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Cosa spinge la transizione digitale

Uno studio di Banca d’Italia fornisce un’analisi sulle cause della diffusione di cloud computing e Intelligenza artificiale (AI) tra le aziende italiane

Nuove tecnologie a confronto con le imprese che le devono adottare. Sfida importante, che può determinare il futuro di molte organizzazioni della produzione. Capire le condizioni per le quali una tecnologia innovativa può trovare reale spazio nelle aziende è quindi più che importante. Soprattutto nel caso delle tecnologie digitali avanzate, che stanno rimodellando l’organizzazione e le prestazioni delle imprese, ma per le quali le prove complete sulla loro adozione rimangono scarse. Per comprendere, occorrono però indagini attente e analitiche. È il caso di “Embracing the digital transition: the adoption of cloud computing and AI by Italian firms”, ricerca condotta nell’ambito di Banca d’Italia e basata sui dati delle indagini aziendali dell’Istituto per valutare l’assorbimento del cloud computing e Intelligenza artificiale (AI) tra le aziende italiane.

I numeri fondamentali che emergono dalla ricerca sono chiari. All’inizio del 2024, oltre il 50% delle aziende con almeno 20 dipendenti avevano adottato servizi cloud, mostrando una variazione minima tra i settori e suggerendo che questa tecnologia sta diventando un’infrastruttura standard. L’adozione dell’IA rimane invece più limitata – in aumento dal 4% nel 2020 al 13% nel 2024 – e tende comunque ad essere un passo ancora sperimentale all’interno dell’impresa oppure qualcosa adottato per specifiche attività. MA che cosa spinge oppure allontana dall’IA un’impresa? Stando alla ricerca, i tassi di adozione sono fortemente associati alle dimensioni dell’azienda, all’attività di esportazione, alla capacità di innovazione; anche la qualità manageriale e gli investimenti digitali precedenti influenzano l’assorbimento dell’IA. Questione di cultura gestionale e tecnica, quindi. La ricerca di Banca d’Italia, va però oltre e indaga anche sulle aspettative sull’IA generativa che, viene rilevato, puntano alla trasformazione del lavoro piuttosto che al suo spostamento. L’analisi – è il parere dei ricercatori – rivela che l’adozione della tecnologia digitale è positiva e correlata alla crescita dell’occupazione realizzata e prevista.

Embracing the digital transition: the adoption of cloud computing and AI by Italian firms

Lorenzo Bencivelli, Sara Formai, Elena Mattevi, Tullia Padellini

Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza, Occasion Papers, n. 946, giugno 2025

Uno studio di Banca d’Italia fornisce un’analisi sulle cause della diffusione di cloud computing e Intelligenza artificiale (AI) tra le aziende italiane

Nuove tecnologie a confronto con le imprese che le devono adottare. Sfida importante, che può determinare il futuro di molte organizzazioni della produzione. Capire le condizioni per le quali una tecnologia innovativa può trovare reale spazio nelle aziende è quindi più che importante. Soprattutto nel caso delle tecnologie digitali avanzate, che stanno rimodellando l’organizzazione e le prestazioni delle imprese, ma per le quali le prove complete sulla loro adozione rimangono scarse. Per comprendere, occorrono però indagini attente e analitiche. È il caso di “Embracing the digital transition: the adoption of cloud computing and AI by Italian firms”, ricerca condotta nell’ambito di Banca d’Italia e basata sui dati delle indagini aziendali dell’Istituto per valutare l’assorbimento del cloud computing e Intelligenza artificiale (AI) tra le aziende italiane.

I numeri fondamentali che emergono dalla ricerca sono chiari. All’inizio del 2024, oltre il 50% delle aziende con almeno 20 dipendenti avevano adottato servizi cloud, mostrando una variazione minima tra i settori e suggerendo che questa tecnologia sta diventando un’infrastruttura standard. L’adozione dell’IA rimane invece più limitata – in aumento dal 4% nel 2020 al 13% nel 2024 – e tende comunque ad essere un passo ancora sperimentale all’interno dell’impresa oppure qualcosa adottato per specifiche attività. MA che cosa spinge oppure allontana dall’IA un’impresa? Stando alla ricerca, i tassi di adozione sono fortemente associati alle dimensioni dell’azienda, all’attività di esportazione, alla capacità di innovazione; anche la qualità manageriale e gli investimenti digitali precedenti influenzano l’assorbimento dell’IA. Questione di cultura gestionale e tecnica, quindi. La ricerca di Banca d’Italia, va però oltre e indaga anche sulle aspettative sull’IA generativa che, viene rilevato, puntano alla trasformazione del lavoro piuttosto che al suo spostamento. L’analisi – è il parere dei ricercatori – rivela che l’adozione della tecnologia digitale è positiva e correlata alla crescita dell’occupazione realizzata e prevista.

