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Fondazione Pirelli al Festival dell’Innovazione e della Scienza: a scuola di sostenibilità tra impresa e tecnologia

Anche quest’anno Fondazione Pirelli partecipa al Festival dell’Innovazione e della Scienza di Settimo Torinese — giunto alla XIII edizione e dedicato al tema dell’Equilibrio — con una proposta didattica rivolta agli studenti delle scuole secondarie di II grado, per riflettere insieme sulle trasformazioni del mondo produttivo e sull’ambiente: innovazione, sostenibilità, responsabilità e conoscenza.

L’incontro, dal titolo “Per andare veloci bisogna sapere aspettare”, è in programma martedì 7 ottobre alle ore 11 presso la Biblioteca Archimede. A cura di Fondazione Pirelli, con il contributo della Direzione Sostenibilità di Pirelli, l’attività accompagna gli studenti in un percorso che racconta il ciclo produttivo dell’azienda: dallo studio e approvvigionamento delle materie prime fino alla produzione in fabbrica, passando per la progettazione e la sperimentazione di prototipi fisici e virtuali, inclusi quelli sviluppati per le competizioni di Formula 1.

Attraverso materiali d’archivio, immagini, video e momenti interattivi, l’iniziativa mette in luce come la sostenibilità sia integrata in ogni fase del processo industriale, con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale e promuovere un uso più responsabile delle risorse. Il percorso stimola una riflessione attiva sul ruolo dell’industria nella conversione verso modelli di sviluppo più sostenibili e sull’equilibrio necessario tra innovazione, efficienza e tutela del pianeta.

Fondazione Pirelli al Festival dell’Innovazione e della Scienza: a scuola di sostenibilità tra impresa e tecnologia
Fondazione Pirelli al Festival dell’Innovazione e della Scienza: a scuola di sostenibilità tra impresa e tecnologia

Anche quest’anno Fondazione Pirelli partecipa al Festival dell’Innovazione e della Scienza di Settimo Torinese — giunto alla XIII edizione e dedicato al tema dell’Equilibrio — con una proposta didattica rivolta agli studenti delle scuole secondarie di II grado, per riflettere insieme sulle trasformazioni del mondo produttivo e sull’ambiente: innovazione, sostenibilità, responsabilità e conoscenza.

L’incontro, dal titolo “Per andare veloci bisogna sapere aspettare”, è in programma martedì 7 ottobre alle ore 11 presso la Biblioteca Archimede. A cura di Fondazione Pirelli, con il contributo della Direzione Sostenibilità di Pirelli, l’attività accompagna gli studenti in un percorso che racconta il ciclo produttivo dell’azienda: dallo studio e approvvigionamento delle materie prime fino alla produzione in fabbrica, passando per la progettazione e la sperimentazione di prototipi fisici e virtuali, inclusi quelli sviluppati per le competizioni di Formula 1.

Attraverso materiali d’archivio, immagini, video e momenti interattivi, l’iniziativa mette in luce come la sostenibilità sia integrata in ogni fase del processo industriale, con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale e promuovere un uso più responsabile delle risorse. Il percorso stimola una riflessione attiva sul ruolo dell’industria nella conversione verso modelli di sviluppo più sostenibili e sull’equilibrio necessario tra innovazione, efficienza e tutela del pianeta.

Compassi d’Oro: i primati italiani nel design internazionale confermano vocazione e destino di grande paese industriale

Il punto di forza delle imprese italiane sta nella sintesi originale tra bellezza dei prodotti e sofisticata tecnologia, tra qualità e funzionalità, tra innovazione e sostenibilità ambientale e sociale. E proprio in questa stagione segnata da una competizione internazionale particolarmente dura e selettiva (aggravata dalle drammatiche tensioni geopolitiche che destabilizzano i mercati e dai dazi americani), la risposta del nostro mondo industriale alle crisi sta nella ricerca dell’eccellenza tecnica e nel rafforzamento dei valori etici ed estetici che ispirano la manifattura: il cosiddetto “bello e ben fatto” made in Italy.

La conferma della forza competitiva di un simile orientamento arriva dall’elenco dei venti vincitori dei Compassi d’Oro internazionali e dei destinatari delle trentacinque menzioni speciali, un elenco annunciato, all’inizio di settembre, dalla giuria presieduta da Maite Garcìa Sanchis, nel Padiglione Italia dell’Expo di Osaka, progettato da Mario Cucinella.
Il tema di quest’anno del premio, nato nel 1954 per iniziativa di Gio Ponti e promosso dall’Adi, l’Associazione del Design Industriale e adesso legato alle scadenze delle Esposizioni Internazionali, era “Designing Future Society for our Lives”. E tra i venti vincitori dei Compassi, dodici sono i prodotti di imprese italiane: Pirelli, Generali Italia, Kartell, Bonotto, Fratelli Guzzini e iGuzzini, Campagnolo, Caimi Brevetti, Martinelli Luce, Vimar, Vetreria Vistosi, Istituto Italiano di Tecnologia per il Centro Protesi dell’Inail). Segno, appunto, di un’eccellenza della cultura politecnica italiana (valori umanistici e conoscenze scientifiche) e di una capacità competitiva di respiro internazionale. La tenuta dell’export italiano (oltre 620 miliardi), nonostante le turbolenze che investono le relazioni commerciali globali, ne è esemplare testimonianza. Sono italiane anche la maggior parte delle imprese delle 35 menzioni (come Irinox, Poliform, Archivi Olivetti, Fondazione Rovati, Mandelli 1953, Smeg, Elica, EssilorLuxottica, Venini, etc.).

Cosa raccontano i prodotti premiati? Guardiamo meglio, cominciando con il pneumatico P Zero E, come eccellenza di “Design for the Mobility”, costruito con gran parte dei materiali naturali o riciclati, una sintesi innovativa tra qualità, prestazioni e sostenibilità: “Il primo pneumatico a ottenere un Compasso d’Oro, un prestigioso riconoscimento che celebra l’eccellenza progettuale di Pirelli e la portata innovativa di prodotti come il P Zero E, confermando il ruolo della ricerca e sviluppo come motore di progresso e sostenibilità, grazie anche all’impiego sempre più capillare di tecniche avanzate di intelligenza artificiale in tutte le fasi dello sviluppo”, commenta Piero Misani, Executive Vice President e Chief Technical Officer di Pirelli.
Ci sono poi una ruota da bicicletta, una serie di tessuti sostenibili per il fashion luxury e di tessuti fonoassorbenti per gli ambienti di lavoro, i sistemi di illuminazione e le lampade e poi ancora le sedute ergonomiche, i proiettori urbani, una piattaforma digitale di servizi, un esoscheletro modulare. Ne emerge la rappresentazione delle capacità delle imprese italiane di mettere sui mercati prodotti e servizi particolarmente innovativi, in grado di dare risposte originali ed efficaci ai bisogni del vivere, dell’abitare e del lavorare a misura di efficienza, benessere, qualità e di una migliore prospettiva di consumi che vada ben oltre il consumismo di massa e investa positivamente l’ambiente e le comunità sociali. Imprese, insomma, a misura degli Stakeholders Values, i valori e gli interessi delle persone e dei territori con cui l’industria entra in contatto e dal cui confronto ricava cultura e legittimazione sociale.
Qualità e sostenibilità, insomma, sono valori oramai incorporati nei sistemi produttivi e nei modelli di business dell’ “Italia che fa bene l’Italia”, per usare una sintesi cara a Symbola. E cioè veri e propri modi di fare impresa, conquistare migliori posizioni nelle nicchie a maggior valore aggiunto sui mercati, rafforzare il consenso di consumatori sofisticati ed esigenti. Sono anche connotazioni forti di una cultura d’impresa evoluta, che ha radici nella tradizione manifatturiera italiana e proiezioni verso un futuro più attento alla qualità della vita, del lavoro, dei costumi sociali.

Sostiene Luciano Galimberti, presidente dell’Adi: “Il design è vissuto come disciplina che attraversa le nostre vite, capace di superare i confini nazionali e affrontare le sfide globali con innovazione, qualità e attenzione alla sostenibilità”. L’Adi Design Museum, diretto da Andrea Cancellato, regista dell’”operazione Osaka”, ne offre testimonianze storiche esemplari (Kartell, Guzzini e Pirelli sono marchi ricorrenti), esempi di una tradizione di “cultura del progetto” e “cultura del prodotto” che ha saputo sfidare i tempi e continuamente si rinnova.
Nota Annachiara Sacchi sul Corriere della Sera (6 settembre): “Soluzioni per un’umanità più consapevole. Connessa e responsabile. Attenta all’economia circolare, ai progetti a basso impatto ambientale. E alle scelte che mettono il design a servizio della vita, immaginandolo come una sorta di esperanto, un linguaggio di valore universale che collega bisogni e visioni”.
Un design, insomma, come caratteristica profonda dell’Italia contemporanea, uno degli strumenti principali grazie al quale il Paese ha saputo riprendersi dopo la guerra, costruire il boom economico e diventare rapidamente una potenza industriale, tra le prime al mondo, ben presente sui mercati internazionali. Una caratteristica continuamente attuale e progettuale.
Mario Vattani, commissario del Padiglione Italia a Osaka, commenta: “È proprio questa idea di Italia che vogliamo promuovere: una nazione capace di unire cultura e industria, creatività e innovazione, tradizione e visione strategica”.

I Compassi d’Oro, in altri termini, confermano e rafforzano una scelta produttiva. E culturale. Secondo la sapiente lezione di Gio Ponti: “In Italia l’arte si è innamorata dell’industria. Ecco perché l’industria è un fatto culturale”. Un’indicazione strategica che ha, appunto, un nome semplice ed essenziale: design. E un aggettivo qualificante: sostenibile.
Una sostenibilità su cui insistere, nonostante i venti contrari che spirano anche all’interno dell’opinione pubblica di grandi paesi industriali, a cominciare dagli Usa. Superando rigidità normative e burocratiche (il Green Deal della Ue ne risente, con danni pesanti al sistema industriale europeo, come mostra per esempio la crisi del settore automotive). E mettendo in piedi, invece, strumenti validi di politica industriale comune che stimolino innovazione, investimenti, produttività, con una migliore “economia della conoscenza”. I Rapporti elaborati per conto della Commissione Ue da Mario Draghi ed Enrico Letta, già lo scorso anno, contengono indicazioni preziose. Vanno tirati fuori dai cassetti in cui sono stati riposti e trasformati rapidamente in scelte concrete, provvedimenti, decisioni di investimenti adeguate.

