapi: vent’anni di storia visti con gli occhi di una piccola iraniana che cresce, scopre la storia della propria famiglia e del proprio Paese, vede una rivoluzione e poi una guerra, soffre ed emigra.

I docenti hanno avuto poi l’occasione di scoprire i profondi cambiamenti del lavoro industriale che si sono susseguiti nel tempo visitando la Fondazione Pirelli: dalle presenze “in rosa” alla fine dell’Ottocento alla Grande Guerra, quando la componente femminile cresce in modo significativo, fino al secondo dopoguerra, momento in cui il lavoro in fabbrica diventa per molte giovani una possibilità di autonomia ed emancipazione.

Il corso si è concluso con l’incontro Dallo schermo alla storia: le donne nel cinema a cura di Anna Masecchia, Professoressa Associata di Cinema, fotografia, radio, televisione e media digitali presso l’Università degli Studi di Firenze, e Simone Fratini di Schermi e Lavagne, Dipartimento educativo della Cineteca di Bologna. Dunte quest’ultima tappa, si è spiegato come, fin dalle sue origini, il cinema ha contribuito a costruire l’immaginario sociale attorno alla figura femminile, mettendo in scena ruoli, conflitti e trasformazioni che attraversano il Novecento. Ripercorrendo la vita di personaggi iconici e linguaggi diversi, si sono mostrate le tensioni tra sfera privata e pubblica, tra norme sociali e desideri individuali.

Bollate, la fabbrica del Cycling Made in Italy

Il 15 aprile si celebra la Giornata nazionale del Made in Italy, istituita dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e dedicata alla valorizzazione della creatività e dell’eccellenza italiana.

Questa giornata ha lo scopo di riconoscere al Made in Italy il suo ruolo sociale e il contributo determinante allo sviluppo economico e culturale del Paese, anche in relazione al patrimonio identitario che rappresenta. Allo stesso tempo, mira a responsabilizzare l’opinione pubblica per promuovere la tutela del valore e delle qualità peculiari delle opere e dei prodotti italiani e a sensibilizzare i giovani a scegliere le professioni artigianali e creative legate alle eccellenze delle nostre manifatture.

In occasione di questa giornata, la Fondazione Pirelli e il Pirelli Cycling Plant di Bollate propongono visite guidate dedicate agli studenti universitari presso lo stabilimento, dove nascono i pneumatici per biciclette Made in Italy.

All’interno del sito produttivo vengono realizzati i modelli top di gamma del mondo cycling, grazie a una linea altamente automatizzata e a tecnologie all’avanguardia che garantiscono i più elevati
standard di qualità.

Durante la visita, gli studenti avranno l’opportunità di osservare da vicino le diverse fasi del processo produttivo e di approfondire l’evoluzione delle trasformazioni industriali, dal passato fino ai giorni nostri. Il percorso si sviluppa anche attraverso un allestimento narrativo che racconta l’impegno di un’azienda fondata 154 anni fa, da sempre orientata al futuro e protagonista, ieri come oggi, della storia del Made in Italy nel mondo.

L’iniziativa è gratuita e si terrà nella giornata del 15 aprile 2026 presso il Pirelli Cycling Plant di Bollate in via S. Bernardo, 91.
Le università dovranno organizzarsi in maniera autonoma per raggiungere lo stabilimento.
La durata della visita è di circa 1 ora e mezza su due turni: ore 10.30 e 14.30.
Per aderire all’iniziativa si prega di scrivere a scuole@fondazionepirelli.org.

Il 15 aprile si celebra la Giornata nazionale del Made in Italy, istituita dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e dedicata alla valorizzazione della creatività e dell’eccellenza italiana.

Questa giornata ha lo scopo di riconoscere al Made in Italy il suo ruolo sociale e il contributo determinante allo sviluppo economico e culturale del Paese, anche in relazione al patrimonio identitario che rappresenta. Allo stesso tempo, mira a responsabilizzare l’opinione pubblica per promuovere la tutela del valore e delle qualità peculiari delle opere e dei prodotti italiani e a sensibilizzare i giovani a scegliere le professioni artigianali e creative legate alle eccellenze delle nostre manifatture.

In occasione di questa giornata, la Fondazione Pirelli e il Pirelli Cycling Plant di Bollate propongono visite guidate dedicate agli studenti universitari presso lo stabilimento, dove nascono i pneumatici per biciclette Made in Italy.