Embracing the digital transition: the adoption of cloud computing and AI by Italian firms

Lorenzo Bencivelli, Sara Formai, Elena Mattevi, Tullia Padellini

Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza, Occasion Papers, n. 946, giugno 2025

Brand, immagine e contenuto d’impresa

Gli elementi fondamentali delle relazioni tra marca e organizzazione della produzione

 

Immagine e contenuto. Soprattutto immagine, per comunicare certezze sul contenuto. E dare tranquillità. Le relazioni tra brand (marca) e successo d’impresa sono, spesso, molto strette e complesse. Indicano, queste relazioni, anche un particolare aspetto della cultura del produrre che si racconta davanti al consumatore. Attorno a tutto questo ragiona il libro di Roberto De Luca “Brand e sostenibilità. Il ruolo degli intangibles nelle determinazioni quantitative d’azienda” appena pubblicato in open access.

Il libro prende le mosse dalla constatazione che un numero sempre crescente di aziende è consapevole che, nell’attuale contesto competitivo, uno dei punti di forza sia costituito dal brand associato ai loro prodotti o servizi. È anche una questione di scelte e di tempo per le scelte (una condizione che vale per gli individui e per le organizzazioni). Detto in altro modo, di fronte alla complessità si cerca sempre di più la semplicità. Anche nelle scelte. Da qui, appunto, il valore dei brand che semplificano le decisioni dei consumatori e delle imprese, riducono il rischio percepito e definiscono le aspettative.

Obiettivo del libro è quindi quello di approfondire, in prospettiva economico-aziendale, i principali problemi di misurazione economica della marca e delle sue influenze. Questo traguardo viene raggiunto attraverso l’analisi di un’ampia letteratura sull’argomento in particolare riguardo all’evoluzione del brand, della brand equity e del suo ruolo nel corso degli anni, i problemi connessi alla valutazione del brand e delle tecniche maggiormente utilizzate per il suo sviluppo, l’influenza della marca e degli investimenti per costruire il brand all’interno dei mercati.

Il libro di De Luca è così una sorta di cassetta degli attrezzi che consente, attraverso la raccolta dei risultati della letteratura di ricerca sul tema, di affrontare il brand d’impresa in modo più consapevole e avveduto.

Brand e sostenibilità. Il ruolo degli intangibles nelle determinazioni quantitative d’azienda

Roberto De Luca

Economia Ricerche, Dipartimento di Scienze aziendali – Management e Information Systems dell’Università degli studi di Salerno, Franco Angeli open access, 2025

Gli elementi fondamentali delle relazioni tra marca e organizzazione della produzione

 

Immagine e contenuto. Soprattutto immagine, per comunicare certezze sul contenuto. E dare tranquillità. Le relazioni tra brand (marca) e successo d’impresa sono, spesso, molto strette e complesse. Indicano, queste relazioni, anche un particolare aspetto della cultura del produrre che si racconta davanti al consumatore. Attorno a tutto questo ragiona il libro di Roberto De Luca “Brand e sostenibilità. Il ruolo degli intangibles nelle determinazioni quantitative d’azienda” appena pubblicato in open access.

Il libro prende le mosse dalla constatazione che un numero sempre crescente di aziende è consapevole che, nell’attuale contesto competitivo, uno dei punti di forza sia costituito dal brand associato ai loro prodotti o servizi. È anche una questione di scelte e di tempo per le scelte (una condizione che vale per gli individui e per le organizzazioni). Detto in altro modo, di fronte alla complessità si cerca sempre di più la semplicità. Anche nelle scelte. Da qui, appunto, il valore dei brand che semplificano le decisioni dei consumatori e delle imprese, riducono il rischio percepito e definiscono le aspettative.

Obiettivo del libro è quindi quello di approfondire, in prospettiva economico-aziendale, i principali problemi di misurazione economica della marca e delle sue influenze. Questo traguardo viene raggiunto attraverso l’analisi di un’ampia letteratura sull’argomento in particolare riguardo all’evoluzione del brand, della brand equity e del suo ruolo nel corso degli anni, i problemi connessi alla valutazione del brand e delle tecniche maggiormente utilizzate per il suo sviluppo, l’influenza della marca e degli investimenti per costruire il brand all’interno dei mercati.

Il libro di De Luca è così una sorta di cassetta degli attrezzi che consente, attraverso la raccolta dei risultati della letteratura di ricerca sul tema, di affrontare il brand d’impresa in modo più consapevole e avveduto.

