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La legalità come cardine di concorrenza e sviluppo

La legalità è un principio base della concorrenza”, una condizione “basilare per il buon funzionamento del mercato”. Il giudizio, pubblicato su “Il Sole24Ore” del 19 giugno, è di Paola Severino, ex ministro della Giustizia del governo Monti, avvocato che gode di grande stima nei difficili mondi della magistratura, delle professioni forensi e delle imprese. Un giudizio importante, che testimonia di una profonda svolta innanzitutto culturale che sta caratterizzando da qualche tempo ampi settori dell’economia e che lascia segni forti su una nuova cultura d’impresa, che lega sempre più strettamente legalità con competitività, stimolo agli investimenti interni e internazionali, buoni risultati economici d’impresa e di sistema Paese. Legalità come chiave di sviluppo, dunque. E mercato trasparente e ben regolato come strumento dinamico di selezione dei migliori attori economici e di stimolo a una “crescita di qualità”.

Di “legalità” come valore e come asset di crescita sostenibile parla oramai da tempo Assolombarda (un tema di primo piano, negli impegni del Comitato di Presidenza, sia sotto la guida di Alberto Meomartini sia adesso sotto quella, appena avviata, di Gianfelice Rocca), collegandola alla cultura d’impresa e soprattutto alla “corporate social responsibility”, a un modo di costruire l’identità aziendale e le sue relazioni con tutti gli stakeholders, in cerca di buoni risultati economici, aziendali e generali, in chiave di sostenibilità ambientale e sociale. E di migliori rapporti tra imprese e magistratura, appunto in chiave di legalità e competitività, di qualità dello sviluppo e della vita civile, si è discusso proprio di recente all’avvio dei corsi della Scuola Superiore della Magistratura a Scandicci, sulle colline di Firenze, per i giovani magistrati di fresca nomina subito dopo la vittoria del concorso. Una significativa scelta di dialogo, promossa dal presidente della scuola, il professor Valerio Onida, nel segno del confronto tra mondi diversi e di un miglioramento della cultura economica complessiva del Paese.

Da che punto di vista, guardare alla legalità? Per esempio, da quello della relazione perversa tra eccesso di leggi e regolamenti e loro sostanziale scarso rispetto (“Un diritto dei mercati e dell’impresa ricco di norme ma pressocché privo di principi”, secondo il tagliente giudizio di un giurista come Guido Rossi). Da quello dell’inquinamento delle attività economiche da parte della mafia e delle altre organizzazioni criminali, diffuse su tutto il territorio italiano. O ancora da quello della concorrenza sleale portata dall’economia del “sommerso” e dalla persistenza di ampie aree di evasione fiscale. Oppure dal punto di vista della scarsa efficienza ed efficacia di una macchina giudiziaria complessa e lenta, che non risponde al bisogno di giustizia civile e penale in tempi ragionevoli, con pronunciamenti chiari e di qualità. E del cattivo funzionamento della giustizia e dunque della crisi dei mercati ben regolati si avvantaggia l’attore economico più spregiudicato, prepotente, illegale. Ai danni di tutta la buona economia nazionale.

Un riferimento essenziale sulla rilevanza di una strategia convergente legalità-competitività si può rintracciare anche nella relazione annuale del presidente dell’Antitrust, dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, Giuseppe Pitruzzella, autore appunto di un richiamo netto sulle valenze economiche della legalità. Commenta Paola Severino: “Se questo richiamo verrà inteso dai settori più sensibili e reattivi dell’economia non già e non solo come un incoraggiamento etico, ma come l’instaurarsi di un vero e proprio circolo virtuoso, utile alla crescita dell’impresa, molto cammino si sarà fatto verso un modello di concorrenza leale”.  L’impresa rispettosa delle regole è più forte, più adatta a competere anche su mercati internazionali più evoluti e meno “familisti” e clientelari di quel che si registra in monti ambienti italiani. E va probabilmente valorizzato, in questa direzione, anche un orizzonte “premiale” per le imprese virtuose, con l’introduzione, nel decreto “Cresci Italia”, del cosiddetto “rating di legalità”, da usare per le relazioni tra impresa, strutture del credito e pubblica amministrazione. Spiega ancora la Severino: “La tempestività con cui l’Antitrust ha adottato il regolamento esecutivo il regolamento esecutivo ed il Ministrero della Giustizia ha a suo tempo  emanato il decreto attuativo, sono il segnale di quanto questo istituto sia stato ritenuto importante per consolidare la fiducia in una economia sana, in un mercato che incoraggia la legalità e combatte l’infiltrazione di criminalità organizzata, di corruzione, di reati fiscali e societari. Illeciti che consentono facili guadagni erodendo la parte sana del settore e cagionando danni irreparabili all’immagine del Paese e della professionalità dei suoi migliori imprenditori”.

Istituzioni pronte a mettere in piedi un sistema di misurazione della legalità. E imprese sensibili all’importanza di ottenere un buon rating. Conclude la Severino: “Il dato confortante sul numero di richieste di valutazione pervenute in poco tempo all’Autorità dimostra che lo strumento è ritenuto utile da quanti hanno compreso che il fenomeno più dannoso per l’economia del Paese è quello della concorrenza sleale, in cui non vince il migliore, ma chi si ritiene più furbo degli altri, chi cerca di percorrere le scorciatorie dell’illegalità, chi taglia l’erba sotto i piedi delle imprese virtuose.  Solo una diffusa consapevolezza dell’entità e della irreparabilità di questi danni potrà costituire un valido baluardo contro l’illegalità e far emergere quanti continuano a credere e a crescere nel merito”. Buoan cultura d’impresa di mercato, dunque. Legale.