“L’Europa deve trovare forza nell’unione e nella valorizzazione delle competenze, nell’innovazione, di fronte alle tensioni dei dazi e della geopolitica, alle sfide digitali e ambientali”, consiglia Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia (IlSole24Ore, 8 settembre).

Per le imprese italiane, d’altronde, questo è un terreno in cui muoversi a proprio agio. Come documenta il settimo Rapporto Consob sulla “rendicontazione non finanziaria” presentato nei giorni scorsi e cioè su quelli che vengono comunemente definiti come bilanci di sostenibilità: nel ‘24 li hanno presentati 150 società presenti in Borsa su Euronext Milan e cioè il 72% delle quotate, che rappresentano il 97% della capitalizzazione di mercato: “Una dimostrazione di come le imprese italiane stiano incorporando la sostenibilità nella propria governance, nelle strategie di lungo periodo e perfino nei sistemi di incentivazione dei vertici aziendali” (ItaliaOggi, 8 settembre).
Serve una competitività più efficace e sostenibile, insomma. Non meno. Perché l’Italia possa continuare a essere un paese manifatturiero. Con un futuro industriale da cui dipendono anche la qualità e la solidità del nostro futuro, economico, ma anche sociale e civile.

Courtesy of Padiglione Italia

Compassi d’Oro: i primati italiani nel design internazionale confermano vocazione e destino di grande paese industriale
Compassi d’Oro: i primati italiani nel design internazionale confermano vocazione e destino di grande paese industriale

Il punto di forza delle imprese italiane sta nella sintesi originale tra bellezza dei prodotti e sofisticata tecnologia, tra qualità e funzionalità, tra innovazione e sostenibilità ambientale e sociale. E proprio in questa stagione segnata da una competizione internazionale particolarmente dura e selettiva (aggravata dalle drammatiche tensioni geopolitiche che destabilizzano i mercati e dai dazi americani), la risposta del nostro mondo industriale alle crisi sta nella ricerca dell’eccellenza tecnica e nel rafforzamento dei valori etici ed estetici che ispirano la manifattura: il cosiddetto “bello e ben fatto” made in Italy.

La conferma della forza competitiva di un simile orientamento arriva dall’elenco dei venti vincitori dei Compassi d’Oro internazionali e dei destinatari delle trentacinque menzioni speciali, un elenco annunciato, all’inizio di settembre, dalla giuria presieduta da Maite Garcìa Sanchis, nel Padiglione Italia dell’Expo di Osaka, progettato da Mario Cucinella.
Il tema di quest’anno del premio, nato nel 1954 per iniziativa di Gio Ponti e promosso dall’Adi, l’Associazione del Design Industriale e adesso legato alle scadenze delle Esposizioni Internazionali, era “Designing Future Society for our Lives”. E tra i venti vincitori dei Compassi, dodici sono i prodotti di imprese italiane: Pirelli, Generali Italia, Kartell, Bonotto, Fratelli Guzzini e iGuzzini, Campagnolo, Caimi Brevetti, Martinelli Luce, Vimar, Vetreria Vistosi, Istituto Italiano di Tecnologia per il Centro Protesi dell’Inail). Segno, appunto, di un’eccellenza della cultura politecnica italiana (valori umanistici e conoscenze scientifiche) e di una capacità competitiva di respiro internazionale. La tenuta dell’export italiano (oltre 620 miliardi), nonostante le turbolenze che investono le relazioni commerciali globali, ne è esemplare testimonianza. Sono italiane anche la maggior parte delle imprese delle 35 menzioni (come Irinox, Poliform, Archivi Olivetti, Fondazione Rovati, Mandelli 1953, Smeg, Elica, EssilorLuxottica, Venini, etc.).

Cosa raccontano i prodotti premiati? Guardiamo meglio, cominciando con il pneumatico P Zero E, come eccellenza di “Design for the Mobility”, costruito con gran parte dei materiali naturali o riciclati, una sintesi innovativa tra qualità, prestazioni e sostenibilità: “Il primo pneumatico a ottenere un Compasso d’Oro, un prestigioso riconoscimento che celebra l’eccellenza progettuale di Pirelli e la portata innovativa di prodotti come il P Zero E, confermando il ruolo della ricerca e sviluppo come motore di progresso e sostenibilità, grazie anche all’impiego sempre più capillare di tecniche avanzate di intelligenza artificiale in tutte le fasi dello sviluppo”, commenta Piero Misani, Executive Vice President e Chief Technical Officer di Pirelli.
Ci sono poi una ruota da bicicletta, una serie di tessuti sostenibili per il fashion luxury e di tessuti fonoassorbenti per gli ambienti di lavoro, i sistemi di illuminazione e le lampade e poi ancora le sedute ergonomiche, i proiettori urbani, una piattaforma digitale di servizi, un esoscheletro modulare. Ne emerge la rappresentazione delle capacità delle imprese italiane di mettere sui mercati prodotti e servizi particolarmente innovativi, in grado di dare risposte originali ed efficaci ai bisogni del vivere, dell’abitare e del lavorare a misura di efficienza, benessere, qualità e di una migliore prospettiva di consumi che vada ben oltre il consumismo di massa e investa positivamente l’ambiente e le comunità sociali. Imprese, insomma, a misura degli Stakeholders Values, i valori e gli interessi delle persone e dei territori con cui l’industria entra in contatto e dal cui confronto ricava cultura e legittimazione sociale.
Qualità e sostenibilità, insomma, sono valori oramai incorporati nei sistemi produttivi e nei modelli di business dell’ “Italia che fa bene l’Italia”, per usare una sintesi cara a Symbola. E cioè veri e propri modi di fare impresa, conquistare migliori posizioni nelle nicchie a maggior valore aggiunto sui mercati, rafforzare il consenso di consumatori sofisticati ed esigenti. Sono anche connotazioni forti di una cultura d’impresa evoluta, che ha radici nella tradizione manifatturiera italiana e proiezioni verso un futuro più attento alla qualità della vita, del lavoro, dei costumi sociali.

Sostiene Luciano Galimberti, presidente dell’Adi: “Il design è vissuto come disciplina che attraversa le nostre vite, capace di superare i confini nazionali e affrontare le sfide globali con innovazione, qualità e attenzione alla sostenibilità”. L’Adi Design Museum, diretto da Andrea Cancellato, regista dell’”operazione Osaka”, ne offre testimonianze storiche esemplari (Kartell, Guzzini e Pirelli sono marchi ricorrenti), esempi di una tradizione di “cultura del progetto” e “cultura del prodotto” che ha saputo sfidare i tempi e continuamente si rinnova.
Nota Annachiara Sacchi sul Corriere della Sera (6 settembre): “Soluzioni per un’umanità più consapevole. Connessa e responsabile. Attenta all’economia circolare, ai progetti a basso impatto ambientale. E alle scelte che mettono il design a servizio della vita, immaginandolo come una sorta di esperanto, un linguaggio di valore universale che collega bisogni e visioni”.
Un design, insomma, come caratteristica profonda dell’Italia contemporanea, uno degli strumenti principali grazie al quale il Paese ha saputo riprendersi dopo la guerra, costruire il boom economico e diventare rapidamente una potenza industriale, tra le prime al mondo, ben presente sui mercati internazionali. Una caratteristica continuamente attuale e progettuale.
Mario Vattani, commissario del Padiglione Italia a Osaka, commenta: “È proprio questa idea di Italia che vogliamo promuovere: una nazione capace di unire cultura e industria, creatività e innovazione, tradizione e visione strategica”.

I Compassi d’Oro, in altri termini, confermano e rafforzano una scelta produttiva. E culturale. Secondo la sapiente lezione di Gio Ponti: “In Italia l’arte si è innamorata dell’industria. Ecco perché l’industria è un fatto culturale”. Un’indicazione strategica che ha, appunto, un nome semplice ed essenziale: design. E un aggettivo qualificante: sostenibile.
Una sostenibilità su cui insistere, nonostante i venti contrari che spirano anche all’interno dell’opinione pubblica di grandi paesi industriali, a cominciare dagli Usa. Superando rigidità normative e burocratiche (il Green Deal della Ue ne risente, con danni pesanti al sistema industriale europeo, come mostra per esempio la crisi del settore automotive). E mettendo in piedi, invece, strumenti validi di politica industriale comune che stimolino innovazione, investimenti, produttività, con una migliore “economia della conoscenza”. I Rapporti elaborati per conto della Commissione Ue da Mario Draghi ed Enrico Letta, già lo scorso anno, contengono indicazioni preziose. Vanno tirati fuori dai cassetti in cui sono stati riposti e trasformati rapidamente in scelte concrete, provvedimenti, decisioni di investimenti adeguate.

“L’Europa deve trovare forza nell’unione e nella valorizzazione delle competenze, nell’innovazione, di fronte alle tensioni dei dazi e della geopolitica, alle sfide digitali e ambientali”, consiglia Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia (IlSole24Ore, 8 settembre).

Per le imprese italiane, d’altronde, questo è un terreno in cui muoversi a proprio agio. Come documenta il settimo Rapporto Consob sulla “rendicontazione non finanziaria” presentato nei giorni scorsi e cioè su quelli che vengono comunemente definiti come bilanci di sostenibilità: nel ‘24 li hanno presentati 150 società presenti in Borsa su Euronext Milan e cioè il 72% delle quotate, che rappresentano il 97% della capitalizzazione di mercato: “Una dimostrazione di come le imprese italiane stiano incorporando la sostenibilità nella propria governance, nelle strategie di lungo periodo e perfino nei sistemi di incentivazione dei vertici aziendali” (ItaliaOggi, 8 settembre).
Serve una competitività più efficace e sostenibile, insomma. Non meno. Perché l’Italia possa continuare a essere un paese manifatturiero. Con un futuro industriale da cui dipendono anche la qualità e la solidità del nostro futuro, economico, ma anche sociale e civile.

