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Fondazione Pirelli Educational: un ponte tra memoria e futuro

Si conclude con tante storie da raccontare un nuovo anno di Fondazione Pirelli Educational, un progetto che ha trasformato la curiosità degli studenti in conoscenza e il dialogo con il passato in uno sguardo aperto verso il futuro. Con la fine dell’anno scolastico si chiude infatti anche il programma didattico “Siamo Storia. Siamo Futuro”, che ha accompagnato ragazzi e ragazze alla scoperta della cultura d’impresa. Attraverso documenti, fotografie, filmati e testimonianze custoditi nell’Archivio Storico Pirelli, gli studenti hanno potuto leggere la storia da prospettive diverse, esplorando le trasformazioni industriali, sociali e culturali del nostro Paese con una prospettiva internazionale. Un patrimonio che continua a vivere grazie all’incontro con le nuove generazioni, capaci di trasformare la memoria in ispirazione per idee, progetti e visioni del domani.

Durante l’anno, oltre 3.000 studenti delle scuole primarie e secondarie e 800 universitari hanno partecipato a laboratori, visite e incontri dedicati alla sostenibilità, mobilità, innovazione tecnologica e comunicazione visiva. I più piccoli hanno esplorato il fantastico mondo della gomma, ideato città più sostenibili e scoperto il linguaggio delle immagini della comunicazione di Pirelli. Gli studenti delle scuole secondarie si sono confrontati con temi come la ricerca tecnologica, la sostenibilità ambientale, la mobilità del futuro, la grafica, il design e il ruolo sempre più centrale dei dati nella società contemporanea. Particolarmente significativa è stata l’esperienza riservata agli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori: più di 150 ragazze e ragazzi hanno avuto l’opportunità di entrare nel cuore della ricerca e sviluppo Pirelli, visitando i laboratori dove nascono le innovazioni del futuro e osservando da vicino i processi di simulazione virtuale e le fasi di test che precedono la realizzazione di un pneumatico.

L’anno è stato arricchito inoltre da alcuni eventi speciali: la partecipazione della Fondazione Pirelli al Festival dell’Innovazione e della Scienza di Settimo Torinese, la realizzazione dell’iniziativa in collaborazione con la Polizia Stradale per promuovere la cultura della sicurezza stradale tra i più giovani e i laboratori nel palinsesto di Rete Fotografia dedicati alla valorizzazione del patrimonio fotografico.

Fondazione Pirelli Educational dà appuntamento al prossimo anno scolastico con nuovi percorsi e nuovi laboratori. I docenti delle scuole primarie e secondarie sono invitati a partecipare all’incontro online di presentazione del nuovo programma didattico lunedì 21 settembre alle ore 17.00, per scoprire in anteprima tutte le novità che accompagneranno il prossimo viaggio tra storia, innovazione e futuro.

Fondazione Pirelli Educational: un ponte tra memoria e futuro
Fondazione Pirelli Educational: un ponte tra memoria e futuro

Si conclude con tante storie da raccontare un nuovo anno di Fondazione Pirelli Educational, un progetto che ha trasformato la curiosità degli studenti in conoscenza e il dialogo con il passato in uno sguardo aperto verso il futuro. Con la fine dell’anno scolastico si chiude infatti anche il programma didattico “Siamo Storia. Siamo Futuro”, che ha accompagnato ragazzi e ragazze alla scoperta della cultura d’impresa. Attraverso documenti, fotografie, filmati e testimonianze custoditi nell’Archivio Storico Pirelli, gli studenti hanno potuto leggere la storia da prospettive diverse, esplorando le trasformazioni industriali, sociali e culturali del nostro Paese con una prospettiva internazionale. Un patrimonio che continua a vivere grazie all’incontro con le nuove generazioni, capaci di trasformare la memoria in ispirazione per idee, progetti e visioni del domani.

