Economia e sostenibilità, l’equilibrio come metodo da seguire
Un lavoro di ricerca condotto all’Università Sapienza mette in luce i vincoli da rispettare
Integrare i processi di sostenibilità nell’organizzazione dell’impresa. Compito fondamentale, ormai, per pressoché tutte le aziende. E compito mai facile. Questione di equilibri tra elementi diversi dell’organizzazione della produzione, ma anche di persone e quindi di esperienze professionali. In una parola, questione di cultura d’impresa che deve non solo farsi ma anche adattarsi.
Attorno a questo nodo di temi ha ragionato Ilenia Ceglia con la sua tesi di dottorato di ricerca discussa presso il dipartimento di management dell’Università Sapienza di Roma.
“Equilibrio tra pressioni economiche, sociali e ambientali: una visione paradossale per la sostenibilità” è la sintesi di un lungo lavoro che ha cercato di unire teoria e pratica d’impresa sui processi legati alla sostenibilità. In particolare, la ricerca si è focalizzata sui temi della gestione della sostenibilità d’impresa e della misurazione delle performance ambientali, sociali e di competitività aziendale. Capitoli importanti di un tema generale declinati attraverso alcuni passaggi come la rendicontazione sociale e di sostenibilità, la valutazione delle performance di sostenibilità d’impresa, l’analisi socioeconomica, il coinvolgimento degli stakeholder, la gestione dei rischi non finanziari e la progettazione di “punti chiave” (KPI) per sistemi di monitoraggio della sostenibilità d’impresa.
La ricerca si articola in una prima parte di inquadramento teorico e in altre due dedicate rispettivamente ad un’impresa alimentare e ad una siderurgica nelle quali la teoria viene “provata”.
In generale, la ricerca dimostra la necessità assoluta di integrare con attenzione ed efficacia gli obiettivi di crescita economica con quelli di attenzione all’ambiente: un percorso in continua evoluzione, nel quale l’equilibrio tra le singole parti gioca un ruolo fondamentale.
Ilenia Ceglia
Tesi, Università Sapienza, Facoltà di Economia Dipartimento di Management Dottorato di ricerca in Management, Banking and Commodity Sciences XXXVII Ciclo, 2025
Un lavoro di ricerca condotto all’Università Sapienza mette in luce i vincoli da rispettare
Integrare i processi di sostenibilità nell’organizzazione dell’impresa. Compito fondamentale, ormai, per pressoché tutte le aziende. E compito mai facile. Questione di equilibri tra elementi diversi dell’organizzazione della produzione, ma anche di persone e quindi di esperienze professionali. In una parola, questione di cultura d’impresa che deve non solo farsi ma anche adattarsi.
Attorno a questo nodo di temi ha ragionato Ilenia Ceglia con la sua tesi di dottorato di ricerca discussa presso il dipartimento di management dell’Università Sapienza di Roma.
“Equilibrio tra pressioni economiche, sociali e ambientali: una visione paradossale per la sostenibilità” è la sintesi di un lungo lavoro che ha cercato di unire teoria e pratica d’impresa sui processi legati alla sostenibilità. In particolare, la ricerca si è focalizzata sui temi della gestione della sostenibilità d’impresa e della misurazione delle performance ambientali, sociali e di competitività aziendale. Capitoli importanti di un tema generale declinati attraverso alcuni passaggi come la rendicontazione sociale e di sostenibilità, la valutazione delle performance di sostenibilità d’impresa, l’analisi socioeconomica, il coinvolgimento degli stakeholder, la gestione dei rischi non finanziari e la progettazione di “punti chiave” (KPI) per sistemi di monitoraggio della sostenibilità d’impresa.
La ricerca si articola in una prima parte di inquadramento teorico e in altre due dedicate rispettivamente ad un’impresa alimentare e ad una siderurgica nelle quali la teoria viene “provata”.
In generale, la ricerca dimostra la necessità assoluta di integrare con attenzione ed efficacia gli obiettivi di crescita economica con quelli di attenzione all’ambiente: un percorso in continua evoluzione, nel quale l’equilibrio tra le singole parti gioca un ruolo fondamentale.
Ilenia Ceglia
Tesi, Università Sapienza, Facoltà di Economia Dipartimento di Management Dottorato di ricerca in Management, Banking and Commodity Sciences XXXVII Ciclo, 2025
Gestione d’impresa, cuore e tecnica
Pubblicato da poco un “manuale” per affrontare la complessità del presente nelle aziende
Affrontare la complessità e la velocità del presente in modo avveduto e attento, efficace ed efficiente. Compito di tutti gli imprenditori e manager alle prese con la gestione delle imprese. Compito più difficile oggi, forse, di ieri. Ma compito sempre presente, e per ogni categoria d’impresa. Per affrontarlo, servono preparazione tecnica e capacità umana: serve, in altri termini, una cultura d’impresa sempre aggiornata. Leggere “Pensiero e approccio strategico. Patrimonio comune dell’impresa” libro appena pubblicato a cura di Marco Vitale e Vittorio Coda (economista d’impresa il primo e “padre” dell’insegnamento di strategia aziendale il secondo), serve proprio a questo scopo.
Nato dall’esperienza di un’Academy organizzata da Vitale Zane & Co., il libro raccoglie i contributi di alcuni tra i più autorevoli maestri dell’economia e della gestione d’impresa italiana per offrire agli imprenditori metodi, prospettive e responsabilità sociale. Detto in altri termini, la raccolta di saggi contenuti nel libro, cerca di essere una guida indispensabile per chi desidera non solo comprendere, ma anche praticare un’arte strategica in continua evoluzione. Una sorta di “cassetta degli attrezzi” non del buon economista, ma del buon imprenditore e manager.
L’opera corale, ma fortemente coesa, offre una riflessione profonda e soprattutto interdisciplinare sul mondo produttivo e manageriale, cercando di promuovere una visione del fare impresa che sia civile, consapevole e coraggiosa.
Un traguardo di non poco conto soprattutto oggi. E un traguardo per il raggiungimento del quale gli autori mettono insieme cognizioni e approcci in cui psicologia, organizzazione e strategia si intrecciano. Il risultato si sforza di essere un modello nuovo utile per affrontare le sfide contemporanee e abbracciare l’incertezza come opportunità di crescita.
Chi legge, viene quindi guidato lungo un percorso che inizia con uno sguardo al passato “per vedere avanti” cioè con un esame attento di quanto fino ad oggi è stato prodotto dal tema (sia livello internazionale che italiano). Successivamente, vengono presi in considerazione due primi casi aziendali. La seconda parte del libro inizia con un compito – tradurre la strategia in azione – per passare poi alla declinazione della formazione continua quale strumento principale di crescita. Il libro, quindi, continua con una serie di approfondimenti: lo sviluppo “per linee esterne”, il ruolo dell’innovazione, il ruolo dell’intelligenza artificiale, quello della ricerca, il tema della sostenibilità e dell’ambiente, il contributo della psicologia, la necessità di mantenere sempre un “pensiero critico”, le influenze delle condizioni e delle dimensioni d’impresa. Ogni volta si presenti l’utilità, un caso aziendale illustra il ragionamento teorico. Il libro su conclude con due capitoli dei curatori, caratterizzati ognuno da tre vocaboli chiave: “il senso, lo scopo, il perché” (di Vittorio Coda) e “sostenibilità, equità, responsabilità” (scritto da Marco Vitale).
Quanto dato alle stampe da Vitale e Coda non è certo qualcosa da leggere alla leggera, ma è sicuramente una vera guida per i tempi moderni delle imprese.