Courtesy of Padiglione Italia

Intelligenza Artificiale da comprendere, regolare e diffondere

Uno studio recente sintetizza con efficacia lo stato dell’arte dell’IA in Italia

Intelligenza Artificiale come strumento da governare e, prima ancora, da comprendere. Strumento di competitività, certamente, e di straordinaria potenzialità, l’IA può rappresentare un elemento di forte accelerazione anche per l’economia e le imprese italiane. È attorno a queste considerazioni che hanno ragionato Raffaella Girone, Francesco Scalera e Eusebio De Marco (dell’Università di Bari), con il loro recente studio “AI: Possible Developments and Ethical Implications in the Global market” pubblicato dall’International Journal of Business Management and Economic Research.

Girone, Scalera e De Marco hanno cercato – riuscendoci – di fissare i tratti essenziali dell’Intelligenza Artificiale sia dal punto di vista delle potenzialità e delle caratteristiche, sia per quanto riguarda le possibili strade per la sua diffusione all’interno dell’economia italiana e della società italiane.

Questione di comprensione, dunque, e quindi di uso e di regole. Le conclusioni del gruppo di ricerca sono piuttosto chiare: serve percorrere sentieri di diffusione diversificati e contemporanei. In primo luogo, è necessario accelerare la crescita del “quoziente tecnologico” della nuova forza lavoro attraverso il corretto orientamento delle nuove generazioni, aumentando il loro livello di consapevolezza degli impatti che l’intelligenza artificiale generativa avrà sul mondo del lavoro negli anni a venire. Una simile formazione e consapevolezza deve essere diffusa anche nella forza lavoro attuale. Più in generale, ed è il terzo percorso, è necessario diffondere una cultura aziendale incentrata sull’innovazione basata sull’IA, che includa i dipendenti nei processi decisionali non solo informandoli, ma coinvolgendoli nel cambiamento tecnologico.  In quarto luogo, è necessario accelerare la digitalizzazione delle imprese, con particolare attenzione alle piccole e medie, con il supporto finanziario del governo.

Percorso a tappe e ad ostacoli, quindi, quello che Girone, Scalera e De Marco propongono nella loro ricerca: un cammino che, necessariamente, inizia e continua sulla base di un cambiamento culturale prima che tecnologico.

 

AI: Possible Developments and Ethical Implications in the Global market

Raffaella Girone, Francesco Scalera e Eusebio De Marco

International Journal of Business Management and Economic Research (IJBMER), Vol 15(5),2024, 2522-2528

Intelligenza Artificiale da comprendere, regolare e diffondere
Intelligenza Artificiale da comprendere, regolare e diffondere

Uno studio recente sintetizza con efficacia lo stato dell’arte dell’IA in Italia

Intelligenza Artificiale come strumento da governare e, prima ancora, da comprendere. Strumento di competitività, certamente, e di straordinaria potenzialità, l’IA può rappresentare un elemento di forte accelerazione anche per l’economia e le imprese italiane. È attorno a queste considerazioni che hanno ragionato Raffaella Girone, Francesco Scalera e Eusebio De Marco (dell’Università di Bari), con il loro recente studio “AI: Possible Developments and Ethical Implications in the Global market” pubblicato dall’International Journal of Business Management and Economic Research.

Girone, Scalera e De Marco hanno cercato – riuscendoci – di fissare i tratti essenziali dell’Intelligenza Artificiale sia dal punto di vista delle potenzialità e delle caratteristiche, sia per quanto riguarda le possibili strade per la sua diffusione all’interno dell’economia italiana e della società italiane.

Questione di comprensione, dunque, e quindi di uso e di regole. Le conclusioni del gruppo di ricerca sono piuttosto chiare: serve percorrere sentieri di diffusione diversificati e contemporanei. In primo luogo, è necessario accelerare la crescita del “quoziente tecnologico” della nuova forza lavoro attraverso il corretto orientamento delle nuove generazioni, aumentando il loro livello di consapevolezza degli impatti che l’intelligenza artificiale generativa avrà sul mondo del lavoro negli anni a venire. Una simile formazione e consapevolezza deve essere diffusa anche nella forza lavoro attuale. Più in generale, ed è il terzo percorso, è necessario diffondere una cultura aziendale incentrata sull’innovazione basata sull’IA, che includa i dipendenti nei processi decisionali non solo informandoli, ma coinvolgendoli nel cambiamento tecnologico.  In quarto luogo, è necessario accelerare la digitalizzazione delle imprese, con particolare attenzione alle piccole e medie, con il supporto finanziario del governo.

Percorso a tappe e ad ostacoli, quindi, quello che Girone, Scalera e De Marco propongono nella loro ricerca: un cammino che, necessariamente, inizia e continua sulla base di un cambiamento culturale prima che tecnologico.

 

AI: Possible Developments and Ethical Implications in the Global market

Raffaella Girone, Francesco Scalera e Eusebio De Marco

International Journal of Business Management and Economic Research (IJBMER), Vol 15(5),2024, 2522-2528

Strategie umanistiche per ogni impresa

In un libro il racconto dell’applicazione alle piccole realtà dei modelli studiati per le grandi organizzazioni

Strategia da grande impresa anche nelle medio-piccole realtà aziendali. Si può fare. E vale l’impegno di provarci. Questione di cambio di paradigmi organizzativi. Che può portare buoni frutti. È di fatto sulla base di questo ragionamento che ruota il libro scritto da Valerio Malvezzi e dato recentemente alle stampe.

“Manuale di corporate strategy. Strategia umanistica: la via italiana” propone un’analisi sistematica di modelli di strategia aziendale noti e ampiamente adottati dalle grandi imprese, con l’obiettivo di riproporli all’interno del tessuto delle micro e piccole imprese italiane. L’ipotesi di fondo è che i modelli classici, possano essere adattati con successo anche in realtà imprenditoriali di dimensioni ridotte, offrendo così concreti strumenti di crescita, differenziazione e sostenibilità nel lungo periodo.

Ipotesi interessante, quella di Malvezzi, che viene esplorata passo dopo passo presentando via via i modelli organizzativi creati per e grandi imprese “leggendoli” adattati alle caratteristiche peculiari delle micro e piccole imprese. Dopo questa prima parte, l’autore approfondisce gli ambiti di applicazione di ogni modello e, infine, analizza un caso aziendale reale.

I risultati mostrano che la trasposizione di strumenti strategici originariamente progettati per grandi organizzazioni, offre un potenziale concreto di sviluppo anche nelle realtà imprenditoriali minori, purché si tenga conto delle risorse limitate e della necessaria personalizzazione dei processi. Certo, le tesi di Valerio Malvezzi sono tutte da verificare per ogni singolo caso d’impresa. Ma contengono quell’elemento umano che rende ogni impresa diversa dalle altre. E che può fare davvero la differenza.

Manuale di corporate strategy. Strategia umanistica: la via italiana

Valerio Malvezzi

Eurilink University Press, 2025

Strategie umanistiche per ogni impresa
Strategie umanistiche per ogni impresa

In un libro il racconto dell’applicazione alle piccole realtà dei modelli studiati per le grandi organizzazioni

Strategia da grande impresa anche nelle medio-piccole realtà aziendali. Si può fare. E vale l’impegno di provarci. Questione di cambio di paradigmi organizzativi. Che può portare buoni frutti. È di fatto sulla base di questo ragionamento che ruota il libro scritto da Valerio Malvezzi e dato recentemente alle stampe.

“Manuale di corporate strategy. Strategia umanistica: la via italiana” propone un’analisi sistematica di modelli di strategia aziendale noti e ampiamente adottati dalle grandi imprese, con l’obiettivo di riproporli all’interno del tessuto delle micro e piccole imprese italiane. L’ipotesi di fondo è che i modelli classici, possano essere adattati con successo anche in realtà imprenditoriali di dimensioni ridotte, offrendo così concreti strumenti di crescita, differenziazione e sostenibilità nel lungo periodo.

Ipotesi interessante, quella di Malvezzi, che viene esplorata passo dopo passo presentando via via i modelli organizzativi creati per e grandi imprese “leggendoli” adattati alle caratteristiche peculiari delle micro e piccole imprese. Dopo questa prima parte, l’autore approfondisce gli ambiti di applicazione di ogni modello e, infine, analizza un caso aziendale reale.

I risultati mostrano che la trasposizione di strumenti strategici originariamente progettati per grandi organizzazioni, offre un potenziale concreto di sviluppo anche nelle realtà imprenditoriali minori, purché si tenga conto delle risorse limitate e della necessaria personalizzazione dei processi. Certo, le tesi di Valerio Malvezzi sono tutte da verificare per ogni singolo caso d’impresa. Ma contengono quell’elemento umano che rende ogni impresa diversa dalle altre. E che può fare davvero la differenza.

Manuale di corporate strategy. Strategia umanistica: la via italiana

Valerio Malvezzi

Eurilink University Press, 2025

Premio Campiello 2025: ecco la vincitrice della sessantatreesima edizione

La vincitrice della sessantatreesima edizione del Premio Campiello è stata proclamata sabato 13 settembre presso il Teatro La Fenice di Venezia. La serata è stata presentata da Giorgia Cardinaletti con la partecipazione di Luca Barbarossa e trasmessa in diretta su RAI 5.

Il libro scelto dalla Giuria dei Trecento Lettori, tra i cinque finalisti, è stato “Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco, Neri Pozza. L’autrice è stata premiata sul palco del Teatro La Fenice, dove ha ricevuto la “vera da pozzo”, che riproduce il simbolo del Premio: un tipico pozzo veneziano, chiamato appunto “campiello”.

Fondazione Pirelli ha dialogato con i cinque autori finalisti, per scoprire qualcosa in più sul libro vincitore potete rivedere l’intervista su questa pagina.

Durante la Cerimonia Antonio Calabrò, Direttore della Fondazione Pirelli, e Raffaele Boscaini, Presidente della Fondazione Il Campiello, hanno premiato le due vincitrici della quarta edizione del Campiello Junior, già proclamate a Vicenza nel mese di aprile: Ilaria Mattioni, con il romanzo “La figlia del gigante”, pubblicato da Feltrinelli, per la categoria 7-10 anni e Chiara Carminati, con “Nella tua pelle”, edito da Bompiani, per la categoria 11-14 anni.

Per conoscere meglio le vincitrici del Campiello Junior è possibile visionare le interviste di Fondazione Pirelli, su questa pagina.

Per scoprire le prossime iniziative del Campiello Junior continuate a seguirci su questo sito e sui canali social della Fondazione.

