Storia esemplare di un uomo d’impresa
Da poco pubblicata una ricerca che mette in luce l’importanza dei lavoratori intermedi nelle fabbriche e negli uffici
Operai oppure grandi imprenditori. Nella narrazione fatta da quasi tutta la letteratura storica d’impresa, sembra siano queste le due categorie che occupano più pagine in assoluto. Lo dice bene Andrea Negro – dottorando in studi storici, geografici e antropologici presso l’Università di Padova – in un bel saggio da poco pubblicato che cerca di analizzare la “classe di mezzo” delle imprese.
“‘Il progresso tecnico non è mai nato da sogni e favole’. La storia di Mario Croce, dalla Società per azioni ferriere e acciaierie di Udine (Safau) al mondo” prende le mosse proprio da questa constatazione. Scrive l’autore nelle primissime righe della sua ricerca: “Messi in ombra da un lato dallo studio delle vicende imprenditoriali e dall’altro dalla storia del lavoro operaio, gli strati intermedi della fabbrica” e cioè ad esempio “capi, tecnici, ingegneri e progettisti, hanno trovato meno spazio nell’ambito degli studi storici”. Non così, certo, è accaduto e accade nella letteratura a tutto tondo che si è occupata e si occupa di storie d’azienda, ma – come si è detto – in quella più attenta agli aspetti storici il fenomeno è rilevante. Ed è a questa mancanza che Andrea Negro vuole rimediare.
La ricerca intreccia la teoria con il racconto di una vita reale vissuta in fabbrica, quella di Mario Croce: tecnico della siderurgia, a partire dal 1947 tramite la Safau di Udine prima e la Danieli & C. Croce ha dato un contributo determinante allo sviluppo della colata continua, importante innovazione nel panorama globale dell’acciaio, dirigendo l’installazione di quasi 110 impianti nel mondo. Ma è stato, appunto, sempre una figura intermedia, importante e determinante ma pur sempre componente “a metà” negli organigrammi. Ed è, appunto, sulla storia di Mario Croce assunta a paradigma di una categoria di lavoratori, che Andrea Negro fonda la sua indagine. È così che la cultura d’impresa (industriale) che spesso viene attribuita, a seconda degli studi, alla classe imprenditoriale oppure a quella operaia, trova altri paladini che si dimostrano essenziali per la sua crescita e diffusione.
È da leggere e apprezzare lo studio di Negro – condotto tra l’altro attraverso i documenti dell’archivio privato di Mario Croce – anche perché dimostra, se ve ne fosse ancora bisogno, quanto la storia delle imprese debba sempre essere ricondotta a quella delle persone che le popolano.
“Il progresso tecnico non è mai nato da sogni e favole”. La storia di Mario Croce, dalla Società per azioni ferriere e acciaierie di Udine (Safau) al mondo
Andrea Negro
SOCIETÀ E STORIA, 2025/187
Da poco pubblicata una ricerca che mette in luce l’importanza dei lavoratori intermedi nelle fabbriche e negli uffici
Operai oppure grandi imprenditori. Nella narrazione fatta da quasi tutta la letteratura storica d’impresa, sembra siano queste le due categorie che occupano più pagine in assoluto. Lo dice bene Andrea Negro – dottorando in studi storici, geografici e antropologici presso l’Università di Padova – in un bel saggio da poco pubblicato che cerca di analizzare la “classe di mezzo” delle imprese.
“‘Il progresso tecnico non è mai nato da sogni e favole’. La storia di Mario Croce, dalla Società per azioni ferriere e acciaierie di Udine (Safau) al mondo” prende le mosse proprio da questa constatazione. Scrive l’autore nelle primissime righe della sua ricerca: “Messi in ombra da un lato dallo studio delle vicende imprenditoriali e dall’altro dalla storia del lavoro operaio, gli strati intermedi della fabbrica” e cioè ad esempio “capi, tecnici, ingegneri e progettisti, hanno trovato meno spazio nell’ambito degli studi storici”. Non così, certo, è accaduto e accade nella letteratura a tutto tondo che si è occupata e si occupa di storie d’azienda, ma – come si è detto – in quella più attenta agli aspetti storici il fenomeno è rilevante. Ed è a questa mancanza che Andrea Negro vuole rimediare.
La ricerca intreccia la teoria con il racconto di una vita reale vissuta in fabbrica, quella di Mario Croce: tecnico della siderurgia, a partire dal 1947 tramite la Safau di Udine prima e la Danieli & C. Croce ha dato un contributo determinante allo sviluppo della colata continua, importante innovazione nel panorama globale dell’acciaio, dirigendo l’installazione di quasi 110 impianti nel mondo. Ma è stato, appunto, sempre una figura intermedia, importante e determinante ma pur sempre componente “a metà” negli organigrammi. Ed è, appunto, sulla storia di Mario Croce assunta a paradigma di una categoria di lavoratori, che Andrea Negro fonda la sua indagine. È così che la cultura d’impresa (industriale) che spesso viene attribuita, a seconda degli studi, alla classe imprenditoriale oppure a quella operaia, trova altri paladini che si dimostrano essenziali per la sua crescita e diffusione.
È da leggere e apprezzare lo studio di Negro – condotto tra l’altro attraverso i documenti dell’archivio privato di Mario Croce – anche perché dimostra, se ve ne fosse ancora bisogno, quanto la storia delle imprese debba sempre essere ricondotta a quella delle persone che le popolano.
“Il progresso tecnico non è mai nato da sogni e favole”. La storia di Mario Croce, dalla Società per azioni ferriere e acciaierie di Udine (Safau) al mondo
Andrea Negro
SOCIETÀ E STORIA, 2025/187
Storia di un uomo d’impresa
La narrazione della vita di Enrico Loccioni dalla terra all’industria
Vita d’impresa. Nel vero senso della parola: una vita spesa per fare impresa. E un’impresa originale, come d’altra parte sono tutte le imprese che davvero possono dirsi tali. Apprendere vicende di questo genere fa bene a tutti. Anche a chi non pensa di farsi imprenditore. Perché sono storie di vite spese bene, dedite a costruire qualcosa (e non solo di materiale).
Per questo è bello leggere “La terra e le idee”, libro di Mario Bartocci appena dato alle stampe che ha un sottotitolo che è la sintesi di tutto: “Enrico Loccioni e l’impresa come bene comune”. Perché il libro è il racconto di un uomo – Enrico Loccioni, appunto – e della sua cocciutaggine nel pensare prima e realizzare poi un’impresa che fosse bene comune, cioè di tutti.
Racconto, quindi, quasi un romanzo che attraversa la storia personale dell’imprenditore Enrico Loccioni che si intreccia con quella dell’uomo Enrico Loccioni. Quella di Loccioni, nato e cresciuto “sopra una stalla” nell’entroterra marchigiano, è la vita con lo sfondo della storia del paese, dal boom economico alle sfide di oggi. L’infanzia in campagna, in una casa in cui non c’era energia elettrica, né acqua corrente, la scuola rurale, la voglia di riscatto, l’arrivo dell’elettricità. La voglia di libertà, la “tigna” e l’intelligenza. Tutto questo porta il protagonista a sviluppare nel tempo un modello d’impresa basato sulle persone e sulla conoscenza. Un modello che si è dimostrato vincente e che ha attraversato le crisi, i cambiamenti, i passaggi, con lo sguardo fisso ad un futuro che deve essere fatto di “bellezza, benessere e sostenibilità”. Anche se si producono sistemi di misura e controllo” per grandi imprese che realizzano auto, elettrodomestici, energia, farmaci, aerei, treni.
