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Pirelli presenta «A stir of the soul», il libro dedicato ai suoi 500 GP in F1 – formula1.it

Pirelli presenta «A stir of the soul», il libro dedicato ai suoi 500 GP in F1 – formula1.it
Pirelli presenta «A stir of the soul», il libro dedicato ai suoi 500 GP in F1 – formula1.it

F1, “A stir of soul” il libro con cui Pirelli celebra i suoi 500 GP. Un racconto con materiali dell’Archivio Storico – ilmessaggero.it

F1, “A stir of soul” il libro con cui Pirelli celebra i suoi 500 GP. Un racconto con materiali dell’Archivio Storico – ilmessaggero.it
F1, “A stir of soul” il libro con cui Pirelli celebra i suoi 500 GP. Un racconto con materiali dell’Archivio Storico – ilmessaggero.it

Pirelli, 500 GP in F1 e un libro speciale: si celebra la storia di un’eccellenza tutta italiana – Gazzetta.it

Pirelli, 500 GP in F1 e un libro speciale: si celebra la storia di un’eccellenza tutta italiana – Gazzetta.it
Pirelli, 500 GP in F1 e un libro speciale: si celebra la storia di un’eccellenza tutta italiana – Gazzetta.it

Diffusione della IA, non basta la tecnica

Una ricerca di Banca d’Italia mette in luce quanto ancora sia lungo il cammino verso le nuove tecnologie

Innovare per davvero. E usare le nuove tecnologie per intraprendere un percorso di crescita e sviluppo che sia significativo: attento ai conti ma, prima ancora, alle ricadute sul lavoro e sulle persone. Impegno che deve essere per tutti.  E che diventa ancora più importante e grave con l’adozione delle ultime tecnologie a disposizione: prima tra tutte l’Intelligenza Artificiale (IA). È attorno a questi temi – e agli effetti che la IA ha in particolare sulla produttività – che ragiona un numeroso gruppo di ricerca di Banca d’Italia con la ricerca “L’adozione dell’intelligenza artificiale: effetti su produttività e politiche a sostegno” da poco pubblicata nella collana Questioni di Economia e Finanza della banca stessa.

L’indagine prende le mosse da una constatazione: in Italia la quota di imprese che adottano tecnologie di Intelligenza Artificiale è in crescita, ma rimane significativamente inferiore alla media europea. Anche se le stime di lungo periodo suggeriscono che una diffusione ampia della tecnologia potrebbe aumentare la produttività di 0,2–1,1 punti percentuali annui nel prossimo decennio, a seconda della velocità e profondità di adozione. Accanto a queste, un’altra osservazione: nonostante queste previsioni, nel breve periodo non emergono ancora effetti significativi sulla produttività a livello di impresa. Emergono, invece, crescite documentate a livello di singola mansione. Si tratta, viene osservato dagli estensori della ricerca, di qualcosa di coerente con la letteratura: i benefici generalizzati delle nuove tecnologie e in particolare della IA, si materializzano solo dopo rilevanti aggiustamenti organizzativi. Oltre alla tecnica, sembra di poter dire, è necessario sempre una salto culturale più complesso da compiere.

Per capire cosa fare, occorre quindi comprendere prima quali siano le principali barriere all’adozione della IA. È quanto prova a fare la ricerca di Banca d’Italia che discute pure le condizioni che giustificano un intervento pubblico a supporto. Emerge una indicazione di fondo: più che fare leva su sussidi poco selettivi, le nuove tecnologie possono essere sostenute nella loro diffusione con un “accompagnamento delle imprese nella loro adozione” con il sostegno dell’offerta di applicazioni di fornitori specializzati e con investimenti nei fattori abilitanti: certezza normativa, condivisione dei dati, facilità di accesso ai centri di calcolo. Potenziare il trasferimento tecnologico dai centri di ricerca alle aziende e promuovere la nascita di strutture specializzate nell’integrazione dell’IA nei processi aziendali, sembrano essere alcuni percorsi cruciali. Indicazioni che, a ben vedere, pongono come vincolo fondamentale un cambio di passo nelle conoscenze e, quindi, nelle culture d’impresa in grado di usare al meglio quanto di nuovo la tecnologia offre.

L’adozione dell’intelligenza artificiale: effetti su produttività e politiche a sostegno

AA.VV.

Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers), giugno 2026

Diffusione della IA, non basta la tecnica
Diffusione della IA, non basta la tecnica

Una ricerca di Banca d’Italia mette in luce quanto ancora sia lungo il cammino verso le nuove tecnologie

Innovare per davvero. E usare le nuove tecnologie per intraprendere un percorso di crescita e sviluppo che sia significativo: attento ai conti ma, prima ancora, alle ricadute sul lavoro e sulle persone. Impegno che deve essere per tutti.  E che diventa ancora più importante e grave con l’adozione delle ultime tecnologie a disposizione: prima tra tutte l’Intelligenza Artificiale (IA). È attorno a questi temi – e agli effetti che la IA ha in particolare sulla produttività – che ragiona un numeroso gruppo di ricerca di Banca d’Italia con la ricerca “L’adozione dell’intelligenza artificiale: effetti su produttività e politiche a sostegno” da poco pubblicata nella collana Questioni di Economia e Finanza della banca stessa.

L’indagine prende le mosse da una constatazione: in Italia la quota di imprese che adottano tecnologie di Intelligenza Artificiale è in crescita, ma rimane significativamente inferiore alla media europea. Anche se le stime di lungo periodo suggeriscono che una diffusione ampia della tecnologia potrebbe aumentare la produttività di 0,2–1,1 punti percentuali annui nel prossimo decennio, a seconda della velocità e profondità di adozione. Accanto a queste, un’altra osservazione: nonostante queste previsioni, nel breve periodo non emergono ancora effetti significativi sulla produttività a livello di impresa. Emergono, invece, crescite documentate a livello di singola mansione. Si tratta, viene osservato dagli estensori della ricerca, di qualcosa di coerente con la letteratura: i benefici generalizzati delle nuove tecnologie e in particolare della IA, si materializzano solo dopo rilevanti aggiustamenti organizzativi. Oltre alla tecnica, sembra di poter dire, è necessario sempre una salto culturale più complesso da compiere.

Per capire cosa fare, occorre quindi comprendere prima quali siano le principali barriere all’adozione della IA. È quanto prova a fare la ricerca di Banca d’Italia che discute pure le condizioni che giustificano un intervento pubblico a supporto. Emerge una indicazione di fondo: più che fare leva su sussidi poco selettivi, le nuove tecnologie possono essere sostenute nella loro diffusione con un “accompagnamento delle imprese nella loro adozione” con il sostegno dell’offerta di applicazioni di fornitori specializzati e con investimenti nei fattori abilitanti: certezza normativa, condivisione dei dati, facilità di accesso ai centri di calcolo. Potenziare il trasferimento tecnologico dai centri di ricerca alle aziende e promuovere la nascita di strutture specializzate nell’integrazione dell’IA nei processi aziendali, sembrano essere alcuni percorsi cruciali. Indicazioni che, a ben vedere, pongono come vincolo fondamentale un cambio di passo nelle conoscenze e, quindi, nelle culture d’impresa in grado di usare al meglio quanto di nuovo la tecnologia offre.

L’adozione dell’intelligenza artificiale: effetti su produttività e politiche a sostegno

AA.VV.

Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers), giugno 2026

Storie di molte umanità e delle loro imprese

In un libro pubblicato da poco 15 vicende imprenditoriali tutte da leggere

 

Intelligenza (non artificiale). E volontà, cocciutaggine, voglia d’avventura in alcuni casi, attenta pianificazione del lavoro e degli investimenti. Sogni. E molto altro ancora. Caratteristiche, queste, che possono cambiare di volta in volta, ma anche costituiscono una sorta di filo rosso che lega le storie di ogni imprenditore che davvero voglia dirsi tale. È attorno a queste storie – 15 in particolare – che si svolge il racconto de “Gli imprenditori e il bene dell’impresa” libro scritto a più mani e curato da Luca Antonelli, Mario Fontanella Pisa e Federico Visconti.