Premio Campiello 2025: ecco la vincitrice della sessantatreesima edizione
Premio Campiello 2025: ecco la vincitrice della sessantatreesima edizione

La vincitrice della sessantatreesima edizione del Premio Campiello è stata proclamata sabato 13 settembre presso il Teatro La Fenice di Venezia. La serata è stata presentata da Giorgia Cardinaletti con la partecipazione di Luca Barbarossa e trasmessa in diretta su RAI 5.

Il libro scelto dalla Giuria dei Trecento Lettori, tra i cinque finalisti, è stato “Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco, Neri Pozza. L’autrice è stata premiata sul palco del Teatro La Fenice, dove ha ricevuto la “vera da pozzo”, che riproduce il simbolo del Premio: un tipico pozzo veneziano, chiamato appunto “campiello”.

Fondazione Pirelli ha dialogato con i cinque autori finalisti, per scoprire qualcosa in più sul libro vincitore potete rivedere l’intervista su questa pagina.

Durante la Cerimonia Antonio Calabrò, Direttore della Fondazione Pirelli, e Raffaele Boscaini, Presidente della Fondazione Il Campiello, hanno premiato le due vincitrici della quarta edizione del Campiello Junior, già proclamate a Vicenza nel mese di aprile: Ilaria Mattioni, con il romanzo “La figlia del gigante”, pubblicato da Feltrinelli, per la categoria 7-10 anni e Chiara Carminati, con “Nella tua pelle”, edito da Bompiani, per la categoria 11-14 anni.

Per conoscere meglio le vincitrici del Campiello Junior è possibile visionare le interviste di Fondazione Pirelli, su questa pagina.

Per scoprire le prossime iniziative del Campiello Junior continuate a seguirci su questo sito e sui canali social della Fondazione.

“La città nella città” e la visione di Leopoldo Pirelli

Il “Progetto Bicocca”, uno degli interventi urbanistici più significativi della Milano di fine millennio fortemente voluto da Leopoldo Pirelli, Presidente di Pirelli dal 1965 fino al 1996, che ricordiamo in modo speciale, a cento anni dalla sua nascita

Pirelli e Milano, un legame indissolubile che con il nostro approfondimento “Pirelli, la città, la visione” abbiamo provato a raccontare attraverso i molteplici aspetti in cui si è finora manifestato – le origini in via Ponte Seveso che marchiano l’identità di azienda e prodotti a partire dai nomi, le immagini della città che fanno da scena nella comunicazione visiva dell’azienda, la produzione culturale dal Secondo Dopoguerra agli anni Sessanta che dialoga con quella della città, la costruzione di segni che lasciano l’impronta nello spazio e nella storia – non solo nella toponomastica, ma anche nella mappa dei luoghi iconici della città. Fra questi in primis il Grattacielo Pirelli, inaugurato nel 1960, capolavoro di Gio Ponti che definisce una nuova frontiera nell’architettura moderna e nel paesaggio della città, e poi il “Progetto Bicocca”, uno dei più grandi piani di trasformazione di un’area del territorio milanese, che ha segnato il dibattito sulla riqualificazione delle aree industriali a livello internazionale, e che porta la firma di Leopoldo Pirelli, in collaborazione con il Comune di Milano, la Provincia di Milano e Regione Lombardia.

È il 1985 quando la Pirelli, con la progressiva dismissione degli impianti di Bicocca (raccontata dal reportage fotografico di Gabriele Basilico e dal regista Silvio Soldini nel documentario “La fabbrica sospesa”, commissionati da Pirelli), indice un concorso internazionale a inviti per la conversione delle aree industriali di sua proprietà al fine di connetterle con il tessuto urbano, costruendo un centro tecnologico integrato e polifunzionale. “Bicocca Project: Invitation to develop the theme of the future urban and architectural layout of an area located to the north of Milan, owned by Pirelli and known as Bicocca” si legge nell’oggetto della lettera inviata ai venti partecipanti, studi di architettura e urbanistica fra i più prestigiosi a livello internazionale.

Dopo un secondo grado di giudizio, il 7 luglio 1988 Leopoldo Pirelli dichiara come progetto vincitore quello di Gregotti Associati. “Comincia da Bicocca la Milano del XXI secolo” titolerà “Fatti e Notizie”, il periodico di informazione del personale italiano del Gruppo, raccontando l’evento di presentazione della fase conclusiva del progetto alle autorità regionali, provinciali e cittadine, pubblicando un’intervista all’architetto Vittorio Gregotti.

L’interesse per il futuro delle città era stato protagonista delle pagine della “Rivista Pirelli” negli anni Cinquanta e Sessanta, dove architetti e urbanisti erano coinvolti in un interessante dibattito sullo sviluppo degli insediamenti urbani – ne abbiamo ampiamente dato conto nell’articolo “Pirelli e la città del futuro”.

E “futuro” è la parola-chiave del testo che Leopoldo Pirelli scrive a introduzione del volume “Progetto Bicocca” edito da Electa, 1986, che raccoglie tutti i progetti presentati al concorso internazionale per la progettazione urbanistica e architettonica di “Polo Tecnologico Integrato” sulle aree della Pirelli Bicocca a Milano, oggi conservati presso l’Archivio Storico Pirelli, custodito dalla Fondazione Pirelli).  “Ai progettisti che hanno partecipato al concorso abbiamo chiesto di riorganizzare una vasta area urbana, anticipando esigenze future che oggi noi possiamo tutt’al più intuire e intravedere. Li abbiamo invitati a pianificare uno sviluppo della città fondato sulle nuove tecnologie, la ricerca, il terziario avanzato, mentre noi imprenditori siamo ancora alle prese con i problemi della società industriale, delle grandi concentrazioni di occupati (e, di converso, delle sacche di disoccupazione), della produzione di massa. Proprio per questo ci siamo rivolti agli studiosi delle città e delle culture urbane: per la loro capacità di leggere nel futuro dell’uomo attraverso l’evoluzione del suo habitat, in una prospettiva diversa da quella dell’economista, dell’imprenditore o del sociologo”.

La Gregotti Associati disegnerà il masterplan dell’intero quartiere e gran parte dei suoi edifici, con un mix di ristrutturazione delle preesistenze ed edificazioni ex-novo: edifici per l’università, enti di ricerca pubblici e privati, aziende multinazionali, residenze, uffici, servizi, complessi per il tempo libero e attività commerciali, sostenuti da verde pubblico e infrastrutture, e l’Headquarters di Pirelli, con il suo centro direzionale e la ricerca e lo sviluppo – la sua “testa”, come la definisce Leopoldo Pirelli, ripreso nel documentario “Leopoldo Pirelli – Impegno industriale e cultura civile” prodotto dalla Fondazione Pirelli nel 2017, a dieci anni dalla sua scomparsa.

Dalle “fabbriche di prodotti” alle “fabbriche di idee e conoscenza”, con i suoi 676.000 mq di intervento, il “Progetto Bicocca” è uno dei più vasti programmi di ristrutturazione urbana operati negli ultimi trent’anni in Europa e apre a un nuovo concetto di urbanistica moderna, di riurbanizzazione del territorio.

Una rinnovata idea di “città nella città”, così come l’aveva voluta Leopoldo Pirelli, che nel consegnare il documento contenente l’invito a partecipare al concorso, scriveva “Non credo possa essere considerato retorico dire che questo è un contributo culturale e sociale che la Pirelli desidera offrire alla città di Milano, convinta, come è sempre stata, che il progresso economico non possa prescindere da queste due fondamentali dimensioni della vita civile”.

Per approfondire la figura di Leopoldo Pirelli a cento anni dalla nascita

“La città nella città” e la visione di Leopoldo Pirelli
“La città nella città” e la visione di Leopoldo Pirelli

Il “Progetto Bicocca”, uno degli interventi urbanistici più significativi della Milano di fine millennio fortemente voluto da Leopoldo Pirelli, Presidente di Pirelli dal 1965 fino al 1996, che ricordiamo in modo speciale, a cento anni dalla sua nascita

Pirelli e Milano, un legame indissolubile che con il nostro approfondimento “Pirelli, la città, la visione” abbiamo provato a raccontare attraverso i molteplici aspetti in cui si è finora manifestato – le origini in via Ponte Seveso che marchiano l’identità di azienda e prodotti a partire dai nomi, le immagini della città che fanno da scena nella comunicazione visiva dell’azienda, la produzione culturale dal Secondo Dopoguerra agli anni Sessanta che dialoga con quella della città, la costruzione di segni che lasciano l’impronta nello spazio e nella storia – non solo nella toponomastica, ma anche nella mappa dei luoghi iconici della città. Fra questi in primis il Grattacielo Pirelli, inaugurato nel 1960, capolavoro di Gio Ponti che definisce una nuova frontiera nell’architettura moderna e nel paesaggio della città, e poi il “Progetto Bicocca”, uno dei più grandi piani di trasformazione di un’area del territorio milanese, che ha segnato il dibattito sulla riqualificazione delle aree industriali a livello internazionale, e che porta la firma di Leopoldo Pirelli, in collaborazione con il Comune di Milano, la Provincia di Milano e Regione Lombardia.

È il 1985 quando la Pirelli, con la progressiva dismissione degli impianti di Bicocca (raccontata dal reportage fotografico di Gabriele Basilico e dal regista Silvio Soldini nel documentario “La fabbrica sospesa”, commissionati da Pirelli), indice un concorso internazionale a inviti per la conversione delle aree industriali di sua proprietà al fine di connetterle con il tessuto urbano, costruendo un centro tecnologico integrato e polifunzionale. “Bicocca Project: Invitation to develop the theme of the future urban and architectural layout of an area located to the north of Milan, owned by Pirelli and known as Bicocca” si legge nell’oggetto della lettera inviata ai venti partecipanti, studi di architettura e urbanistica fra i più prestigiosi a livello internazionale.

Dopo un secondo grado di giudizio, il 7 luglio 1988 Leopoldo Pirelli dichiara come progetto vincitore quello di Gregotti Associati. “Comincia da Bicocca la Milano del XXI secolo” titolerà “Fatti e Notizie”, il periodico di informazione del personale italiano del Gruppo, raccontando l’evento di presentazione della fase conclusiva del progetto alle autorità regionali, provinciali e cittadine, pubblicando un’intervista all’architetto Vittorio Gregotti.