Durante l’anno, oltre 3.000 studenti delle scuole primarie e secondarie e 800 universitari hanno partecipato a laboratori, visite e incontri dedicati alla sostenibilità, mobilità, innovazione tecnologica e comunicazione visiva. I più piccoli hanno esplorato il fantastico mondo della gomma, ideato città più sostenibili e scoperto il linguaggio delle immagini della comunicazione di Pirelli. Gli studenti delle scuole secondarie si sono confrontati con temi come la ricerca tecnologica, la sostenibilità ambientale, la mobilità del futuro, la grafica, il design e il ruolo sempre più centrale dei dati nella società contemporanea. Particolarmente significativa è stata l’esperienza riservata agli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori: più di 150 ragazze e ragazzi hanno avuto l’opportunità di entrare nel cuore della ricerca e sviluppo Pirelli, visitando i laboratori dove nascono le innovazioni del futuro e osservando da vicino i processi di simulazione virtuale e le fasi di test che precedono la realizzazione di un pneumatico.

L’anno è stato arricchito inoltre da alcuni eventi speciali: la partecipazione della Fondazione Pirelli al Festival dell’Innovazione e della Scienza di Settimo Torinese, la realizzazione dell’iniziativa in collaborazione con la Polizia Stradale per promuovere la cultura della sicurezza stradale tra i più giovani e i laboratori nel palinsesto di Rete Fotografia dedicati alla valorizzazione del patrimonio fotografico.

Fondazione Pirelli Educational dà appuntamento al prossimo anno scolastico con nuovi percorsi e nuovi laboratori. I docenti delle scuole primarie e secondarie sono invitati a partecipare all’incontro online di presentazione del nuovo programma didattico lunedì 21 settembre alle ore 17.00, per scoprire in anteprima tutte le novità che accompagneranno il prossimo viaggio tra storia, innovazione e futuro.

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Pirelli celebra i 500 GP in Formula 1 con un libro speciale: “Emozioni” – repubblica.it

Pirelli celebra i 500 GP in Formula 1 con un libro speciale: “Emozioni” – repubblica.it
Pirelli celebra i 500 GP in Formula 1 con un libro speciale: “Emozioni” – repubblica.it

Conoscere per meglio fare

L’analisi dell’importanza dell’educazione economica e finanziaria riproposta in un intervento di Banca d’Italia

 

Conoscere per gestire meglio e con più avvedutezza. E quindi educarsi al cambiamento e alla responsabilità. Indicazioni che valgono per tutte le attività. Anche semplicemente per affrontare la quotidianità del vivere. Indicazioni che valgono ancora di più oggi, al tempo dell’incertezza. È da queste considerazioni che prende le mosse “Dalla polis ai mercati digitali: storia, incertezza e responsabilità educativa”, intervento che Gian Luca Trequattrini (Vice Direttore generale della Banca d’Italia) ha presentato a L’Aquila nel corso degli eventi collegati a “In viaggio con la Banca d’Italia”.

Trequattrini inizia il suo ragionamento proprio dalla considerazione dell’incertezza che accompagna sempre le grandi discontinuità storiche e come in questi frangenti i modelli del passato perdano potere predittivo, le regole del gioco cambino più in fretta della capacità di aggiornarle e le decisioni – finanziarie, lavorative, previdenziali – debbano essere prese in assenza di mappe sicure. Oggi, spiega Trequattrini, a tutto questo si sovrappone una dimensione cognitiva nuova, generata dall’accelerazione tecnologica: un’incertezza che non è solo ignoranza dei fatti, ma difficoltà di interpretare segnali contraddittori, di distinguere l’informazione affidabile dal rumore, di valutare raccomandazioni prodotte da algoritmi opachi. Conoscenza, quindi, che, al contrario di quanto si sarebbe portati a pensare, diventa più complessa da acquisire.

In questo scenario – fatto di rischi non calcolabili, di complessità crescente e di trasformazioni accelerate – la cultura finanziaria smette di essere una scelta opzionale e diventa una risorsa essenziale: non per eliminare l’incertezza, che è ineliminabile, ma per imparare a navigarla con maggiore lucidità e minore vulnerabilità.