Pensiero e approccio strategico. Patrimonio comune dell’impresa
Marco Vitale e Vittorio Coda (a cura di)
Guerini NEXT, 2025






Pubblicato da poco un “manuale” per affrontare la complessità del presente nelle aziende
Affrontare la complessità e la velocità del presente in modo avveduto e attento, efficace ed efficiente. Compito di tutti gli imprenditori e manager alle prese con la gestione delle imprese. Compito più difficile oggi, forse, di ieri. Ma compito sempre presente, e per ogni categoria d’impresa. Per affrontarlo, servono preparazione tecnica e capacità umana: serve, in altri termini, una cultura d’impresa sempre aggiornata. Leggere “Pensiero e approccio strategico. Patrimonio comune dell’impresa” libro appena pubblicato a cura di Marco Vitale e Vittorio Coda (economista d’impresa il primo e “padre” dell’insegnamento di strategia aziendale il secondo), serve proprio a questo scopo.
Nato dall’esperienza di un’Academy organizzata da Vitale Zane & Co., il libro raccoglie i contributi di alcuni tra i più autorevoli maestri dell’economia e della gestione d’impresa italiana per offrire agli imprenditori metodi, prospettive e responsabilità sociale. Detto in altri termini, la raccolta di saggi contenuti nel libro, cerca di essere una guida indispensabile per chi desidera non solo comprendere, ma anche praticare un’arte strategica in continua evoluzione. Una sorta di “cassetta degli attrezzi” non del buon economista, ma del buon imprenditore e manager.
L’opera corale, ma fortemente coesa, offre una riflessione profonda e soprattutto interdisciplinare sul mondo produttivo e manageriale, cercando di promuovere una visione del fare impresa che sia civile, consapevole e coraggiosa.
Un traguardo di non poco conto soprattutto oggi. E un traguardo per il raggiungimento del quale gli autori mettono insieme cognizioni e approcci in cui psicologia, organizzazione e strategia si intrecciano. Il risultato si sforza di essere un modello nuovo utile per affrontare le sfide contemporanee e abbracciare l’incertezza come opportunità di crescita.
Chi legge, viene quindi guidato lungo un percorso che inizia con uno sguardo al passato “per vedere avanti” cioè con un esame attento di quanto fino ad oggi è stato prodotto dal tema (sia livello internazionale che italiano). Successivamente, vengono presi in considerazione due primi casi aziendali. La seconda parte del libro inizia con un compito – tradurre la strategia in azione – per passare poi alla declinazione della formazione continua quale strumento principale di crescita. Il libro, quindi, continua con una serie di approfondimenti: lo sviluppo “per linee esterne”, il ruolo dell’innovazione, il ruolo dell’intelligenza artificiale, quello della ricerca, il tema della sostenibilità e dell’ambiente, il contributo della psicologia, la necessità di mantenere sempre un “pensiero critico”, le influenze delle condizioni e delle dimensioni d’impresa. Ogni volta si presenti l’utilità, un caso aziendale illustra il ragionamento teorico. Il libro su conclude con due capitoli dei curatori, caratterizzati ognuno da tre vocaboli chiave: “il senso, lo scopo, il perché” (di Vittorio Coda) e “sostenibilità, equità, responsabilità” (scritto da Marco Vitale).
Quanto dato alle stampe da Vitale e Coda non è certo qualcosa da leggere alla leggera, ma è sicuramente una vera guida per i tempi moderni delle imprese.
Pensiero e approccio strategico. Patrimonio comune dell’impresa
Marco Vitale e Vittorio Coda (a cura di)
Guerini NEXT, 2025
Il soft power delle imprese italiane: cultura e qualità per rilanciare territori industriali e high tech digitale
C’è un vero e proprio soft power che sta alla base della capacità competitiva dell’industria italiana sui mercati internazionali. È fatto di qualità, bellezza e funzionalità dei nostri prodotti, di creatività e innovazione, di design, di cura per la sostenibilità ambientale e sociale. Di una vera e propria “cultura politecnica” capace di originali sintesi tra saperi umanistici e conoscenze scientifiche. E di una straordinaria attrattività del Made in Italy e dell’Italia in generale non solo per gli investimenti finanziari, ma anche per le scelte d’impegno di imprenditori, manager, scienziati, tecnologi e studenti che cominciano sempre più spesso a considerare l’Italia come “the place to be”, parafrasando la brillante definizione data dal “New York Times” su Milano nel 2015, al tempo dello splendore dell’Expo.
Vale la pena ricordarsene non solo in omaggio intellettuale a Joseph S. Nye, uno dei maggiori politologi dei nostri tempi inquieti, scomparso ai primi di maggio (il soft power come diplomazia culturale, capacità di relazioni positive, attrattività, empatia fondata sulla leva degli interessi e dei valori condivisi, invece dell’esibizione prepotente della forza politica e militare). Ma anche, pragmaticamente, per farne la base di una vera e propria politica industriale italiana in chiave europea, in grado di salvare e rilanciare la nostra manifattura e le economie collegate (servizi high tech, logistica, finanza d’impresa, ricerca scientifica, design e tecnologie, formazione) e di consolidare la nostra anima profonda e ben radicata di grande paese industriale.
Serve infatti un “Piano Industriale Straordinario” per rilanciare l’economia europea e nazionale, per dirla con le parole del presidente di Confindustria Emanuele Orsini all’Assemblea nazionale dell’Associazione a Bologna. Tre o anche cinque anni di investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali e di sostegni legislativi e fiscali agli investimenti privati. Tagli robusti al costo dell’energia per le imprese, ben maggiore che nel resto d’Europa e dunque tale da abbattere i nostri margini di competitività. Riforme antiburocrazia a Roma e Bruxelles, ma anche nelle regioni (i “dazi interni” all’Europa, un pesante limite allo sviluppo e all’innovazione). Scelte politiche ed economiche per un vero “Mercato unico” europeo, a cominciare da quello dei capitali e per una maggiore e migliore competitività (il che vuol dire dare rapida attuazione ai Piani firmati da Mario Draghi ed Enrico Letta e presentati e accolti positivamente dalle autorità Ue: un altro esempio del soft power italiano, no?).
Buona politica, insomma, nel doppio e convergente significato di policy e politics (le strategie e i progetti, tradotti poi in atti di governo, leggi, provvedimenti amministrativi). E lungimiranti scelte per avere “più Europa” e una “Europa migliore”, anche dal punto di vista delle regole di governance, più rapide ed efficaci, liberandosi, tranne casi eccezionali, dei vincoli dell’unanimità. E affrontando più risolutamente, semmai, le sfide geopolitiche e tecnologiche in corso, con maggiore spazio per una cultura “europea”, diversa dalle dominanze di Usa e Cina ma forse più equilibrata di fronte agli altri attori della scena internazionale (rieccoci, anche da questo punto di vista, al primato del soft power, a una sua riedizione per questi turbolenti Anni Duemila).
Spostando lo sguardo dalla geopolitica ai problemi e alle qualità competitive delle nostre imprese, si può provare a fare questo ragionamento, sulle caratteristiche del sistema produttivo, un vero e proprio “capitale sociale positivo” che coinvolge manifatture e territori, centri di ricerca e università, radici storiche e costruzione del futuro, un orizzonte da “avvenire della memoria” e di costruzione di fiducia e speranza per le nuove generazioni.