Racconto s’è detto, ma – come viene precisato dall’autore – non tanto su Enrico Loccioni, ma, attraverso di lui, su come si possa costruire un’impresa che funziona per davvero. Dice il protagonista ad un certo punto del libro: “Fin da quando ho cominciato a fare l’imprenditore ho cercato sempre di pensare l’impresa come comunità di persone piuttosto che come società di capitali, di utilizzare la tecnologia con me strumento piuttosto che come fine, di vedere il rapporto con la natura come integrazione piuttosto che contrapposizione; ho inoltre considerato lo sviluppo della conoscenza come punto essenziale dell’esercizio e della affermazione dell’impresa”.
La terra e le idee. Enrico Loccioni e l’impresa come bene comune
Mario Bartocci
Desiderio Editore, 2025






La narrazione della vita di Enrico Loccioni dalla terra all’industria
Vita d’impresa. Nel vero senso della parola: una vita spesa per fare impresa. E un’impresa originale, come d’altra parte sono tutte le imprese che davvero possono dirsi tali. Apprendere vicende di questo genere fa bene a tutti. Anche a chi non pensa di farsi imprenditore. Perché sono storie di vite spese bene, dedite a costruire qualcosa (e non solo di materiale).
Per questo è bello leggere “La terra e le idee”, libro di Mario Bartocci appena dato alle stampe che ha un sottotitolo che è la sintesi di tutto: “Enrico Loccioni e l’impresa come bene comune”. Perché il libro è il racconto di un uomo – Enrico Loccioni, appunto – e della sua cocciutaggine nel pensare prima e realizzare poi un’impresa che fosse bene comune, cioè di tutti.
Racconto, quindi, quasi un romanzo che attraversa la storia personale dell’imprenditore Enrico Loccioni che si intreccia con quella dell’uomo Enrico Loccioni. Quella di Loccioni, nato e cresciuto “sopra una stalla” nell’entroterra marchigiano, è la vita con lo sfondo della storia del paese, dal boom economico alle sfide di oggi. L’infanzia in campagna, in una casa in cui non c’era energia elettrica, né acqua corrente, la scuola rurale, la voglia di riscatto, l’arrivo dell’elettricità. La voglia di libertà, la “tigna” e l’intelligenza. Tutto questo porta il protagonista a sviluppare nel tempo un modello d’impresa basato sulle persone e sulla conoscenza. Un modello che si è dimostrato vincente e che ha attraversato le crisi, i cambiamenti, i passaggi, con lo sguardo fisso ad un futuro che deve essere fatto di “bellezza, benessere e sostenibilità”. Anche se si producono sistemi di misura e controllo” per grandi imprese che realizzano auto, elettrodomestici, energia, farmaci, aerei, treni.
Racconto s’è detto, ma – come viene precisato dall’autore – non tanto su Enrico Loccioni, ma, attraverso di lui, su come si possa costruire un’impresa che funziona per davvero. Dice il protagonista ad un certo punto del libro: “Fin da quando ho cominciato a fare l’imprenditore ho cercato sempre di pensare l’impresa come comunità di persone piuttosto che come società di capitali, di utilizzare la tecnologia con me strumento piuttosto che come fine, di vedere il rapporto con la natura come integrazione piuttosto che contrapposizione; ho inoltre considerato lo sviluppo della conoscenza come punto essenziale dell’esercizio e della affermazione dell’impresa”.
La terra e le idee. Enrico Loccioni e l’impresa come bene comune
Mario Bartocci
Desiderio Editore, 2025
Le “mani che pensano” tengono in piedi l’industria italiana, con una sintesi tra design e intelligenza artigianale e artificiale
“Era una notte buia e tempestosa”. È l’incipit di un romanzo immaginario, molto più famoso di tante altre prime pagine di romanzi reali. E lo scrive Snoopy, sul tetto della sua cuccia, battendo sui tasti di una macchina da scrivere che ricorda la Lettera 22 della Olivetti. Una straordinaria sintesi di icone. Innanzitutto, l’adorabile, fantasioso, ironico personaggio dei cartoon di Schulz. Poi, un prodotto industriale che connota, per bellezza e funzionalità, il miglior design italiano (un esemplare, appunto, è esposto al Moma di New York). E infine, un’attività, il raccontare in forma di libro, antica eppure straordinariamente attuale (ai libri abbiamo dedicato il blog della scorsa settimana).
Tre icone, ancora, che hanno sapore di buona cultura. E di valore universale del miglior Made in Italy: quella Lettera 22 (sulla mia scrivania ce n’è un esemplare del 1950, giusto il mio anno di nascita, un regalo profondamente gradito dei miei compagni e compagne di lavoro) è infatti una sintesi esemplare di forma e funzione e ancora oggi testimonia quella relazione creativa tra radici storiche e contemporaneità che connota l’attitudine diffusa dell’industria italiana a investire, come vantaggio competitivo, sul rapporto fra tradizione e innovazione.
“Intelligenza artigianale”, dice Diego Della Valle, presidente del Gruppo Tod’s, raccontando i 40 anni di vita del “gommino” che caratterizza le scarpe di maggior successo della manifattura di Casette d’Ete, sulle industriose colline marchigiane (Il Sole24Ore, 16 maggio e il Corriere della Sera, 17maggio) costruendo, per il piacere della discussione, un contrasto dialettico con l’Intelligenza Artificiale. Non certo per negare l’importanza della rivoluzione digitale in corso (l’IA è fondamentale, per l’industria, dal punto di vista della ricerca, della sperimentazione, dei controlli di qualità, della funzionalità degli impianti e dei processi di marketing sui mercati internazionali). Quanto soprattutto per insistere sui valori che segnano il “bello e ben fatto” della nostra industria: l’importanza delle persone, il rapporto con i territori, la qualità dei processi e dei prodotti, la cura per la sostenibilità ambientale e sociale nella “fabbrica bella” e cioè ben progettata, luminosa, sicura. I valori dell’artigianalità, appunto. Che Diego Della Valle ha tradotto anche nell’apertura, nel 2012, di una “Bottega dei mestieri”, per formare giovani che hanno passione e intelligenza per la buona manifattura. “Italian hands”, come suggerisce il titolo dell’ultimo libro appena pubblicato dal Gruppo Tod’s.
“Mani che pensano”, era d’altronde il tema della Settimana della Cultura d’Impresa ‘24, la manifestazione organizzata, nel novembre di ogni anno, da Confindustria e Museimpresa per parlare, stavolta, di “Intelligenza Artificiale, arte e cultura per il rilancio dell’impresa”. E sono proprio le nostre capacità manifatturiere, anche in stagioni difficili di tensioni geopolitiche e devastanti guerre commerciali, a fare da punto di forza dell’export del Made in Italy e dunque della pur stentata crescita del Pil, del benessere e del lavoro dell’intero sistema Paese.
Il racconto del “saper fare italiano”, ancora carico di una forte eco negli ambienti economici e culturali internazionali, trova straordinarie testimonianze in un volume recentemente promosso dall’Adi (l’Associazione del design italiano), pubblicato da Treccani e curato da Beppe Finessi. Nelle oltre mille pagine del libro, la prima opera organica sul premio “Compasso d’Oro”, ideato da Gio Ponti all’inizio degli anni Cinquanta, ci sono sia la storia delle sue 27 edizioni, sino al ‘22, sia le presentazioni di tutti i prodotti vincitori e delle imprese produttrici (ma anche i ritratti dei designer cui è stato attribuito il premio alla carriera). E una ricca serie di riflessioni (Aldo Bonomi, Massimo Bray, Andrea Cancellato, Paola Antonelli, Chiara Alessi, Stefano Micelli, Luca Molinari, Carlo Branzaglia, tra i tanti) sul ruolo dei musei, sul rapporto tra industria, artigianato e design, sulle sinergie tra cultura del progetto e cultura del prodotto, sulla “civiltà delle macchine”, sulla costruzione, nel tempo, di un vero e proprio “immaginario” del saper fare italiano e sulla necessità di investire ancora di più su creatività, qualità industriale, innovazione, relazione fra una tradizione così solida e gli stimoli all’innovazione che arrivano dalle trasformazioni digitali della “economia della conoscenza”.