Cultura finanziaria come risorsa ineludibile che, sottolinea il Vice Direttore di Banca d’Italia, non coincide semplicemente con la capacità di comprendere tecnicismi o effettuare calcoli complessi, ma rappresenta un insieme integrato di conoscenze, competenze e consapevolezze che consentono agli individui di compiere scelte informate, responsabili e orientate al lungo periodo, contribuendo così a rafforzare la propria autonomia individuale. Elemento di quella cultura a tutto tondo che deve essere patrimonio di tutti ma, in particolare, di chi è chiamato a responsabilità sociali e d’impresa che esigono più attenzione.

Trequattrini – ripercorrendo il senso della conoscenza finanziaria dall’antichità ad oggi – indica così un dovere ma anche un’opportunità che deve essere di tutti e non solo di pochi “addetti ai lavori”.

Dalla polis ai mercati digitali: storia, incertezza e responsabilità educativa

Gian Luca Trequattrini

Banca d’Italia, giugno 2026

Conoscere per meglio fare
Conoscere per meglio fare

L’analisi dell’importanza dell’educazione economica e finanziaria riproposta in un intervento di Banca d’Italia

 

Conoscere per gestire meglio e con più avvedutezza. E quindi educarsi al cambiamento e alla responsabilità. Indicazioni che valgono per tutte le attività. Anche semplicemente per affrontare la quotidianità del vivere. Indicazioni che valgono ancora di più oggi, al tempo dell’incertezza. È da queste considerazioni che prende le mosse “Dalla polis ai mercati digitali: storia, incertezza e responsabilità educativa”, intervento che Gian Luca Trequattrini (Vice Direttore generale della Banca d’Italia) ha presentato a L’Aquila nel corso degli eventi collegati a “In viaggio con la Banca d’Italia”.

Trequattrini inizia il suo ragionamento proprio dalla considerazione dell’incertezza che accompagna sempre le grandi discontinuità storiche e come in questi frangenti i modelli del passato perdano potere predittivo, le regole del gioco cambino più in fretta della capacità di aggiornarle e le decisioni – finanziarie, lavorative, previdenziali – debbano essere prese in assenza di mappe sicure. Oggi, spiega Trequattrini, a tutto questo si sovrappone una dimensione cognitiva nuova, generata dall’accelerazione tecnologica: un’incertezza che non è solo ignoranza dei fatti, ma difficoltà di interpretare segnali contraddittori, di distinguere l’informazione affidabile dal rumore, di valutare raccomandazioni prodotte da algoritmi opachi. Conoscenza, quindi, che, al contrario di quanto si sarebbe portati a pensare, diventa più complessa da acquisire.

In questo scenario – fatto di rischi non calcolabili, di complessità crescente e di trasformazioni accelerate – la cultura finanziaria smette di essere una scelta opzionale e diventa una risorsa essenziale: non per eliminare l’incertezza, che è ineliminabile, ma per imparare a navigarla con maggiore lucidità e minore vulnerabilità.

Cultura finanziaria come risorsa ineludibile che, sottolinea il Vice Direttore di Banca d’Italia, non coincide semplicemente con la capacità di comprendere tecnicismi o effettuare calcoli complessi, ma rappresenta un insieme integrato di conoscenze, competenze e consapevolezze che consentono agli individui di compiere scelte informate, responsabili e orientate al lungo periodo, contribuendo così a rafforzare la propria autonomia individuale. Elemento di quella cultura a tutto tondo che deve essere patrimonio di tutti ma, in particolare, di chi è chiamato a responsabilità sociali e d’impresa che esigono più attenzione.

Trequattrini – ripercorrendo il senso della conoscenza finanziaria dall’antichità ad oggi – indica così un dovere ma anche un’opportunità che deve essere di tutti e non solo di pochi “addetti ai lavori”.

Dalla polis ai mercati digitali: storia, incertezza e responsabilità educativa

Gian Luca Trequattrini

Banca d’Italia, giugno 2026

L’industria dell’auto si appella alla Ue per evitare la morte della fabbrica

“Ieri sera, a fine turno, siamo usciti insieme. Un gelo boia. Non c’erano camion alla porta 23, nessuno per strada. Gli faccio: ‘Zitto, Junior, non fiatare’. Mi ha guardato, con quella faccia da cane bastonato…

‘Lo senti questo silenzio?’

