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Viaggio nei 500 GP di Pirelli in Formula 1

Gestire imprese e gestire nuove tecnologie

Una serie di ricerche condotte partendo dalle tecniche di economia d’azienda, cerca di far luce sulle relazioni tra innovazione e governo della produzione

 

Tecnologie intelligenti per gestire meglio l’impresa. Questione non solo di efficienza ma anche di responsabilità nelle decisioni e di etica. Questione – detto in altri termini – di preparazione delle persone ad affrontare velocità e flessibilità accanto alla quotidianità della fabbrica e dell’ufficio. E’ attorno a questi temi, e ad altri ancora, che ruota la serie di ricerche e analisi condotte nell’ambito di SIDREA (Società Italiana dei Docenti di Ragioneria e di Economia Aziendale) e raccolte in un volume pubblicato da poco.

L’insieme delle ricerche ruota attorno ad un tema: l’impatto della digitalizzazione e delle tecnologie intelligenti sul governo delle imprese, sui processi decisionali e sui modelli di creazione del valore.

I contributi di ricerca sono di fatto articolati in tre sezioni tematiche: il ruolo delle tecnologie digitali nei processi aziendali, le sfide della sostenibilità e dell’approccio ESG, le evoluzioni di corporate governance, sistemi di controllo e finanza per il governo aziendale.

Ciò che emerge dall’insieme delle indagini sviluppate nell’ambito di SIDREA è una visione integrata e multidisciplinare dell’uso e del ruolo delle nuove tecnologie nelle imprese, una presenza capace di coniugare teoria e prassi, innovazione tecnologica e responsabilità sociale. Tutto non solo dal punto di vista teorico ma anche settoriale e operativo, con l’approfondimento di casi come quelli dei comparti industriale, della medicina, della farmaceutica, del credito e delle banche, della ricerca d’impresa.

 

Digitalizzazione e tecnologie intelligenti per il governo delle aziende. Il contributo dell’economia aziendale al Sistema Paese

Nicola Lattanzi, Stefano Mascara

Franco Angeli, 2026

 

Una serie di ricerche condotte partendo dalle tecniche di economia d’azienda, cerca di far luce sulle relazioni tra innovazione e governo della produzione

 

Tecnologie intelligenti per gestire meglio l’impresa. Questione non solo di efficienza ma anche di responsabilità nelle decisioni e di etica. Questione – detto in altri termini – di preparazione delle persone ad affrontare velocità e flessibilità accanto alla quotidianità della fabbrica e dell’ufficio. E’ attorno a questi temi, e ad altri ancora, che ruota la serie di ricerche e analisi condotte nell’ambito di SIDREA (Società Italiana dei Docenti di Ragioneria e di Economia Aziendale) e raccolte in un volume pubblicato da poco.

L’insieme delle ricerche ruota attorno ad un tema: l’impatto della digitalizzazione e delle tecnologie intelligenti sul governo delle imprese, sui processi decisionali e sui modelli di creazione del valore.

I contributi di ricerca sono di fatto articolati in tre sezioni tematiche: il ruolo delle tecnologie digitali nei processi aziendali, le sfide della sostenibilità e dell’approccio ESG, le evoluzioni di corporate governance, sistemi di controllo e finanza per il governo aziendale.

Ciò che emerge dall’insieme delle indagini sviluppate nell’ambito di SIDREA è una visione integrata e multidisciplinare dell’uso e del ruolo delle nuove tecnologie nelle imprese, una presenza capace di coniugare teoria e prassi, innovazione tecnologica e responsabilità sociale. Tutto non solo dal punto di vista teorico ma anche settoriale e operativo, con l’approfondimento di casi come quelli dei comparti industriale, della medicina, della farmaceutica, del credito e delle banche, della ricerca d’impresa.