Valori culturali e sociali, per creare capitale sociale positivo e, naturalmente, anche valore economico, dal punto di vista delle imprese e del mercato. Sono dimensioni che restano d’attualità.
Vale dunque la pena tornare alle origini, a cominciare dai vincitori della prima edizione del “Compasso d’Oro” nel 1954: la scimmietta Zizi, un innovativo giocattolo in gomma piuma progettata da Bruno Munari e prodotta dalla Pirelli; e la Lettera 22 progettata da Marcello Nizzoli e prodotta dalla Olivetti.
Proprio la motivazione del premio olivettiano individua la relazione tra l’oggetto e il contesto, tra il progettare e il fabbricare. Nota infatti Luciano Galimberti, presidente Adi, nell’introduzione al libro: “La prima edizione ci racconta l’orgoglio di un Paese provato sia in termini economici sia morali dal secondo conflitto mondiale e interpreta la libertà come componente fondamentale per il progetto del futuro. Lettera 22, la macchina per scrivere portatile, scardina il rigido legame tra lavoro e luogo di lavoro. Oggi è del tutto normale lavorare e studiare in ogni dove, ma solo una straordinaria libertà di pensiero può produrre un simile cambiamento e solo la libertà ridefinita in quegli anni lo ha permesso”.
Il tema, oggi, per raccogliere e valorizzare l’eredità di una così ricca storia di design e manifattura di qualità, è quello della necessità di una vera e propria politica industriale, di respiro europeo, che definisca gli investimenti in ricerca e innovazione, sistemi e strumenti dell’AI europei (per sottrarsi dall’assoluta dipendenza delle Big Tech sia americane che cinesi), formazione, sicurezza e sciolga finalmente i nodi che impediscono alle imprese europee e, naturalmente, italiane, di essere competitive: la produttività, il costo elevato dell’energia, il lavoro, la burocrazia. Investimenti di ampio respiro. Da finanziare sia con il bilancio Ue e i bilanci dei singoli Stati europei, sia facendo ricordo ai mercati finanziari internazionali con strumenti di debito comune europeo.
Per dirla in sintesi: non solo “intelligenza artigianale” e “intelligenza artificiale” ma anche e innanzitutto “intelligenza politica” per un miglior futuro delle nuove generazioni.
Nella “notte buia e tempestosa”, insomma, bisogna darsi molto da fare, per riuscire al più presto a intravvedere l’alba.
(Foto Getty Images)






“Era una notte buia e tempestosa”. È l’incipit di un romanzo immaginario, molto più famoso di tante altre prime pagine di romanzi reali. E lo scrive Snoopy, sul tetto della sua cuccia, battendo sui tasti di una macchina da scrivere che ricorda la Lettera 22 della Olivetti. Una straordinaria sintesi di icone. Innanzitutto, l’adorabile, fantasioso, ironico personaggio dei cartoon di Schulz. Poi, un prodotto industriale che connota, per bellezza e funzionalità, il miglior design italiano (un esemplare, appunto, è esposto al Moma di New York). E infine, un’attività, il raccontare in forma di libro, antica eppure straordinariamente attuale (ai libri abbiamo dedicato il blog della scorsa settimana).
Tre icone, ancora, che hanno sapore di buona cultura. E di valore universale del miglior Made in Italy: quella Lettera 22 (sulla mia scrivania ce n’è un esemplare del 1950, giusto il mio anno di nascita, un regalo profondamente gradito dei miei compagni e compagne di lavoro) è infatti una sintesi esemplare di forma e funzione e ancora oggi testimonia quella relazione creativa tra radici storiche e contemporaneità che connota l’attitudine diffusa dell’industria italiana a investire, come vantaggio competitivo, sul rapporto fra tradizione e innovazione.
“Intelligenza artigianale”, dice Diego Della Valle, presidente del Gruppo Tod’s, raccontando i 40 anni di vita del “gommino” che caratterizza le scarpe di maggior successo della manifattura di Casette d’Ete, sulle industriose colline marchigiane (Il Sole24Ore, 16 maggio e il Corriere della Sera, 17maggio) costruendo, per il piacere della discussione, un contrasto dialettico con l’Intelligenza Artificiale. Non certo per negare l’importanza della rivoluzione digitale in corso (l’IA è fondamentale, per l’industria, dal punto di vista della ricerca, della sperimentazione, dei controlli di qualità, della funzionalità degli impianti e dei processi di marketing sui mercati internazionali). Quanto soprattutto per insistere sui valori che segnano il “bello e ben fatto” della nostra industria: l’importanza delle persone, il rapporto con i territori, la qualità dei processi e dei prodotti, la cura per la sostenibilità ambientale e sociale nella “fabbrica bella” e cioè ben progettata, luminosa, sicura. I valori dell’artigianalità, appunto. Che Diego Della Valle ha tradotto anche nell’apertura, nel 2012, di una “Bottega dei mestieri”, per formare giovani che hanno passione e intelligenza per la buona manifattura. “Italian hands”, come suggerisce il titolo dell’ultimo libro appena pubblicato dal Gruppo Tod’s.
“Mani che pensano”, era d’altronde il tema della Settimana della Cultura d’Impresa ‘24, la manifestazione organizzata, nel novembre di ogni anno, da Confindustria e Museimpresa per parlare, stavolta, di “Intelligenza Artificiale, arte e cultura per il rilancio dell’impresa”. E sono proprio le nostre capacità manifatturiere, anche in stagioni difficili di tensioni geopolitiche e devastanti guerre commerciali, a fare da punto di forza dell’export del Made in Italy e dunque della pur stentata crescita del Pil, del benessere e del lavoro dell’intero sistema Paese.
Il racconto del “saper fare italiano”, ancora carico di una forte eco negli ambienti economici e culturali internazionali, trova straordinarie testimonianze in un volume recentemente promosso dall’Adi (l’Associazione del design italiano), pubblicato da Treccani e curato da Beppe Finessi. Nelle oltre mille pagine del libro, la prima opera organica sul premio “Compasso d’Oro”, ideato da Gio Ponti all’inizio degli anni Cinquanta, ci sono sia la storia delle sue 27 edizioni, sino al ‘22, sia le presentazioni di tutti i prodotti vincitori e delle imprese produttrici (ma anche i ritratti dei designer cui è stato attribuito il premio alla carriera). E una ricca serie di riflessioni (Aldo Bonomi, Massimo Bray, Andrea Cancellato, Paola Antonelli, Chiara Alessi, Stefano Micelli, Luca Molinari, Carlo Branzaglia, tra i tanti) sul ruolo dei musei, sul rapporto tra industria, artigianato e design, sulle sinergie tra cultura del progetto e cultura del prodotto, sulla “civiltà delle macchine”, sulla costruzione, nel tempo, di un vero e proprio “immaginario” del saper fare italiano e sulla necessità di investire ancora di più su creatività, qualità industriale, innovazione, relazione fra una tradizione così solida e gli stimoli all’innovazione che arrivano dalle trasformazioni digitali della “economia della conoscenza”.
Valori culturali e sociali, per creare capitale sociale positivo e, naturalmente, anche valore economico, dal punto di vista delle imprese e del mercato. Sono dimensioni che restano d’attualità.
Vale dunque la pena tornare alle origini, a cominciare dai vincitori della prima edizione del “Compasso d’Oro” nel 1954: la scimmietta Zizi, un innovativo giocattolo in gomma piuma progettata da Bruno Munari e prodotta dalla Pirelli; e la Lettera 22 progettata da Marcello Nizzoli e prodotta dalla Olivetti.