L’idea alla base della raccolta è che gli imprenditori rappresentino una risorsa insostituibile per lo sviluppo economico: investono, innovano, creano posti di lavoro. Producono “fatti”. È sempre stato così e sarà sempre così, a maggior ragione in Italia. Il libro è quindi il risultato di un viaggio condotto in quindici aziende familiari fortemente caratterizzate dal ruolo dell’imprenditore. Vocazioni produttive, stadi evolutivi, ambiti geografici, dimensioni strutturali, modelli di governo ognuno fatto a modo suo, eppure tutti connotati da qualcosa in comune. Come si diceva prima: l’apertura al rischio, alle fatiche del mestiere, la tensione all’innovazione, i legami con i dipendenti. Con un’idea dominante, una bussola ricorrente: il bene dell’impresa. Nulla di mitico e di idilliaco, ma tutto molto vissuto.

Il libro rappresenta uno dei primi passi compiuti da CIVIS, il centro istituzionale della LIUC dedicato alla Cultura, all’Innovazione e ai Valori Imprenditoriali per lo Sviluppo, costituito a inizio 2025 grazie al contributo della Fondazione Villoresi Poggi. Scorrono così le storie di imprenditori e imprese di un determinato territorio (quello della provincia di Varese) che può essere paradigmatico di altri in quanto a tipologia d’impresa e di comparti toccati (la metalmeccanica, il packaging, gli impianti ad alta tecnologia, i comparti più innovativi, la componentistica, il tessile, lo stampaggio, la plastica, l’alimentare, l’elettronica, il biomedicale). Ma, soprattutto, chi legge si ritrova ad esplorare un mondo che affonda le proprie origini in un passato anche non molto recente, che ha affrontato sconfitte e vittorie e che è dotato di una cultura del produrre e del lavoro che può insegnare ancora molto. Storia da leggere, insomma.

Gli imprenditori e il bene dell’impresa

Luca Antonelli, Mario Fontanella Pisa, Federico Visconti

Libera Università Carlo Cattaneo, Guerini NEXT, 2026

Storie di molte umanità e delle loro imprese
Storie di molte umanità e delle loro imprese

In un libro pubblicato da poco 15 vicende imprenditoriali tutte da leggere

 

Intelligenza (non artificiale). E volontà, cocciutaggine, voglia d’avventura in alcuni casi, attenta pianificazione del lavoro e degli investimenti. Sogni. E molto altro ancora. Caratteristiche, queste, che possono cambiare di volta in volta, ma anche costituiscono una sorta di filo rosso che lega le storie di ogni imprenditore che davvero voglia dirsi tale. È attorno a queste storie – 15 in particolare – che si svolge il racconto de “Gli imprenditori e il bene dell’impresa” libro scritto a più mani e curato da Luca Antonelli, Mario Fontanella Pisa e Federico Visconti.

L’idea alla base della raccolta è che gli imprenditori rappresentino una risorsa insostituibile per lo sviluppo economico: investono, innovano, creano posti di lavoro. Producono “fatti”. È sempre stato così e sarà sempre così, a maggior ragione in Italia. Il libro è quindi il risultato di un viaggio condotto in quindici aziende familiari fortemente caratterizzate dal ruolo dell’imprenditore. Vocazioni produttive, stadi evolutivi, ambiti geografici, dimensioni strutturali, modelli di governo ognuno fatto a modo suo, eppure tutti connotati da qualcosa in comune. Come si diceva prima: l’apertura al rischio, alle fatiche del mestiere, la tensione all’innovazione, i legami con i dipendenti. Con un’idea dominante, una bussola ricorrente: il bene dell’impresa. Nulla di mitico e di idilliaco, ma tutto molto vissuto.

Il libro rappresenta uno dei primi passi compiuti da CIVIS, il centro istituzionale della LIUC dedicato alla Cultura, all’Innovazione e ai Valori Imprenditoriali per lo Sviluppo, costituito a inizio 2025 grazie al contributo della Fondazione Villoresi Poggi. Scorrono così le storie di imprenditori e imprese di un determinato territorio (quello della provincia di Varese) che può essere paradigmatico di altri in quanto a tipologia d’impresa e di comparti toccati (la metalmeccanica, il packaging, gli impianti ad alta tecnologia, i comparti più innovativi, la componentistica, il tessile, lo stampaggio, la plastica, l’alimentare, l’elettronica, il biomedicale). Ma, soprattutto, chi legge si ritrova ad esplorare un mondo che affonda le proprie origini in un passato anche non molto recente, che ha affrontato sconfitte e vittorie e che è dotato di una cultura del produrre e del lavoro che può insegnare ancora molto. Storia da leggere, insomma.

Gli imprenditori e il bene dell’impresa

Luca Antonelli, Mario Fontanella Pisa, Federico Visconti

Libera Università Carlo Cattaneo, Guerini NEXT, 2026

La crisi della vocazione sociale del capitalismo e le scelte possibili per le imprese italiane

“Il capitalismo è sempre meno sociale. Si sta attenuando questa sua componente, di cui eravamo fieri in Europa”: il giudizio è di Piergaetano Marchetti, notaio, professore in Bocconi, l’uomo che da lungo tempo ha seguito tutte le evoluzioni del capitalismo familiare italiano, in Mediobanca ai tempi di Enrico Cuccia e accanto alle grandi famiglie della nostra imprenditoria, gli Agnelli, i Pirelli, i Pesenti, etc. Uomo di cultura (attualmente è presidente del Piccolo Teatro), di grandi passioni per la musica classica e la storia, europeista convinto. Ancora oggi attivissimo non solo sul fronte professionale (“che ne pensa Marchetti?” è domanda ricorrente in molte delle conversazioni d’affari a Milano), ma anche su quello culturale e dell’impegno civile.

E quella considerazione, assolutamente condivisibile, sta proprio all’inizio di una lunga intervista con Raffaella Calandra su “Il Sole24Ore” (7 giugno). Un autorevole punto di partenza per una riflessione sui cambiamenti che stanno radicalmente modificando il volto del mondo economico italiano e internazionale. Un capitalismo che smarrisce la sua anima sociale, in fin dei conti, mette a rischio la sua accettabilità e, perché no? la sua stessa competitività, nel momento in cui rinuncia al suoi valori e alla sua stessa cultura.

La storia dell’imprenditoria italiana, già durante il corso della seconda metà dell’Ottocento, ha avuto marcati connotati sociali: il capitalismo paternalistico dei Crespi (il villaggio operaio di Crespi d’Adda ne è ancor oggi chiarissima testimonianza), dei Marzotto (la costruzione di una sorta di città ideale dotata di scuole e servizi a Valdagno, accanto alla grande fabbrica tessile), gli investimenti sociali di Alessandro Rossi che a Schio, nella grande piazza, fa erigere un monumento “Al tessitore”. E via via continuando, nel tempo, con gli investimenti e le realizzazioni  in campo sanitario, assistenziale, previdenziale e sanitario degli Olivetti, dei Pirelli e poi delle grandi imprese pubbliche, dall’Eni alla Finmeccanica. Capitalismo sociale. Che ha chiaro come la fabbrica (un luogo duro, di lavoro, fatica, conflitti) vada connotata anche da una forte attenzione per le persone. I musei e gli archivi d’impresa ne sono pieni di esemplari testimonianze.

Negli anni, dal dopoguerra in poi, il confronto, spesso ruvido, tra azienda e sindacati, ha portato anche a grandi avanzamenti sul piano non solo del salario, ma anche sulla qualità e la sicurezza sul lavoro. Una cultura “sociale” diffusa pure nel mondo delle cooperative e del credito (le banche popolari, il credito agricolo e artigiano) ha migliorato il quadro. E ha dato all’impresa italiana, accanto alle caratteristiche di intraprendenza, innovazione e moderna cultura d’impresa, connotazioni particolari, che ne hanno favorito la stessa competitività.