L’interesse per il futuro delle città era stato protagonista delle pagine della “Rivista Pirelli” negli anni Cinquanta e Sessanta, dove architetti e urbanisti erano coinvolti in un interessante dibattito sullo sviluppo degli insediamenti urbani – ne abbiamo ampiamente dato conto nell’articolo “Pirelli e la città del futuro”.

E “futuro” è la parola-chiave del testo che Leopoldo Pirelli scrive a introduzione del volume “Progetto Bicocca” edito da Electa, 1986, che raccoglie tutti i progetti presentati al concorso internazionale per la progettazione urbanistica e architettonica di “Polo Tecnologico Integrato” sulle aree della Pirelli Bicocca a Milano, oggi conservati presso l’Archivio Storico Pirelli, custodito dalla Fondazione Pirelli).  “Ai progettisti che hanno partecipato al concorso abbiamo chiesto di riorganizzare una vasta area urbana, anticipando esigenze future che oggi noi possiamo tutt’al più intuire e intravedere. Li abbiamo invitati a pianificare uno sviluppo della città fondato sulle nuove tecnologie, la ricerca, il terziario avanzato, mentre noi imprenditori siamo ancora alle prese con i problemi della società industriale, delle grandi concentrazioni di occupati (e, di converso, delle sacche di disoccupazione), della produzione di massa. Proprio per questo ci siamo rivolti agli studiosi delle città e delle culture urbane: per la loro capacità di leggere nel futuro dell’uomo attraverso l’evoluzione del suo habitat, in una prospettiva diversa da quella dell’economista, dell’imprenditore o del sociologo”.

La Gregotti Associati disegnerà il masterplan dell’intero quartiere e gran parte dei suoi edifici, con un mix di ristrutturazione delle preesistenze ed edificazioni ex-novo: edifici per l’università, enti di ricerca pubblici e privati, aziende multinazionali, residenze, uffici, servizi, complessi per il tempo libero e attività commerciali, sostenuti da verde pubblico e infrastrutture, e l’Headquarters di Pirelli, con il suo centro direzionale e la ricerca e lo sviluppo – la sua “testa”, come la definisce Leopoldo Pirelli, ripreso nel documentario “Leopoldo Pirelli – Impegno industriale e cultura civile” prodotto dalla Fondazione Pirelli nel 2017, a dieci anni dalla sua scomparsa.

Dalle “fabbriche di prodotti” alle “fabbriche di idee e conoscenza”, con i suoi 676.000 mq di intervento, il “Progetto Bicocca” è uno dei più vasti programmi di ristrutturazione urbana operati negli ultimi trent’anni in Europa e apre a un nuovo concetto di urbanistica moderna, di riurbanizzazione del territorio.

Una rinnovata idea di “città nella città”, così come l’aveva voluta Leopoldo Pirelli, che nel consegnare il documento contenente l’invito a partecipare al concorso, scriveva “Non credo possa essere considerato retorico dire che questo è un contributo culturale e sociale che la Pirelli desidera offrire alla città di Milano, convinta, come è sempre stata, che il progresso economico non possa prescindere da queste due fondamentali dimensioni della vita civile”.

Per approfondire la figura di Leopoldo Pirelli a cento anni dalla nascita

Ricerca e impresa, come fare?

Uno studio di Banca d’Italia mette in luce relazioni virtuose e difficoltà da superare per diffondere l’innovazione in Italia

Innovazione e crescita delle imprese. Ma che tipo di innovazione? E quali imprese? E, soprattutto, con quale percorso? Domande importanti, che occorre porsi con attenzione e che non hanno risposte univoche ma, anzi, mutevoli a seconda dei territori e dei sistemi sociali ed economici coinvolti. È cercando di dare risposte a questi interrogativi che hanno lavorato Monica Andini, Fabio Bertolotti, Luca Citino, Francesco D’Amuri, Andrea Linarello e Giulia Mattei di Banca d’Italia. I risultati dell’impegno di questo gruppo di studio sono condensati in nella ricerca “Ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico in Italia” pubblicata da poche settimane nell’ambito della collana Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers).

Il lavoro – viene spiegato nelle prime pagine – presenta una ricognizione sistematica dell’intera filiera dell’innovazione in Italia, con particolare attenzione al nesso tra ricerca pubblica e capacità innovativa del sistema produttivo. L’analisi si articola lungo tre direttrici principali: la ricerca accademica in area STEM (Science, Technology, Engineering, and Mathematics), la brevettazione delle imprese private, delle università e degli Enti Pubblici di Ricerca (ERP) e le iniziative relative al trasferimento tecnologico. Direttrici, com’è naturale, intrecciate tra di loro, che vengono analizzate per arrivare ad una sintesi ragionata dello stato dell’arte, delineare un quadro completo dei punti di forza e di debolezza in ciascun ambito e fornire indicazioni di policy per il potenziamento del grado di capacità innovativa del Paese. Una capacità importante, viene sottolineato, che, tuttavia, potrebbe crescere in termini di diffusione e risultati lavorando di più sulle relazioni e sull’effettivo trasferimento tecnologico dai centri di ricerca alle aziende.

Questione di organizzazione e di risorse, certamente, così come anche di visione dell’importanza e della necessità di consolidare sempre di più quella cultura del produrre e della relazione che può far ricco il sistema produttivo di un territorio.

Ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico in Italia

Monica Andini, Fabio Bertolotti, Luca Citino, Francesco D’Amuri, Andrea Linarello,  Giulia Mattei

Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers), 954, luglio 2025

Ricerca e impresa, come fare?
Ricerca e impresa, come fare?

Uno studio di Banca d’Italia mette in luce relazioni virtuose e difficoltà da superare per diffondere l’innovazione in Italia

Innovazione e crescita delle imprese. Ma che tipo di innovazione? E quali imprese? E, soprattutto, con quale percorso? Domande importanti, che occorre porsi con attenzione e che non hanno risposte univoche ma, anzi, mutevoli a seconda dei territori e dei sistemi sociali ed economici coinvolti. È cercando di dare risposte a questi interrogativi che hanno lavorato Monica Andini, Fabio Bertolotti, Luca Citino, Francesco D’Amuri, Andrea Linarello e Giulia Mattei di Banca d’Italia. I risultati dell’impegno di questo gruppo di studio sono condensati in nella ricerca “Ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico in Italia” pubblicata da poche settimane nell’ambito della collana Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers).

Il lavoro – viene spiegato nelle prime pagine – presenta una ricognizione sistematica dell’intera filiera dell’innovazione in Italia, con particolare attenzione al nesso tra ricerca pubblica e capacità innovativa del sistema produttivo. L’analisi si articola lungo tre direttrici principali: la ricerca accademica in area STEM (Science, Technology, Engineering, and Mathematics), la brevettazione delle imprese private, delle università e degli Enti Pubblici di Ricerca (ERP) e le iniziative relative al trasferimento tecnologico. Direttrici, com’è naturale, intrecciate tra di loro, che vengono analizzate per arrivare ad una sintesi ragionata dello stato dell’arte, delineare un quadro completo dei punti di forza e di debolezza in ciascun ambito e fornire indicazioni di policy per il potenziamento del grado di capacità innovativa del Paese. Una capacità importante, viene sottolineato, che, tuttavia, potrebbe crescere in termini di diffusione e risultati lavorando di più sulle relazioni e sull’effettivo trasferimento tecnologico dai centri di ricerca alle aziende.

Questione di organizzazione e di risorse, certamente, così come anche di visione dell’importanza e della necessità di consolidare sempre di più quella cultura del produrre e della relazione che può far ricco il sistema produttivo di un territorio.

Ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico in Italia

Monica Andini, Fabio Bertolotti, Luca Citino, Francesco D’Amuri, Andrea Linarello,  Giulia Mattei

Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers), 954, luglio 2025

Lavorare insieme, si può fare

Due libri affrontano da punti di vista diversi un tema cruciale per le imprese

Lavorare insieme per crescere insieme. Indicazione che vale per tutte le organizzazioni, ma che per le imprese assume un’importanza particolare. E soprattutto oggi. Come lavorare insieme efficacemente è però cosa difficile da raggiungere. Ed è frutto di un percorso che occorre intraprendere. Anche con la scorta di “manuali” e “guide”. È il caso di due libri che si completano a vicenda e che prendono le mosse da una base comune: le organizzazioni funzionano davvero quando le persone possono contribuire, decidere e creare insieme.

“Leadership collegiale. Per organizzazioni agili, dinamiche, performanti” scritto da Monica Margoni che pone attenzione alla realtà che le imprese hanno davanti e che impone capacità di adattarsi ai cambiamenti, di attrarre nuovi talenti, sperimentare nuovi modi di intendere la leadership. Questione di processi decisionali (che devono essere veloci) e di strutture organizzative (che devono essere flessibili e dare spazio alle assunzioni dir responsabilità). Molto sta nella capacità dei “capi” di creare le condizioni giuste. Il libro presenta quindi modalità diverse di leadership non come una competenza personale, ma come una funzione che tutti, all’interno di un’organizzazione, possono esercitare. Un percorso evolutivo, come si diceva prima, che i responsabili di oggi possono intraprendere insieme ai propri collaboratori, perché per rispondere alla complessità l’intelligenza di pochi non basta.

Lavorare insieme e tutti, dunque. Un traguardo al quale guarda anche “Facilitation for growth. Come ottenere risultati straordinari dai gruppi” di Giancarlo Manzoni e Marco Ossani. Il libro guarda alle organizzazioni come grup­pi umani, squadre che funzionano solo se tutti vanno nella stessa direzione. Per questo la “facilitazione” viene ritenuto uno strumento fondamentale per tutte le aziende. Le tecniche di questa disciplina, che il libro illustra, permettono di miglio­rare la collaborazione nei gruppi ma hanno anche un altro scopo: far emergere idee, di raggiungere consen­so e di dare all’esperienza un significato condiviso. Arricchito da casi pratici, il libro è di quelli da leggere e applicare.