Ci siamo inchiodati lì, come due statue, in quel punto preciso dove eravamo.

‘Sì’, ha detto Junior. ‘

È la fabbrica che sta morendo”.

Il dialogo tra i due operai, l’ultima leva entrata in Fiat nel 1987, “avevamo ancora le tute blu…” sta nelle prime pagine di “L’ultimo operaio” ovvero “Canto finale della grande fabbrica” di Niccolò Zancan, giornalista de “La Stampa”, pubblicato da Einaudi: 130 pagine di racconti, storie di lavoro e d’amicizia, di fatica quotidiana e di speranze frustrate, di straordinarie qualità professionali di tecnici e operai e di investimenti sbagliati. “Una storia d’amore e di fantasmi”, dice Zancan, tutta costruita attorno a uno dei più grandi stabilimenti automobilistici europei, Mirafiori, un tempo 60mila dipendenti, oggi appena poche migliaia. Testimonianza severa, polifonica, di un mondo industriale che vive da tempo drammatici ridimensionamenti.

La “fine della fabbrica”, è vero, è stata molte volte annunciata. E anche la scomparsa degli operai. Resta il fatto, però, che nonostante le profonde trasformazioni tecnologiche intervenute negli ultimi anni, ultima la crescente diffusione dell’AI che minaccia la scomparsa di decine di migliaia di posti di lavoro, l’Italia continua ad essere un grande paese industriale, la seconda manifattura europea, con parecchie imprese pronte a investire e a crescere, appena le tensioni geopolitiche caleranno d’intensità (Il Foglio, 11 giugno).

Siamo pur sempre un paese di fabbriche high tech, di neo-fabbriche (produzione, ricerca e servizi legati in modo originale). Lavoro industriale in forme nuove, insomma, un linguaggio inedito che ridisegna la stessa “civiltà delle macchine”. Ma nulla è acquisito per sempre. E tanto sono veloci le tecnologie, con i loro cambiamenti e le conseguenze economiche e sociali, tanto sembra lenta la politica.

Sull’auto, però, finalmente, sembra che la Ue si muova.

L’automotive (produzione di veicoli e componentistica) è un cardine dell’industria europea, con 12,6 milioni di lavoratori, grandi marchi di qualità da primato internazionale (a cominciare dalle tedesche Volkswagen, Audi e Bmw e dalle italiane di altissima gamma, come le Ferrari e le Lamborghini). Ha legami con altri settori chiave dell’industria (elettronica, robotica, gomma, plastica, materiali speciali, tessile, etc.). Ed è sempre stato simbolo di meccanica e meccatronica d’avanguardia, di innovazione, di stile. Il cuore dell’industria.

Da anni però è in crisi: il crescente dominio dell’auto elettrica (tecnologie USA e cinesi) ha spiazzato i grandi marchi europei. E la stessa Commissione Ue, per un malinteso senso di rispetto dell’ambiente, ha formalmente accelerato il processo di trasformazione: niente più motore endotermico entro il 2035, passaggio totale all’elettrico, giudicato meno inquinante.

Una strategia inizialmente subìta, poi messa in discussione, non solo dall’industria di settore. Sino ad arrivare a posizioni più ragionevoli: la sostenibilità va benissimo, a patto che sia socialmente accettabile, non distrugga l’industria europea e metta in pericolo, dalla Germania alla Francia e all’Italia, decine di migliaia di posti di lavoro. E proprio per l’Italia, la componentistica automotive (oramai fortemente ridimensionata la produzione Stellantis, ex Fiat) è filiera essenziale, innovativa e di alta qualità, anche per l’export (Piemonte, Lombardia, Veneto, la Motor Valley emiliana ma anche alcune aree del Sud, come Campania, Puglia e Basilicata sono regioni fortemente interessate e hanno già cominciato a muoversi, cercando una sintonia, che dovrebbe essere più decisa e insistente verso il governo a Roma).