Se ne parlerà, anche quest’anno, al Seminario estivo di Symbola, a Mantova, a metà giugno, seguendo la suggestione di una indicazione strategica e valoriale, “Se l’Italia fa l’Italia”… e parlando di “sostenibilità, Europa e futuro” e dunque di produttività, lavoro, trasformazioni sociali, economia della conoscenza e di Intelligenza Artificiale legata all’impresa, alla ricerca scientifica e alla qualità della vita. Un convengo di persone d’impresa, di cultura e di impegno sociale e civile, né apocalittiche né integrate, ma pronte criticamente ad accettare la sfida del confronto con “la modernità” e con i temi della sicurezza, dello sviluppo, della cultura del mercato e, più in generale, della democrazia economica.
Proprio il “saper fare” delle imprese, da questo punto di vista, è uno straordinario punto di forza, ancora più prezioso in tempi di difficoltà e tensioni. E va accompagnato da una dimensione complementare, quella del “far sapere”. Costruendo, cioè, un nuovo e migliore racconto delle caratteristiche e delle qualità delle imprese, che valorizzi il loro essere non solo attori economici capaci di reggere le sfide di mercati sempre più selettivi e severi, ma anche attori sociali e culturali, componenti essenziali di una comunità che ha radici nei territori produttivi e sguardo largo sul mondo. Un racconto, ancora, che sappia esprimere il valore di una sintesi originale tra competitività e inclusione, attenzione alla produttività ma anche sofisticata etica d’impresa: una “morale del tornio” che merita una migliore valorizzazione.
Il punto di rilancio sta nel rafforzamento e nello sviluppo di un’idea che da tempo assume peso crescente nella strategia dei valori imprenditoriali e confindustriali: fare impresa significa fare cultura, se cultura è non solo letteratura e arti figurative, musica e teatro, cinema e fotografia ma anche l’universo dei saperi scientifici e delle conoscenze tecnologiche, dell’economia e delle relazioni professionali nel mondo del lavoro.
Cultura è infatti, una nuova formula chimica, un dinamico processo di produzione meccanico e meccatronico (rileggere “Il sistema periodico” e “La chiave a stella” di Primo Levi, per averne conferma), un brevetto o un nuovo materiale industriale high tech, l’architettura di una fabbrica sostenibile (la sicurezza sul lavoro ne è pilastro portante), un algoritmo dell’Intelligenza Artificiale che migliora la ricerca per prodotti d’avanguardia o una molecola farmaceutica che innova profondamente il mondo delle life sciences, con ricadute positive sulla salute e la qualità della vita di milioni di persone.
Il punto di riferimento di questa idea di cultura d’impresa può stare in una frase famosa di Gio Ponti, intelligenza tra le più creative e produttive dell’architettura e del design: “In Italia l’arte si è innamorata dell’industria. Ecco perché l’industria è un fatto culturale”.
“Fabbriche aperte”, dunque, come obiettivo di percorsi già sperimentati (da Federchimica, oramai da tempo, ma anche in Piemonte, nel Nord Est e in Puglia, nel Giorno delle Piccole Imprese e nelle tante attività di Museimpresa). Di raccordi, con la Giornata del Made in Italy promossa, a metà aprile, dal ministero dell’Industria. E di organizzazione di nuove iniziative, in coincidenza con l’apertura della Settimana della Cultura d’Impresa, a metà novembre. Spirito di comunità e capitale sociale, appunto.
Imprese aperte al pubblico degli stakeholders e alle scuole, fin dagli istituti primari, agli appassionati del turismo industriale (è sempre più interessante vedere dove e come si producono gli oggetti del miglior Made in Italy) ma anche alle donne e agli uomini che per professione raccontano e documentano, scrittori e registi, fotografi e attori. Per costruire così una nuova e più reale rappresentazione della qualità e della sostenibilità, ambientale e sociale, delle nostre imprese. E contribuire a superare quella cultura anti-industriale e anti-scientifica e tecnologica purtroppo ancora tanto diffusa nel nostro Paese.
È un’operazione ambiziosa di quella “cultura politecnica” di cui abbiamo detto, ben oltre le rappresentazioni autoreferenziali e retoriche del tradizionale storytelling. E una scelta strategica che sostiene e rafforza le capacità competitive del sistema produttivo: storia e memoria, bellezza e qualità, creatività e tecnologia d’avanguardia come componenti essenziali di un “orgoglio industriale” che rilancia il Made in Italy a livello globale. Il nostro soft power, appunto.
(foto Getty Images)






C’è un vero e proprio soft power che sta alla base della capacità competitiva dell’industria italiana sui mercati internazionali. È fatto di qualità, bellezza e funzionalità dei nostri prodotti, di creatività e innovazione, di design, di cura per la sostenibilità ambientale e sociale. Di una vera e propria “cultura politecnica” capace di originali sintesi tra saperi umanistici e conoscenze scientifiche. E di una straordinaria attrattività del Made in Italy e dell’Italia in generale non solo per gli investimenti finanziari, ma anche per le scelte d’impegno di imprenditori, manager, scienziati, tecnologi e studenti che cominciano sempre più spesso a considerare l’Italia come “the place to be”, parafrasando la brillante definizione data dal “New York Times” su Milano nel 2015, al tempo dello splendore dell’Expo.
Vale la pena ricordarsene non solo in omaggio intellettuale a Joseph S. Nye, uno dei maggiori politologi dei nostri tempi inquieti, scomparso ai primi di maggio (il soft power come diplomazia culturale, capacità di relazioni positive, attrattività, empatia fondata sulla leva degli interessi e dei valori condivisi, invece dell’esibizione prepotente della forza politica e militare). Ma anche, pragmaticamente, per farne la base di una vera e propria politica industriale italiana in chiave europea, in grado di salvare e rilanciare la nostra manifattura e le economie collegate (servizi high tech, logistica, finanza d’impresa, ricerca scientifica, design e tecnologie, formazione) e di consolidare la nostra anima profonda e ben radicata di grande paese industriale.
Serve infatti un “Piano Industriale Straordinario” per rilanciare l’economia europea e nazionale, per dirla con le parole del presidente di Confindustria Emanuele Orsini all’Assemblea nazionale dell’Associazione a Bologna. Tre o anche cinque anni di investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali e di sostegni legislativi e fiscali agli investimenti privati. Tagli robusti al costo dell’energia per le imprese, ben maggiore che nel resto d’Europa e dunque tale da abbattere i nostri margini di competitività. Riforme antiburocrazia a Roma e Bruxelles, ma anche nelle regioni (i “dazi interni” all’Europa, un pesante limite allo sviluppo e all’innovazione). Scelte politiche ed economiche per un vero “Mercato unico” europeo, a cominciare da quello dei capitali e per una maggiore e migliore competitività (il che vuol dire dare rapida attuazione ai Piani firmati da Mario Draghi ed Enrico Letta e presentati e accolti positivamente dalle autorità Ue: un altro esempio del soft power italiano, no?).
Buona politica, insomma, nel doppio e convergente significato di policy e politics (le strategie e i progetti, tradotti poi in atti di governo, leggi, provvedimenti amministrativi). E lungimiranti scelte per avere “più Europa” e una “Europa migliore”, anche dal punto di vista delle regole di governance, più rapide ed efficaci, liberandosi, tranne casi eccezionali, dei vincoli dell’unanimità. E affrontando più risolutamente, semmai, le sfide geopolitiche e tecnologiche in corso, con maggiore spazio per una cultura “europea”, diversa dalle dominanze di Usa e Cina ma forse più equilibrata di fronte agli altri attori della scena internazionale (rieccoci, anche da questo punto di vista, al primato del soft power, a una sua riedizione per questi turbolenti Anni Duemila).