Proprio la motivazione del premio olivettiano individua la relazione tra l’oggetto e il contesto, tra il progettare e il fabbricare. Nota infatti Luciano Galimberti, presidente Adi, nell’introduzione al libro: “La prima edizione ci racconta l’orgoglio di un Paese provato sia in termini economici sia morali dal secondo conflitto mondiale e interpreta la libertà come componente fondamentale per il progetto del futuro. Lettera 22, la macchina per scrivere portatile, scardina il rigido legame tra lavoro e luogo di lavoro. Oggi è del tutto normale lavorare e studiare in ogni dove, ma solo una straordinaria libertà di pensiero può produrre un simile cambiamento e solo la libertà ridefinita in quegli anni lo ha permesso”.
Il tema, oggi, per raccogliere e valorizzare l’eredità di una così ricca storia di design e manifattura di qualità, è quello della necessità di una vera e propria politica industriale, di respiro europeo, che definisca gli investimenti in ricerca e innovazione, sistemi e strumenti dell’AI europei (per sottrarsi dall’assoluta dipendenza delle Big Tech sia americane che cinesi), formazione, sicurezza e sciolga finalmente i nodi che impediscono alle imprese europee e, naturalmente, italiane, di essere competitive: la produttività, il costo elevato dell’energia, il lavoro, la burocrazia. Investimenti di ampio respiro. Da finanziare sia con il bilancio Ue e i bilanci dei singoli Stati europei, sia facendo ricordo ai mercati finanziari internazionali con strumenti di debito comune europeo.
Per dirla in sintesi: non solo “intelligenza artigianale” e “intelligenza artificiale” ma anche e innanzitutto “intelligenza politica” per un miglior futuro delle nuove generazioni.
Nella “notte buia e tempestosa”, insomma, bisogna darsi molto da fare, per riuscire al più presto a intravvedere l’alba.
(Foto Getty Images)
Innovare passando dal territorio
Una ricerca discussa presso il Politecnico di Torino mette in evidenza l’importanza delle sinergie tra più elementi per lo sviluppo delle imprese
Passare da un assetto tecnologico ad un altro. È accaduto molte volte e accade ancora. Capirne i passi è fondamentale. E non solo dal punto di vista tecnico, ma anche umano e territoriale. È quanto ha provato a fare Marco Milanesio con la sua ricerca discussa presso il Politecnico di Torino da poche settimane.
“La transizione verso l’industria 5.0. Gli Incentivi, le Tecnologie e il ruolo dei Distretti Industriali” indaga l’evoluzione dei sistemi produttivi italiani, con particolare attenzione al passaggio dall’Industria 4.0, caratterizzata dall’adozione di tecnologie digitali e sistemi automatizzati, all’Industria 5.0, orientata verso una crescita responsabile e rispettosa dell’ambiente.
Milanesio precisa come la trasformazione analizzata non riguardi solo le “dinamiche interne delle aziende”, ma sia strettamente legata al “contesto politico ed economico”, in cui una serie di elementi esercitano la loro influenza: gli incentivi fiscali e i distretti in particolare. Elementi che vengono messi in campo per favorire l’innovazione e l’aggiornamento tecnologico ma la cui efficacia deve essere ogni volta valutata.
L’indagine di Marco Milanesio fornisce quindi un’analisi dettagliata delle misure fiscali introdotte a sostegno delle imprese, in relazione alla loro capacità di promuovere investimenti strategici, favorire la trasformazione organizzativa e accrescere la competitività del sistema produttivo nazionale. Lo studio evidenzia, inoltre, come l’adozione di soluzioni digitali e sistemi intelligenti abbia effetti positivi su variabili come l’occupazione, la redditività e l’accesso a risorse finanziarie.
C’è poi la questione del territorio e quindi dei distretti industriali che possono funzionare come ambiti di catalizzazione e moltiplicazione delle possibilità di crescita. Emerge – spiega Milanesio – come le aziende localizzate in aree caratterizzate da una maggiore densità di imprese e da reti di supporto consolidate abbiano, in genere, un accesso più agevole agli incentivi fiscali.
L’indicazione generale del lavoro di indagine di Marco Milanesio è chiara: da un lato l’importanza di una sinergia reale tra innovazione tecnologica e politiche fiscali mirate; dall’altro, il ruolo fondamentale del territorio e quindi di “strategie complementari che garantiscano una diffusione equa dei benefici derivanti dall’innovazione”.
La transizione verso l’industria 5.0. Gli Incentivi, le Tecnologie e il ruolo dei Distretti Industriali
Marco Milanesio
Tesi, Politecnico di Torino, Collegio di Ingegneria Gestionale – Classe LM/31, Corso di Laurea Magistrale in Ingegneria Gestionale, 2025
Una ricerca discussa presso il Politecnico di Torino mette in evidenza l’importanza delle sinergie tra più elementi per lo sviluppo delle imprese
Passare da un assetto tecnologico ad un altro. È accaduto molte volte e accade ancora. Capirne i passi è fondamentale. E non solo dal punto di vista tecnico, ma anche umano e territoriale. È quanto ha provato a fare Marco Milanesio con la sua ricerca discussa presso il Politecnico di Torino da poche settimane.
“La transizione verso l’industria 5.0. Gli Incentivi, le Tecnologie e il ruolo dei Distretti Industriali” indaga l’evoluzione dei sistemi produttivi italiani, con particolare attenzione al passaggio dall’Industria 4.0, caratterizzata dall’adozione di tecnologie digitali e sistemi automatizzati, all’Industria 5.0, orientata verso una crescita responsabile e rispettosa dell’ambiente.
Milanesio precisa come la trasformazione analizzata non riguardi solo le “dinamiche interne delle aziende”, ma sia strettamente legata al “contesto politico ed economico”, in cui una serie di elementi esercitano la loro influenza: gli incentivi fiscali e i distretti in particolare. Elementi che vengono messi in campo per favorire l’innovazione e l’aggiornamento tecnologico ma la cui efficacia deve essere ogni volta valutata.
L’indagine di Marco Milanesio fornisce quindi un’analisi dettagliata delle misure fiscali introdotte a sostegno delle imprese, in relazione alla loro capacità di promuovere investimenti strategici, favorire la trasformazione organizzativa e accrescere la competitività del sistema produttivo nazionale. Lo studio evidenzia, inoltre, come l’adozione di soluzioni digitali e sistemi intelligenti abbia effetti positivi su variabili come l’occupazione, la redditività e l’accesso a risorse finanziarie.
C’è poi la questione del territorio e quindi dei distretti industriali che possono funzionare come ambiti di catalizzazione e moltiplicazione delle possibilità di crescita. Emerge – spiega Milanesio – come le aziende localizzate in aree caratterizzate da una maggiore densità di imprese e da reti di supporto consolidate abbiano, in genere, un accesso più agevole agli incentivi fiscali.
L’indicazione generale del lavoro di indagine di Marco Milanesio è chiara: da un lato l’importanza di una sinergia reale tra innovazione tecnologica e politiche fiscali mirate; dall’altro, il ruolo fondamentale del territorio e quindi di “strategie complementari che garantiscano una diffusione equa dei benefici derivanti dall’innovazione”.
La transizione verso l’industria 5.0. Gli Incentivi, le Tecnologie e il ruolo dei Distretti Industriali
Marco Milanesio
Tesi, Politecnico di Torino, Collegio di Ingegneria Gestionale – Classe LM/31, Corso di Laurea Magistrale in Ingegneria Gestionale, 2025
Lezioni tra impresa e cultura
In un libro la sintesi di una vita tra produzione e didattica
Fare impresa come fare cultura. Equivalenza ormai di comune dominio in molti ambiti dell’economia, ma non in tutti. Anche se le modalità del produrre e le stesse organizzazioni della produzione sono – da sempre – espressione della cultura nella quale nascono e si sviluppano. Tornare quindi alla natura complessiva dell’economia e della produzione, è quindi sempre cosa necessaria. E opportuna. Così come leggere “Lezioni. Un percorso autobiografico”, ultimo libro in ordine di tempo di Gianfranco Dioguardi, ingegnere e professore ordinario di economia e organizzazione aziendale considerato uno dei padri dell’ingegneria gestionale in Italia.