Una storia non priva di ombre, naturalmente (dal caporalato ancora in atto, come mostrano le cronache di questi giorni  agli incidenti sul lavoro e all’esazione fiscale). Ma anche una storia che nel tempo, pur tra fasi alterne (l’estrema conflittualità degli anni Settanta), ha dato all’impresa, soprattutto all’impresa industriale, caratteristiche originali che continuano a segnare il nostro modo di intendere il lavoro, le relazioni industriali, i rapporti positivi tra impresa e territorio.

Ha ragione Marchetti quando rileva, criticamente, che “in tempi di sovranismi e di un potere che a livello internazionale risiede sempre più nelle Big Tech si sia cambiando orientamento sullo sviluppo sostenibile, schierandosi al fianco della presidenza Usa”. E che dunque la battaglia su una serie sostenibilità sia di estrema attualità, da rendere socialmente ed economicamente accettabile.

L’Europa comunque, nonostante gli schematismi, gli errori e gli oltranzismi sul green deal, che hanno messo e mettono ancora in serie difficoltà ampi settori dell’industria europea (a cominciare dall’automotive), non ha rinunciato, nelle sue politiche di fondo, all’attenzione ambientale e sociale. E buona parte delle imprese italiane più aperte, dinamiche e innovative ha oramai incorporato la sostenibilità, ambientale e sociale, nelle proprie scelte di business e di produzione, nella sua stessa collocazione sui mercati internazionali (lo conferma la presenza delle nostre imprese al vertice delle classifiche finanziarie internazionali in cui la sostenibilità viene apprezzata come un valore).

Rispettare i valori per produrre valore economico, potremmo dire. Ci sono due caratteristiche, che aiutano a insistere su questa strada: il legame delle imprese con i territori da cui ricavano culture e competenze essenziali per la produttività e la competitività; e la presenza ancora molto numerosa di imprese familiari, che hanno continuato a fare crescere la cultura della solidarietà e dell’impegno sociale. Imprese “riformiste”, potremmo pur dire. Anche nel passaggio generazionale e nella crescente tendenza alla managerializzazione delle imprese stesse. Un buon capitalismo familiare responsabile con una cultura d’impresa che guida le scelte manageriali.

Chi conosce imprese, reti, filiere produttive, territori di grande intraprendenza legata alla qualità della produzione e dei prodotti, sa come la “morale del tornio” (del lavoro ben fatto, della specializzazione, delle “mani che pensano”) abbia ancora la prevalenza sulle derive finanziarie, di come cioè una cultura d’impresa fondata sulla qualità del lavoro e sull’attenzione delle persone finisca per avere la meglio sulla passione è per le speculazioni finanziarie.

In un mondo in rapida evoluzione, in cui la finanza d’assalto consolida le sue culture e le sue tendenze e gli sviluppo tecnologici costruiscono una nuova spregiudicata leva di tecnologi, l’impresa familiare italiana mostra ancora caratteristiche profonde di legame con un sistema di valori che premia il “fare, fare bene e fare del bene”. Il seminario annuale della Fondazione Symbola, che si apre venerdì a Mantova sul “patriottismo dolce” se sulle qualità italiane, con una folta partecipazione di piccole, medie e gradi imprese, racconterà storie in questa direzione.

La nostra imprenditoria, pure da questo punto di vista, è profondamente europea, legata alle sintesi di valori, abitudini, culture, leggi che tengono insieme democrazia liberale, economia di mercato e solidarietà e cioè libertà, imprenditorialità innovativa e inclusione sociale. “Dobbiamo tenerci stretta quest’Europa – conclude Marchetti – che è ancora baluardo di un capitalismo con una forte dose di socialità”. Visioni di un nuovo futuro, oltre le ossessioni dei super poteri high tech.

(foto Getty Images)

La crisi della vocazione sociale del capitalismo e le scelte possibili per le imprese italiane
La crisi della vocazione sociale del capitalismo e le scelte possibili per le imprese italiane

“Il capitalismo è sempre meno sociale. Si sta attenuando questa sua componente, di cui eravamo fieri in Europa”: il giudizio è di Piergaetano Marchetti, notaio, professore in Bocconi, l’uomo che da lungo tempo ha seguito tutte le evoluzioni del capitalismo familiare italiano, in Mediobanca ai tempi di Enrico Cuccia e accanto alle grandi famiglie della nostra imprenditoria, gli Agnelli, i Pirelli, i Pesenti, etc. Uomo di cultura (attualmente è presidente del Piccolo Teatro), di grandi passioni per la musica classica e la storia, europeista convinto. Ancora oggi attivissimo non solo sul fronte professionale (“che ne pensa Marchetti?” è domanda ricorrente in molte delle conversazioni d’affari a Milano), ma anche su quello culturale e dell’impegno civile.

E quella considerazione, assolutamente condivisibile, sta proprio all’inizio di una lunga intervista con Raffaella Calandra su “Il Sole24Ore” (7 giugno). Un autorevole punto di partenza per una riflessione sui cambiamenti che stanno radicalmente modificando il volto del mondo economico italiano e internazionale. Un capitalismo che smarrisce la sua anima sociale, in fin dei conti, mette a rischio la sua accettabilità e, perché no? la sua stessa competitività, nel momento in cui rinuncia al suoi valori e alla sua stessa cultura.

La storia dell’imprenditoria italiana, già durante il corso della seconda metà dell’Ottocento, ha avuto marcati connotati sociali: il capitalismo paternalistico dei Crespi (il villaggio operaio di Crespi d’Adda ne è ancor oggi chiarissima testimonianza), dei Marzotto (la costruzione di una sorta di città ideale dotata di scuole e servizi a Valdagno, accanto alla grande fabbrica tessile), gli investimenti sociali di Alessandro Rossi che a Schio, nella grande piazza, fa erigere un monumento “Al tessitore”. E via via continuando, nel tempo, con gli investimenti e le realizzazioni  in campo sanitario, assistenziale, previdenziale e sanitario degli Olivetti, dei Pirelli e poi delle grandi imprese pubbliche, dall’Eni alla Finmeccanica. Capitalismo sociale. Che ha chiaro come la fabbrica (un luogo duro, di lavoro, fatica, conflitti) vada connotata anche da una forte attenzione per le persone. I musei e gli archivi d’impresa ne sono pieni di esemplari testimonianze.

Negli anni, dal dopoguerra in poi, il confronto, spesso ruvido, tra azienda e sindacati, ha portato anche a grandi avanzamenti sul piano non solo del salario, ma anche sulla qualità e la sicurezza sul lavoro. Una cultura “sociale” diffusa pure nel mondo delle cooperative e del credito (le banche popolari, il credito agricolo e artigiano) ha migliorato il quadro. E ha dato all’impresa italiana, accanto alle caratteristiche di intraprendenza, innovazione e moderna cultura d’impresa, connotazioni particolari, che ne hanno favorito la stessa competitività.

Una storia non priva di ombre, naturalmente (dal caporalato ancora in atto, come mostrano le cronache di questi giorni  agli incidenti sul lavoro e all’esazione fiscale). Ma anche una storia che nel tempo, pur tra fasi alterne (l’estrema conflittualità degli anni Settanta), ha dato all’impresa, soprattutto all’impresa industriale, caratteristiche originali che continuano a segnare il nostro modo di intendere il lavoro, le relazioni industriali, i rapporti positivi tra impresa e territorio.

Ha ragione Marchetti quando rileva, criticamente, che “in tempi di sovranismi e di un potere che a livello internazionale risiede sempre più nelle Big Tech si sia cambiando orientamento sullo sviluppo sostenibile, schierandosi al fianco della presidenza Usa”. E che dunque la battaglia su una serie sostenibilità sia di estrema attualità, da rendere socialmente ed economicamente accettabile.