All’interno del sito produttivo vengono realizzati i modelli top di gamma del mondo cycling, grazie a una linea altamente automatizzata e a tecnologie all’avanguardia che garantiscono i più elevati
standard di qualità.

Durante la visita, gli studenti avranno l’opportunità di osservare da vicino le diverse fasi del processo produttivo e di approfondire l’evoluzione delle trasformazioni industriali, dal passato fino ai giorni nostri. Il percorso si sviluppa anche attraverso un allestimento narrativo che racconta l’impegno di un’azienda fondata 154 anni fa, da sempre orientata al futuro e protagonista, ieri come oggi, della storia del Made in Italy nel mondo.

L’iniziativa è gratuita e si terrà nella giornata del 15 aprile 2026 presso il Pirelli Cycling Plant di Bollate in via S. Bernardo, 91.
Le università dovranno organizzarsi in maniera autonoma per raggiungere lo stabilimento.
La durata della visita è di circa 1 ora e mezza su due turni: ore 10.30 e 14.30.
Per aderire all’iniziativa si prega di scrivere a scuole@fondazionepirelli.org.

Emozioni. I 500 GP di Pirelli nel Campionato del Mondo di F1

Un numero può essere un traguardo. Ma nella Formula 1 un numero può diventare una storia: di piloti e ingegneri, di rischi e scelte, di pubblico e rituali collettivi, di ricerca e precisione. “Emozioni. I 500 GP di Pirelli nel Campionato del Mondo di F1”, a cura della Fondazione Pirelli e pubblicato da Marsilio Arte, celebra le 500 gare di Pirelli nel Mondiale attraverso un’ampia raccolta fotografica, con immagini in gran parte provenienti dall’Archivio Storico Pirelli. È un racconto che scorre come un film, conducendo lo spettatore-lettore lungo decenni di corse.

Il libro, pubblicato in edizioni separate in italiano e inglese, si inserisce nel 75° anniversario del Campionato del Mondo di Formula 1 e ricostruisce una storia che inizia a Silverstone il 13 maggio 1950, in contemporanea con la nascita del Mondiale, e che vede Pirelli presente lungo una traiettoria articolata in tre grandi fasi. Dall’alba dello sport negli anni Cinquanta alla stagione degli anni Ottanta, fino alle sfide più recenti, l’evoluzione del motorsport prende forma con ritmo cinematografico: primi piani sui protagonisti, panoramiche sulle piste più famose, sequenze d’azione che restituiscono l’adrenalina della velocità. Accanto ai piloti – da Alberto Ascari a Juan Manuel Fangio, da Ayrton Senna a Nelson Piquet, fino a Lewis Hamilton e Max Verstappen – si celebra anche il lavoro dei tecnici, degli ingegneri e dei meccanici che hanno reso possibile la lunga presenza di Pirelli nella Formula 1.

A rendere unico il volume, un reportage inedito di Darren Heath al Gran Premio 2025 di Silverstone: scatti in cui il rombo dei motori si fa materia visibile, elevando lo spettacolo della corsa a una dimensione epica e offrendo un punto di raccordo tra passato, presente e futuro. Attraverso immagini che restituiscono l’energia e lo spirito contemporaneo delle corse, Heath racconta una storia “dentro” la storia della F1: la gara come laboratorio a cielo aperto, l’importanza degli pneumatici nelle strategie delle scuderie, il delicato momento del pit-stop, il ruolo delle persone – in pista e fuori – che rendono possibile lo spettacolo della velocità. Un universo professionale decisivo nella costruzione della competizione.

Accanto alle immagini, “Emozioni” si arricchisce della voce dei protagonisti attraverso contributi istituzionali e narrativi: interviste, testimonianze e approfondimenti che raccontano la Formula 1 come officina, dove competizione e innovazione procedono insieme. A conclusione del volume, dashboard e infografiche dedicate ai numeri di questo sport: chilometri percorsi, vittorie conquistate, record e statistiche che condensano in forma essenziale decenni di competizioni.

Un libro che non si limita a testimoniare ma che mette in scena, restituendo alla Formula 1 la potenza visiva di un grande racconto per immagini che si apre a capitoli futuri, ancora tutti da scrivere.