Spostando lo sguardo dalla geopolitica ai problemi e alle qualità competitive delle nostre imprese, si può provare a fare questo ragionamento, sulle caratteristiche del sistema produttivo, un vero e proprio “capitale sociale positivo” che coinvolge manifatture e territori, centri di ricerca e università, radici storiche e costruzione del futuro, un orizzonte da “avvenire della memoria” e di costruzione di fiducia e speranza per le nuove generazioni.
Se ne parlerà, anche quest’anno, al Seminario estivo di Symbola, a Mantova, a metà giugno, seguendo la suggestione di una indicazione strategica e valoriale, “Se l’Italia fa l’Italia”… e parlando di “sostenibilità, Europa e futuro” e dunque di produttività, lavoro, trasformazioni sociali, economia della conoscenza e di Intelligenza Artificiale legata all’impresa, alla ricerca scientifica e alla qualità della vita. Un convengo di persone d’impresa, di cultura e di impegno sociale e civile, né apocalittiche né integrate, ma pronte criticamente ad accettare la sfida del confronto con “la modernità” e con i temi della sicurezza, dello sviluppo, della cultura del mercato e, più in generale, della democrazia economica.
Proprio il “saper fare” delle imprese, da questo punto di vista, è uno straordinario punto di forza, ancora più prezioso in tempi di difficoltà e tensioni. E va accompagnato da una dimensione complementare, quella del “far sapere”. Costruendo, cioè, un nuovo e migliore racconto delle caratteristiche e delle qualità delle imprese, che valorizzi il loro essere non solo attori economici capaci di reggere le sfide di mercati sempre più selettivi e severi, ma anche attori sociali e culturali, componenti essenziali di una comunità che ha radici nei territori produttivi e sguardo largo sul mondo. Un racconto, ancora, che sappia esprimere il valore di una sintesi originale tra competitività e inclusione, attenzione alla produttività ma anche sofisticata etica d’impresa: una “morale del tornio” che merita una migliore valorizzazione.
Il punto di rilancio sta nel rafforzamento e nello sviluppo di un’idea che da tempo assume peso crescente nella strategia dei valori imprenditoriali e confindustriali: fare impresa significa fare cultura, se cultura è non solo letteratura e arti figurative, musica e teatro, cinema e fotografia ma anche l’universo dei saperi scientifici e delle conoscenze tecnologiche, dell’economia e delle relazioni professionali nel mondo del lavoro.
Cultura è infatti, una nuova formula chimica, un dinamico processo di produzione meccanico e meccatronico (rileggere “Il sistema periodico” e “La chiave a stella” di Primo Levi, per averne conferma), un brevetto o un nuovo materiale industriale high tech, l’architettura di una fabbrica sostenibile (la sicurezza sul lavoro ne è pilastro portante), un algoritmo dell’Intelligenza Artificiale che migliora la ricerca per prodotti d’avanguardia o una molecola farmaceutica che innova profondamente il mondo delle life sciences, con ricadute positive sulla salute e la qualità della vita di milioni di persone.
Il punto di riferimento di questa idea di cultura d’impresa può stare in una frase famosa di Gio Ponti, intelligenza tra le più creative e produttive dell’architettura e del design: “In Italia l’arte si è innamorata dell’industria. Ecco perché l’industria è un fatto culturale”.
“Fabbriche aperte”, dunque, come obiettivo di percorsi già sperimentati (da Federchimica, oramai da tempo, ma anche in Piemonte, nel Nord Est e in Puglia, nel Giorno delle Piccole Imprese e nelle tante attività di Museimpresa). Di raccordi, con la Giornata del Made in Italy promossa, a metà aprile, dal ministero dell’Industria. E di organizzazione di nuove iniziative, in coincidenza con l’apertura della Settimana della Cultura d’Impresa, a metà novembre. Spirito di comunità e capitale sociale, appunto.
Imprese aperte al pubblico degli stakeholders e alle scuole, fin dagli istituti primari, agli appassionati del turismo industriale (è sempre più interessante vedere dove e come si producono gli oggetti del miglior Made in Italy) ma anche alle donne e agli uomini che per professione raccontano e documentano, scrittori e registi, fotografi e attori. Per costruire così una nuova e più reale rappresentazione della qualità e della sostenibilità, ambientale e sociale, delle nostre imprese. E contribuire a superare quella cultura anti-industriale e anti-scientifica e tecnologica purtroppo ancora tanto diffusa nel nostro Paese.
È un’operazione ambiziosa di quella “cultura politecnica” di cui abbiamo detto, ben oltre le rappresentazioni autoreferenziali e retoriche del tradizionale storytelling. E una scelta strategica che sostiene e rafforza le capacità competitive del sistema produttivo: storia e memoria, bellezza e qualità, creatività e tecnologia d’avanguardia come componenti essenziali di un “orgoglio industriale” che rilancia il Made in Italy a livello globale. Il nostro soft power, appunto.
(foto Getty Images)
Moravia e la fabbrica, storia d’un film mancato e dei conflitti irrisolti tra industria e letteratura
Raccontare la fabbrica, il lavoro, la creatività e la tecnologia, la fatica e i conflitti, la routine produttiva e le trasformazioni. Fare i conti, insomma, con una civiltà industriale connotata dalle tensioni della complessità e irriducibile allo schema del tradizionale scontro di classe. Entrare dentro tensioni e conflitti, piuttosto, analizzandone tutte le caratteristiche. E, per capirne meglio le sfumature, usare non soltanto gli schemi dell’economia e della sociologia quanto soprattutto quelli della letteratura, delle arti figurative e, perché no? del cinema e della fotografia. Una conversazione, appunto. Per usare una parola cara all’illuminismo (e alla sua dialettica) e poi a Elio Vittorini, lo scrittore che, con “Il Politecnico”, dal 1945 al 1947, aveva provato a rinnovare radicalmente la cultura italiana, legando umanesimo e scienza e lasciando un’impronta profonda sull’editoria e la letteratura.
“Veniamo con voi a conversare…”, aveva scritto Alberto Pirelli, presidente, insieme al fratello Piero, della multinazionale milanese fondata dal padre Giovanni Battista, nell’editoriale del primo numero della Rivista “Pirelli”, nel novembre 1948, un periodico di “informazione e tecnica”. Una conversazione, un confronto aperto e spregiudicato, dunque, durato sino al 1972, sui grandi temi dell’economia e della tecnologia, dell’arte e della scienza, ma anche della politica e delle trasformazioni economiche e sociali, sotto la guida di sofisticati intellettuali come Giuseppe Luraghi, Vittorio Sereni e Leonardo Sinisgalli e con la collaborazione delle principali firme della cultura italiana (Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini, Carlo Emilio Gadda, Gio Ponti, Leonardo Sciascia, Italo Calvino, Umberto Eco, Enzo Biagi, Camilla Cederna e tanti altri ancora).
Era la stagione che, dal dopoguerra della dinamica ricostruzione al boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta, aveva visto tra i protagonisti del dibattito culturale anche le principali riviste aziendali (oltre a quella della Pirelli, la “Civiltà delle Macchine” della Finmeccanica Iri, “Comunità” della Olivetti e “Il gatto selvatico” dell’Eni). E in cui alcuni scrittori, registi, fotografi, artisti avevano provato a fare i conti con la modernità dell’economia, della tecnologia, dell’urbanizzazione, della cultura di massa e delle radicali trasformazioni di consumi e costumi.