L’Europa comunque, nonostante gli schematismi, gli errori e gli oltranzismi sul green deal, che hanno messo e mettono ancora in serie difficoltà ampi settori dell’industria europea (a cominciare dall’automotive), non ha rinunciato, nelle sue politiche di fondo, all’attenzione ambientale e sociale. E buona parte delle imprese italiane più aperte, dinamiche e innovative ha oramai incorporato la sostenibilità, ambientale e sociale, nelle proprie scelte di business e di produzione, nella sua stessa collocazione sui mercati internazionali (lo conferma la presenza delle nostre imprese al vertice delle classifiche finanziarie internazionali in cui la sostenibilità viene apprezzata come un valore).

Rispettare i valori per produrre valore economico, potremmo dire. Ci sono due caratteristiche, che aiutano a insistere su questa strada: il legame delle imprese con i territori da cui ricavano culture e competenze essenziali per la produttività e la competitività; e la presenza ancora molto numerosa di imprese familiari, che hanno continuato a fare crescere la cultura della solidarietà e dell’impegno sociale. Imprese “riformiste”, potremmo pur dire. Anche nel passaggio generazionale e nella crescente tendenza alla managerializzazione delle imprese stesse. Un buon capitalismo familiare responsabile con una cultura d’impresa che guida le scelte manageriali.

Chi conosce imprese, reti, filiere produttive, territori di grande intraprendenza legata alla qualità della produzione e dei prodotti, sa come la “morale del tornio” (del lavoro ben fatto, della specializzazione, delle “mani che pensano”) abbia ancora la prevalenza sulle derive finanziarie, di come cioè una cultura d’impresa fondata sulla qualità del lavoro e sull’attenzione delle persone finisca per avere la meglio sulla passione è per le speculazioni finanziarie.

In un mondo in rapida evoluzione, in cui la finanza d’assalto consolida le sue culture e le sue tendenze e gli sviluppo tecnologici costruiscono una nuova spregiudicata leva di tecnologi, l’impresa familiare italiana mostra ancora caratteristiche profonde di legame con un sistema di valori che premia il “fare, fare bene e fare del bene”. Il seminario annuale della Fondazione Symbola, che si apre venerdì a Mantova sul “patriottismo dolce” se sulle qualità italiane, con una folta partecipazione di piccole, medie e gradi imprese, racconterà storie in questa direzione.

La nostra imprenditoria, pure da questo punto di vista, è profondamente europea, legata alle sintesi di valori, abitudini, culture, leggi che tengono insieme democrazia liberale, economia di mercato e solidarietà e cioè libertà, imprenditorialità innovativa e inclusione sociale. “Dobbiamo tenerci stretta quest’Europa – conclude Marchetti – che è ancora baluardo di un capitalismo con una forte dose di socialità”. Visioni di un nuovo futuro, oltre le ossessioni dei super poteri high tech.

(foto Getty Images)

Pirelli negli anni Cinquanta tra ricerca, sviluppo e innovazione: nuovi documenti nell’archivio storico online

Da oggi i documenti per la storia delle industrie Pirelli disponibili per la consultazione online si arricchiscono di un nuovo periodo: gli anni Cinquanta. Dopo gli anni della Guerra e della ricostruzione, si apre una fase di ripresa e rilancio per l’economia italiana e per Pirelli.

Il settore pneumatici è il primo a segnare una crescita, grazie allo sviluppo della motorizzazione dei trasporti. Pirelli ottiene una posizione nettamente predominante nel mercato interno ma non solo, grazie all’affermazione delle proprie gomme in tutte le principali competizioni sportive italiane e internazionali – come dimostrano i bollettini delle vittorie redatti ogni anno e presenti nella raccolta  – e a un forte investimento nella ricerca e sviluppo di prodotti innovativi e di processi produttivi moderni. Ne sono il frutto alcuni brevetti rivoluzionari, come quello del CINTURATO (1951), pneumatico radiale caratterizzato da una cintura di tessuto tra battistrada e carcassa, e quello del BS3, pneumatico a battistrada separato, un’invenzione dalla lunga gestazione: un primo brevetto, a firma Giuseppe Lugli, seguito da un secondo nel 1957. Un patrimonio di conoscenza tecnico-scientifica di cui andare fieri, divulgato attraverso le pubblicazioni dalla curata veste grafica della Direzione Propaganda, negli anni della nascita dello “stile” Pirelli nella comunicazione, caratterizzato dall’unione tra arte e scienza.  Ne sono un esempio i fascicoli di “Tecnologia della gomma” firmati dall’ingegner Ermenegildo De Santis.

Con la ripresa dell’attività economica e produttiva e lo sviluppo dei consumi anche il settore dei prodotti diversificati in gomma inizia la sua crescita, allargandosi anche ai materiali sintetici e plastici. Data la varietà dei prodotti – che spaziavano dagli articoli per usi tecnici agli articoli sanitari, sportivi, casalinghi e di abbigliamento – nel 1950 la Pirelli si dota di una nuova struttura basata sulle «aziende», organizzazioni che riunificavano, sotto un’unica direzione, sia la produzione sia la vendita di prodotti caratterizzati da affinità merceologiche o tecnologiche. Nascono così, nel settore degli articoli tecnici, l’Azienda Accessori industriali e l’Azienda Articoli Tecnici; l’Azienda Seregno, per la produzione di articoli sportivi, sanitari e casalinghi; l’Azienda impermeabili di Arona; l’Azienda Roma specializzata in giocattoli; l’Azienda ebanite e sostituti (poi Azienda Monza) per la produzione di articoli in polietilene, e l’Azienda Sigma. Nello stabilimento di Sesto San Giovanni della affiliata Pirelli Sapsa viene trasferita la produzione della gommapiuma, materiale che conosce in quegli anni un notevole sviluppo, soprattutto nell’ambito dell’arredamento.

Anche il comparto dei cavi si avvantaggia della ripresa nel settore dell’energia e delle comunicazioni, con cifre record di produzione e di vendita toccate nel 1954/1955, soprattutto per i cavi telefonici urbani, i cavi per applicazioni speciali in gomma e quelli isolati in vari materiali. Per far fronte all’aumento della domanda si amplia la capacità produttiva e nuovi stabilimenti sorgono a Settimo Torinese, nel settore pneumatici, e ad Arco Felice, nel settore cavi. Il Gruppo estero raggiunge importanti traguardi: 50 anni in Spagna nel 1952 e 25 anni in Brasile nel 1954.

Per creare un’occasione di scambio e confronto sull’andamento dell’azienda e del Gruppo, nel 1952 prendono il via i convegni dei dirigenti, che riuniscono a cadenza annuale la dirigenza italiana ed estera di tutte le società del Gruppo e i cui “atti” vengono pubblicati in opuscoli. Una fonte preziosa per analizzare i temi all’ordine del giorno del management aziendale di quegli anni, che deve purtroppo registrare due perdite importanti: il presidente Piero Pirelli e il direttore generale Luigi Emanueli. Nella raccolta dei documenti numerosi sono gli attestati di stima e cordoglio provenienti da tutto il mondo.

Infine, una nota meritano i numerosi documenti relativi al welfare aziendale e alle attività sindacali: lo sviluppo del Servizio di Assistenza Sanitaria dedicato ai dipendenti, nato nel 1926, che si arricchisce di sempre nuovi medici e servizi, come le colonie marine e montane  per i figli dei dipendenti;  l’inaugurazione a Bicocca, nel 1955,  della scuola materna comunale intitolata a “Maria Pirelli”, realizzata con il contributo dell’azienda e rispondente ai più moderni criteri pedagogici; e i numerosi avvisi che venivano affissi nello stabilimento per comunicare i risultati delle elezioni delle commissioni interne  di operai e impiegati o i vincitori del concorso “cassetta delle idee”, iniziativa con la quale i lavoratori venivano invitati a segnalare qualsiasi idea e proposta intesa ad ottenere la riduzione dei costi e degli scarti di lavorazione, l’eliminazione di eventuali sprechi, suggerimenti antinfortunistici, miglioramenti nei metodi di lavoro e nella qualità del prodotto.