 

Digitalizzazione e tecnologie intelligenti per il governo delle aziende. Il contributo dell’economia aziendale al Sistema Paese

Nicola Lattanzi, Stefano Mascara

Franco Angeli, 2026

 

Pirelli in F1, la storia e le emozioni. Le gomme in 500Gp in 75 anni

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La Formula 1 come grande immaginario contemporaneo: il volume “Emozioni” per i 500 GP di Pirelli

Emozioni e F1: i 500 Gp Pirelli in un libro evento di immagini e ricordi

Formula 1 la Pirelli fa 500

Passione al limite

Regole benedettine d’impresa

Ancora valido un libro che trae dalla Regola di San Benedetto indicazioni per la buona gestione delle organizzazioni della produzione

Regole per un’impresa e regole per un monastero. Regole comunque, in bona parte diverse ma non del tutto dissimili tra l’organizzazione di un’azienda e quella di un convento. E, anzi, regole che chi si ritrova ad avere il ruolo d’imprenditore oppure di manager può anche mutuare da chi, invece, veste una tonaca monacale. Certo, mutuare facendo attenzione a non tradirne lo spirito ma, invece, cercando di coglierne il senso che va al di là dell’obiettivo apparente e che arriva a toccare lo stare in comunità, l’avere gli stessi obiettivi, seguire un comportamento nel quale il rispetto della persona va di pari passo con il cammino che si compie per arrivare al traguardo.

Di tutto questo si legge in “L’organizzazione perfetta. La Regola di San Benedetto una saggezza antica al servizio dell’impresa moderna” di Massimo Folador. Il libro ha una scansione semplice ed efficace: prima una sintesi storica della Regola, poi tre passi (capitoli) per individuare i punti cardine (la missione, i valori e comportamenti da rispettare) e quindi l’approfondimento della necessità di guidare prima se stessi e poi gli altri per arrivare a costruire una “comunità organizzata”.

Imprese e monasteri, dunque. Due esempi di comunità seppur con fini diversi. In effetti i monasteri benedettini sono da 1500 anni un esempio illuminante di che cosa significhi vivere e lavorare in un contesto dove tutti abbiano chiari finalità e obiettivi, ruoli e mansioni e sappiano fare della comunità il proprio punto di forza. Un’organizzazione perfetta – quella del monastero – che ha attraversato i secoli e che molte cose può dire al mondo manageriale, grazie alla corretta gestione di valori condivisi, a una leadership diffusa e alla capacità di far lavorare insieme persone motivate e consapevoli delle proprie responsabilità.

Chi legge il libro di Folador comprende come la Regola di San Benedetto sia un richiamo forte alle radici comuni del vivere organizzato, alle sue regole e alle sue necessità, in un momento in cui un rinnovato senso di appartenenza può contribuire a ridare slancio alla vita aziendale e al governo delle imprese.

L’organizzazione perfetta. La Regola di San Benedetto una saggezza antica al servizio dell’impresa moderna

Massimo Folador

Guwrini NEXT, 2016

Ancora valido un libro che trae dalla Regola di San Benedetto indicazioni per la buona gestione delle organizzazioni della produzione

Regole per un’impresa e regole per un monastero. Regole comunque, in bona parte diverse ma non del tutto dissimili tra l’organizzazione di un’azienda e quella di un convento. E, anzi, regole che chi si ritrova ad avere il ruolo d’imprenditore oppure di manager può anche mutuare da chi, invece, veste una tonaca monacale. Certo, mutuare facendo attenzione a non tradirne lo spirito ma, invece, cercando di coglierne il senso che va al di là dell’obiettivo apparente e che arriva a toccare lo stare in comunità, l’avere gli stessi obiettivi, seguire un comportamento nel quale il rispetto della persona va di pari passo con il cammino che si compie per arrivare al traguardo.

Di tutto questo si legge in “L’organizzazione perfetta. La Regola di San Benedetto una saggezza antica al servizio dell’impresa moderna” di Massimo Folador. Il libro ha una scansione semplice ed efficace: prima una sintesi storica della Regola, poi tre passi (capitoli) per individuare i punti cardine (la missione, i valori e comportamenti da rispettare) e quindi l’approfondimento della necessità di guidare prima se stessi e poi gli altri per arrivare a costruire una “comunità organizzata”.

Imprese e monasteri, dunque. Due esempi di comunità seppur con fini diversi. In effetti i monasteri benedettini sono da 1500 anni un esempio illuminante di che cosa significhi vivere e lavorare in un contesto dove tutti abbiano chiari finalità e obiettivi, ruoli e mansioni e sappiano fare della comunità il proprio punto di forza. Un’organizzazione perfetta – quella del monastero – che ha attraversato i secoli e che molte cose può dire al mondo manageriale, grazie alla corretta gestione di valori condivisi, a una leadership diffusa e alla capacità di far lavorare insieme persone motivate e consapevoli delle proprie responsabilità.