Leadership collegiale. Per organizzazioni agili, dinamiche, performanti

Monica Margoni

Guerini NEXT, 2025

Facilitation for growth. Come ottenere risultati straordinari dai gruppi

Giancarlo Manzoni, Marco Ossani

Guerini NEXT, 2025

Lavorare insieme, si può fare
Lavorare insieme, si può fare

Due libri affrontano da punti di vista diversi un tema cruciale per le imprese

Lavorare insieme per crescere insieme. Indicazione che vale per tutte le organizzazioni, ma che per le imprese assume un’importanza particolare. E soprattutto oggi. Come lavorare insieme efficacemente è però cosa difficile da raggiungere. Ed è frutto di un percorso che occorre intraprendere. Anche con la scorta di “manuali” e “guide”. È il caso di due libri che si completano a vicenda e che prendono le mosse da una base comune: le organizzazioni funzionano davvero quando le persone possono contribuire, decidere e creare insieme.

“Leadership collegiale. Per organizzazioni agili, dinamiche, performanti” scritto da Monica Margoni che pone attenzione alla realtà che le imprese hanno davanti e che impone capacità di adattarsi ai cambiamenti, di attrarre nuovi talenti, sperimentare nuovi modi di intendere la leadership. Questione di processi decisionali (che devono essere veloci) e di strutture organizzative (che devono essere flessibili e dare spazio alle assunzioni dir responsabilità). Molto sta nella capacità dei “capi” di creare le condizioni giuste. Il libro presenta quindi modalità diverse di leadership non come una competenza personale, ma come una funzione che tutti, all’interno di un’organizzazione, possono esercitare. Un percorso evolutivo, come si diceva prima, che i responsabili di oggi possono intraprendere insieme ai propri collaboratori, perché per rispondere alla complessità l’intelligenza di pochi non basta.

Lavorare insieme e tutti, dunque. Un traguardo al quale guarda anche “Facilitation for growth. Come ottenere risultati straordinari dai gruppi” di Giancarlo Manzoni e Marco Ossani. Il libro guarda alle organizzazioni come grup­pi umani, squadre che funzionano solo se tutti vanno nella stessa direzione. Per questo la “facilitazione” viene ritenuto uno strumento fondamentale per tutte le aziende. Le tecniche di questa disciplina, che il libro illustra, permettono di miglio­rare la collaborazione nei gruppi ma hanno anche un altro scopo: far emergere idee, di raggiungere consen­so e di dare all’esperienza un significato condiviso. Arricchito da casi pratici, il libro è di quelli da leggere e applicare.

Leadership collegiale. Per organizzazioni agili, dinamiche, performanti

Monica Margoni

Guerini NEXT, 2025

Facilitation for growth. Come ottenere risultati straordinari dai gruppi

Giancarlo Manzoni, Marco Ossani

Guerini NEXT, 2025

Le “parole che fanno vivere”: maestro, gentilezza, rispetto, equilibrio e probità

Ci sono parole che fanno vivere. Paul Eluard, uno dei più intensi poeti francesi del Novecento, le enumerava così: “La parola calore la parola fiducia/ Giustizia amore e la parola libertà/ la parola figlio e la parola gentilezza/ la parola coraggio la parola scoprire/ E la parola fratello e la parola compagno…”. “Parole innocenti”, le chiamava, anche per ricordare “certi nomi di luoghi e paesi/ e certi nomi di donne e di amici”. Come Gabriel Péri, eroe della Resistenza, cui la poesia era dedicata.

Possiamo provare a continuarlo, oggi, quest’elenco, anche come antidoto ai tempi difficili che ci tocca vivere. Tempi di violenza e volgarità, narcisismi e politica “con molti incubi e pochi sogni” (Il Foglio, 6 settembre), menzogne e sortilegi che rendono sempre più difficili le possibilità di scrivere storie a misura d’umanità.

Scriviamo la parola maestro, per esempio. E la parola probità. La parola lavoro, la parola rispetto e la parola equilibrio. La parola grazie e la parola scusa. La parola altrui. E, dopo Eluard, potremmo ripetere in modo nuovo la parola giustizia e la parola gentilezza.

Gli esempi di riferimento di questo nostro discorrere sono tratti dalla cronaca dei quotidiani (segno che leggere i giornali ben scritti e redatti consente di avere notizie e indicazioni di stile e cultura civile che fanno ben sperare, nonostante il disprezzo e gli insulti rivolti ai giornalisti da odiatori seriali sui social media ma anche da politici importanti). Minima moralia, si potrebbe pur dire, citando con deferenza e rispetto, senza alcuna velleità di paragone, ben più illustri precedenti.

Una persona è le avventure, le felicità e i dolori che ha vissuto, i libri che ha letto, le donne o gli uomini che ha amato, gli amici che ha scelto, i maestri che ha avuto.

Ecco, riflettiamo sulla parola “maestro” (senza esagerare, però, ad attribuirla, a sproposito, un po’ a tanti, a troppi). E usiamo, come uno degli strumenti possibili, il nuovo libro di Massimo Recalcati, giusto dieci anni dopo l’appassionante “L’ora di lezione”: è “La luce e l’onda”, Einaudi, con un sottotitolo essenziale: “Cosa significa insegnare?”. La parola maestro viene dal latino magis, che significa “più”. Più conoscenza da acquisire, più domande da fare, più risposte da cercare, più punti di vista da considerare. Non è il relativismo nichilista. Ma un’attitudine a trasmettere il sapere anche come capacità critica e come abitudine a guardare il mondo con “lo sguardo dell’altro”.

Recalcati, nelle sue pagine, parla di maestri del Novecento come Jacques Lacan, Gilles Deleuze e Pier Paolo Pasolini. E ognuno di noi può scrivere un suo elenco ulteriore. Jorge Luis Borges, tra “i giusti… che stanno salvando il mondo”, enumera “un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire” e “chi scopre con piacere un’etimologia”. Qualcuno, attento alla cultura siciliana e dunque al mondo, indicherebbe Pirandello e Vittorini, Sciascia e Camilleri (di cui tanto si discute adesso, per i cent’anni dalla nascita). A Milano, vale la pena rileggere Manzoni e Testori, oltre che Gadda. E ricordare l’ironia di Alberto Arbasino, ripresa da Edmondo Berselli: “In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro”.

Pochi fortunati e capaci, appunto. E ha proprio ragione Giuliano Ferrara quando ragiona sull’eccesso di paginate di ricordi ed elogi per le scomparse, anche recenti, di illustri personaggi e celebrità: “Esagerare stanca anche la memoria” (Il Foglio, 6 settembre). Bellezza, stile ed eleganza (ecco altre parole su cui insistere) sono il risultato di un sobrio e sofisticato senso della misura.

Maestri nell’alto dei cieli della grande cultura. E maestri, fondamentali, nella vita e nella scuola quotidiana.

Era maestra la mia nonna paterna, la maestra Lucia che, a cavallo tra la fine dell’Ottocento  e i primi quarant’anni del Novecento, aveva insegnato a leggere e fare di conto a centinaia di bambini a Caronia, un paese normanno sulla costa tirrenica della Sicilia. Scoprii, nel tempo, che in tanti avevano serbato di lei un grato ricordo. Insegnava a imparare. E ad avere un’idea delle parole, dei numeri e dunque del mondo. A diventare persone. Ieri. Come i maestri e le maestre fanno oggi e poi ancora domani. Insiste Recalcati: “È solo il contagio con il desiderio del maestro che produce il desiderio dell’allievo. Il compito del maestro è quello di accendere il desiderio di sapere”.

C’è un’altra parola cardine che si lega a maestro, pensando alla vita degli altri. Ed è rispetto. L’ha pronunciata, ancora una volta, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Solo in un mondo fondato sul rispetto è possibile realizzare progresso”, ha detto in un messaggio al Forum European House Ambrosetti a Cernobbio (Corriere della Sera, 7 settembre), spronando l’Europa a “ricostruire la centralità del diritto internazionale” e a “non cedere ai regimi autocratici” e criticando pure “lo straripante peso delle corporazioni globali” ovvero le Big Tech: “Sono le nuove Compagnie delle Indie”. Rispetto umano, contro le prepotenti tecnocrazie. Rispetto delle regole e dei valori. Rispetto di un migliore equilibrio economico e sociale.

Ecco un’altra parola essenziale: equilibrio. Che vuol dire cercare, con insistenza e ragionevolezza, nuove dimensioni di compatibilità tra le necessità di crescita economica e quelle di giustizia sociale, tra produttività e sostenibilità, tra competitività e solidarietà, secondo i canoni di una “impresa riformista” che può fare da protagonista di una nuova e migliore stagione di sviluppo e non solo di crescita. Un progresso economico e civile da misurare non soltanto con i parametri del Pil (il Prodotto interno lordo, la ricchezza creata) ma soprattutto con quelli del Bes (il Benessere equo e sostenibile, un autorevole indicatore elaborato già anni fa dall’Istat), quelli dell’Isu (l’Indice di sviluppo umano introdotto dall’Onu già negli anni Novanta del Novecento per misurare il benessere e la qualità della vita, e cioè salute e istruzione, oltre che il solo reddito) e quelli del Knowledge Economic Index, messi a punto dal World Bank Institute per valutare la posizione di un Paese nell’economia globale della conoscenza, dato che proprio la diffusione della conoscenza e dunque del pensiero critico è strettamente legata alla libertà, alla responsabilità e alla qualità dello sviluppo.

C’è una teoria di fondo, con cui fare i conti: quella elaborata da Martha Nussbaum sull’idea di Capability Approach, che valuta appunto il benessere e la qualità della vita in termini di reali opportunità che una persona ha di vivere una vita che desidera e ritiene degna di essere vissuta. Ecco un’altra “parola che fa vivere”: dignità.

Tutto ciò, per insistere su uno solo di tanti esempi, significa farsi carico, da parte della politica e delle classi dirigenti in generale, delle risposte da dare a quel milione e 400mila giovani, tra i 15 e i 24 anni, “neet”, che cioè non studiano e non lavorano, un vero e proprio “capitale umano disperso” (Chiara Saraceno, La Stampa, 6 settembre) che esprime un drammatico disagio personale e sociale e determina inaccettabili squilibri nella struttura del Paese. Tutto il contrario dell’inclusività su cui si basa una solida democrazia. E della dignità personale e sociale.

Ha dunque ragione Laura Linda Sabbadini quanto sostiene, nel suo nuovo libro, “Il Paese che conta”, Marsilio, che bisogna saper ragionare su dati e fatti e non su “fattoidi”, post verità e statistiche di comodo e che misurare le disuguaglianze significa anche contribuire a salvare la democrazia.