All’inizio di quella stagione, tra la primavera e l’estate del 1947, si colloca anche l’incontro tra la Pirelli, il regista Roberto Rossellini e lo scrittore Alberto Moravia, per la realizzazione di un film che avesse al suo centro il racconto dello sviluppo dell’industria, attraverso la rappresentazione delle vicende di una famiglia di operai. Rossellini è entusiasta del progetto. Moravia si mette rapidamente al lavoro e in breve tempo produce un copione, 109 cartelle dattiloscritte attorno alle traversie dei Riva, operai Pirelli, origini contadine ma oramai in fabbrica, alla Bicocca, da tre generazioni, nonno, figlio e tre nipoti (Carlo, Angela e Ida).
Sullo sfondo, la guerra appena finita, la Resistenza contro i nazifascisti e la Liberazione, l’avvio faticoso eppur intenso della democrazia e della ripresa civile e produttiva, l’incrocio difficile tra la forza delle speranze d’una migliore qualità della vita e del lavoro e le prime disillusioni sulla portata del rinnovamento.
Quel film, però, non vedrà mai la luce. Ne resta il copione, a lungo custodito nell’Archivio Storico della Fondazione Pirelli e adesso pubblicato da Bompiani, con il titolo originario, “Questa è la nostra città”, a cura di Alessandra Grandelis e con una postfazione di Giuseppe Lupo.
Cos’era successo? Problemi di alti costi dell’operazione (75 milioni di lire, tanti, in un momento di difficoltà della ripresa, di inflazione e di severa attenzione ai conti). Ma soprattutto di mancata sintonia tra la committenza Pirelli e Moravia.
Il copione, infatti, tiene sullo sfondo la fabbrica e il binomio antifascismo-mondo del lavoro che aveva connotato gli anni milanesi dal ‘43 al ‘45. E si concentra sui conflitti dell’ultima generazione dei Riva, che rifiutano la condizione operaia e i suoi valori e sognano invece vita facile, arricchimento veloce, disinvoltura dei comportamenti, sino al coinvolgimento in affari illegali d’una banda criminale. Con un esito tragico: la morte di Angela. Anima nera. Disperazione.
In una lettera ad Alberto Pirelli, Giuseppe Luraghi, manager e uomo di profonda cultura (sarà, anni dopo, protagonista del successo dell’Alfa Romeo, ma anche raffinato editore) esprime chiare riserve: “A me pare che, trattandosi di un film Pirelli, troppo si insista sui loschi intrighi che, in realtà, finiscono per costituire il fulcro del racconto. La fabbrica rimane estranea e convenzionale, là dove essa dovrebbe costituire non lo sfondo, ma la protagonista della vicenda”.
Il giudizio negativo di Luraghi è ripreso dalla postfazione di Lupo, che commenta: “Quel che non piace a Luraghi è l’essere la fabbrica un luogo che poco incide sulle sorti tanto della gente comune quanto in quelle della nazione” e addirittura “si connota di sfumature latamente immorali, essendo alcuni personaggi collusi con la piccola criminalità di periferia… quasi a suggerire un vincolo tra industrializzazione e malavita, come prezzo da pagare sull’altare della modernità in espansione”.
“Moravia e la fabbrica, storia di un fallimento”, è il titolo della Domenica de “Il Sole24Ore” che pubblica stralci della postfazione di Lupo (18 maggio).
“E Moravia restò fuori dalla fabbrica”, titola il “Corriere della Sera” per un articolo di Paolo Di Stefano (12 maggio) sulla pubblicazione di “Questa è la nostra città”. Nota Di Stefano: “Forse manca, dal soggetto di Moravia, l’ambiente tecnico del lavoro che stava più a cuore al committente, decisamente insoddisfatto, benché la vicenda si concluda, dopo la tragedia, con un’apertura di luce affidata proprio alla fabbrica”.
Ecco, appunto, Moravia: “Le sirene ripetono il loro richiamo. Il treno si allontana sbuffando. I mille rumori della fabbrica in attività, severi, inesorabili quasi, riempiono l’aria. Nella sua maestosa grandezza e potenza, par che la fabbrica livelli ogni cosa, racchiudendola nel suo grande abbraccio. La vita ricomincia – e ricomincia il duro, pesante, ma pur necessario, ma sano, ma benefico, ma benedetto lavoro di tutti i giorni”.
Insiste Lupo: Moravia “pensava a una pellicola imbevuta di neorealismo, secondo i modi di una poetica che in quegli anni intrecciava esistenzialismo e questioni sociali, solitudine e fordismo”. Con un limite: la scarsa conoscenza dell’autore della cultura industriale e del linguaggio operaio: “La periferia milanese non presenta gli stessi caratteri del suburbio romano, ha un’impronta decisamente più civile, è il luogo del proletariato (raccontato da Testori) anziché del sottoproletariato (raccontato da Pasolini)”.
In fin dei conti, una conversazione mancata. E dunque un film mai realizzato.
Restano, nel testo appena pubblicato, la qualità della scrittura moraviana, il suo gusto per le immagini, il sofisticato linguaggio visivo di un intellettuale che ama il cinema. Si perde però il senso profondo del rapporto originale tra letteratura e modernità industriale.
Una sfida mancata che, durante tutta la seconda metà del Novecento, coinvolge gran parte dell’intellettualità contemporanea, eccezion fatta per Vittorini, Sinisgalli e Sereni, gli “olivettiani” (Zorzi, Ottieri, Volponi, per fare solo alcuni nomi) e i collaboratori delle riviste aziendali cui abbiamo fatto cenno. Proprio Giuseppe Lupo ne ha documentato tensioni e cadute in un saggio di grande rilievo, “La modernità malintesa – Una controstoria dell’industria italiana” (Marsilio, 2023).
La questione del rapporto letteratura-modernità resta comunque d’attualità. Perché è davvero necessario costruire una nuova e migliore rappresentazione dell’industria e del lavoro, proprio quando le tecnologie digitali e la coscienza della sostenibilità ambientale e sociale stanno radicalmente cambiando prodotti, sistemi di produzione, commerci e consumi. E dunque provare a costruire un racconto dell’impresa come attore non solo economico ma anche sociale, culturale e civile.
È una sfida essenziale. Che riguarda le imprese, che devono imparare a essere sempre più “aperte” e “connesse” (i due termini che connotano i progetti del Gruppo tecnico Cultura di Confindustria) e dunque a parlare con sincerità e trasparenza con tutti gli stakeholders, per creare valore economico facendo leva sui valori generali e gli interessi generali delle comunità di riferimento.
Ma è anche una sfida che investe in pieno gli ambienti culturali, della comunicazione e della formazione: scrittori, artisti, registi del cinema e del teatro, fotografi, giornalisti, autori Tv, architetti e designer, esperti dei mondi digitali e dell’Intelligenza Artificiale. Ben sapendo che fare impresa significa fare cultura. E che l’impresa culturale, in tutte le sue molteplici forme creative, non può non fare finalmente i conti con una caratteristica di fondo dell’Italia: l’essere ancora, pur nel nuovo contesto tecnologico e competitivo, un grande paese industriale.