L’indicazione strategica che viene dal mondo automotive è “neutralità tecnologica”: non solo l’auto elettrica, ma anche i motori a benzina “verde”, a idrogeno (la ricerca deve fare ancora passi avanti), diesel con bassissimi livelli d’inquinamento.

A smuovere le acque, è arrivata nei giorni scorsi a Bruxelles una lettera firmata da tre grandi leader dell’industria automobilistica: François Provost, amministratore delegato della Renault, Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis e Olivier Blume, amministratore delegato del gruppo Volkswagen: la richiesta rivolta alle autorità Ue è che “il 70% di componenti sia Made in Europe”. Con misure che premino i produttori e mantengano design e ricerca nei paesi Ue: “Vogliamo garantire che l’Europa rimanga la potenza globale nel mondo automobilistico. E abbiamo bisogno di un meccanismo che favorisca le auto e l’industria europea. Un meccanismo semplice, facile da attuare e da controllare” (Corriere della Sera, 13 giugno).

Le reazioni alla lettera, a Bruxelles, hanno incontrato favori bipartisan (La Stampa, 14 giugno), per misure che possano rafforzare, appunto per l’auto e la componentistica Made in Europe, l’Industrial Accelerator Act.

“Una svolta in Europa è necessaria, per non perdere l’industria”, sostiene Paolo Streparava, presidente di Confindustria Brescia: energia, auto e regole sono le priorità per competere” (IlSole24Ore, 28 maggio).

Di certo, il dibattito si è riaperto. Rinunciare all’auto e lasciare così campo libero, sui mercati internazionali, all’industria automobilistica cinese e proteggere quella USA, significa accelerare i rischi di “deindustrializzazione” temuti anche in Italia (l’allarme oramai è ricorrente nelle stanze di Confindustria). E dunque vale la pena, nonostante tutte le difficoltà possibili e la concorrenza durissima che arriva, anche in Europa, dalle auto elettriche cinesi, costruire e applicare rapidamente una politica industriale europea, senza cadere in vecchi schemi protezionisti, aiuti ricerca, innovazione, formazione, tenendo conto dei tre elementi fondamentali della sostenibilità: ambientale, certo, ma anche sociale ed economica.

Nei giorni scorsi, al Seminario estivo di Symbola a Mantova (Il Giorno, 14 giugno), i temi sono stati discussi a lungo. Forte la memoria della lezione di uno dei leader dell’ambientalismo italiano, Alexander Langer: la sostenibilità non farà molta strada finché non sarà percepita come socialmente accettabile. E insistenti i richiami a legare sostenibilità a coesione sociale.

Anche gli investimenti e le politiche europee sull’automotive rientrano in questo contesto. Senza rinunciare all’auto elettrica europea. Ma nemmeno alle altre tecnologie di cui l’Europa ha il primato tecnologico e può benissimo reggere la sostenibilità.

Perché l’auto non finisca davvero per essere “una storia di fantasmi”.

(foto Getty Images)

L’industria dell’auto si appella alla Ue per evitare la morte della fabbrica
L’industria dell’auto si appella alla Ue per evitare la morte della fabbrica

“Ieri sera, a fine turno, siamo usciti insieme. Un gelo boia. Non c’erano camion alla porta 23, nessuno per strada. Gli faccio: ‘Zitto, Junior, non fiatare’. Mi ha guardato, con quella faccia da cane bastonato…

‘Lo senti questo silenzio?’

Ci siamo inchiodati lì, come due statue, in quel punto preciso dove eravamo.

‘Sì’, ha detto Junior. ‘

È la fabbrica che sta morendo”.

Il dialogo tra i due operai, l’ultima leva entrata in Fiat nel 1987, “avevamo ancora le tute blu…” sta nelle prime pagine di “L’ultimo operaio” ovvero “Canto finale della grande fabbrica” di Niccolò Zancan, giornalista de “La Stampa”, pubblicato da Einaudi: 130 pagine di racconti, storie di lavoro e d’amicizia, di fatica quotidiana e di speranze frustrate, di straordinarie qualità professionali di tecnici e operai e di investimenti sbagliati. “Una storia d’amore e di fantasmi”, dice Zancan, tutta costruita attorno a uno dei più grandi stabilimenti automobilistici europei, Mirafiori, un tempo 60mila dipendenti, oggi appena poche migliaia. Testimonianza severa, polifonica, di un mondo industriale che vive da tempo drammatici ridimensionamenti.