Il libro è la raccolta – attraverso gli scritti – delle tappe professionali dell’autore tra accademia e impegno civile, tra didattica e ricerca. In una prima parte (“Incontri con il pubblico”), Dioguardi raccoglie testi destinati ad imprese e istituzioni pubbliche, approfondimenti su temi diversi e lectio per particolari eventi. Nella seconda parte del libro (“Lezioni”), l’autore raccoglie invece interventi con un taglio più didattico e dedicati quindi a quell’ingegneria gestionale che ha contribuito a creare.
Tutto con un particolare approccio: Dioguardi, infatti, è professore e uomo d’impresa ad un tempo. Ed è proprio questa caratteristica a costituire quel “di più” che altri libri non posseggono. Un tratto che in alcuni punti del libro più emerge, come, per esempio, nel discorso “per un’azienda privata” che si riferisce alla stessa impresa di famiglia. “La nostra impresa – scrive Dioguardi – è un sistema vivente, vitale, pulsante, e sarà in grado, ne sono certo, di sopravvivere al futuro con la filosofia che vi ho indicato, nonostante le sfavorevoli situazioni macroambientali, perché voi lo farete sopravvivere, avendone la volontà, la capacità, i mezzi, la classe per farlo”. Tutte da leggere le “lezioni” di Gianfranco Dioguardi.
Lezioni. Un percorso autobiografico
Gianfranco Dioguardi
Guerini Next, 2025






In un libro la sintesi di una vita tra produzione e didattica
Fare impresa come fare cultura. Equivalenza ormai di comune dominio in molti ambiti dell’economia, ma non in tutti. Anche se le modalità del produrre e le stesse organizzazioni della produzione sono – da sempre – espressione della cultura nella quale nascono e si sviluppano. Tornare quindi alla natura complessiva dell’economia e della produzione, è quindi sempre cosa necessaria. E opportuna. Così come leggere “Lezioni. Un percorso autobiografico”, ultimo libro in ordine di tempo di Gianfranco Dioguardi, ingegnere e professore ordinario di economia e organizzazione aziendale considerato uno dei padri dell’ingegneria gestionale in Italia.
Il libro è la raccolta – attraverso gli scritti – delle tappe professionali dell’autore tra accademia e impegno civile, tra didattica e ricerca. In una prima parte (“Incontri con il pubblico”), Dioguardi raccoglie testi destinati ad imprese e istituzioni pubbliche, approfondimenti su temi diversi e lectio per particolari eventi. Nella seconda parte del libro (“Lezioni”), l’autore raccoglie invece interventi con un taglio più didattico e dedicati quindi a quell’ingegneria gestionale che ha contribuito a creare.
Tutto con un particolare approccio: Dioguardi, infatti, è professore e uomo d’impresa ad un tempo. Ed è proprio questa caratteristica a costituire quel “di più” che altri libri non posseggono. Un tratto che in alcuni punti del libro più emerge, come, per esempio, nel discorso “per un’azienda privata” che si riferisce alla stessa impresa di famiglia. “La nostra impresa – scrive Dioguardi – è un sistema vivente, vitale, pulsante, e sarà in grado, ne sono certo, di sopravvivere al futuro con la filosofia che vi ho indicato, nonostante le sfavorevoli situazioni macroambientali, perché voi lo farete sopravvivere, avendone la volontà, la capacità, i mezzi, la classe per farlo”. Tutte da leggere le “lezioni” di Gianfranco Dioguardi.
Lezioni. Un percorso autobiografico
Gianfranco Dioguardi
Guerini Next, 2025
Pubblicare e leggere buoni libri, per una “ecologia della parola” che rafforzi i valori civili e le ipotesi di miglior futuro per i giovani
Cancellare le parole dei libri può anche voler dire sottolinearne l’importanza, l’essenzialità? Insistere sulla centralità della parola scritta? Naturalmente sì, se quella “cancellatura” è il gesto esemplare di un artista, una scelta di creatività, un paradosso che porta alla verità. Se quell’artista si chiama Emilio Isgrò. E della cancellatura, appunto, ha fatto un esemplare gesto poetico, un’estetica e dunque pure una vera e propria etica.
Di Isgrò, uno dei maggiori artisti contemporanei, è stata appena inaugurata una grande mostra antologica per fare da battesimo al nuovo Macc (Museo d’arte contemporanea) di Scicli, in Sicilia strabilianti architetture barocche e colline aspre di muri a secco (ne parla Stefano Salis sulla Domenica de Il Sole24Ore, 11 maggio). E le opere in rassegna, a sessant’anni dalle prime cancellature del maestro profondamente siciliano e dunque mediterraneo e universale, mettono in evidenza frasi e lettere, alimentano critiche e sogni, realtà e fantasie.
Fare cultura, insomma, racconta Isgrò, significa saper scrivere, leggere, criticare, immaginare. Costruire giochi di parole. E condirle di silenzi fondamentali, come fossero sottolineature (alla stregua delle “cancellature” di Isgrò, appunto).
Viviamo tempi di vaniloquio, sgrammaticature sintattiche e concettuali, pettegolezzi rumorosi e dunque ancor più volgari, sgangherati “fattoidi”, fake news, discorsi pubblici immiseriti nella propaganda. L’epoca di un “presentismo”, un appiattimento sul contingente che nega lo spessore della storia, della cultura, della stessa sacralità della vita e delle speranze della trascendenza, vanificando il peso del verbum, la densità della parola. E anche per colpa di questo contesto, vediamo nuove generazioni che faticano sempre più, anche ad elevati livelli formali di scolarità, a comprendere un testo scritto.
Siamo di fronte a una crisi del discorso. Una crisi crescente. Ed è dunque essenziale costruire una vera e propria “ecologia delle parole” e restituire al parlare i valori essenziali che stanno alla base dell’opinione pubblica “discorsiva” (la lezione di Jurgen Habermas) e dunque della democrazia ma anche del buon funzionamento dell’economia di mercato e della costruzione di un capitale sociale positivo (se ne è parlato diffusamente, nei giorni scorsi, al Forum della Comunicazione organizzato in Assolombarda). I libri ne sono cardine. “Più libri, più liberi”, è l’efficace slogan della Fiera nazionale della piccola e media editoria in programma ogni anno, in dicembre, a Roma, per iniziativa dell’Aie, l’Associazione degli editori.
La memoria torna ad alcune sapide pagine di Umberto Eco, “Non sperate di liberarvi dei libri” (scritto con Jean-Claude Carrière e pubblicato da La nave di Teseo nel 2009) sulla buona abitudine a usare il libro come oggetto quotidiano, “come un cucchiaio” e sull’attitudine dei libri a non resistere agli incendi (paradigmatico quello della Biblioteca di Alessandria, angosciosi quelli dei roghi nazisti) ma invece a sopravvivere “al blackout globale”.
“Segno di vitalità e di salvezza”, commenta il cardinale Gianfranco Ravasi (IlSole24Ore, 11 maggio), ripescando anche, nell’ “Elogio del libro” del teologo Romano Guardini, la storia del cappellano militare che, nel cuore d’una battaglia, distribuisce ai soldati le pagine del suo Vangelo come viatico per quell’ora disperata. Pagine di consolazione e di rimemorazione dell’essenza della vita, proprio in punto di morte.
“Il mondo, alla fine, è fatto per finire in un bel libro”, amava dire Stéphane Mallarmé. E anche se è altrettanto vero che la “vita o la si vive o la si scrive”, per citare Luigi Pirandello, di certo i libri aiutano a capire meglio la vita e a trasmetterne, ai lettori, senso e valori e dunque a dare, a un’esperienza narrata, i caratteri di una sfida al tempo e all’oblio.
Leggere e innamorarsi dei libri, dunque. Tenerli nel tessuto della nostra quotidianità.