Un numero può essere un traguardo. Ma nella Formula 1 un numero può diventare una storia: di piloti e ingegneri, di rischi e scelte, di pubblico e rituali collettivi, di ricerca e precisione. “Emozioni. I 500 GP di Pirelli nel Campionato del Mondo di F1”, a cura della Fondazione Pirelli e pubblicato da Marsilio Arte, celebra le 500 gare di Pirelli nel Mondiale attraverso un’ampia raccolta fotografica, con immagini in gran parte provenienti dall’Archivio Storico Pirelli. È un racconto che scorre come un film, conducendo lo spettatore-lettore lungo decenni di corse.

Il libro, pubblicato in edizioni separate in italiano e inglese, si inserisce nel 75° anniversario del Campionato del Mondo di Formula 1 e ricostruisce una storia che inizia a Silverstone il 13 maggio 1950, in contemporanea con la nascita del Mondiale, e che vede Pirelli presente lungo una traiettoria articolata in tre grandi fasi. Dall’alba dello sport negli anni Cinquanta alla stagione degli anni Ottanta, fino alle sfide più recenti, l’evoluzione del motorsport prende forma con ritmo cinematografico: primi piani sui protagonisti, panoramiche sulle piste più famose, sequenze d’azione che restituiscono l’adrenalina della velocità. Accanto ai piloti – da Alberto Ascari a Juan Manuel Fangio, da Ayrton Senna a Nelson Piquet, fino a Lewis Hamilton e Max Verstappen – si celebra anche il lavoro dei tecnici, degli ingegneri e dei meccanici che hanno reso possibile la lunga presenza di Pirelli nella Formula 1.

A rendere unico il volume, un reportage inedito di Darren Heath al Gran Premio 2025 di Silverstone: scatti in cui il rombo dei motori si fa materia visibile, elevando lo spettacolo della corsa a una dimensione epica e offrendo un punto di raccordo tra passato, presente e futuro. Attraverso immagini che restituiscono l’energia e lo spirito contemporaneo delle corse, Heath racconta una storia “dentro” la storia della F1: la gara come laboratorio a cielo aperto, l’importanza degli pneumatici nelle strategie delle scuderie, il delicato momento del pit-stop, il ruolo delle persone – in pista e fuori – che rendono possibile lo spettacolo della velocità. Un universo professionale decisivo nella costruzione della competizione.

Accanto alle immagini, “Emozioni” si arricchisce della voce dei protagonisti attraverso contributi istituzionali e narrativi: interviste, testimonianze e approfondimenti che raccontano la Formula 1 come officina, dove competizione e innovazione procedono insieme. A conclusione del volume, dashboard e infografiche dedicate ai numeri di questo sport: chilometri percorsi, vittorie conquistate, record e statistiche che condensano in forma essenziale decenni di competizioni.

Un libro che non si limita a testimoniare ma che mette in scena, restituendo alla Formula 1 la potenza visiva di un grande racconto per immagini che si apre a capitoli futuri, ancora tutti da scrivere.

La tradizione che innova

Un intervento del Segretario generale di Banca d’Italia chiarisce i collegamenti tra passato e presente nelle organizzazioni produttive

 

Innovare senza dimenticare le tradizioni d’impresa. Assunto importante anche se in apparenza in qualche modo contraddittorio. Indicazione che, tuttavia, deve essere presa sul serio. E messa in pratica nelle organizzazioni della produzione e di servizio. È attorno a questi concetti che ragiona Massimo Doria (Segretario Generale della Banca d’Italia) in “Valorizzare la tradizione e le competenze per affrontare la sfida dell’innovazione”, intervento proposto al convegno “Capitale umano e sviluppo: prospettive per la Sardegna e oltre” il 19 marzo 2026.

Doria fotografa prima il contesto entro il quale le imprese e le organizzazioni in generale si ritrovano ad agire. Un contesto in cui l’innovazione pare giocare un ruolo preponderante, accanto tuttavia a condizioni di lavoro e di mercato che vivono anche sulla base dell’evoluzione passata e dell’agire umano.