La “fine della fabbrica”, è vero, è stata molte volte annunciata. E anche la scomparsa degli operai. Resta il fatto, però, che nonostante le profonde trasformazioni tecnologiche intervenute negli ultimi anni, ultima la crescente diffusione dell’AI che minaccia la scomparsa di decine di migliaia di posti di lavoro, l’Italia continua ad essere un grande paese industriale, la seconda manifattura europea, con parecchie imprese pronte a investire e a crescere, appena le tensioni geopolitiche caleranno d’intensità (Il Foglio, 11 giugno).

Siamo pur sempre un paese di fabbriche high tech, di neo-fabbriche (produzione, ricerca e servizi legati in modo originale). Lavoro industriale in forme nuove, insomma, un linguaggio inedito che ridisegna la stessa “civiltà delle macchine”. Ma nulla è acquisito per sempre. E tanto sono veloci le tecnologie, con i loro cambiamenti e le conseguenze economiche e sociali, tanto sembra lenta la politica.

Sull’auto, però, finalmente, sembra che la Ue si muova.

L’automotive (produzione di veicoli e componentistica) è un cardine dell’industria europea, con 12,6 milioni di lavoratori, grandi marchi di qualità da primato internazionale (a cominciare dalle tedesche Volkswagen, Audi e Bmw e dalle italiane di altissima gamma, come le Ferrari e le Lamborghini). Ha legami con altri settori chiave dell’industria (elettronica, robotica, gomma, plastica, materiali speciali, tessile, etc.). Ed è sempre stato simbolo di meccanica e meccatronica d’avanguardia, di innovazione, di stile. Il cuore dell’industria.

Da anni però è in crisi: il crescente dominio dell’auto elettrica (tecnologie USA e cinesi) ha spiazzato i grandi marchi europei. E la stessa Commissione Ue, per un malinteso senso di rispetto dell’ambiente, ha formalmente accelerato il processo di trasformazione: niente più motore endotermico entro il 2035, passaggio totale all’elettrico, giudicato meno inquinante.

Una strategia inizialmente subìta, poi messa in discussione, non solo dall’industria di settore. Sino ad arrivare a posizioni più ragionevoli: la sostenibilità va benissimo, a patto che sia socialmente accettabile, non distrugga l’industria europea e metta in pericolo, dalla Germania alla Francia e all’Italia, decine di migliaia di posti di lavoro. E proprio per l’Italia, la componentistica automotive (oramai fortemente ridimensionata la produzione Stellantis, ex Fiat) è filiera essenziale, innovativa e di alta qualità, anche per l’export (Piemonte, Lombardia, Veneto, la Motor Valley emiliana ma anche alcune aree del Sud, come Campania, Puglia e Basilicata sono regioni fortemente interessate e hanno già cominciato a muoversi, cercando una sintonia, che dovrebbe essere più decisa e insistente verso il governo a Roma).

L’indicazione strategica che viene dal mondo automotive è “neutralità tecnologica”: non solo l’auto elettrica, ma anche i motori a benzina “verde”, a idrogeno (la ricerca deve fare ancora passi avanti), diesel con bassissimi livelli d’inquinamento.

A smuovere le acque, è arrivata nei giorni scorsi a Bruxelles una lettera firmata da tre grandi leader dell’industria automobilistica: François Provost, amministratore delegato della Renault, Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis e Olivier Blume, amministratore delegato del gruppo Volkswagen: la richiesta rivolta alle autorità Ue è che “il 70% di componenti sia Made in Europe”. Con misure che premino i produttori e mantengano design e ricerca nei paesi Ue: “Vogliamo garantire che l’Europa rimanga la potenza globale nel mondo automobilistico. E abbiamo bisogno di un meccanismo che favorisca le auto e l’industria europea. Un meccanismo semplice, facile da attuare e da controllare” (Corriere della Sera, 13 giugno).