Uscita operai Bicocca, foto Calcagni, 1955 (Fondazione Pirelli)






Raccontare la fabbrica, il lavoro, la creatività e la tecnologia, la fatica e i conflitti, la routine produttiva e le trasformazioni. Fare i conti, insomma, con una civiltà industriale connotata dalle tensioni della complessità e irriducibile allo schema del tradizionale scontro di classe. Entrare dentro tensioni e conflitti, piuttosto, analizzandone tutte le caratteristiche. E, per capirne meglio le sfumature, usare non soltanto gli schemi dell’economia e della sociologia quanto soprattutto quelli della letteratura, delle arti figurative e, perché no? del cinema e della fotografia. Una conversazione, appunto. Per usare una parola cara all’illuminismo (e alla sua dialettica) e poi a Elio Vittorini, lo scrittore che, con “Il Politecnico”, dal 1945 al 1947, aveva provato a rinnovare radicalmente la cultura italiana, legando umanesimo e scienza e lasciando un’impronta profonda sull’editoria e la letteratura.
“Veniamo con voi a conversare…”, aveva scritto Alberto Pirelli, presidente, insieme al fratello Piero, della multinazionale milanese fondata dal padre Giovanni Battista, nell’editoriale del primo numero della Rivista “Pirelli”, nel novembre 1948, un periodico di “informazione e tecnica”. Una conversazione, un confronto aperto e spregiudicato, dunque, durato sino al 1972, sui grandi temi dell’economia e della tecnologia, dell’arte e della scienza, ma anche della politica e delle trasformazioni economiche e sociali, sotto la guida di sofisticati intellettuali come Giuseppe Luraghi, Vittorio Sereni e Leonardo Sinisgalli e con la collaborazione delle principali firme della cultura italiana (Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini, Carlo Emilio Gadda, Gio Ponti, Leonardo Sciascia, Italo Calvino, Umberto Eco, Enzo Biagi, Camilla Cederna e tanti altri ancora).
Era la stagione che, dal dopoguerra della dinamica ricostruzione al boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta, aveva visto tra i protagonisti del dibattito culturale anche le principali riviste aziendali (oltre a quella della Pirelli, la “Civiltà delle Macchine” della Finmeccanica Iri, “Comunità” della Olivetti e “Il gatto selvatico” dell’Eni). E in cui alcuni scrittori, registi, fotografi, artisti avevano provato a fare i conti con la modernità dell’economia, della tecnologia, dell’urbanizzazione, della cultura di massa e delle radicali trasformazioni di consumi e costumi.
All’inizio di quella stagione, tra la primavera e l’estate del 1947, si colloca anche l’incontro tra la Pirelli, il regista Roberto Rossellini e lo scrittore Alberto Moravia, per la realizzazione di un film che avesse al suo centro il racconto dello sviluppo dell’industria, attraverso la rappresentazione delle vicende di una famiglia di operai. Rossellini è entusiasta del progetto. Moravia si mette rapidamente al lavoro e in breve tempo produce un copione, 109 cartelle dattiloscritte attorno alle traversie dei Riva, operai Pirelli, origini contadine ma oramai in fabbrica, alla Bicocca, da tre generazioni, nonno, figlio e tre nipoti (Carlo, Angela e Ida).
Sullo sfondo, la guerra appena finita, la Resistenza contro i nazifascisti e la Liberazione, l’avvio faticoso eppur intenso della democrazia e della ripresa civile e produttiva, l’incrocio difficile tra la forza delle speranze d’una migliore qualità della vita e del lavoro e le prime disillusioni sulla portata del rinnovamento.
Quel film, però, non vedrà mai la luce. Ne resta il copione, a lungo custodito nell’Archivio Storico della Fondazione Pirelli e adesso pubblicato da Bompiani, con il titolo originario, “Questa è la nostra città”, a cura di Alessandra Grandelis e con una postfazione di Giuseppe Lupo.
Cos’era successo? Problemi di alti costi dell’operazione (75 milioni di lire, tanti, in un momento di difficoltà della ripresa, di inflazione e di severa attenzione ai conti). Ma soprattutto di mancata sintonia tra la committenza Pirelli e Moravia.
Il copione, infatti, tiene sullo sfondo la fabbrica e il binomio antifascismo-mondo del lavoro che aveva connotato gli anni milanesi dal ‘43 al ‘45. E si concentra sui conflitti dell’ultima generazione dei Riva, che rifiutano la condizione operaia e i suoi valori e sognano invece vita facile, arricchimento veloce, disinvoltura dei comportamenti, sino al coinvolgimento in affari illegali d’una banda criminale. Con un esito tragico: la morte di Angela. Anima nera. Disperazione.
In una lettera ad Alberto Pirelli, Giuseppe Luraghi, manager e uomo di profonda cultura (sarà, anni dopo, protagonista del successo dell’Alfa Romeo, ma anche raffinato editore) esprime chiare riserve: “A me pare che, trattandosi di un film Pirelli, troppo si insista sui loschi intrighi che, in realtà, finiscono per costituire il fulcro del racconto. La fabbrica rimane estranea e convenzionale, là dove essa dovrebbe costituire non lo sfondo, ma la protagonista della vicenda”.
Il giudizio negativo di Luraghi è ripreso dalla postfazione di Lupo, che commenta: “Quel che non piace a Luraghi è l’essere la fabbrica un luogo che poco incide sulle sorti tanto della gente comune quanto in quelle della nazione” e addirittura “si connota di sfumature latamente immorali, essendo alcuni personaggi collusi con la piccola criminalità di periferia… quasi a suggerire un vincolo tra industrializzazione e malavita, come prezzo da pagare sull’altare della modernità in espansione”.
“Moravia e la fabbrica, storia di un fallimento”, è il titolo della Domenica de “Il Sole24Ore” che pubblica stralci della postfazione di Lupo (18 maggio).
“E Moravia restò fuori dalla fabbrica”, titola il “Corriere della Sera” per un articolo di Paolo Di Stefano (12 maggio) sulla pubblicazione di “Questa è la nostra città”. Nota Di Stefano: “Forse manca, dal soggetto di Moravia, l’ambiente tecnico del lavoro che stava più a cuore al committente, decisamente insoddisfatto, benché la vicenda si concluda, dopo la tragedia, con un’apertura di luce affidata proprio alla fabbrica”.
Ecco, appunto, Moravia: “Le sirene ripetono il loro richiamo. Il treno si allontana sbuffando. I mille rumori della fabbrica in attività, severi, inesorabili quasi, riempiono l’aria. Nella sua maestosa grandezza e potenza, par che la fabbrica livelli ogni cosa, racchiudendola nel suo grande abbraccio. La vita ricomincia – e ricomincia il duro, pesante, ma pur necessario, ma sano, ma benefico, ma benedetto lavoro di tutti i giorni”.
Insiste Lupo: Moravia “pensava a una pellicola imbevuta di neorealismo, secondo i modi di una poetica che in quegli anni intrecciava esistenzialismo e questioni sociali, solitudine e fordismo”. Con un limite: la scarsa conoscenza dell’autore della cultura industriale e del linguaggio operaio: “La periferia milanese non presenta gli stessi caratteri del suburbio romano, ha un’impronta decisamente più civile, è il luogo del proletariato (raccontato da Testori) anziché del sottoproletariato (raccontato da Pasolini)”.
In fin dei conti, una conversazione mancata. E dunque un film mai realizzato.
Restano, nel testo appena pubblicato, la qualità della scrittura moraviana, il suo gusto per le immagini, il sofisticato linguaggio visivo di un intellettuale che ama il cinema. Si perde però il senso profondo del rapporto originale tra letteratura e modernità industriale.
Una sfida mancata che, durante tutta la seconda metà del Novecento, coinvolge gran parte dell’intellettualità contemporanea, eccezion fatta per Vittorini, Sinisgalli e Sereni, gli “olivettiani” (Zorzi, Ottieri, Volponi, per fare solo alcuni nomi) e i collaboratori delle riviste aziendali cui abbiamo fatto cenno. Proprio Giuseppe Lupo ne ha documentato tensioni e cadute in un saggio di grande rilievo, “La modernità malintesa – Una controstoria dell’industria italiana” (Marsilio, 2023).