Il segretario generale di Banca d’Italia si chiede quindi quali debbano essere le competenze da costruire in modo tale da tenere insieme innovazione e mantenimento delle “tradizioni” importanti anche oggi. Un equilibrio, quello tra tradizione e innovazione che deve tenere conto anche del mutamento dei tempi di lavoro e dell’organizzazione stessa del lavoro. “In un sistema in cui il tempo di lavoro si combina meglio che in passato con quello personale ma, al tempo stesso, si disgiunge dalla stabile prossimità con i luoghi e con le persone – annota Doria nelle sue conclusioni – è importante preservare il legame umano, la base di quello che in qualunque organizzazione chiamiamo ‘senso di appartenenza’, che altro non è che la capacità di riconoscerci e di sostenerci l’un l’altro. È il ‘filo rosso’ che lega persone appartenenti a generazioni, esperienze e sensibilità diverse”. A ben vedere si tratta di indicazioni valide per ogni organizzazione della produzione.

Valorizzare la tradizione e le competenze per affrontare la sfida dell’innovazione

Massimo Doria (Segretario Generale della Banca d’Italia)

Intervento al Convegno “Capitale umano e sviluppo: prospettive per la Sardegna e oltre”, Cagliari, 19 marzo 2026

Un intervento del Segretario generale di Banca d’Italia chiarisce i collegamenti tra passato e presente nelle organizzazioni produttive

 

Innovare senza dimenticare le tradizioni d’impresa. Assunto importante anche se in apparenza in qualche modo contraddittorio. Indicazione che, tuttavia, deve essere presa sul serio. E messa in pratica nelle organizzazioni della produzione e di servizio. È attorno a questi concetti che ragiona Massimo Doria (Segretario Generale della Banca d’Italia) in “Valorizzare la tradizione e le competenze per affrontare la sfida dell’innovazione”, intervento proposto al convegno “Capitale umano e sviluppo: prospettive per la Sardegna e oltre” il 19 marzo 2026.

Doria fotografa prima il contesto entro il quale le imprese e le organizzazioni in generale si ritrovano ad agire. Un contesto in cui l’innovazione pare giocare un ruolo preponderante, accanto tuttavia a condizioni di lavoro e di mercato che vivono anche sulla base dell’evoluzione passata e dell’agire umano.

Il segretario generale di Banca d’Italia si chiede quindi quali debbano essere le competenze da costruire in modo tale da tenere insieme innovazione e mantenimento delle “tradizioni” importanti anche oggi. Un equilibrio, quello tra tradizione e innovazione che deve tenere conto anche del mutamento dei tempi di lavoro e dell’organizzazione stessa del lavoro. “In un sistema in cui il tempo di lavoro si combina meglio che in passato con quello personale ma, al tempo stesso, si disgiunge dalla stabile prossimità con i luoghi e con le persone – annota Doria nelle sue conclusioni – è importante preservare il legame umano, la base di quello che in qualunque organizzazione chiamiamo ‘senso di appartenenza’, che altro non è che la capacità di riconoscerci e di sostenerci l’un l’altro. È il ‘filo rosso’ che lega persone appartenenti a generazioni, esperienze e sensibilità diverse”. A ben vedere si tratta di indicazioni valide per ogni organizzazione della produzione.

Valorizzare la tradizione e le competenze per affrontare la sfida dell’innovazione

Massimo Doria (Segretario Generale della Banca d’Italia)

Intervento al Convegno “Capitale umano e sviluppo: prospettive per la Sardegna e oltre”, Cagliari, 19 marzo 2026

Il cambiamento delle relazioni tra capitale e lavoro d’impresa

Descritte in un libro le varie forme di rapporto tra le due componenti fondamentali dell’azienda

 

Capitale e lavoro uniti per creare e far funzionare un’impresa. Il binomio è sempre questo, inscindibile. Pur con l’avvento delle nuove tecnologie, la relazione umana all’interno delle aziende – che anche per questo diventano imprese – è fondamentale.

Lo dicono bene Giuseppe Milan e Ilaria Vesentini nel loro “Capitale e lavoro la via italiana alla partecipazione”, libro che ragiona partendo dalla legge sulla partecipazione dei lavoratori ma finisce per esplorare il vaso campo di relazioni che le imprese rappresentano. In particolare, gli autori affrontano il tema iniziando a “leggerlo” da cinque punti di vista diversi: quello dell’imprenditore, del lavoratore, del credito, del professionista e del manager. La lettura viene quindi effettuata dal punto di vista delle istituzioni e poi analizzando una serie di casi reali: quelli di Sonepar, Bonfiglioli, Umbra Group, Zordan, Duferco e Sogno Veneto. Lo stesso trema viene quindi approfondito sulla base delle esperienze in corso in altri paesi.

