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Giovanni Pirelli. Una vita, molte vite

«Se tiro le somme posso dire questo: di due persone con cui faccio conoscenza una mi chiede se sono il Pirelli delle gomme e una se sono il Pirelli delle Lettere

Figura di rilievo in una delle più importanti stagioni del Novecento, Giovanni Pirelli era destinato a una vita d’imprenditore industriale. E tuttavia ne vive molte altre, e molto diverse. Soldato, tenente degli Alpini, aspirante aviatore, partigiano, scrittore, storico, attivista politico e intellettuale. Figlio di Alberto, è l’esempio vivente di uno dei moniti paterni: “Essere sempre uomo del proprio tempo”. Giovanni Pirelli attraversa infatti tutti i momenti cruciali del Secolo Breve italiano: la guerra e la Resistenza, la militanza politica, la diplomazia e il dialogo con il mondo della fabbrica.

Del Novecento, Giovanni Pirelli interpreta tutte le inquietudini e gli esiti provocati in primo luogo dalla Seconda Guerra Mondiale. L’esperienza del conflitto, a cui partecipa prima come soldato e poi come ufficiale, lo porta ad abbandonare l’iniziale entusiasmo di difesa dell’onore della Nazione in favore di una ricerca disillusa di “nuova realtà”. Attento e sensibile osservatore dei luoghi e degli uomini che lo circondano, infatti, sceglie una strategica posizione “di frontiera”, sul confine di molti orizzonti. Il suo è un animo spinto alla meditazione e al pensiero intellettuale che si delinea definitivamente quando entra a far parte della Resistenza. Da qui in poi, le scelte sono chiare: si iscrive al Partito Socialista Italiano, non succede al padre in azienda, asseconda la sua vocazione facendo della Resistenza una parte essenziale della sua produzione intellettuale.

Dalla poliedricità culturale di Giovanni Pirelli emerge, infatti, un elemento distintivo: la capacità di fondere storia e letteratura. Sin dal suo libro d’esordio, “L’altro elemento”, pubblicato per la collana “I gettoni” di Einaudi nel 1952, diventa uno dei più grandi testimoni del disastro bellico. A differenziarlo dalle poche altre voci sul tema, come quelle di Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli, è il punto di osservazione: il suo status di borghese istruito e figlio di uno dei più grandi imprenditori e diplomatici dell’epoca gli permette una maggiore comprensione delle dinamiche internazionali. Curatore, insieme a Piero Malvezzi, di una delle raccolte più importanti della letteratura memorialistica, “Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana”, alla fine degli anni Cinquanta pubblica per la “Rivista Pirelli”, sotto lo pseudonimo di Franco Fellini, due articoli dedicati al viaggio compiuto in Egitto con l’amico Renato Guttuso. È durante la Ricostruzione che trova riscontro alle sue nuove posizioni nelle discussioni politico-culturali organizzate alla Libreria Einaudi. Qui conosce Paul Èluard, Ernest Hemingway, Elio Vittorini, John Steinbeck e molti altri e trova lo spazio per esprimersi attraverso teatro, scrittura, cinema, musica, raccolta documentaria e ricerca storica.

Figura complessa e affascinante, la sua esperienza umana si conclude prematuramente il 3 aprile 1973 per un incidente d’auto. La varietà dei suoi interessi e rapporti si riassume in un ritratto polifonico dell’“erede ribelle”, impossibile da irrigidire in contorni perfettamente delineati.

«Se tiro le somme posso dire questo: di due persone con cui faccio conoscenza una mi chiede se sono il Pirelli delle gomme e una se sono il Pirelli delle Lettere

Figura di rilievo in una delle più importanti stagioni del Novecento, Giovanni Pirelli era destinato a una vita d’imprenditore industriale. E tuttavia ne vive molte altre, e molto diverse. Soldato, tenente degli Alpini, aspirante aviatore, partigiano, scrittore, storico, attivista politico e intellettuale. Figlio di Alberto, è l’esempio vivente di uno dei moniti paterni: “Essere sempre uomo del proprio tempo”. Giovanni Pirelli attraversa infatti tutti i momenti cruciali del Secolo Breve italiano: la guerra e la Resistenza, la militanza politica, la diplomazia e il dialogo con il mondo della fabbrica.

Del Novecento, Giovanni Pirelli interpreta tutte le inquietudini e gli esiti provocati in primo luogo dalla Seconda Guerra Mondiale. L’esperienza del conflitto, a cui partecipa prima come soldato e poi come ufficiale, lo porta ad abbandonare l’iniziale entusiasmo di difesa dell’onore della Nazione in favore di una ricerca disillusa di “nuova realtà”. Attento e sensibile osservatore dei luoghi e degli uomini che lo circondano, infatti, sceglie una strategica posizione “di frontiera”, sul confine di molti orizzonti. Il suo è un animo spinto alla meditazione e al pensiero intellettuale che si delinea definitivamente quando entra a far parte della Resistenza. Da qui in poi, le scelte sono chiare: si iscrive al Partito Socialista Italiano, non succede al padre in azienda, asseconda la sua vocazione facendo della Resistenza una parte essenziale della sua produzione intellettuale.

Dalla poliedricità culturale di Giovanni Pirelli emerge, infatti, un elemento distintivo: la capacità di fondere storia e letteratura. Sin dal suo libro d’esordio, “L’altro elemento”, pubblicato per la collana “I gettoni” di Einaudi nel 1952, diventa uno dei più grandi testimoni del disastro bellico. A differenziarlo dalle poche altre voci sul tema, come quelle di Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli, è il punto di osservazione: il suo status di borghese istruito e figlio di uno dei più grandi imprenditori e diplomatici dell’epoca gli permette una maggiore comprensione delle dinamiche internazionali. Curatore, insieme a Piero Malvezzi, di una delle raccolte più importanti della letteratura memorialistica, “Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana”, alla fine degli anni Cinquanta pubblica per la “Rivista Pirelli”, sotto lo pseudonimo di Franco Fellini, due articoli dedicati al viaggio compiuto in Egitto con l’amico Renato Guttuso. È durante la Ricostruzione che trova riscontro alle sue nuove posizioni nelle discussioni politico-culturali organizzate alla Libreria Einaudi. Qui conosce Paul Èluard, Ernest Hemingway, Elio Vittorini, John Steinbeck e molti altri e trova lo spazio per esprimersi attraverso teatro, scrittura, cinema, musica, raccolta documentaria e ricerca storica.

Figura complessa e affascinante, la sua esperienza umana si conclude prematuramente il 3 aprile 1973 per un incidente d’auto. La varietà dei suoi interessi e rapporti si riassume in un ritratto polifonico dell’“erede ribelle”, impossibile da irrigidire in contorni perfettamente delineati.