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Gli interessi mafiosi per approfittare dell’emergenza Covid, comprare imprese in crisi e fare affari ai danni della salute

500 miliardi di euro. Ecco un dato impressionante che rivela il clamoroso peso economico di ‘ndrangheta, camorra e “cosa nostra” siciliana. 500 miliardi d’origine criminale “ripuliti” e rigirati attraverso i traffici di un imprenditore calabrese in un’infinità di investimenti in mezzo mondo. Il dato emerge dall’indagine della Dda (la Direzione distrettuale antimafia) di Reggio Calabria su Roberto Recordare, affarista di Palmi, robusti legami con le ‘ndrine locali e relazioni internazionali soprattutto nei paradisi bancari e fiscali (“La Stampa”, 28 novembre). E la leva operativa è una società di software e di servizi informatici basata a Malta e dal nome esemplare, Golem (il mitologico gigante d’argilla senz’anima né intelligenza ma con una forza smisurata, obbediente agli ordini del suo padrone).

Sono tanti, 500 miliardi. Il 30 per cento del Pil, il prodotto lordo italiano annuo. O anche più del doppio delle somme messe a disposizione per l’Italia dal Recovery Fund della Ue, il piano che in cinque anni dovrebbe portarci fuori dalla crisi del Covid e dalla recessione. O, per fare l’ultimo paragone, l’equivalente, più o meno, della capitalizzazione (cioè del valore delle azioni) delle prime 25 società quotate alla Borsa di Milano (Enel, Eni, Banca intesa, Fca, Poste, etc.).

I paragoni sono, naturalmente, un’approssimazione scientificamente non rigorosa. Ma servono, comunque, per dare ai lettori l’idea di una terribile, drammatica forza economica che le mafie continuano ad accumulare grazie alle loro attività illegali (droga, traffici di esseri umani, armi, riciclaggio di rifiuti inquinanti, scommesse clandestine, speculazioni su appalti e servizi pubblici, etc.) e i cui proventi reinvestono anche in attività apparentemente lecite, stravolgendo i mercati, gli affari legali, le attività delle imprese regolari, il funzionamento delle pubbliche amministrazioni. In sintesi: 500 miliardi di ‘ndrangheta, camorra e mafia siciliana per danneggiare la nostra vita e il nostro lavoro, l’ambiente in cui viviamo, la salute, il futuro dei nostri figli. Ricchezza abnorme di mafia per morire di mafia.

Le indagini (ricche di intercettazioni da cui risultato dati, schemi di investimento, collaborazioni ma anche minacce e una risata di scherno per Caruana Galizia, la giornalista maltese assassinata mentre indagava sugli affari dei clan mafiosi a Malta) diranno nel tempo come funzionava esattamente il giro criminale di Recordare e dei suoi complici. E forse il lavoro dei magistrati e degli inquirenti consentirà di sequestrare e confiscare parte di quel patrimonio fondato su affari illeciti.

Quei 500 miliardi di cui si parla sono calcolati su una serie di operazioni dagli anni Ottanta del Novecento a oggi. E sono solo una parte di quella che gli studiosi chiamano “Mafia Spa”, un mostro economico con ricavi che la Commissione antimafia presieduta da Giuseppe Pisanu (dal 2008 al 2013) valutava in 150 miliardi all’anno e con un valore complessivo di 1.700 miliardi. Stime, naturalmente, visto che nessuno è in grado di fare esattamente i conti in tasca ai boss criminali. Ma, probabilmente, stime per difetto. Di sicuro, valori abnormi. Una minaccia incombente, per l’economia e la stessa tenuta della società e della democrazia, di cui non c’è, purtroppo, un’esatta percezione di rischio da parte dell’opinione pubblica e del mondo politico.