Volendo, sull’equilibrio, potrebbe valere la pena di fare anche un altro piccolo ma significativo esempio. Sul rapporto tra vita e lavoro. Ricordando la scelta di una delle più famose trattorie milanesi, “Trippa”, a Porta Romana (tanto di successo, grazie al buon cibo, da dover aspettare mesi per avere una prenotazione) di chiudere sabato e domenica. “Meno soldi, ma più felici. E una vita migliore”, dice Pietro Caroli, il fondatore, insieme allo chef Diego Rossi (Corriere della Sera, 4 settembre). Ecco, nella Milano frenetica e luccicosa, preferire la qualità della vita e del lavoro al fare soldi è indice di una tendenza che, per quanto minoritaria, va fatta vivere e valere.

C’è un’altra parola, da legare all’idea di economia giusta e sostenibile. Ed è probità. L’ha usata Marco Tronchetti Provera, Ceo di Pirelli, per ricordare Leopoldo Pirelli per i cento anni dalla sua nascita: “Un imprenditore, tra i più lungimiranti della sua generazione. Un uomo probo, come si sarebbe detto in passato, sensibile ai temi sociali e culturali e dotato d’un grande senso di responsabilità, verso l’azienda che guidava e verso le istituzioni del Paese” (Corriere della Sera, 25 agosto: “Un illuminista in azienda. È l’etica a sostenere la missione di un imprenditore”).

Valori e passioni, nel mondo difficile e competitivo dell’economia di mercato. Quanto mai importanti per poter parlare, nel luogo periodo, di innovazione, lavoro, redditività. E migliore futuro.

Etica del fare, etica del lavoro ben fatto, si è detto, anche nei giorni scorsi, parlando di un’altra persona dell’economia e della cultura appena scomparsa, Giorgio Armani. Legando quella dimensione morale a un’idea che va oltre la moda e investe il senso più profondo dell’eleganza, come uno stile di lavoro e di vita. Anche con misura. Con buon gusto. E con gentilezza. Rieccoci alle parole “che fanno vivere”.

Sono parole impegnative, appunto, tutte quelle di cui stiamo ragionando. Ultime utopie, potrebbe pur dire qualcuno. E ben a ragione. Eppure, a rafforzare il convincimento che, nonostante i tempi corrivi e grevi vadano in tutt’altra direzione, sia necessario insistere sulle parole fertili di buoni sentimenti e comportamenti, arriva il conforto di pagine classiche, sapienti e severe. Come quelle di Lewis Mumford che invita a distinguere “l’utopia della fuga” (vaneggiare obiettivi impossibili, costruire castelli in aria) dall’ “utopia della ricostruzione” (provare a rendere in mondo un po’ migliore – ne abbiamo già parlato, in questo blog).

O quelle con cui Italo Calvino conclude “Le città invisibili”, invitando a “cercare e saper riconoscere, chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Val la pena, dunque, continuarlo, l’elenco delle “parole che fanno vivere”, delle “parole innocenti” di Eluard. Ognuno a suo modo.

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Emilio Isgrò, Libro cancellato, 1964, Museo del Novecento Milano

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Le “parole che fanno vivere”: maestro, gentilezza, rispetto, equilibrio e probità
Le “parole che fanno vivere”: maestro, gentilezza, rispetto, equilibrio e probità

Ci sono parole che fanno vivere. Paul Eluard, uno dei più intensi poeti francesi del Novecento, le enumerava così: “La parola calore la parola fiducia/ Giustizia amore e la parola libertà/ la parola figlio e la parola gentilezza/ la parola coraggio la parola scoprire/ E la parola fratello e la parola compagno…”. “Parole innocenti”, le chiamava, anche per ricordare “certi nomi di luoghi e paesi/ e certi nomi di donne e di amici”. Come Gabriel Péri, eroe della Resistenza, cui la poesia era dedicata.

Possiamo provare a continuarlo, oggi, quest’elenco, anche come antidoto ai tempi difficili che ci tocca vivere. Tempi di violenza e volgarità, narcisismi e politica “con molti incubi e pochi sogni” (Il Foglio, 6 settembre), menzogne e sortilegi che rendono sempre più difficili le possibilità di scrivere storie a misura d’umanità.

Scriviamo la parola maestro, per esempio. E la parola probità. La parola lavoro, la parola rispetto e la parola equilibrio. La parola grazie e la parola scusa. La parola altrui. E, dopo Eluard, potremmo ripetere in modo nuovo la parola giustizia e la parola gentilezza.

Gli esempi di riferimento di questo nostro discorrere sono tratti dalla cronaca dei quotidiani (segno che leggere i giornali ben scritti e redatti consente di avere notizie e indicazioni di stile e cultura civile che fanno ben sperare, nonostante il disprezzo e gli insulti rivolti ai giornalisti da odiatori seriali sui social media ma anche da politici importanti). Minima moralia, si potrebbe pur dire, citando con deferenza e rispetto, senza alcuna velleità di paragone, ben più illustri precedenti.

Una persona è le avventure, le felicità e i dolori che ha vissuto, i libri che ha letto, le donne o gli uomini che ha amato, gli amici che ha scelto, i maestri che ha avuto.

Ecco, riflettiamo sulla parola “maestro” (senza esagerare, però, ad attribuirla, a sproposito, un po’ a tanti, a troppi). E usiamo, come uno degli strumenti possibili, il nuovo libro di Massimo Recalcati, giusto dieci anni dopo l’appassionante “L’ora di lezione”: è “La luce e l’onda”, Einaudi, con un sottotitolo essenziale: “Cosa significa insegnare?”. La parola maestro viene dal latino magis, che significa “più”. Più conoscenza da acquisire, più domande da fare, più risposte da cercare, più punti di vista da considerare. Non è il relativismo nichilista. Ma un’attitudine a trasmettere il sapere anche come capacità critica e come abitudine a guardare il mondo con “lo sguardo dell’altro”.

Recalcati, nelle sue pagine, parla di maestri del Novecento come Jacques Lacan, Gilles Deleuze e Pier Paolo Pasolini. E ognuno di noi può scrivere un suo elenco ulteriore. Jorge Luis Borges, tra “i giusti… che stanno salvando il mondo”, enumera “un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire” e “chi scopre con piacere un’etimologia”. Qualcuno, attento alla cultura siciliana e dunque al mondo, indicherebbe Pirandello e Vittorini, Sciascia e Camilleri (di cui tanto si discute adesso, per i cent’anni dalla nascita). A Milano, vale la pena rileggere Manzoni e Testori, oltre che Gadda. E ricordare l’ironia di Alberto Arbasino, ripresa da Edmondo Berselli: “In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro”.

Pochi fortunati e capaci, appunto. E ha proprio ragione Giuliano Ferrara quando ragiona sull’eccesso di paginate di ricordi ed elogi per le scomparse, anche recenti, di illustri personaggi e celebrità: “Esagerare stanca anche la memoria” (Il Foglio, 6 settembre). Bellezza, stile ed eleganza (ecco altre parole su cui insistere) sono il risultato di un sobrio e sofisticato senso della misura.

Maestri nell’alto dei cieli della grande cultura. E maestri, fondamentali, nella vita e nella scuola quotidiana.

Era maestra la mia nonna paterna, la maestra Lucia che, a cavallo tra la fine dell’Ottocento  e i primi quarant’anni del Novecento, aveva insegnato a leggere e fare di conto a centinaia di bambini a Caronia, un paese normanno sulla costa tirrenica della Sicilia. Scoprii, nel tempo, che in tanti avevano serbato di lei un grato ricordo. Insegnava a imparare. E ad avere un’idea delle parole, dei numeri e dunque del mondo. A diventare persone. Ieri. Come i maestri e le maestre fanno oggi e poi ancora domani. Insiste Recalcati: “È solo il contagio con il desiderio del maestro che produce il desiderio dell’allievo. Il compito del maestro è quello di accendere il desiderio di sapere”.

C’è un’altra parola cardine che si lega a maestro, pensando alla vita degli altri. Ed è rispetto. L’ha pronunciata, ancora una volta, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Solo in un mondo fondato sul rispetto è possibile realizzare progresso”, ha detto in un messaggio al Forum European House Ambrosetti a Cernobbio (Corriere della Sera, 7 settembre), spronando l’Europa a “ricostruire la centralità del diritto internazionale” e a “non cedere ai regimi autocratici” e criticando pure “lo straripante peso delle corporazioni globali” ovvero le Big Tech: “Sono le nuove Compagnie delle Indie”. Rispetto umano, contro le prepotenti tecnocrazie. Rispetto delle regole e dei valori. Rispetto di un migliore equilibrio economico e sociale.

Ecco un’altra parola essenziale: equilibrio. Che vuol dire cercare, con insistenza e ragionevolezza, nuove dimensioni di compatibilità tra le necessità di crescita economica e quelle di giustizia sociale, tra produttività e sostenibilità, tra competitività e solidarietà, secondo i canoni di una “impresa riformista” che può fare da protagonista di una nuova e migliore stagione di sviluppo e non solo di crescita. Un progresso economico e civile da misurare non soltanto con i parametri del Pil (il Prodotto interno lordo, la ricchezza creata) ma soprattutto con quelli del Bes (il Benessere equo e sostenibile, un autorevole indicatore elaborato già anni fa dall’Istat), quelli dell’Isu (l’Indice di sviluppo umano introdotto dall’Onu già negli anni Novanta del Novecento per misurare il benessere e la qualità della vita, e cioè salute e istruzione, oltre che il solo reddito) e quelli del Knowledge Economic Index, messi a punto dal World Bank Institute per valutare la posizione di un Paese nell’economia globale della conoscenza, dato che proprio la diffusione della conoscenza e dunque del pensiero critico è strettamente legata alla libertà, alla responsabilità e alla qualità dello sviluppo.

C’è una teoria di fondo, con cui fare i conti: quella elaborata da Martha Nussbaum sull’idea di Capability Approach, che valuta appunto il benessere e la qualità della vita in termini di reali opportunità che una persona ha di vivere una vita che desidera e ritiene degna di essere vissuta. Ecco un’altra “parola che fa vivere”: dignità.

Tutto ciò, per insistere su uno solo di tanti esempi, significa farsi carico, da parte della politica e delle classi dirigenti in generale, delle risposte da dare a quel milione e 400mila giovani, tra i 15 e i 24 anni, “neet”, che cioè non studiano e non lavorano, un vero e proprio “capitale umano disperso” (Chiara Saraceno, La Stampa, 6 settembre) che esprime un drammatico disagio personale e sociale e determina inaccettabili squilibri nella struttura del Paese. Tutto il contrario dell’inclusività su cui si basa una solida democrazia. E della dignità personale e sociale.