Nuovi materiali e testimonianze documentali che ampliano il percorso di consultazione e approfondimento della storia aziendale, per riscoprire la memoria e la visione di un’epoca, e di una società in piena trasformazione.

Pirelli negli anni Cinquanta tra ricerca, sviluppo e innovazione: nuovi documenti nell’archivio storico online
Pirelli negli anni Cinquanta tra ricerca, sviluppo e innovazione: nuovi documenti nell’archivio storico online

Da oggi i documenti per la storia delle industrie Pirelli disponibili per la consultazione online si arricchiscono di un nuovo periodo: gli anni Cinquanta. Dopo gli anni della Guerra e della ricostruzione, si apre una fase di ripresa e rilancio per l’economia italiana e per Pirelli.

Il settore pneumatici è il primo a segnare una crescita, grazie allo sviluppo della motorizzazione dei trasporti. Pirelli ottiene una posizione nettamente predominante nel mercato interno ma non solo, grazie all’affermazione delle proprie gomme in tutte le principali competizioni sportive italiane e internazionali – come dimostrano i bollettini delle vittorie redatti ogni anno e presenti nella raccolta  – e a un forte investimento nella ricerca e sviluppo di prodotti innovativi e di processi produttivi moderni. Ne sono il frutto alcuni brevetti rivoluzionari, come quello del CINTURATO (1951), pneumatico radiale caratterizzato da una cintura di tessuto tra battistrada e carcassa, e quello del BS3, pneumatico a battistrada separato, un’invenzione dalla lunga gestazione: un primo brevetto, a firma Giuseppe Lugli, seguito da un secondo nel 1957. Un patrimonio di conoscenza tecnico-scientifica di cui andare fieri, divulgato attraverso le pubblicazioni dalla curata veste grafica della Direzione Propaganda, negli anni della nascita dello “stile” Pirelli nella comunicazione, caratterizzato dall’unione tra arte e scienza.  Ne sono un esempio i fascicoli di “Tecnologia della gomma” firmati dall’ingegner Ermenegildo De Santis.

Con la ripresa dell’attività economica e produttiva e lo sviluppo dei consumi anche il settore dei prodotti diversificati in gomma inizia la sua crescita, allargandosi anche ai materiali sintetici e plastici. Data la varietà dei prodotti – che spaziavano dagli articoli per usi tecnici agli articoli sanitari, sportivi, casalinghi e di abbigliamento – nel 1950 la Pirelli si dota di una nuova struttura basata sulle «aziende», organizzazioni che riunificavano, sotto un’unica direzione, sia la produzione sia la vendita di prodotti caratterizzati da affinità merceologiche o tecnologiche. Nascono così, nel settore degli articoli tecnici, l’Azienda Accessori industriali e l’Azienda Articoli Tecnici; l’Azienda Seregno, per la produzione di articoli sportivi, sanitari e casalinghi; l’Azienda impermeabili di Arona; l’Azienda Roma specializzata in giocattoli; l’Azienda ebanite e sostituti (poi Azienda Monza) per la produzione di articoli in polietilene, e l’Azienda Sigma. Nello stabilimento di Sesto San Giovanni della affiliata Pirelli Sapsa viene trasferita la produzione della gommapiuma, materiale che conosce in quegli anni un notevole sviluppo, soprattutto nell’ambito dell’arredamento.

Anche il comparto dei cavi si avvantaggia della ripresa nel settore dell’energia e delle comunicazioni, con cifre record di produzione e di vendita toccate nel 1954/1955, soprattutto per i cavi telefonici urbani, i cavi per applicazioni speciali in gomma e quelli isolati in vari materiali. Per far fronte all’aumento della domanda si amplia la capacità produttiva e nuovi stabilimenti sorgono a Settimo Torinese, nel settore pneumatici, e ad Arco Felice, nel settore cavi. Il Gruppo estero raggiunge importanti traguardi: 50 anni in Spagna nel 1952 e 25 anni in Brasile nel 1954.

Per creare un’occasione di scambio e confronto sull’andamento dell’azienda e del Gruppo, nel 1952 prendono il via i convegni dei dirigenti, che riuniscono a cadenza annuale la dirigenza italiana ed estera di tutte le società del Gruppo e i cui “atti” vengono pubblicati in opuscoli. Una fonte preziosa per analizzare i temi all’ordine del giorno del management aziendale di quegli anni, che deve purtroppo registrare due perdite importanti: il presidente Piero Pirelli e il direttore generale Luigi Emanueli. Nella raccolta dei documenti numerosi sono gli attestati di stima e cordoglio provenienti da tutto il mondo.

Infine, una nota meritano i numerosi documenti relativi al welfare aziendale e alle attività sindacali: lo sviluppo del Servizio di Assistenza Sanitaria dedicato ai dipendenti, nato nel 1926, che si arricchisce di sempre nuovi medici e servizi, come le colonie marine e montane  per i figli dei dipendenti;  l’inaugurazione a Bicocca, nel 1955,  della scuola materna comunale intitolata a “Maria Pirelli”, realizzata con il contributo dell’azienda e rispondente ai più moderni criteri pedagogici; e i numerosi avvisi che venivano affissi nello stabilimento per comunicare i risultati delle elezioni delle commissioni interne  di operai e impiegati o i vincitori del concorso “cassetta delle idee”, iniziativa con la quale i lavoratori venivano invitati a segnalare qualsiasi idea e proposta intesa ad ottenere la riduzione dei costi e degli scarti di lavorazione, l’eliminazione di eventuali sprechi, suggerimenti antinfortunistici, miglioramenti nei metodi di lavoro e nella qualità del prodotto.

Nuovi materiali e testimonianze documentali che ampliano il percorso di consultazione e approfondimento della storia aziendale, per riscoprire la memoria e la visione di un’epoca, e di una società in piena trasformazione.

Dove si fa cultura (anche d’impresa)

L’ultimo rapporto Censis sui musei racconta nuove forme di espressione culturale nelle quali le organizzazioni della produzione hanno un ruolo importante

Cultura che assume forme diverse e sempre mutevoli. E luoghi della cultura che devono cambiare seguendo le necessità dell’evoluzione dell’oggetto delle loro funzioni. Percorso che riguarda un po’ tutti gli ambiti culturali che caratterizzano oggi il Paese. Anche i musei, dunque, che diventano non solo luoghi di conservazione e trasmissione del patrimonio (storico o artistico che sia), ma anche spazi nei quali l’espressione della cultura nelle sue varie declinazioni trova ospitalità.

È quindi una funzione sociale più ampia quella che si affianca ai compiti tradizionali del sistema museale. Funzione che, tra l’altro, riguarda anche le imprese che si impegnano nel compito di raccontarsi attraverso musei e archivi, e che trovano sempre più spazio nell’ambito del sistema museale nazionale. Più in generale, d’altra parte, i luoghi della cultura diventano spazi di esperienza, benessere, partecipazione e relazione con i territori.

È attorno a questi temi che si è sviluppato “Musei di vetro” redatto dal Censis e presentato qualche giorno fa. L’indagine, certo, riporta come una larga parte degli italiani (il 43%) indichi ancora come missione principale dei musei la conservazione del patrimonio artistico e la sua tutela. Ma un altro 34,9% ne riconosce soprattutto il ruolo educativo e di trasmissione della conoscenza. Ciò che più conta, e che emerge dalla ricerca del Censis,  è però il significato di crescita personale e di opportunità che la fruizione dei musei si porta dietro. L’89% degli italiani ritiene che spendere per le esperienze culturali sia più importante che acquistare beni di lusso, l’86,7% pensa che accrescere il proprio livello culturale possa aumentare le opportunità di lavoro, l’83,5% reputa determinante la cultura per costruire la propria identità.