Scrivono Milan e Vesentini: “Senza capitale e lavoro non c’è impresa, non c’è creazione di ricchezza, non c’è crescita. Perché ci sia quest’ultima non basta però che ci siano le imprese, è necessario che le imprese aumentino la produttività in maniera costante. È quello che il sistema Italia da almeno una generazione a questa parte non riesce più a fare: è il punto di partenza di qualsiasi ragionamento, di qualsiasi riforma, di qualsiasi policy che voglia assicurare al paese un futuro di prosperità. La stagnazione della produttività è la ragione della mancata crescita dei salari e dell’arretramento del reddito pro capite italiano non solo rispetto ai paesi comparabili ma anche alla media europea, e quindi dell’impoverimento generale del paese e dell’indebolimento del suo welfare, che viene finanziato essenzialmente dal lavoro visto che in Italia le rendite godono di trattamenti fiscali di privilegio”.

Capitale e lavoro la via italiana alla partecipazione

Giuseppe Milan, Ilaria Vesentini

POST Editori, 2025

Descritte in un libro le varie forme di rapporto tra le due componenti fondamentali dell’azienda

 

Capitale e lavoro uniti per creare e far funzionare un’impresa. Il binomio è sempre questo, inscindibile. Pur con l’avvento delle nuove tecnologie, la relazione umana all’interno delle aziende – che anche per questo diventano imprese – è fondamentale.

Lo dicono bene Giuseppe Milan e Ilaria Vesentini nel loro “Capitale e lavoro la via italiana alla partecipazione”, libro che ragiona partendo dalla legge sulla partecipazione dei lavoratori ma finisce per esplorare il vaso campo di relazioni che le imprese rappresentano. In particolare, gli autori affrontano il tema iniziando a “leggerlo” da cinque punti di vista diversi: quello dell’imprenditore, del lavoratore, del credito, del professionista e del manager. La lettura viene quindi effettuata dal punto di vista delle istituzioni e poi analizzando una serie di casi reali: quelli di Sonepar, Bonfiglioli, Umbra Group, Zordan, Duferco e Sogno Veneto. Lo stesso trema viene quindi approfondito sulla base delle esperienze in corso in altri paesi.

Scrivono Milan e Vesentini: “Senza capitale e lavoro non c’è impresa, non c’è creazione di ricchezza, non c’è crescita. Perché ci sia quest’ultima non basta però che ci siano le imprese, è necessario che le imprese aumentino la produttività in maniera costante. È quello che il sistema Italia da almeno una generazione a questa parte non riesce più a fare: è il punto di partenza di qualsiasi ragionamento, di qualsiasi riforma, di qualsiasi policy che voglia assicurare al paese un futuro di prosperità. La stagnazione della produttività è la ragione della mancata crescita dei salari e dell’arretramento del reddito pro capite italiano non solo rispetto ai paesi comparabili ma anche alla media europea, e quindi dell’impoverimento generale del paese e dell’indebolimento del suo welfare, che viene finanziato essenzialmente dal lavoro visto che in Italia le rendite godono di trattamenti fiscali di privilegio”.

Capitale e lavoro la via italiana alla partecipazione

Giuseppe Milan, Ilaria Vesentini

POST Editori, 2025

I limiti di Milano, città di single e di “folla solitaria”

“La folla solitaria”, aveva scritto nel 1950 David Riesman, uno dei maggiori sociologi americani. E il libro nell’arco di pochissimi anni era entrato nell’elenco dei testi obbligatori per cercare di capire come si stessero muovendo, dal punto di vista sociale, le grandi città americane. Pubblicato nel ‘56 in Italia da Einaudi, aveva smosso un certo dibattito, come spesso succedeva con la pubblicazione delle opere di sociologia, per l’Italia, quasi una novità. Il cinema di Hollywood ci aveva a poco a poco fatto conoscere le strade affollate di persone frettolose, ognuna occupata per i fatti suoi, le villette unifamiliari di periferia, gli appartamenti minuscoli a Manhattan, i vagoni della metropolitana pieni di sconosciuti uno all’altro indifferente. Ma per noi era ancora cinema, racconto di un altro mondo. Vivevamo in paesi affollati e densi di legami familiari, di piazze piene dove tutti si conoscevano, di parentele complesse.