Ha dunque ragione Laura Linda Sabbadini quanto sostiene, nel suo nuovo libro, “Il Paese che conta”, Marsilio, che bisogna saper ragionare su dati e fatti e non su “fattoidi”, post verità e statistiche di comodo e che misurare le disuguaglianze significa anche contribuire a salvare la democrazia.

Volendo, sull’equilibrio, potrebbe valere la pena di fare anche un altro piccolo ma significativo esempio. Sul rapporto tra vita e lavoro. Ricordando la scelta di una delle più famose trattorie milanesi, “Trippa”, a Porta Romana (tanto di successo, grazie al buon cibo, da dover aspettare mesi per avere una prenotazione) di chiudere sabato e domenica. “Meno soldi, ma più felici. E una vita migliore”, dice Pietro Caroli, il fondatore, insieme allo chef Diego Rossi (Corriere della Sera, 4 settembre). Ecco, nella Milano frenetica e luccicosa, preferire la qualità della vita e del lavoro al fare soldi è indice di una tendenza che, per quanto minoritaria, va fatta vivere e valere.

C’è un’altra parola, da legare all’idea di economia giusta e sostenibile. Ed è probità. L’ha usata Marco Tronchetti Provera, Ceo di Pirelli, per ricordare Leopoldo Pirelli per i cento anni dalla sua nascita: “Un imprenditore, tra i più lungimiranti della sua generazione. Un uomo probo, come si sarebbe detto in passato, sensibile ai temi sociali e culturali e dotato d’un grande senso di responsabilità, verso l’azienda che guidava e verso le istituzioni del Paese” (Corriere della Sera, 25 agosto: “Un illuminista in azienda. È l’etica a sostenere la missione di un imprenditore”).

Valori e passioni, nel mondo difficile e competitivo dell’economia di mercato. Quanto mai importanti per poter parlare, nel luogo periodo, di innovazione, lavoro, redditività. E migliore futuro.

Etica del fare, etica del lavoro ben fatto, si è detto, anche nei giorni scorsi, parlando di un’altra persona dell’economia e della cultura appena scomparsa, Giorgio Armani. Legando quella dimensione morale a un’idea che va oltre la moda e investe il senso più profondo dell’eleganza, come uno stile di lavoro e di vita. Anche con misura. Con buon gusto. E con gentilezza. Rieccoci alle parole “che fanno vivere”.

Sono parole impegnative, appunto, tutte quelle di cui stiamo ragionando. Ultime utopie, potrebbe pur dire qualcuno. E ben a ragione. Eppure, a rafforzare il convincimento che, nonostante i tempi corrivi e grevi vadano in tutt’altra direzione, sia necessario insistere sulle parole fertili di buoni sentimenti e comportamenti, arriva il conforto di pagine classiche, sapienti e severe. Come quelle di Lewis Mumford che invita a distinguere “l’utopia della fuga” (vaneggiare obiettivi impossibili, costruire castelli in aria) dall’ “utopia della ricostruzione” (provare a rendere in mondo un po’ migliore – ne abbiamo già parlato, in questo blog).

O quelle con cui Italo Calvino conclude “Le città invisibili”, invitando a “cercare e saper riconoscere, chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Val la pena, dunque, continuarlo, l’elenco delle “parole che fanno vivere”, delle “parole innocenti” di Eluard. Ognuno a suo modo.

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Emilio Isgrò, Libro cancellato, 1964, Museo del Novecento Milano

Getty Images

Siamo storia. Siamo futuro: educare al futuro attraverso la cultura d’impresa

La scuola incontra l’impresa, la storia ispira il futuro. È con questo spirito che la Fondazione Pirelli ha ideato il nuovo programma Fondazione Pirelli Educational 2025/2026 rivolto alle scuole. Attraverso strumenti educativi pensati per stimolare spirito critico e creatività, le attività didattiche di quest’anno racconteranno il mondo dell’impresa come motore di innovazione, immaginazione e responsabilità. Un viaggio tra passato, presente e futuro dell’impresa per supportare la scuola nella formazione di studenti consapevoli.

La Fondazione Pirelli custodisce importanti testimonianze della storia industriale, sociale e culturale italiana, con uno sguardo anche al panorama internazionale dove Pirelli è presente fin dai primi anni del Novecento. Gli studenti, grazie ai percorsi didattici, si confronteranno con documenti, fotografie, filmati, disegni tecnici e pubblicità per comprendere il valore delle esperienze del passato e trasformarle in fonti d’ispirazione per la costruzione di nuove idee e progetti. Diventeranno così protagonisti di un racconto in evoluzione, che dal 1872 intreccia radici e visione, memoria e innovazione.

I percorsi – articolati in uno o più incontri interattivi online o in presenza presso la sede di Fondazione Pirelli, nel quartiere Bicocca di Milano – approfondiranno tematiche fortemente radicate nella storia aziendale, ma anche legate alle sfide del presente e del futuro.

Un’offerta didattica modulata ai diversi livelli scolastici e sulle esigenze delle singole classi: si parlerà di tecnologia, lavoro, mobilità, sostenibilità ambientale e sociale, sicurezza stradale, trasformazioni urbane, cittadinanza attiva, sport e internazionalità.

Gli studenti delle scuole secondarie di II grado saranno chiamati a riflettere sull’importanza esponenziale che i numeri e i dati hanno acquisito nella società contemporanea, mentre quelli delle scuole secondarie di I grado ragioneranno sul lavoro di ricerca che alimenta ogni innovazione tecnologica e sulla crescente attenzione alla riduzione dell’impatto ambientale anche nel mondo delle corse di velocità. Scopriranno inoltre le storie di incontri tra personaggi del passato che, con intraprendenza, hanno dato vita a idee e progetti diventati celebri a livello mondiale. Le scuole primarie saranno invitate a immaginare città più belle, sicure e vivibili o scopriranno le proprietà della gomma e i tanti materiali rinnovabili utilizzati nella produzione di pneumatici. Non mancheranno i percorsi dedicati all’evoluzione della comunicazione visiva: i più piccoli esploreranno l’archivio storico alla ricerca di morbidi e divertenti animali in gomma scelti da grafici e designer per animare e dare significato alle pubblicità di prodotto; i più grandi si cimenteranno con la comunicazione corporate e la creazione di un allestimento fieristico.

Anche quest’anno gli studenti maggiorenni avranno la possibilità di entrare nel cuore della ricerca e sviluppo Pirelli: visiteranno il Centro di Sperimentazione Pirelli di Milano Bicocca, dove i pneumatici vengono testati prima della produzione.

Modellini, rendering, infografiche, racconti, dialoghi e pubblicità saranno gli strumenti con cui gli studenti daranno forma a progetti capaci di mettere in dialogo passato e presente.

Siamo storia. Siamo futuro: educare al futuro attraverso la cultura d’impresa
Siamo storia. Siamo futuro: educare al futuro attraverso la cultura d’impresa

La scuola incontra l’impresa, la storia ispira il futuro. È con questo spirito che la Fondazione Pirelli ha ideato il nuovo programma Fondazione Pirelli Educational 2025/2026 rivolto alle scuole. Attraverso strumenti educativi pensati per stimolare spirito critico e creatività, le attività didattiche di quest’anno racconteranno il mondo dell’impresa come motore di innovazione, immaginazione e responsabilità. Un viaggio tra passato, presente e futuro dell’impresa per supportare la scuola nella formazione di studenti consapevoli.

La Fondazione Pirelli custodisce importanti testimonianze della storia industriale, sociale e culturale italiana, con uno sguardo anche al panorama internazionale dove Pirelli è presente fin dai primi anni del Novecento. Gli studenti, grazie ai percorsi didattici, si confronteranno con documenti, fotografie, filmati, disegni tecnici e pubblicità per comprendere il valore delle esperienze del passato e trasformarle in fonti d’ispirazione per la costruzione di nuove idee e progetti. Diventeranno così protagonisti di un racconto in evoluzione, che dal 1872 intreccia radici e visione, memoria e innovazione.

I percorsi – articolati in uno o più incontri interattivi online o in presenza presso la sede di Fondazione Pirelli, nel quartiere Bicocca di Milano – approfondiranno tematiche fortemente radicate nella storia aziendale, ma anche legate alle sfide del presente e del futuro.

Un’offerta didattica modulata ai diversi livelli scolastici e sulle esigenze delle singole classi: si parlerà di tecnologia, lavoro, mobilità, sostenibilità ambientale e sociale, sicurezza stradale, trasformazioni urbane, cittadinanza attiva, sport e internazionalità.

Gli studenti delle scuole secondarie di II grado saranno chiamati a riflettere sull’importanza esponenziale che i numeri e i dati hanno acquisito nella società contemporanea, mentre quelli delle scuole secondarie di I grado ragioneranno sul lavoro di ricerca che alimenta ogni innovazione tecnologica e sulla crescente attenzione alla riduzione dell’impatto ambientale anche nel mondo delle corse di velocità. Scopriranno inoltre le storie di incontri tra personaggi del passato che, con intraprendenza, hanno dato vita a idee e progetti diventati celebri a livello mondiale. Le scuole primarie saranno invitate a immaginare città più belle, sicure e vivibili o scopriranno le proprietà della gomma e i tanti materiali rinnovabili utilizzati nella produzione di pneumatici. Non mancheranno i percorsi dedicati all’evoluzione della comunicazione visiva: i più piccoli esploreranno l’archivio storico alla ricerca di morbidi e divertenti animali in gomma scelti da grafici e designer per animare e dare significato alle pubblicità di prodotto; i più grandi si cimenteranno con la comunicazione corporate e la creazione di un allestimento fieristico.

Anche quest’anno gli studenti maggiorenni avranno la possibilità di entrare nel cuore della ricerca e sviluppo Pirelli: visiteranno il Centro di Sperimentazione Pirelli di Milano Bicocca, dove i pneumatici vengono testati prima della produzione.

Modellini, rendering, infografiche, racconti, dialoghi e pubblicità saranno gli strumenti con cui gli studenti daranno forma a progetti capaci di mettere in dialogo passato e presente.

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