Chi legge il libro di Folador comprende come la Regola di San Benedetto sia un richiamo forte alle radici comuni del vivere organizzato, alle sue regole e alle sue necessità, in un momento in cui un rinnovato senso di appartenenza può contribuire a ridare slancio alla vita aziendale e al governo delle imprese.

L’organizzazione perfetta. La Regola di San Benedetto una saggezza antica al servizio dell’impresa moderna

Massimo Folador

Guwrini NEXT, 2016

Le città che spengono le vetrine sono più povere e degradate. Non bastano più le mille luci del lusso per renderle piacevoli

Altro che mille luci e scintillio di vetrine. Altro che allegria nei centri storici e nei nuovi quartieri delle città. La crisi economica in corso ha un altro aspetto molto vistoso, che incide profondamente sulla qualità della vita urbana ma anche sulla sicurezza. I dati della Confcommercio rivelano infatti che nel corso del 2025 sono stati chiusi 17mila negozi, 46 al giorno, aggravando un fenomeno già molto vistoso: nell’arco di una dozzina d’anni, dal 2012 al 2025, sono stai chiusi 156mila esercizi commerciali, più di un quarto del totale italiano.

Città più deserte, la sera, città meno ospitali, città meno sicure, soprattutto nei quartieri più poveri e abitati dalla popolazione anziana. “Desertificazione”, dice Carlo Sangalli, presidente della Confcommercio, preoccupato di un fenomeno che riguarda la sua categoria ma incide radicalmente sulla qualità della vita delle città. Non bastano le mille luci del lusso e dei grattacieli. Serve ripensare una migliore umanità.

Diminuisce il reddito delle famiglie, è vero, e dunque la capacità di spesa. “Potere d’acquisto sotto i livelli del 2025”, documenta Il Sole24Ore (16 marzo), anche come effetto degli aumenti dei prezzi (energie, innanzitutto) legati alla guerra in Ucraina e alle tensioni dei Paesi del Golfo, oltre che agli effetti dell’aumento del corso delle materie prime che si riflettono sui beni intermedi e sui beni di largo consumo.

Si vive peggio, insomma. E quelle vetrine che chiudono, con le loro luci spente, sono uno dei tanti segnali di degrado della qualità della vita in generale. Con effetti sulla sicurezza, appunto. Sia reale che percepita.

Cambiano, le città, radicalmente. Il commercio di prossimità si sta rarefacendo, anche a causa del caro-affitto dei negozi. Le vendite on line hanno un vero e proprio boom (il loro valore nel ‘25 è arrivato a 62,3 miliardi con un incremento del 187% sul 2015, dieci anni fa). E anche i grandi centri commerciali incidono profondamente sui meccanismi di vendita, sulle concentrazioni di persone, sui flussi di persone nelle strade.

Gli unici esercizi che conoscono una forte espansione sono bar, ristoranti e punti di ristoro. Sempre vetrine illuminate, sono. Ma ben diverse da quelle dei negozi del commercio al dettaglio.

Lamentarsene, cercando di pensare città e paesi con una forma più umana e vivibile? È sicuramente utile (anni fa una nota catena di supermercati fece la scelta intelligente di aprire degli esercizi piccoli nei centri storici delle cittadine, con un certo successo).

E vale la pena che, nel ripensare l’urbanistica e “la città in un quarto d’ora” anche nei nuovi quartieri, si rifletta anche sulle disposizioni che disciplinano la vita quotidiana nel quartieri, oltre al verde indispensabile e agli spazi comuni (parchi, piazze, impianti da gioco per i bambini, da frequentare con tranquillità e sicurezza), si possa pensare anche a un serio piano commerciale che faccia il possibile per tenere in vita le piccole attività commerciali, dai generi alimentari alle piccole librerie, ai fiorai, ai commercianti, alle piccole pasticcerie non di catene commerciali, alle tante attività di servizio che connotano la vita quotidiana ed evitano che tutto diventi manicure cinesi e street food.

È la diversità dei quartieri che rende varia, bella, piacevole, abitabile una città. È la diversità, a essere una ricchezza della vita quotidiana.

Le città sono organismi viventi. Cambiano, crescono, mutano aspetti e abitudini. Sono i luoghi dei flussi e della mobilità. Gli spazi urbani sono spazi di mercato. Le città sono mercato. Ma non possono essere abbandonate solo alla loro natura di mercato. Vanno governate, pensate, gestite con intelligenza e capacità progettuale. Per rispondere, naturalmente, a logiche economiche. Ma anche a bisogni umani. È la sfida che abbiamo di fronte. Città a misura di persone. Senza che se ne spengano le mille vetrine.