La questione del rapporto letteratura-modernità resta comunque d’attualità. Perché è davvero necessario costruire una nuova e migliore rappresentazione dell’industria e del lavoro, proprio quando le tecnologie digitali e la coscienza della sostenibilità ambientale e sociale stanno radicalmente cambiando prodotti, sistemi di produzione, commerci e consumi. E dunque provare a costruire un racconto dell’impresa come attore non solo economico ma anche sociale, culturale e civile.
È una sfida essenziale. Che riguarda le imprese, che devono imparare a essere sempre più “aperte” e “connesse” (i due termini che connotano i progetti del Gruppo tecnico Cultura di Confindustria) e dunque a parlare con sincerità e trasparenza con tutti gli stakeholders, per creare valore economico facendo leva sui valori generali e gli interessi generali delle comunità di riferimento.
Ma è anche una sfida che investe in pieno gli ambienti culturali, della comunicazione e della formazione: scrittori, artisti, registi del cinema e del teatro, fotografi, giornalisti, autori Tv, architetti e designer, esperti dei mondi digitali e dell’Intelligenza Artificiale. Ben sapendo che fare impresa significa fare cultura. E che l’impresa culturale, in tutte le sue molteplici forme creative, non può non fare finalmente i conti con una caratteristica di fondo dell’Italia: l’essere ancora, pur nel nuovo contesto tecnologico e competitivo, un grande paese industriale.
Uscita operai Bicocca, foto Calcagni, 1955 (Fondazione Pirelli)
Diventare imprenditori, dal dire al fare…
Fare impresa. Decisione importante, complessa, seria. Che richiede impegno e volontà. La propensione verso l’imprenditorialità è un segnale per comprendere un territorio così come un sistema economico e sociale. Pensare di “fare l’imprenditore” implica una cultura del produrre che accetta anche il rischio di produrre. È interessante allora leggere “L’attivazione imprenditoriale in Italia. Rapporto GEM 2024-2025” appena pubblicato (in open access) a cura di Alessandra Micozzi.
L’indagine GEM (Global Entrepreneurship Monitor) – un progetto USA/UK che ha origine nel 1999 e che oggi coinvolge più di 100 Paesi nel mondo – si pone come il principale strumento di studio dell’attività imprenditoriale, e un importante mezzo per orientare le politiche di sostegno e sviluppo all’imprenditoria.
L’indicazione che emerge dalla ricerca per il nostro Paese, è che circa la metà di quanti, in Italia, dichiarano di voler avviare un’attività imprenditoriale alla fine ci rinunciano. E, malgrado la ripresa degli ultimi anni, il nostro rimane fra i Paesi a più bassa propensione imprenditoriale.
Oltre al dato, la ricerca indica i motivi e gli strumenti utili per intervenire. C’è, emerge dal testo, un problema di tipo finanziario che assume crescente rilievo; ma c’è anche la necessità di avere appoggio agli obiettivi di sostenibilità economica, ambientale e sociale che la nuova impresa si deve porre. Il Rapporto GEM, però, va oltre e cerca di approfondire le cause – indicate in fattori soggettivi, fattori di contesto e culturali- che nel nostro Paese contribuiscono a spiegare la discrepanza osservata fra l’intenzione imprenditoriale e la sua effettiva traduzione nell’avvio di nuove imprese.
Viene sottolineato nelle pagine di sintesi dell’indagine come “per rimettere al centro la figura imprenditoriale occorre indagarne le motivazioni personali, gli ostacoli che incontra, le proiezioni di quanti ritengono di cimentarsi al riguardo”. E poi ancora viene rilevato come sia necessario lavorare “sul terreno che intreccia imprenditoria, cultura e territori”.
L’attivazione imprenditoriale in Italia. Rapporto GEM 2024-2025
Alessandra Micozzi (a cura di)
Franco Angeli, 2025






Fare impresa. Decisione importante, complessa, seria. Che richiede impegno e volontà. La propensione verso l’imprenditorialità è un segnale per comprendere un territorio così come un sistema economico e sociale. Pensare di “fare l’imprenditore” implica una cultura del produrre che accetta anche il rischio di produrre. È interessante allora leggere “L’attivazione imprenditoriale in Italia. Rapporto GEM 2024-2025” appena pubblicato (in open access) a cura di Alessandra Micozzi.
L’indagine GEM (Global Entrepreneurship Monitor) – un progetto USA/UK che ha origine nel 1999 e che oggi coinvolge più di 100 Paesi nel mondo – si pone come il principale strumento di studio dell’attività imprenditoriale, e un importante mezzo per orientare le politiche di sostegno e sviluppo all’imprenditoria.
L’indicazione che emerge dalla ricerca per il nostro Paese, è che circa la metà di quanti, in Italia, dichiarano di voler avviare un’attività imprenditoriale alla fine ci rinunciano. E, malgrado la ripresa degli ultimi anni, il nostro rimane fra i Paesi a più bassa propensione imprenditoriale.
Oltre al dato, la ricerca indica i motivi e gli strumenti utili per intervenire. C’è, emerge dal testo, un problema di tipo finanziario che assume crescente rilievo; ma c’è anche la necessità di avere appoggio agli obiettivi di sostenibilità economica, ambientale e sociale che la nuova impresa si deve porre. Il Rapporto GEM, però, va oltre e cerca di approfondire le cause – indicate in fattori soggettivi, fattori di contesto e culturali- che nel nostro Paese contribuiscono a spiegare la discrepanza osservata fra l’intenzione imprenditoriale e la sua effettiva traduzione nell’avvio di nuove imprese.
Viene sottolineato nelle pagine di sintesi dell’indagine come “per rimettere al centro la figura imprenditoriale occorre indagarne le motivazioni personali, gli ostacoli che incontra, le proiezioni di quanti ritengono di cimentarsi al riguardo”. E poi ancora viene rilevato come sia necessario lavorare “sul terreno che intreccia imprenditoria, cultura e territori”.
L’attivazione imprenditoriale in Italia. Rapporto GEM 2024-2025
Alessandra Micozzi (a cura di)
Franco Angeli, 2025
Sostenibile etica d’impresa
Pubblicata una ricerca che cerca di sintetizzare e collegare una serie di concetti che devono far parte della buona cultura del produrre
Impresa sostenibile. E società sostenibile. “Sostenibilità” è diventata una parola d’ordine (mantra) diffusa in quasi tutti gli ambiti dell’attività umana, incluso il cosiddetto mondo degli affari. Mantra che è necessario affrontare con attenzione e accuratezza: consapevoli delle molte sfumature e degli altrettanti numerosi fraintendimenti che si porta dietro. Occorrono, quindi, molti elementi per ragionare correttamente sulla sostenibilità. Soprattutto tenendo conto che spesso la sostenibilità va di pari passo con l’etica e costituisce ormai uno dei fondamenti della buona cultura della produzione. È su tutto questo che ragiona la ricerca di Dipak R. Pant pubblicata da poco sull’International Scientific Journal.