Le reazioni alla lettera, a Bruxelles, hanno incontrato favori bipartisan (La Stampa, 14 giugno), per misure che possano rafforzare, appunto per l’auto e la componentistica Made in Europe, l’Industrial Accelerator Act.

“Una svolta in Europa è necessaria, per non perdere l’industria”, sostiene Paolo Streparava, presidente di Confindustria Brescia: energia, auto e regole sono le priorità per competere” (IlSole24Ore, 28 maggio).

Di certo, il dibattito si è riaperto. Rinunciare all’auto e lasciare così campo libero, sui mercati internazionali, all’industria automobilistica cinese e proteggere quella USA, significa accelerare i rischi di “deindustrializzazione” temuti anche in Italia (l’allarme oramai è ricorrente nelle stanze di Confindustria). E dunque vale la pena, nonostante tutte le difficoltà possibili e la concorrenza durissima che arriva, anche in Europa, dalle auto elettriche cinesi, costruire e applicare rapidamente una politica industriale europea, senza cadere in vecchi schemi protezionisti, aiuti ricerca, innovazione, formazione, tenendo conto dei tre elementi fondamentali della sostenibilità: ambientale, certo, ma anche sociale ed economica.

Nei giorni scorsi, al Seminario estivo di Symbola a Mantova (Il Giorno, 14 giugno), i temi sono stati discussi a lungo. Forte la memoria della lezione di uno dei leader dell’ambientalismo italiano, Alexander Langer: la sostenibilità non farà molta strada finché non sarà percepita come socialmente accettabile. E insistenti i richiami a legare sostenibilità a coesione sociale.

Anche gli investimenti e le politiche europee sull’automotive rientrano in questo contesto. Senza rinunciare all’auto elettrica europea. Ma nemmeno alle altre tecnologie di cui l’Europa ha il primato tecnologico e può benissimo reggere la sostenibilità.

Perché l’auto non finisca davvero per essere “una storia di fantasmi”.

(foto Getty Images)

Il tessile a Milano, una storia esemplare

Appena pubblicata una raccolta di saggi che raccontano origini e sviluppo di un comparto economico particolare e importante

Una storia ampia e complessa, che può essere d’esempio per comprendere quanto possa valere la tradizione ben rivisitata: non oggetti polverosi posti in mostra, ma esperienze vive rese attuali. È una delle chiavi di lettura de “Il lusso di avere una storia. La tradizione del tessile e del tessile di lusso a Milano (1500-1859)”, libro da poco dato alle stampe che, per mezzo di una serie di saggi affidati a più studiosi, racconta la storia del tessile a Milano lungo l’arco di diversi secoli. Il libro – curato da Giovanna Tonelli, che insegna storia moderna presso l’Università di Milano – ha l’obiettivo di accompagnare chi legge alla conoscenza della tradizione del tessile, e in particolare del tessile di lusso, a Milano attraverso una bibliografia di massima sul periodo 1500-1796. Viaggio, quello del lettore, composto da più tappe: prima un approfondimento dell’economia del comparto nel periodo indicato dal titolo, poi un saggio sulle gallerie dei ritratti dei benefattori dei Luoghi Pii milanesi (fonti straordinarie per la storia del tessile e della moda), poi la biografia di un sarto vissuto tra la fine del Settecento e l’età napoleonica, e quindi un censimento dei principali artigiani del tessile di lusso attivi a Milano tra il 1815 al 1859. E’ quindi, per chi legge, un percorso di conoscenza che passa dall’analisi dei testi a quella dei gruppi di imprenditori del settore, per poi passare all’approfondimento di un’esperienza particolare e quindi tornare ad uno sguardo più generale con, come si è detto, il censimento (specializzazione per specializzazione) dell’intero settore tessile cittadino alla metà del XIX° secolo. Chi legge, così, effettua una sorta di continuo andare e venire dal particolare al generale e poi da questo al particolare nuovamente, così da conoscere dettagli e tratti generali di un comparto importante non solo per l’economia locale.
Il libro curato da Giovanna Tonelli è uno strumento per comprendere la formazione dell’ambiente culturale nel quale si è affermata un’eccellenza del nostro Paese: il settore moda. Pagine per concludere che a Milano il lusso di avere una storia ha generato lusso e storia.