Il contesto cambia anche da noi quando, appunto dalla metà degli anni Cinquanta sino alla fine degli anni Sessanta, le grandi ondate migratorie svuotano i paesi del Sud e affollano le città industriali. Tutto un altro mondo.

Nuovi lavori, nuovi ritmi urbani, nuovi fenomeni di aggregazione sociale. Riesman incontra anche qui, tra Milano e Torino, le sue folle solitarie. In poco più di mezzo secolo le città hanno cambiato ritmi, composizione sociale, abitudini. E fanno i conti, ogni giorno di più, con le nuove solitudini, sempre più spesso legate a nuove povertà, non solo economiche ma anche sociali e culturali.

Una recente inchiesta de “Il Giorno” (11 marzo) rivela i dati del fenomeno: “La vita dei 435mila single milanesi”. Guardiamo i numeri: il 57% degli oltre 780mila nuclei familiari è composto da una sola persona: anziani, pensionati, vedove e vedovi, giovani che affollano i corsi universitari (Milano, con circa 230mila studenti, è la maggiore città universitaria italiana, ancora molto ambita, garanzia di qualità degli studi, opportunità di lavoro, buoni stipendi: al Politecnico, per restare in Italia, rimane il 61% dei giovani stranieri; la Repubblica, 15 ottobre).

Una straordinaria trasformazione in corso, che riguarda i servizi, l’urbanistica e il mercato immobiliare, i trasporti, il tempo libero, la stessa pendolarità quotidiana tra la metropoli e il suo hinterland: ogni giorno entrano a Milano circa un milione di persone, che si aggiungono agli attuali 1,4 milioni di abitanti e che modificano radicalmente il corso delle cose.

La situazione è molto cambiata nel corso degli ultimi trent’anni. Nel 1990 le famiglie di una sola persona erano 295mila, sono salite a 368mila nel 2011, hanno superato le 400mila nel 2019 e oggi sono, appunto, 434mila (dati ’24). E il fenomeno è in crescita.

Città di anziani, in aumento. E di bambini in diminuzione. Le nascite sono calate del 14% in 5 anni e le previsioni dicono che il 40% degli asili nido spariranno entro il 2036.

Le statistiche e le previsioni vanno prese con prudenza e giudizio. Ma un dato è certo: i servizi su cui si punta sono soprattutto quelli legati alle “grandi età” e alla salute e non all’età infantile (anche se Milano, tra strutture pubbliche e private, può contare su situazioni di eccellenza).

Milano città costosa. Soprattutto da quando la legge Renzi, pagando una tassa piatta di 200mila euro all’anno, permette di prendere residenza a Milano con grande facilità.

Non sembra che la misura abbia portato grandi investimenti industriali, commercial e finanziari in città. Ma certo ha incrementato il numero degli hotel a 5 stelle, dei grandi ristoranti e dello shopping di lusso. Ma anche fatto crescere il costo della vita generale della città.

Le città sono corpi vivi, mobili, in trasformazione. Vivono sul mercato e di mercato. Non possono però essere ricondotte solo al mercato. E Milano, adesso, proprio dopo gli anni del grande successo dell’attrattività, del boom turistico e dell’arrivo di decine di migliaia di giovani universitari, ha finalmente preso coscienza che serve un vero e proprio piano per il welfare. E di ricostruire nuove catene di solidarietà, nei quartieri, nelle scuole, nelle strutture sociali. Anche nelle biblioteche: nella città ove si vendono più libri in Italia l’Assessorato alla Cultura ha varato un piano per fare crescere il numero delle biblioteche e metterle in relazione: biblioteche scolastiche, aziendali, di quartiere, di condominio, ma anche negli ospedali e nelle carceri.

Talvolta, la disperazione della folla solitaria si cura anche con un posto in cui andare a leggere un buon libro.

(photo Getty Images)

“La folla solitaria”, aveva scritto nel 1950 David Riesman, uno dei maggiori sociologi americani. E il libro nell’arco di pochissimi anni era entrato nell’elenco dei testi obbligatori per cercare di capire come si stessero muovendo, dal punto di vista sociale, le grandi città americane. Pubblicato nel ‘56 in Italia da Einaudi, aveva smosso un certo dibattito, come spesso succedeva con la pubblicazione delle opere di sociologia, per l’Italia, quasi una novità. Il cinema di Hollywood ci aveva a poco a poco fatto conoscere le strade affollate di persone frettolose, ognuna occupata per i fatti suoi, le villette unifamiliari di periferia, gli appartamenti minuscoli a Manhattan, i vagoni della metropolitana pieni di sconosciuti uno all’altro indifferente. Ma per noi era ancora cinema, racconto di un altro mondo. Vivevamo in paesi affollati e densi di legami familiari, di piazze piene dove tutti si conoscevano, di parentele complesse.