“Business ethics, environmental justice, and the path to sustainability. Interdisciplinary reflections across anthropology and economics” intende condividere, stando alle dichiarazioni iniziali dell’autore, alcune riflessioni interdisciplinari basate sull’osservazione dell’etica aziendale e della giustizia ambientale in diversi contesti culturali. Pant parte dalla constatazione che al termine sostenibilità sono stati attribuiti diversi significati in questi ultimi tempi. Essenzialmente, tuttavia, questo vocabolo indica responsabilità sociale, giustizia ambientale e pratiche commerciali etiche. Concetti che si applicano sia alle organizzazioni della produzione che ai sistemi sociali. L’etica aziendale, spiega ancora Pant, si riferisce non solo al trattamento equo dei soggetti umani direttamente coinvolti (dipendenti, fornitori, intermediari, clienti, ecc.), ma anche all’equità in tutte le operazioni aziendali, considerando il loro impatto sulla società e sull’ambiente.
Concetto a sua volta complesso – fa notare Pant – quello di equità; concetto che tocca più aspetti dell’agire umano oltre che dell’ambiente inteso in tutta la sua completezza. La sostenibilità d’impresa si realizza nell’uso/condivisione corretti delle risorse naturali. E le organizzazioni aziendali, in quanto attori economici attivi, sono sempre più sollecitate a ridurre le proprie esternalità negative e a condurre i propri affari in modo etico e giusto. La ricerca della sostenibilità, fa notare Pant, riguarda essenzialmente pratiche commerciali etiche e giustizia ambientale.
L’indagine di Dipak R. Pant costituisce una buona sintesi di temi oggettivamente complessi e in continuo mutamento. Temi importanti per ogni imprenditore e manager ma, in fin dei conti, importanti per ogni persona all’interno di un’organizzazione.
Dipak R. Pant
International Scientific Journal «Science and innovation» Special issue: green energy and economics May 2-3, 2025
Pubblicata una ricerca che cerca di sintetizzare e collegare una serie di concetti che devono far parte della buona cultura del produrre
Impresa sostenibile. E società sostenibile. “Sostenibilità” è diventata una parola d’ordine (mantra) diffusa in quasi tutti gli ambiti dell’attività umana, incluso il cosiddetto mondo degli affari. Mantra che è necessario affrontare con attenzione e accuratezza: consapevoli delle molte sfumature e degli altrettanti numerosi fraintendimenti che si porta dietro. Occorrono, quindi, molti elementi per ragionare correttamente sulla sostenibilità. Soprattutto tenendo conto che spesso la sostenibilità va di pari passo con l’etica e costituisce ormai uno dei fondamenti della buona cultura della produzione. È su tutto questo che ragiona la ricerca di Dipak R. Pant pubblicata da poco sull’International Scientific Journal.
“Business ethics, environmental justice, and the path to sustainability. Interdisciplinary reflections across anthropology and economics” intende condividere, stando alle dichiarazioni iniziali dell’autore, alcune riflessioni interdisciplinari basate sull’osservazione dell’etica aziendale e della giustizia ambientale in diversi contesti culturali. Pant parte dalla constatazione che al termine sostenibilità sono stati attribuiti diversi significati in questi ultimi tempi. Essenzialmente, tuttavia, questo vocabolo indica responsabilità sociale, giustizia ambientale e pratiche commerciali etiche. Concetti che si applicano sia alle organizzazioni della produzione che ai sistemi sociali. L’etica aziendale, spiega ancora Pant, si riferisce non solo al trattamento equo dei soggetti umani direttamente coinvolti (dipendenti, fornitori, intermediari, clienti, ecc.), ma anche all’equità in tutte le operazioni aziendali, considerando il loro impatto sulla società e sull’ambiente.
Concetto a sua volta complesso – fa notare Pant – quello di equità; concetto che tocca più aspetti dell’agire umano oltre che dell’ambiente inteso in tutta la sua completezza. La sostenibilità d’impresa si realizza nell’uso/condivisione corretti delle risorse naturali. E le organizzazioni aziendali, in quanto attori economici attivi, sono sempre più sollecitate a ridurre le proprie esternalità negative e a condurre i propri affari in modo etico e giusto. La ricerca della sostenibilità, fa notare Pant, riguarda essenzialmente pratiche commerciali etiche e giustizia ambientale.
L’indagine di Dipak R. Pant costituisce una buona sintesi di temi oggettivamente complessi e in continuo mutamento. Temi importanti per ogni imprenditore e manager ma, in fin dei conti, importanti per ogni persona all’interno di un’organizzazione.
Dipak R. Pant
International Scientific Journal «Science and innovation» Special issue: green energy and economics May 2-3, 2025
“L’Italia dei brevetti” vola in Giappone. Pirelli al Padiglione Italia dell’Expo di Osaka
Pirelli è tra le aziende selezionate dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy per la partecipazione alla mostra “Italia dei brevetti – Storie di innovazione e successo” all’Esposizione Universale di Osaka (13 aprile-13 ottobre 2025), all’interno del Padiglione Italia.
Il Padiglione Italia a Expo 2025, rivisitazione in chiave moderna della Città Ideale del Rinascimento, pone al centro della riflessione il valore della persona e le sue interazioni con il mondo circostante; “pensare con le mani” è il concetto che ispira lo sviluppo del progetto. Si inserisce dunque in questo contesto il contributo del MIMIT nel proporre ai visitatori dell’Esposizione Universale il “saper fare” e la capacità di innovare dell’Italia e delle sue imprese.
L’allestimento rappresenta una sintesi degli oltre 100 brevetti esposti a Roma, a Palazzo Piacentini, dal 18 novembre al 2 aprile 2025. Un’esposizione che, attraverso le invenzioni industriali, racconta la capacità italiana di innovare mettendo a confronto diverse generazioni di creatori. Pirelli è presente con il brevetto della tecnologia Run Forward™, depositato nel 2021: un’innovazione applicata al pneumatico P Zero™ E, costituito da oltre il 55% di materiali di origine naturale e riciclati e per questo esposto in mostra insieme a immagini e campioni di lignina, silice da cenere di lolla di riso, bioresine, gomma naturale, polimeri bio e circolari.
La mostra si conferma una preziosa vetrina per il Made in Italy, sinonimo di qualità, eccellenza, visione. Dall’Italia al mondo.






Pirelli è tra le aziende selezionate dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy per la partecipazione alla mostra “Italia dei brevetti – Storie di innovazione e successo” all’Esposizione Universale di Osaka (13 aprile-13 ottobre 2025), all’interno del Padiglione Italia.
Il Padiglione Italia a Expo 2025, rivisitazione in chiave moderna della Città Ideale del Rinascimento, pone al centro della riflessione il valore della persona e le sue interazioni con il mondo circostante; “pensare con le mani” è il concetto che ispira lo sviluppo del progetto. Si inserisce dunque in questo contesto il contributo del MIMIT nel proporre ai visitatori dell’Esposizione Universale il “saper fare” e la capacità di innovare dell’Italia e delle sue imprese.
L’allestimento rappresenta una sintesi degli oltre 100 brevetti esposti a Roma, a Palazzo Piacentini, dal 18 novembre al 2 aprile 2025. Un’esposizione che, attraverso le invenzioni industriali, racconta la capacità italiana di innovare mettendo a confronto diverse generazioni di creatori. Pirelli è presente con il brevetto della tecnologia Run Forward™, depositato nel 2021: un’innovazione applicata al pneumatico P Zero™ E, costituito da oltre il 55% di materiali di origine naturale e riciclati e per questo esposto in mostra insieme a immagini e campioni di lignina, silice da cenere di lolla di riso, bioresine, gomma naturale, polimeri bio e circolari.
La mostra si conferma una preziosa vetrina per il Made in Italy, sinonimo di qualità, eccellenza, visione. Dall’Italia al mondo.