La stagione appena cominciata aiuta a ragionare meglio di parole, forza della scrittura e piacere della lettura. A Torino, dal 14 al 18 maggio, c’è il Salone del libro, duemila eventi, incontri, dialoghi, pretesti per buone letture. E poi comincia il Grand Tour dei premi (lo Strega, il Campiello, il Viareggio, il Bancarella e così via continuando per centinaia di appuntamenti) e dei Festival, a Mantova e Pordenone, a Taormina e Polignano a mare, a Salerno e Trani e via via toccando città e paesi lungo tutta l’Italia. Ci si confronta sui libri, si parla con scrittrici e scrittori, si fanno girare idee ed emozioni. “Grazie ai libri possiamo riconoscerci come comunità”, commenta Giuseppe Laterza, editore tra i più impegnati nell’organizzazione di iniziative a supporto della lettura (La Stampa, 10 maggio).
È vero, in Italia si legge poco. E le vendite di libri sono ridiventate poco brillanti, dopo il boom di vendite post Covid. Ma – segnale consolante – molti sondaggi dicono che le nuove generazioni si fidano dei libri come fonte di conoscenza e di stimolo mentale. E l’editoria per bambini e ragazzi, in buona salute, testimonia che c’è un miglior destino possibile, grazie alla consuetudine – diffusa in scuole e famiglie più sensibili – a fare vivere il libro di carta non in alternativa agli strumenti digitali di lettura, ma in sintonia.
Anche l’editoria, mondo poco frequentato dalla maggioranza degli italiani e poco amato in parecchi ambienti politici, registra novità interessanti. Come, per esempio, il peso crescente, ai vertici, di donne capaci e competenti, brave anche a fare tesoro critico dell’esperienza e della memoria delle grandi signore del libro, Elvira Sellerio, Inge Feltrinelli e Laura Lepetit. Un peso sottolineato dalla recente nomina della nuova presidente di Longanesi, Agnese Pini (direttrice di Quotidiano Nazionale/ Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno), dalla gestione del Salone del Libro di Torino nelle mani di Annalena Benini, dal rinnovamento di Feltrinelli per opera di Alessandra Carra, amministratrice delegata, dall’attivismo di Elisabetta Sgarbi per la crescita de “La nave di Teseo” e di quello di Laura Donnini per i successi di HarperCollins e di Elena Campominosi per Bollati Boringhieri. E, ancora, ecco l’impegno sempre attuale di Rosellina Archinto, le scelte editoriali sapienti e innovative di Chicca Dubini per NN Editore, con l’occhio attento agli scrittori americani più promettenti (dopo la valorizzazione, in Italia, di un grande autore come Kent Haruf), la qualità costante delle pubblicazioni di Iperborea guidata da Emilia Lodigiani, le iniziative di Annamaria Malato per Salerno Editrice e di Patrizia Alma Pacini per la casa editrice di famiglia.
L’elenco delle storie femminili positive potrebbe continuare a lungo: un segno importante di qualità e di modernità del mondo del libro, della buona editoria. D’altronde, sono donne, in maggioranza, le “lettrici forti”, più degli uomini. E donne, un lungo elenco di autrici di solido successo.
Pubblicare e fare leggere libri (magari in quantità minori degli oltre 80mila titoli all’anno, ma di qualità migliore). Stimolare incontri e circoli di lettura. Agevolare fiscalmente chi vuole aprire una libreria. E investire sulle biblioteche, pubbliche e private, mettendo in collegamento biblioteche comunali, biblioteche scolastiche e biblioteche nelle imprese e negli altri posti di lavoro (il Gruppo Cultura di Confindustria e Museimpresa stanno studiano iniziative in questo senso). La lunga esperienza positiva delle biblioteche aziendali Pirelli (sia nell’Head Quarter di Milano in Bicocca che nelle fabbriche di Settimo Torinese e Bollate) può essere un buon paradigma di riferimento.
In tempi di primato della “economia della conoscenza” e di utilizzo responsabile dell’Intelligenza Artificiale, fare leva sui libri è una scelta non solo culturale, ma anche sociale e civile.
Una testimonianza? Tra le tante possibili, ci sono le pagine di Jorge Luis Borges ne “L’Aleph”, appena ripubblicato nella Universale Economica di Feltrinelli, una collana ben curata densa di classici, che non dovrebbero proprio mancare in ogni casa di chi ama la cultura e la lettura. Eccole: “ ‘Quando aprii gli occhi, vidi l’Aleph’. ‘L’Aleph?’, ripetei. ‘Sì, il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli’.”
L’Aleph, la prima lettera dell’alfabeto della lingua sacra. L’inizio simbolico del Libro. E dei libri. Sino ad arrivare, sempre seguendo Borges, alla “Biblioteca di Babele”. Il caos, cioè, nell’infinito dei fogli che si rincorrono e si ripetono. Ma anche un caos che può essere ricomposto e compreso. Rieccoci, al senso positivo dei libri.
(Getty Images)






Cancellare le parole dei libri può anche voler dire sottolinearne l’importanza, l’essenzialità? Insistere sulla centralità della parola scritta? Naturalmente sì, se quella “cancellatura” è il gesto esemplare di un artista, una scelta di creatività, un paradosso che porta alla verità. Se quell’artista si chiama Emilio Isgrò. E della cancellatura, appunto, ha fatto un esemplare gesto poetico, un’estetica e dunque pure una vera e propria etica.
Di Isgrò, uno dei maggiori artisti contemporanei, è stata appena inaugurata una grande mostra antologica per fare da battesimo al nuovo Macc (Museo d’arte contemporanea) di Scicli, in Sicilia strabilianti architetture barocche e colline aspre di muri a secco (ne parla Stefano Salis sulla Domenica de Il Sole24Ore, 11 maggio). E le opere in rassegna, a sessant’anni dalle prime cancellature del maestro profondamente siciliano e dunque mediterraneo e universale, mettono in evidenza frasi e lettere, alimentano critiche e sogni, realtà e fantasie.
Fare cultura, insomma, racconta Isgrò, significa saper scrivere, leggere, criticare, immaginare. Costruire giochi di parole. E condirle di silenzi fondamentali, come fossero sottolineature (alla stregua delle “cancellature” di Isgrò, appunto).
Viviamo tempi di vaniloquio, sgrammaticature sintattiche e concettuali, pettegolezzi rumorosi e dunque ancor più volgari, sgangherati “fattoidi”, fake news, discorsi pubblici immiseriti nella propaganda. L’epoca di un “presentismo”, un appiattimento sul contingente che nega lo spessore della storia, della cultura, della stessa sacralità della vita e delle speranze della trascendenza, vanificando il peso del verbum, la densità della parola. E anche per colpa di questo contesto, vediamo nuove generazioni che faticano sempre più, anche ad elevati livelli formali di scolarità, a comprendere un testo scritto.
Siamo di fronte a una crisi del discorso. Una crisi crescente. Ed è dunque essenziale costruire una vera e propria “ecologia delle parole” e restituire al parlare i valori essenziali che stanno alla base dell’opinione pubblica “discorsiva” (la lezione di Jurgen Habermas) e dunque della democrazia ma anche del buon funzionamento dell’economia di mercato e della costruzione di un capitale sociale positivo (se ne è parlato diffusamente, nei giorni scorsi, al Forum della Comunicazione organizzato in Assolombarda). I libri ne sono cardine. “Più libri, più liberi”, è l’efficace slogan della Fiera nazionale della piccola e media editoria in programma ogni anno, in dicembre, a Roma, per iniziativa dell’Aie, l’Associazione degli editori.
La memoria torna ad alcune sapide pagine di Umberto Eco, “Non sperate di liberarvi dei libri” (scritto con Jean-Claude Carrière e pubblicato da La nave di Teseo nel 2009) sulla buona abitudine a usare il libro come oggetto quotidiano, “come un cucchiaio” e sull’attitudine dei libri a non resistere agli incendi (paradigmatico quello della Biblioteca di Alessandria, angosciosi quelli dei roghi nazisti) ma invece a sopravvivere “al blackout globale”.