Il contesto cambia anche da noi quando, appunto dalla metà degli anni Cinquanta sino alla fine degli anni Sessanta, le grandi ondate migratorie svuotano i paesi del Sud e affollano le città industriali. Tutto un altro mondo.

Nuovi lavori, nuovi ritmi urbani, nuovi fenomeni di aggregazione sociale. Riesman incontra anche qui, tra Milano e Torino, le sue folle solitarie. In poco più di mezzo secolo le città hanno cambiato ritmi, composizione sociale, abitudini. E fanno i conti, ogni giorno di più, con le nuove solitudini, sempre più spesso legate a nuove povertà, non solo economiche ma anche sociali e culturali.

Una recente inchiesta de “Il Giorno” (11 marzo) rivela i dati del fenomeno: “La vita dei 435mila single milanesi”. Guardiamo i numeri: il 57% degli oltre 780mila nuclei familiari è composto da una sola persona: anziani, pensionati, vedove e vedovi, giovani che affollano i corsi universitari (Milano, con circa 230mila studenti, è la maggiore città universitaria italiana, ancora molto ambita, garanzia di qualità degli studi, opportunità di lavoro, buoni stipendi: al Politecnico, per restare in Italia, rimane il 61% dei giovani stranieri; la Repubblica, 15 ottobre).

Una straordinaria trasformazione in corso, che riguarda i servizi, l’urbanistica e il mercato immobiliare, i trasporti, il tempo libero, la stessa pendolarità quotidiana tra la metropoli e il suo hinterland: ogni giorno entrano a Milano circa un milione di persone, che si aggiungono agli attuali 1,4 milioni di abitanti e che modificano radicalmente il corso delle cose.

La situazione è molto cambiata nel corso degli ultimi trent’anni. Nel 1990 le famiglie di una sola persona erano 295mila, sono salite a 368mila nel 2011, hanno superato le 400mila nel 2019 e oggi sono, appunto, 434mila (dati ’24). E il fenomeno è in crescita.

Città di anziani, in aumento. E di bambini in diminuzione. Le nascite sono calate del 14% in 5 anni e le previsioni dicono che il 40% degli asili nido spariranno entro il 2036.

Le statistiche e le previsioni vanno prese con prudenza e giudizio. Ma un dato è certo: i servizi su cui si punta sono soprattutto quelli legati alle “grandi età” e alla salute e non all’età infantile (anche se Milano, tra strutture pubbliche e private, può contare su situazioni di eccellenza).

Milano città costosa. Soprattutto da quando la legge Renzi, pagando una tassa piatta di 200mila euro all’anno, permette di prendere residenza a Milano con grande facilità.

Non sembra che la misura abbia portato grandi investimenti industriali, commercial e finanziari in città. Ma certo ha incrementato il numero degli hotel a 5 stelle, dei grandi ristoranti e dello shopping di lusso. Ma anche fatto crescere il costo della vita generale della città.

Le città sono corpi vivi, mobili, in trasformazione. Vivono sul mercato e di mercato. Non possono però essere ricondotte solo al mercato. E Milano, adesso, proprio dopo gli anni del grande successo dell’attrattività, del boom turistico e dell’arrivo di decine di migliaia di giovani universitari, ha finalmente preso coscienza che serve un vero e proprio piano per il welfare. E di ricostruire nuove catene di solidarietà, nei quartieri, nelle scuole, nelle strutture sociali. Anche nelle biblioteche: nella città ove si vendono più libri in Italia l’Assessorato alla Cultura ha varato un piano per fare crescere il numero delle biblioteche e metterle in relazione: biblioteche scolastiche, aziendali, di quartiere, di condominio, ma anche negli ospedali e nelle carceri.

Talvolta, la disperazione della folla solitaria si cura anche con un posto in cui andare a leggere un buon libro.

(photo Getty Images)

Emozioni, in un libro-evento i 500 Gp di Pirelli in Formula 1

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