(foto Getty Images)

Altro che mille luci e scintillio di vetrine. Altro che allegria nei centri storici e nei nuovi quartieri delle città. La crisi economica in corso ha un altro aspetto molto vistoso, che incide profondamente sulla qualità della vita urbana ma anche sulla sicurezza. I dati della Confcommercio rivelano infatti che nel corso del 2025 sono stati chiusi 17mila negozi, 46 al giorno, aggravando un fenomeno già molto vistoso: nell’arco di una dozzina d’anni, dal 2012 al 2025, sono stai chiusi 156mila esercizi commerciali, più di un quarto del totale italiano.

Città più deserte, la sera, città meno ospitali, città meno sicure, soprattutto nei quartieri più poveri e abitati dalla popolazione anziana. “Desertificazione”, dice Carlo Sangalli, presidente della Confcommercio, preoccupato di un fenomeno che riguarda la sua categoria ma incide radicalmente sulla qualità della vita delle città. Non bastano le mille luci del lusso e dei grattacieli. Serve ripensare una migliore umanità.

Diminuisce il reddito delle famiglie, è vero, e dunque la capacità di spesa. “Potere d’acquisto sotto i livelli del 2025”, documenta Il Sole24Ore (16 marzo), anche come effetto degli aumenti dei prezzi (energie, innanzitutto) legati alla guerra in Ucraina e alle tensioni dei Paesi del Golfo, oltre che agli effetti dell’aumento del corso delle materie prime che si riflettono sui beni intermedi e sui beni di largo consumo.

Si vive peggio, insomma. E quelle vetrine che chiudono, con le loro luci spente, sono uno dei tanti segnali di degrado della qualità della vita in generale. Con effetti sulla sicurezza, appunto. Sia reale che percepita.

Cambiano, le città, radicalmente. Il commercio di prossimità si sta rarefacendo, anche a causa del caro-affitto dei negozi. Le vendite on line hanno un vero e proprio boom (il loro valore nel ‘25 è arrivato a 62,3 miliardi con un incremento del 187% sul 2015, dieci anni fa). E anche i grandi centri commerciali incidono profondamente sui meccanismi di vendita, sulle concentrazioni di persone, sui flussi di persone nelle strade.

Gli unici esercizi che conoscono una forte espansione sono bar, ristoranti e punti di ristoro. Sempre vetrine illuminate, sono. Ma ben diverse da quelle dei negozi del commercio al dettaglio.

Lamentarsene, cercando di pensare città e paesi con una forma più umana e vivibile? È sicuramente utile (anni fa una nota catena di supermercati fece la scelta intelligente di aprire degli esercizi piccoli nei centri storici delle cittadine, con un certo successo).

E vale la pena che, nel ripensare l’urbanistica e “la città in un quarto d’ora” anche nei nuovi quartieri, si rifletta anche sulle disposizioni che disciplinano la vita quotidiana nel quartieri, oltre al verde indispensabile e agli spazi comuni (parchi, piazze, impianti da gioco per i bambini, da frequentare con tranquillità e sicurezza), si possa pensare anche a un serio piano commerciale che faccia il possibile per tenere in vita le piccole attività commerciali, dai generi alimentari alle piccole librerie, ai fiorai, ai commercianti, alle piccole pasticcerie non di catene commerciali, alle tante attività di servizio che connotano la vita quotidiana ed evitano che tutto diventi manicure cinesi e street food.

È la diversità dei quartieri che rende varia, bella, piacevole, abitabile una città. È la diversità, a essere una ricchezza della vita quotidiana.

Le città sono organismi viventi. Cambiano, crescono, mutano aspetti e abitudini. Sono i luoghi dei flussi e della mobilità. Gli spazi urbani sono spazi di mercato. Le città sono mercato. Ma non possono essere abbandonate solo alla loro natura di mercato. Vanno governate, pensate, gestite con intelligenza e capacità progettuale. Per rispondere, naturalmente, a logiche economiche. Ma anche a bisogni umani. È la sfida che abbiamo di fronte. Città a misura di persone. Senza che se ne spengano le mille vetrine.

(foto Getty Images)

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