“Segno di vitalità e di salvezza”, commenta il cardinale Gianfranco Ravasi (IlSole24Ore, 11 maggio), ripescando anche, nell’ “Elogio del libro” del teologo Romano Guardini, la storia del cappellano militare che, nel cuore d’una battaglia, distribuisce ai soldati le pagine del suo Vangelo come viatico per quell’ora disperata. Pagine di consolazione e di rimemorazione dell’essenza della vita, proprio in punto di morte.
“Il mondo, alla fine, è fatto per finire in un bel libro”, amava dire Stéphane Mallarmé. E anche se è altrettanto vero che la “vita o la si vive o la si scrive”, per citare Luigi Pirandello, di certo i libri aiutano a capire meglio la vita e a trasmetterne, ai lettori, senso e valori e dunque a dare, a un’esperienza narrata, i caratteri di una sfida al tempo e all’oblio.
Leggere e innamorarsi dei libri, dunque. Tenerli nel tessuto della nostra quotidianità.
La stagione appena cominciata aiuta a ragionare meglio di parole, forza della scrittura e piacere della lettura. A Torino, dal 14 al 18 maggio, c’è il Salone del libro, duemila eventi, incontri, dialoghi, pretesti per buone letture. E poi comincia il Grand Tour dei premi (lo Strega, il Campiello, il Viareggio, il Bancarella e così via continuando per centinaia di appuntamenti) e dei Festival, a Mantova e Pordenone, a Taormina e Polignano a mare, a Salerno e Trani e via via toccando città e paesi lungo tutta l’Italia. Ci si confronta sui libri, si parla con scrittrici e scrittori, si fanno girare idee ed emozioni. “Grazie ai libri possiamo riconoscerci come comunità”, commenta Giuseppe Laterza, editore tra i più impegnati nell’organizzazione di iniziative a supporto della lettura (La Stampa, 10 maggio).
È vero, in Italia si legge poco. E le vendite di libri sono ridiventate poco brillanti, dopo il boom di vendite post Covid. Ma – segnale consolante – molti sondaggi dicono che le nuove generazioni si fidano dei libri come fonte di conoscenza e di stimolo mentale. E l’editoria per bambini e ragazzi, in buona salute, testimonia che c’è un miglior destino possibile, grazie alla consuetudine – diffusa in scuole e famiglie più sensibili – a fare vivere il libro di carta non in alternativa agli strumenti digitali di lettura, ma in sintonia.
Anche l’editoria, mondo poco frequentato dalla maggioranza degli italiani e poco amato in parecchi ambienti politici, registra novità interessanti. Come, per esempio, il peso crescente, ai vertici, di donne capaci e competenti, brave anche a fare tesoro critico dell’esperienza e della memoria delle grandi signore del libro, Elvira Sellerio, Inge Feltrinelli e Laura Lepetit. Un peso sottolineato dalla recente nomina della nuova presidente di Longanesi, Agnese Pini (direttrice di Quotidiano Nazionale/ Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno), dalla gestione del Salone del Libro di Torino nelle mani di Annalena Benini, dal rinnovamento di Feltrinelli per opera di Alessandra Carra, amministratrice delegata, dall’attivismo di Elisabetta Sgarbi per la crescita de “La nave di Teseo” e di quello di Laura Donnini per i successi di HarperCollins e di Elena Campominosi per Bollati Boringhieri. E, ancora, ecco l’impegno sempre attuale di Rosellina Archinto, le scelte editoriali sapienti e innovative di Chicca Dubini per NN Editore, con l’occhio attento agli scrittori americani più promettenti (dopo la valorizzazione, in Italia, di un grande autore come Kent Haruf), la qualità costante delle pubblicazioni di Iperborea guidata da Emilia Lodigiani, le iniziative di Annamaria Malato per Salerno Editrice e di Patrizia Alma Pacini per la casa editrice di famiglia.
L’elenco delle storie femminili positive potrebbe continuare a lungo: un segno importante di qualità e di modernità del mondo del libro, della buona editoria. D’altronde, sono donne, in maggioranza, le “lettrici forti”, più degli uomini. E donne, un lungo elenco di autrici di solido successo.
Pubblicare e fare leggere libri (magari in quantità minori degli oltre 80mila titoli all’anno, ma di qualità migliore). Stimolare incontri e circoli di lettura. Agevolare fiscalmente chi vuole aprire una libreria. E investire sulle biblioteche, pubbliche e private, mettendo in collegamento biblioteche comunali, biblioteche scolastiche e biblioteche nelle imprese e negli altri posti di lavoro (il Gruppo Cultura di Confindustria e Museimpresa stanno studiano iniziative in questo senso). La lunga esperienza positiva delle biblioteche aziendali Pirelli (sia nell’Head Quarter di Milano in Bicocca che nelle fabbriche di Settimo Torinese e Bollate) può essere un buon paradigma di riferimento.
In tempi di primato della “economia della conoscenza” e di utilizzo responsabile dell’Intelligenza Artificiale, fare leva sui libri è una scelta non solo culturale, ma anche sociale e civile.
Una testimonianza? Tra le tante possibili, ci sono le pagine di Jorge Luis Borges ne “L’Aleph”, appena ripubblicato nella Universale Economica di Feltrinelli, una collana ben curata densa di classici, che non dovrebbero proprio mancare in ogni casa di chi ama la cultura e la lettura. Eccole: “ ‘Quando aprii gli occhi, vidi l’Aleph’. ‘L’Aleph?’, ripetei. ‘Sì, il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli’.”
L’Aleph, la prima lettera dell’alfabeto della lingua sacra. L’inizio simbolico del Libro. E dei libri. Sino ad arrivare, sempre seguendo Borges, alla “Biblioteca di Babele”. Il caos, cioè, nell’infinito dei fogli che si rincorrono e si ripetono. Ma anche un caos che può essere ricomposto e compreso. Rieccoci, al senso positivo dei libri.
(Getty Images)
Regole per far crescere la cultura d’impresa
Una tesi discussa presso l’Università di Brescia approfondisce gli effetti dell’applicazione del Modello 231
Cultura d’impresa e organizzazione d’impresa. Binomio fondamentale eppure non ancora esplorato nella sua completezza. Tanto da necessitare di continui approfondimenti. Anche perché, nel frattempo, le relazioni tra gestione e cultura cambiano con il mutare del contesto e delle condizioni in cui l’impresa stessa opera. Anche per questo è interessante leggere “Il ‘successo sostenibile’ e la ‘dovuta diligenza: poteri, obblighi e responsabilità nel governo dell’impresa tra profitto e tutela del contesto”, ricerca di Linda Rosa che ha prodotto una tesi discussa presso l’Università di Brescia.
L’obiettivo dell’indagine è espresso chiaramente nelle prime pagine: esplorare “l’importanza cruciale dei modelli di organizzazione, gestione e controllo (…), introdotti ormai più di vent’anni fa dal d.lgs. 231/2001, concentrandosi sui loro impatti in termini di cultura aziendale, sostenibilità e, last but not least, gestione dei reati contro l’ambiente”. Traguardo ambizioso il cui raggiungimento è stato reso possibile con una ricerca finanziata nell’ambito delle borse di dottorato del Programma Operativo Nazionale Ricerca e Innovazione 2014-2020.
Lo studio prende le mosse dall’analisi dei concetti di “successo sostenibile” e “dovuta diligenza” come cardini della governance moderna. In questo senso, quanto indicato dal Modello 231 viene inteso come presidio anche per la tutela dell’ambiente oltre che come pratica di educazione e formazione all’interno dell’organizzazione aziendale. La teoria, viene quindi provata presso Asonext s.p.a., azienda italiana del settore siderurgico, nella quale, per oltre un anno, viene effettuata una indagine sulle modalità di applicazione del modello e su come queste siano state poste in relazione con le altre attività di controllo e lavoro.