Quel dato, i 500 miliardi di Recordare, dobbiamo ben tenerlo a mente proprio adesso che la magistratura e la Dna (la Direzione nazionale antimafia) lanciano un nuovo allarme: le cosche calabresi, siciliane e campane si stanno muovendo per approfittare della crisi Covid, mettere le mani su migliaia di imprese in difficoltà e cercare di lucrare anche sui finanziamenti pubblici nazionali e della Ue.

Le organizzazioni criminali, sostiene la Dna, nella relazione 2019 ampliata sino al settembre 2020, “hanno saputo cogliere il carattere dell’estrema urgenza nella tutela della salute pubblica, subentrando, anche attraverso la precostituzione di reticolate schermature societarie, nelle procedute pubbliche dirette all’affidamento delle forniture di beni e servizi, anche in deroga alle norme previste dal Codice degli appalti” (“Il Sole24Ore”, 27 novembre).

La ‘ndrangheta ha fatto da anni esperienza in iniziative speculative ai danni della sanità calabrese, oramai un clamoroso esempio di dissesto, tra alti costi e bassa qualità dei servizi (e finalmente il governo, dopo indecisioni ed errori che hanno sfiorato il ridicolo, ha nominato come commissario alla sanità in Calabria Guido Longo, ex questore ed ex prefetto, una vita professionale spesa a combattere le organizzazioni mafiose calabresi e siciliane). Poi si è allargata in Lombardia e in altre regioni del Nord, avendo proprio i servizi e le forniture sanitarie (accanto al traffico illecito dei rifiuti) come nuovo ambito preferito di investimenti e di affari carichi di ombre. La crisi Covid e le necessarie procedure d’urgenza d’intervento sono, per i criminali mafiosi, condizioni favorevoli di espansione. Ed è dunque necessario tenere alta la guardia sulle presenze dei clan, per evitare che, inquinando appalti e servizi, facciano gravissimi danni alla salute e all’economia.

C’è un secondo aspetto, che rivela la pericolosità eversiva delle attività della ‘ndrangheta e delle altre consorterie mafiose: la razzia di imprese in difficoltà. Con intermediari che si presentano con i soldi in mano per acquisire partecipazioni di aziende in crisi, soprattutto nel settore terziario commerciale (ristoranti, bar, alberghi). Lo rivela una ricerca su “La criminalità ai tempi del Covid”, condotta dalla Camera di Commercio di Milano, Lodi, Monza e Brianza, che mostra come, rispetto al giugno scorso, siano raddoppiate le “proposte irrituali”, cioè quelle di aiuto economico per rastrellare imprese con offerte equivalenti a una parte molto bassa del valore dell’impresa. La crisi di liquidità e, spesso, le difficoltà nei rapporti con le banche e con le strutture che erogano i finanziamenti pubblici lasciano molto imprenditori, in solitudine, esposti alle pressioni di aiuto mafioso.

Il fenomeno è da tempo all’attenzione della Procura antimafia milanese guidata con grande efficacia da Alessandra Dolci: “E’ importante denunciare. Ma finora questo continua a non avvenire, mentre abbiamo diversi esempi di acquiescenza, cioè di figure dell’economia legale che si sono messe a disposizione delle organizzazioni criminali” (“Corriere della Sera”, 27 novembre).

Di questi rischi, sono perfettamente consapevoli le organizzazioni imprenditoriali, che insistono oramai da anni sulle campagne di sensibilizzazione degli imprenditori sui rischi della presenza mafiosa nell’economia e sulla necessità di un chiaro e collettivo impegno antimafia. “La cultura d’impresa è la responsabilità per la legalità. È stare in prima linea nell’azione contro la mafia, che ha ancora oggi un’allarmante attualità. Su questo tema dobbiamo rafforzare il nostro impegno, con tutti gli attori sociali ed economici che hanno a cuore la libertà. E con una vera regia europea, perché la mafia oggi non conosce confini”, ha detto, con molta chiarezza, Alessandro Spada, presidente di Assolombarda, all’assemblea dell’associazione, a metà ottobre. E nuove iniziative si preparano.