Educazione e cultura, quindi. E crescita personale, a tutto tondo ma anche guardando al lavoro. Quello stesso lavoro, unito all’ingegno d’impresa, che trova, da tempo ormai, espressione viva proprio nei musei d’impresa. Che il rapporto Censis fotografa con efficacia. Certo, non sono ancora la maggioranza quelli che hanno visitato una di queste realtà, ma l’87,4% identifica nei musei d’impresa uno strumento al servizio della salvaguardia della memoria e dell’identità di un territorio; una quota pressoché simile ritiene che questi possano valorizzare efficacemente il saper fare italiano; mentre per l’80% circa si tratta di veicoli di trasmissione di competenze e mestieri alle giovani generazioni.

Cultura del saper fare, ingegno d’impresa, patrimonio materiale di territori e popolazioni, eredità non polverosa ma, anzi, viva e attiva. Condizioni di sviluppo imprescindibili anche oggi, che paiono presenti proprio nei musei d’impresa descritti dal Censis. Si legge nelle pagine del rapporto: “Il museo d’impresa arriva oggi a sugellare l’identità del marchio e ad ancorarla al territorio e alla comunità, anche attraverso azioni positive di responsabilità sociale”. E poi ancora: “Il Museo d’impresa oggi si configura come uno spazio strategico, in bilico tra cultura e produzione industriale, sempre più centrale nella costruzione di identità e valori condivisi, in una società interessata in maniera crescente a riscoprire parte delle trame, a lungo celate, della storia recente del Paese”.

Musei di vetro. Il nuovo rapporto degli italiani con i luoghi della cultura

AA.VV.

Censis, 2026

Dove si fa cultura (anche d’impresa)
Dove si fa cultura (anche d’impresa)

L’ultimo rapporto Censis sui musei racconta nuove forme di espressione culturale nelle quali le organizzazioni della produzione hanno un ruolo importante

Cultura che assume forme diverse e sempre mutevoli. E luoghi della cultura che devono cambiare seguendo le necessità dell’evoluzione dell’oggetto delle loro funzioni. Percorso che riguarda un po’ tutti gli ambiti culturali che caratterizzano oggi il Paese. Anche i musei, dunque, che diventano non solo luoghi di conservazione e trasmissione del patrimonio (storico o artistico che sia), ma anche spazi nei quali l’espressione della cultura nelle sue varie declinazioni trova ospitalità.

È quindi una funzione sociale più ampia quella che si affianca ai compiti tradizionali del sistema museale. Funzione che, tra l’altro, riguarda anche le imprese che si impegnano nel compito di raccontarsi attraverso musei e archivi, e che trovano sempre più spazio nell’ambito del sistema museale nazionale. Più in generale, d’altra parte, i luoghi della cultura diventano spazi di esperienza, benessere, partecipazione e relazione con i territori.

È attorno a questi temi che si è sviluppato “Musei di vetro” redatto dal Censis e presentato qualche giorno fa. L’indagine, certo, riporta come una larga parte degli italiani (il 43%) indichi ancora come missione principale dei musei la conservazione del patrimonio artistico e la sua tutela. Ma un altro 34,9% ne riconosce soprattutto il ruolo educativo e di trasmissione della conoscenza. Ciò che più conta, e che emerge dalla ricerca del Censis,  è però il significato di crescita personale e di opportunità che la fruizione dei musei si porta dietro. L’89% degli italiani ritiene che spendere per le esperienze culturali sia più importante che acquistare beni di lusso, l’86,7% pensa che accrescere il proprio livello culturale possa aumentare le opportunità di lavoro, l’83,5% reputa determinante la cultura per costruire la propria identità.

Educazione e cultura, quindi. E crescita personale, a tutto tondo ma anche guardando al lavoro. Quello stesso lavoro, unito all’ingegno d’impresa, che trova, da tempo ormai, espressione viva proprio nei musei d’impresa. Che il rapporto Censis fotografa con efficacia. Certo, non sono ancora la maggioranza quelli che hanno visitato una di queste realtà, ma l’87,4% identifica nei musei d’impresa uno strumento al servizio della salvaguardia della memoria e dell’identità di un territorio; una quota pressoché simile ritiene che questi possano valorizzare efficacemente il saper fare italiano; mentre per l’80% circa si tratta di veicoli di trasmissione di competenze e mestieri alle giovani generazioni.

Cultura del saper fare, ingegno d’impresa, patrimonio materiale di territori e popolazioni, eredità non polverosa ma, anzi, viva e attiva. Condizioni di sviluppo imprescindibili anche oggi, che paiono presenti proprio nei musei d’impresa descritti dal Censis. Si legge nelle pagine del rapporto: “Il museo d’impresa arriva oggi a sugellare l’identità del marchio e ad ancorarla al territorio e alla comunità, anche attraverso azioni positive di responsabilità sociale”. E poi ancora: “Il Museo d’impresa oggi si configura come uno spazio strategico, in bilico tra cultura e produzione industriale, sempre più centrale nella costruzione di identità e valori condivisi, in una società interessata in maniera crescente a riscoprire parte delle trame, a lungo celate, della storia recente del Paese”.

Musei di vetro. Il nuovo rapporto degli italiani con i luoghi della cultura

AA.VV.

Censis, 2026

Nuove tecnologie e vecchie organizzazioni

Pubblicato un libro che cerca un percorso per adattare il modo di produrre al cambiamento su più fronti

 

Le organizzazioni stanno attraversando una trasformazione senza precedenti: l’intelligenza artificiale generativa, l’accelerazione tecnologica e l’instabilità del contesto rendono sempre più evidente che i modelli del passato – gerarchici, burocratici, lineari – non bastano. Constatazione che trova sempre di più riscontri e che implica un cambio della cultura del produrre e del lavorare che deve essere ben compreso. E messo in pratica. Partendo proprio dall’approfondimento della situazione dell’oggi per costruire strutture produttive organizzate diversamente.

È quanto prova a delineare “Comprendere le organizzazioni. Neuroscienze, AI e modelli organizzativi per lavorare in modo nuovo”, libro di Riccardo Bubbio e Arianna Cataldo e appena pubblicato.

Il libro parte da una considerazione provocatoria: le aziende ad oggi risultano ancora organizzate in modalità gerarchico-burocratica, come lo erano le legioni romane. Ma quindi che fare? Gli autori prendono a prestito le indicazioni delle neuroscienze per indicare una possibile strada.

Le neuroscienze offrono infatti una chiave di lettura: la mente umana ricerca sicurezza, benessere e senso. Nei momenti di grande trasformazione le persone tendono a temere l’ignoto, a rifugiarsi nella zona di comfort. Partendo da questi due punti, gli autori arrivano a delineare nuovi modelli organizzativi — agili, distribuiti, fondati su fiducia, autonomia e creatività —  che permettono di conciliare le abitudini consolidate con le moderne sfide mettendo al centro ciò che davvero conta: una sorta di “felicità organizzativa”.

Il libro, che raccoglie anche testimonianze, esperienze, esempi e strumenti pratici – si muove lungo un percorso che inizia dalla messa a fuoco del tema (“Dalla macchina all’organismo: un cambio di paradigma”), passa per la necessità di far crescere il benessere delle persone, le relazioni tra generazioni diverse in azienda, la necessità di individuare i “diversi benesseri” e quella di armonizzare le nuove tecnologie con le organizzazioni e, quindi, la creazione di “team ibridi” capaci di gestire situazioni complesse e continuamente mutevoli.

Il libro di Riccardo Bubbio e Arianna Cataldo è di quelli che può far discutere, e quindi ragionare.

Comprendere le organizzazioni. Neuroscienze, AI e modelli organizzativi per lavorare in modo nuovo

Riccardo Bubbio e Arianna Cataldo

Franco Angeli, 2026

Nuove tecnologie e vecchie organizzazioni
Nuove tecnologie e vecchie organizzazioni

Pubblicato un libro che cerca un percorso per adattare il modo di produrre al cambiamento su più fronti

 

Le organizzazioni stanno attraversando una trasformazione senza precedenti: l’intelligenza artificiale generativa, l’accelerazione tecnologica e l’instabilità del contesto rendono sempre più evidente che i modelli del passato – gerarchici, burocratici, lineari – non bastano. Constatazione che trova sempre di più riscontri e che implica un cambio della cultura del produrre e del lavorare che deve essere ben compreso. E messo in pratica. Partendo proprio dall’approfondimento della situazione dell’oggi per costruire strutture produttive organizzate diversamente.