La conclusione di Linda Rosa è semplice: se ben applicate, le regole per il controllo della gestione (come quelle relative al Modello 231) possono contribuire anche al cambiamento dell’approccio verso la produzione di chi in azienda lavoro a più livelli. Scrive l’autrice nelle sue conclusioni: “Il processo di implementazione del Modello 231, in tale prospettiva, non può più essere considerato un “male necessario”, ma deve essere inteso come uno stimolo per la ri-organizzazione dell’ente, un’occasione per rafforzare i sistemi di governance, migliorare i processi decisionali e promuovere una cultura aziendale integra e trasparente, che non si esaurisca nel mero rispetto della legge”.
Linda Rosa
Tesi, Università degli studi di Brescia, Dipartimento di Economia e Management
Dottorato di ricerca in Business & Law – Istituzioni e Impresa: Valore, Regole e Responsabilità Sociale, 2025
Una tesi discussa presso l’Università di Brescia approfondisce gli effetti dell’applicazione del Modello 231
Cultura d’impresa e organizzazione d’impresa. Binomio fondamentale eppure non ancora esplorato nella sua completezza. Tanto da necessitare di continui approfondimenti. Anche perché, nel frattempo, le relazioni tra gestione e cultura cambiano con il mutare del contesto e delle condizioni in cui l’impresa stessa opera. Anche per questo è interessante leggere “Il ‘successo sostenibile’ e la ‘dovuta diligenza: poteri, obblighi e responsabilità nel governo dell’impresa tra profitto e tutela del contesto”, ricerca di Linda Rosa che ha prodotto una tesi discussa presso l’Università di Brescia.
L’obiettivo dell’indagine è espresso chiaramente nelle prime pagine: esplorare “l’importanza cruciale dei modelli di organizzazione, gestione e controllo (…), introdotti ormai più di vent’anni fa dal d.lgs. 231/2001, concentrandosi sui loro impatti in termini di cultura aziendale, sostenibilità e, last but not least, gestione dei reati contro l’ambiente”. Traguardo ambizioso il cui raggiungimento è stato reso possibile con una ricerca finanziata nell’ambito delle borse di dottorato del Programma Operativo Nazionale Ricerca e Innovazione 2014-2020.
Lo studio prende le mosse dall’analisi dei concetti di “successo sostenibile” e “dovuta diligenza” come cardini della governance moderna. In questo senso, quanto indicato dal Modello 231 viene inteso come presidio anche per la tutela dell’ambiente oltre che come pratica di educazione e formazione all’interno dell’organizzazione aziendale. La teoria, viene quindi provata presso Asonext s.p.a., azienda italiana del settore siderurgico, nella quale, per oltre un anno, viene effettuata una indagine sulle modalità di applicazione del modello e su come queste siano state poste in relazione con le altre attività di controllo e lavoro.
La conclusione di Linda Rosa è semplice: se ben applicate, le regole per il controllo della gestione (come quelle relative al Modello 231) possono contribuire anche al cambiamento dell’approccio verso la produzione di chi in azienda lavoro a più livelli. Scrive l’autrice nelle sue conclusioni: “Il processo di implementazione del Modello 231, in tale prospettiva, non può più essere considerato un “male necessario”, ma deve essere inteso come uno stimolo per la ri-organizzazione dell’ente, un’occasione per rafforzare i sistemi di governance, migliorare i processi decisionali e promuovere una cultura aziendale integra e trasparente, che non si esaurisca nel mero rispetto della legge”.
Linda Rosa
Tesi, Università degli studi di Brescia, Dipartimento di Economia e Management
Dottorato di ricerca in Business & Law – Istituzioni e Impresa: Valore, Regole e Responsabilità Sociale, 2025
L’IA, le regole e le imprese
Pubblicato un libro che analizza e spiega il Regolamento europeo
Intelligenza Artificiale come tecnologia da comprendere a fondo per essere applicata con attenzione e consapevolezza. E con regole chiare e condivise. Come deve essere il Regolamento europeo da poco varato. Leggere “Governance dell’intelligenza artificiale. Applicare il nuovo Regolamento UE” di Davide Borelli e Gianluca Martinelli da poco pubblicato serve proprio per questo scopo.
Il libro prende le mosse da una doppia constatazione. Da una parte, l’avvento dell’IA nella dimensione giuridica dell’impresa costituisce uno dei fenomeni più rilevanti del nostro tempo; qualcosa che richiede un’attenta riflessione sulle modalità di governo di questa tecnologia. Dall’altra, il Regolamento europeo sull’IA rappresenta il primo tentativo organico di disciplinare la materia: un testo che introduce un articolato sistema di obblighi e responsabilità che investe trasversalmente l’attività d’impresa. Da qui, appunto, la necessità di capire bene.
Il libro di Borelli e Martinelli – entrambi di formazione giuridica con un’attenzione particolare alle imprese – è organizzato in cinque passaggi. Prima di tutto vengono classificati i sistemi di IA, poi vengono affrontati gli “obblighi per fornitori e utilizzatori” quindi quelli relativi alla trasparenza e alla documentazione. Successivamente sono analizzate le procedure di valutazione della conformità e quindi le sanzioni previste dal regolamento.
Libro da leggere e soprattutto da applicare, quello di Davide Borelli e Gianluca Martinelli, che ha una caratteristica in più: un approccio interdisciplinare, che cerca di valorizzare il contributo di studiosi ed esperti provenienti sia dal mondo accademico sia dalla prassi professionale, con particolare attenzione all’esperienza maturata in realtà multinazionali, studi legali e ambito accademico.
Governance dell’intelligenza artificiale. Applicare il nuovo Regolamento UE
Davide Borelli, Gianluca Martinelli
Franco Angeli, 2025






Pubblicato un libro che analizza e spiega il Regolamento europeo
Intelligenza Artificiale come tecnologia da comprendere a fondo per essere applicata con attenzione e consapevolezza. E con regole chiare e condivise. Come deve essere il Regolamento europeo da poco varato. Leggere “Governance dell’intelligenza artificiale. Applicare il nuovo Regolamento UE” di Davide Borelli e Gianluca Martinelli da poco pubblicato serve proprio per questo scopo.
Il libro prende le mosse da una doppia constatazione. Da una parte, l’avvento dell’IA nella dimensione giuridica dell’impresa costituisce uno dei fenomeni più rilevanti del nostro tempo; qualcosa che richiede un’attenta riflessione sulle modalità di governo di questa tecnologia. Dall’altra, il Regolamento europeo sull’IA rappresenta il primo tentativo organico di disciplinare la materia: un testo che introduce un articolato sistema di obblighi e responsabilità che investe trasversalmente l’attività d’impresa. Da qui, appunto, la necessità di capire bene.
Il libro di Borelli e Martinelli – entrambi di formazione giuridica con un’attenzione particolare alle imprese – è organizzato in cinque passaggi. Prima di tutto vengono classificati i sistemi di IA, poi vengono affrontati gli “obblighi per fornitori e utilizzatori” quindi quelli relativi alla trasparenza e alla documentazione. Successivamente sono analizzate le procedure di valutazione della conformità e quindi le sanzioni previste dal regolamento.
Libro da leggere e soprattutto da applicare, quello di Davide Borelli e Gianluca Martinelli, che ha una caratteristica in più: un approccio interdisciplinare, che cerca di valorizzare il contributo di studiosi ed esperti provenienti sia dal mondo accademico sia dalla prassi professionale, con particolare attenzione all’esperienza maturata in realtà multinazionali, studi legali e ambito accademico.
Governance dell’intelligenza artificiale. Applicare il nuovo Regolamento UE
Davide Borelli, Gianluca Martinelli
Franco Angeli, 2025