 

Il lusso di avere una storia. La tradizione del tessile e del tessile di lusso a Milano (1500-1859)

Giovanna Tonelli (a cura di)

Franco Angeli, 2026

 

Il tessile a Milano, una storia esemplare
Il tessile a Milano, una storia esemplare

Appena pubblicata una raccolta di saggi che raccontano origini e sviluppo di un comparto economico particolare e importante

Una storia ampia e complessa, che può essere d’esempio per comprendere quanto possa valere la tradizione ben rivisitata: non oggetti polverosi posti in mostra, ma esperienze vive rese attuali. È una delle chiavi di lettura de “Il lusso di avere una storia. La tradizione del tessile e del tessile di lusso a Milano (1500-1859)”, libro da poco dato alle stampe che, per mezzo di una serie di saggi affidati a più studiosi, racconta la storia del tessile a Milano lungo l’arco di diversi secoli. Il libro – curato da Giovanna Tonelli, che insegna storia moderna presso l’Università di Milano – ha l’obiettivo di accompagnare chi legge alla conoscenza della tradizione del tessile, e in particolare del tessile di lusso, a Milano attraverso una bibliografia di massima sul periodo 1500-1796. Viaggio, quello del lettore, composto da più tappe: prima un approfondimento dell’economia del comparto nel periodo indicato dal titolo, poi un saggio sulle gallerie dei ritratti dei benefattori dei Luoghi Pii milanesi (fonti straordinarie per la storia del tessile e della moda), poi la biografia di un sarto vissuto tra la fine del Settecento e l’età napoleonica, e quindi un censimento dei principali artigiani del tessile di lusso attivi a Milano tra il 1815 al 1859. E’ quindi, per chi legge, un percorso di conoscenza che passa dall’analisi dei testi a quella dei gruppi di imprenditori del settore, per poi passare all’approfondimento di un’esperienza particolare e quindi tornare ad uno sguardo più generale con, come si è detto, il censimento (specializzazione per specializzazione) dell’intero settore tessile cittadino alla metà del XIX° secolo. Chi legge, così, effettua una sorta di continuo andare e venire dal particolare al generale e poi da questo al particolare nuovamente, così da conoscere dettagli e tratti generali di un comparto importante non solo per l’economia locale.
Il libro curato da Giovanna Tonelli è uno strumento per comprendere la formazione dell’ambiente culturale nel quale si è affermata un’eccellenza del nostro Paese: il settore moda. Pagine per concludere che a Milano il lusso di avere una storia ha generato lusso e storia.

 

Il lusso di avere una storia. La tradizione del tessile e del tessile di lusso a Milano (1500-1859)

Giovanna Tonelli (a cura di)

Franco Angeli, 2026

 

F1, Pirelli celebra i suoi 500 GP con un libro ‘A stir of soul’ – QN

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F1, Pirelli celebra i suoi 500 GP con un libro ‘A stir of soul’ – La Nazione

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Pirelli presenta il libro sui 500 GP in F1. E Tronchetti Provera ammette: “Vedere vincere Antonelli è speciale” – Formulapassion.it

Pirelli presenta il libro sui 500 GP in F1. E Tronchetti Provera ammette: “Vedere vincere Antonelli è speciale” – Formulapassion.it
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Pirelli, a Barcellona la celebrazione dei 500 Gran Premi in Formula 1 – Motorionline.it

Pirelli, a Barcellona la celebrazione dei 500 Gran Premi in Formula 1 – Motorionline.it
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Da Fangio a Verstappen: i 500 GP di Pirelli in un libro che svela l’anima segreta della Formula 1 – Automoto.it

Da Fangio a Verstappen: i 500 GP di Pirelli in un libro che svela l’anima segreta della Formula 1 – Automoto.it
Da Fangio a Verstappen: i 500 GP di Pirelli in un libro che svela l’anima segreta della Formula 1 – Automoto.it

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