È quanto prova a delineare “Comprendere le organizzazioni. Neuroscienze, AI e modelli organizzativi per lavorare in modo nuovo”, libro di Riccardo Bubbio e Arianna Cataldo e appena pubblicato.

Il libro parte da una considerazione provocatoria: le aziende ad oggi risultano ancora organizzate in modalità gerarchico-burocratica, come lo erano le legioni romane. Ma quindi che fare? Gli autori prendono a prestito le indicazioni delle neuroscienze per indicare una possibile strada.

Le neuroscienze offrono infatti una chiave di lettura: la mente umana ricerca sicurezza, benessere e senso. Nei momenti di grande trasformazione le persone tendono a temere l’ignoto, a rifugiarsi nella zona di comfort. Partendo da questi due punti, gli autori arrivano a delineare nuovi modelli organizzativi — agili, distribuiti, fondati su fiducia, autonomia e creatività —  che permettono di conciliare le abitudini consolidate con le moderne sfide mettendo al centro ciò che davvero conta: una sorta di “felicità organizzativa”.

Il libro, che raccoglie anche testimonianze, esperienze, esempi e strumenti pratici – si muove lungo un percorso che inizia dalla messa a fuoco del tema (“Dalla macchina all’organismo: un cambio di paradigma”), passa per la necessità di far crescere il benessere delle persone, le relazioni tra generazioni diverse in azienda, la necessità di individuare i “diversi benesseri” e quella di armonizzare le nuove tecnologie con le organizzazioni e, quindi, la creazione di “team ibridi” capaci di gestire situazioni complesse e continuamente mutevoli.

Il libro di Riccardo Bubbio e Arianna Cataldo è di quelli che può far discutere, e quindi ragionare.

Comprendere le organizzazioni. Neuroscienze, AI e modelli organizzativi per lavorare in modo nuovo

Riccardo Bubbio e Arianna Cataldo

Franco Angeli, 2026

Per discutere di longevity ed evitare che una società di anziani come l’Italia sia una società bloccata che penalizza i suoi giovani

Un’Italia di anziani in molti casi benestanti e istruiti. E di giovani che avvertono l’incertezza del loro futuro e sempre più spesso vanno via, anche se malvolentieri, in cerca di migliori condizioni di lavoro e di vita. È la fotografia dell’Italia contemporanea, composta secondo una serie di dati demografici e finanziari. E rivela un Paese che mentre celebra, giustamente, gli 80 anni di vita della Repubblica e le sue conquiste in termini di democrazia, sviluppo, benessere (tutte condizioni di cui essere fieri, apprezzando i valori e i contenuti di un “patriottismo dolce” di cui abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana), non può non occuparsi delle nuvole che si intravvedono all’orizzonte in termini sociali ed economici.

Cominciamo con la crescente disparità di ricchezza tra generazioni, soprattutto in termini di proprietà immobiliari e risparmio investito in asset finanziari. Bankitalia guarda con allarme “all’aumento del gap tra generazioni” (il Sole24Ore, 31 maggio) rilevando, nella relazione del Governatore Panetta, che tra il 1991 e il 2022 la quota della ricchezza in mano alle famiglie più anziane ha raggiunto il 32%, mentre quella delle famiglie più giovani è scesa al 4%, con effetti rilevanti sul piano economico e della distribuzione delle risorse.

La ricchezza netta delle famiglie a fine ‘25 era di 12.326 miliardi, pari a 8,5 volte il reddito disponibile, in aumento rispetto all’8,3 del ‘24.

Che fine faranno tanti soldi? Bankitalia parla di un grande trasferimento intergenerazionale (gli anziani moriranno, i giovani erediteranno, con rilevanti effetti sui comportamenti economici).

Le famiglie, si sa, hanno fatto da ammortizzatore sociale nei confronti delle giovani generazioni, che entrano molto in ritardo sul mercato del lavoro e si scontrano con problemi seri per l’acquisto o l’affitto di una casa e per molte spese della vita quotidiana. Come si comporteranno da ereditieri?

Tema rilevante da affrontare: come indirizzare il risparmio verso le attività produttive del sistema Italia e come affrontare le questioni aperte da un ampio investimento immobiliare di prime e seconde case, in un’Italia che, per le giovani generazioni, di case ha bisogno?

Il fenomeno investe in pieno la questione della scarsa mobilità sociale in Italia. E la tassazione particolarmente agevolata sui beni ereditari non favorisce il dinamismo sociale né l’intraprendenza: generazioni di ereditieri e di redditieri è storicamente poco interessata al profitto (agli investimenti d’impresa) e molto alla rendita. L’Italia, in altri termini, rischia di vedere aggravate, in un breve periodo, le rigidità sociali.

La cosiddetta longevity (il limite dell’’età di vita è salito a 81 anni per gli uomini e ha superato gli 85 per le donne) pone questioni tutt’altro che irrilevanti. Di assistenza e cura, di sostegno sanitario e intervento, per gli anziani non autosufficienti e ammalati. Ma anche di utilizzo, per gli interessi generali della comunità, di una o più generazioni di ex lavoratori che spesso non hanno alcuna voglia di sentirsi inutili e tagliati fuori dai processi produttivi e sociali.

Usarne le competenze, in azienda, per fare training per le nuove generazioni? Dare spazi e incentivi perché le loro capacità professionali possano essere utili per tutte le attività sociali del Terzo Settore (Sodalitas, associazione di ex manager, legata ad Assolombarda, offre parecchie indicazioni in merito). Aprire ancora di più le porte delle università perché le generazioni anziane, ricominciando a studiare, non soffrano troppo di un digital divide che le trasformazioni dell’economia digital impongono a molti aspetti della vita quotidiana?

Il tema sociale e politico ha dimensioni rilevanti. Che fare, appunto, degli anziani, soprattutto nei grandi contesti urbani e metropolitani, anche per evitarne la crescente solitudine, aggravata da un senso di inutilità e la fratture sociali e politiche conseguenti (anche in termini di partecipazione più o meno attiva alla vita politica, anche solo con il voto?)

L’Italia, in piena glaciazione demografica e con forti problemi di competenze e capacità professionali indispensabili a farne crescere il livello di produttività, non può permettersi un così ingente spreco di risorse.

Vale la pena, allora, approfondire la discussione e studiare un vero e proprio patto generazionale che può dare effetti rilevanti non solo in azienda (tutoraggio, insegnamento, affiancamento, trasferimento di esperienze, allungamento concordato dei rapporti di lavoro anche con contratti part time), ma pure nella cura del patrimonio e dei beni pubblici, della gestione degli archivi, nella tutela dell’ambiente e dei beni storici.

A una società democratica ben equilibrata servono maestri, in grado di essere utili nel trasferimento della conoscenza (non basta l’AI). Gli anziani sanno fare. E i giovani sanno cose che per gli anziani sono un mistero (a cominciare dall’uso dell’AI). Gli anziani hanno la forza della memoria e dell’esperienza. I giovani, le competenza per le nuove tecnologie. Un incrocio di reciproca istruzione? Perché no?

“La sfida demografica: le università si attrezzano: in 20 anni i 19enni saranno il 37% in meno”, scrive un’inchiesta de “Il Giorno” (24 maggio). Raccontando come siano in aumento i corsi per lavoratori (il futuro si chiama lifelong learning). E già comunque aumenta il numero delle persone che dopo i 40 anni tornano a iscriversi nelle università (nel blog del 4 maggio scorso).

Un mondo in movimento. Cui guarda anche il mondo della finanza con proposte per un accorto impiego del risparmio legato appunto alla longevity.

L’età media continua ad innalzarsi. E il fenomeno – dicono i demografi – è destinato a crescere. E se è vero che non si possono aggiungere giorni alla vita ma semmai vita ai giorni, adesso sappiamo che quella vita più essere molto attiva, soddisfacente, socialmente utile e produttiva. Una sfida importante, politica e culturale.

Abbiamo, è vero, classi dirigenti anziane, in Italia e in Europa, in politica ma anche in azienda. E il passaggio generazionale, comunque in corso, non si rivela semplice. Gli anziani, comunque, anche se hanno il senso della memoria e dichiarano di sentire la responsabilità di preparare il futuro, sono spesso poco inclini a scommettervi, preferendo la un “presentismo” che sperano duri a lungo.

Anche questo è tema su cui riflettere, senza schematismi né pregiudizi. Sulla relazione tra età e responsabilità. Sul senso della storia. Sulle capacità di scommessa per il futuro. Sul cosiddetto “avvenire della memoria”. Che richiede anziani capaci di essere maestri di esperienza e di vita, saggi consiglieri. E giovani in grado di saper lavorare per una condizione sociale e politica migliore.

(foto Getty Images)

Per discutere di longevity ed evitare che una società di anziani come l’Italia sia una società bloccata che penalizza i suoi giovani
Per discutere di longevity ed evitare che una società di anziani come l’Italia sia una società bloccata che penalizza i suoi giovani

Un’Italia di anziani in molti casi benestanti e istruiti. E di giovani che avvertono l’incertezza del loro futuro e sempre più spesso vanno via, anche se malvolentieri, in cerca di migliori condizioni di lavoro e di vita. È la fotografia dell’Italia contemporanea, composta secondo una serie di dati demografici e finanziari. E rivela un Paese che mentre celebra, giustamente, gli 80 anni di vita della Repubblica e le sue conquiste in termini di democrazia, sviluppo, benessere (tutte condizioni di cui essere fieri, apprezzando i valori e i contenuti di un “patriottismo dolce” di cui abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana), non può non occuparsi delle nuvole che si intravvedono all’orizzonte in termini sociali ed economici.

Cominciamo con la crescente disparità di ricchezza tra generazioni, soprattutto in termini di proprietà immobiliari e risparmio investito in asset finanziari. Bankitalia guarda con allarme “all’aumento del gap tra generazioni” (il Sole24Ore, 31 maggio) rilevando, nella relazione del Governatore Panetta, che tra il 1991 e il 2022 la quota della ricchezza in mano alle famiglie più anziane ha raggiunto il 32%, mentre quella delle famiglie più giovani è scesa al 4%, con effetti rilevanti sul piano economico e della distribuzione delle risorse.

La ricchezza netta delle famiglie a fine ‘25 era di 12.326 miliardi, pari a 8,5 volte il reddito disponibile, in aumento rispetto all’8,3 del ‘24.

Che fine faranno tanti soldi? Bankitalia parla di un grande trasferimento intergenerazionale (gli anziani moriranno, i giovani erediteranno, con rilevanti effetti sui comportamenti economici).

Le famiglie, si sa, hanno fatto da ammortizzatore sociale nei confronti delle giovani generazioni, che entrano molto in ritardo sul mercato del lavoro e si scontrano con problemi seri per l’acquisto o l’affitto di una casa e per molte spese della vita quotidiana. Come si comporteranno da ereditieri?

Tema rilevante da affrontare: come indirizzare il risparmio verso le attività produttive del sistema Italia e come affrontare le questioni aperte da un ampio investimento immobiliare di prime e seconde case, in un’Italia che, per le giovani generazioni, di case ha bisogno?

Il fenomeno investe in pieno la questione della scarsa mobilità sociale in Italia. E la tassazione particolarmente agevolata sui beni ereditari non favorisce il dinamismo sociale né l’intraprendenza: generazioni di ereditieri e di redditieri è storicamente poco interessata al profitto (agli investimenti d’impresa) e molto alla rendita. L’Italia, in altri termini, rischia di vedere aggravate, in un breve periodo, le rigidità sociali.

La cosiddetta longevity (il limite dell’’età di vita è salito a 81 anni per gli uomini e ha superato gli 85 per le donne) pone questioni tutt’altro che irrilevanti. Di assistenza e cura, di sostegno sanitario e intervento, per gli anziani non autosufficienti e ammalati. Ma anche di utilizzo, per gli interessi generali della comunità, di una o più generazioni di ex lavoratori che spesso non hanno alcuna voglia di sentirsi inutili e tagliati fuori dai processi produttivi e sociali.

Usarne le competenze, in azienda, per fare training per le nuove generazioni? Dare spazi e incentivi perché le loro capacità professionali possano essere utili per tutte le attività sociali del Terzo Settore (Sodalitas, associazione di ex manager, legata ad Assolombarda, offre parecchie indicazioni in merito). Aprire ancora di più le porte delle università perché le generazioni anziane, ricominciando a studiare, non soffrano troppo di un digital divide che le trasformazioni dell’economia digital impongono a molti aspetti della vita quotidiana?

Il tema sociale e politico ha dimensioni rilevanti. Che fare, appunto, degli anziani, soprattutto nei grandi contesti urbani e metropolitani, anche per evitarne la crescente solitudine, aggravata da un senso di inutilità e la fratture sociali e politiche conseguenti (anche in termini di partecipazione più o meno attiva alla vita politica, anche solo con il voto?)

L’Italia, in piena glaciazione demografica e con forti problemi di competenze e capacità professionali indispensabili a farne crescere il livello di produttività, non può permettersi un così ingente spreco di risorse.

Vale la pena, allora, approfondire la discussione e studiare un vero e proprio patto generazionale che può dare effetti rilevanti non solo in azienda (tutoraggio, insegnamento, affiancamento, trasferimento di esperienze, allungamento concordato dei rapporti di lavoro anche con contratti part time), ma pure nella cura del patrimonio e dei beni pubblici, della gestione degli archivi, nella tutela dell’ambiente e dei beni storici.

A una società democratica ben equilibrata servono maestri, in grado di essere utili nel trasferimento della conoscenza (non basta l’AI). Gli anziani sanno fare. E i giovani sanno cose che per gli anziani sono un mistero (a cominciare dall’uso dell’AI). Gli anziani hanno la forza della memoria e dell’esperienza. I giovani, le competenza per le nuove tecnologie. Un incrocio di reciproca istruzione? Perché no?

“La sfida demografica: le università si attrezzano: in 20 anni i 19enni saranno il 37% in meno”, scrive un’inchiesta de “Il Giorno” (24 maggio). Raccontando come siano in aumento i corsi per lavoratori (il futuro si chiama lifelong learning). E già comunque aumenta il numero delle persone che dopo i 40 anni tornano a iscriversi nelle università (nel blog del 4 maggio scorso).

Un mondo in movimento. Cui guarda anche il mondo della finanza con proposte per un accorto impiego del risparmio legato appunto alla longevity.

L’età media continua ad innalzarsi. E il fenomeno – dicono i demografi – è destinato a crescere. E se è vero che non si possono aggiungere giorni alla vita ma semmai vita ai giorni, adesso sappiamo che quella vita più essere molto attiva, soddisfacente, socialmente utile e produttiva. Una sfida importante, politica e culturale.

Abbiamo, è vero, classi dirigenti anziane, in Italia e in Europa, in politica ma anche in azienda. E il passaggio generazionale, comunque in corso, non si rivela semplice. Gli anziani, comunque, anche se hanno il senso della memoria e dichiarano di sentire la responsabilità di preparare il futuro, sono spesso poco inclini a scommettervi, preferendo la un “presentismo” che sperano duri a lungo.

Anche questo è tema su cui riflettere, senza schematismi né pregiudizi. Sulla relazione tra età e responsabilità. Sul senso della storia. Sulle capacità di scommessa per il futuro. Sul cosiddetto “avvenire della memoria”. Che richiede anziani capaci di essere maestri di esperienza e di vita, saggi consiglieri. E giovani in grado di saper lavorare per una condizione sociale e politica migliore.

(foto Getty Images)

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