Brand e sostenibilità. Il ruolo degli intangibles nelle determinazioni quantitative d’azienda

Roberto De Luca

Economia Ricerche, Dipartimento di Scienze aziendali – Management e Information Systems dell’Università degli studi di Salerno, Franco Angeli open access, 2025

Milano vive di mercato e innovazione ma ha bisogno anche di buona politica

“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”, scriveva Italo Calvino nelle pagine de “Le città invisibili”, considerato come “un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città”. Era il 1972, inizio d’una stagione difficile e controversa, di violenze terroristiche e criminali (gli “anni di piombo”, appunto) ma anche di tensioni politiche e sociali, di speranze e di riforme (lo Statuto dei lavoratori, la nascita del Servizio Sanitario Nazionale, le leggi sul divorzio e sull’aborto, l’abolizione dei manicomi e tanto altro ancora). E l’Italia, dopo la fine del boom economico dei Roaring Sixties, provava a fare i conti con una modernità quanto mai carica di ombre e contrasti. Cambiavano consumi e costumi, restavano insuperati parecchi vizi nazionali, a cominciare dal carente senso civico diffuso. Le città, di tanto e tale travaglio, erano il punto di condensa maggiore, l’immagine più evidente. “Difficile viverle”, appunto. E indispensabile, semmai, nel corso del tempo, “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Le parole di Calvino, sapiente e dolente profeta, come ogni vero poeta, tornano in mente proprio in questi giorni in cui si torna a ragionare sull’attualità e sul futuro di Milano, dividendosi tra la soddisfazione per le novità che continuano ad arrivare (la preparazione delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, la conclusione del restauro d’un simbolo come Torre Velasca, l’avvio del Piano Casa del Comune per 10mila nuovi alloggi a basso prezzo, i progetti immobiliari su San Cristoforo e Scalo Farini, tanto per fare solo pochi esempi) e le preoccupazioni per i problemi irrisolti. L’obiettivo è capire come fare fronte alle “Urgenze di Milano”, come recita il tema dell’ultima riunione del Centro Studi Grande Milano, presieduto da Daniela Mainini e convocato, con ampia partecipazione di studiosi e protagonisti della vita economica, culturale e sociale, in una sala della Triennale, proprio accanto agli spazi in cui è stata allestita la grande mostra internazionale su “Shapes of Inequalities”.

Ecco il punto, la domanda cui calvinianamente Milano deve provare finalmente a rispondere: come riprodurre la sua storica capacità d’essere, contemporaneamente, produttiva e solidale, competitiva e socialmente inclusiva, come costruire, insomma, ricchezza ma anche coesione sociale. Perché i divari economici, culturali, geopolitici, generazionali e cognitivi – le “Inequalities” della mostra in Triennale – aumentano e diventano sempre più intollerabili. E dunque sono necessarie scelte strategiche per evitare fratture che, anche qui in Italia e nelle altre società occidentali, mettano in crisi le relazioni tra democrazia, economia di mercato e welfare e alterino profondamente gli equilibri tra libertà, intraprendenza e benessere. Per poter continuare, insomma, a essere, anche nei nostri tempi incerti e laceranti, “liberi e uguali”, usando i termini del “Manifesto per una società giusta” scritto da Daniel Chandler, economista e filosofo della London School of Economics (il libro è stato appena pubblicato da Laterza, “un saggio lucido e importante”, secondo Amartya Sen, premio Nobel per l’economia).

Che risposte? Né la nostalgia canaglia né il malinconico amarcord di quando si era “con il cuore in mano”. Né l’arroganza del successo né il vanto di lavorare e produrre, sempre, nonostante tutto. Né l’esasperazione della paura per l’insicurezza (i reati di sangue e le rapine sono diminuite e c’è ancora chi ha memoria di quando, proprio negli anni Settanta, a parte il terrorismo e le stragi, le sparatorie tra le bande criminali di Turatello, Vallanzasca ed Epaminonda dominavano i giorni e le notti della città) né l’indifferenza per il disagio sociale nelle periferie e per la giusta preoccupazione per la microcriminalità e le truffe agli anziani.

Milano è città di contraddizioni, perché “contiene moltitudini”. E per affrontarle ha bisogno di intelligenza progettuale e di buona cultura, economica, politica e amministrativa. Facendo tesoro, per esempio, della lezione di Lewis Mumford, uno dei maggiori sociologhi del Novecento, quando distingueva tra “l’utopia della fuga” (costruire castelli in aria, lasciandosi il mondo com’è) e “l’utopia della ricostruzione”, il pensiero positivo per immaginare e trovare strumenti e metodi per dare vita al futuro.

Torniamo, così, alla Torre Velasca. Simbolo della Milano dinamica e innovativa degli anni Cinquanta e Sessanta, anche se all’inizio poco amata da tanti milanesi (“il grattacielo con le bretelle”, la chiamavano) torna, dopo anni di restauro, a occupare i primi posti della classifica del lusso, proprietà della Hines americana, 26 piani di uffici e appartamenti. E si apre su un’area pedonale molto curata, di fronte al palazzo dell’Assolombarda progettato da Gio Ponti e da poco rimesso a nuovo, ben collegato al solenne edificio rinascimentale della Ca’ Granda in via Festa del Perdono, sede dell’Università Statale. Eccola, dunque, in uno spazio urbano particolare, la Milano della storia e dell’innovazione, della grande architettura e dell’impresa, del benessere visibile e della più raffinata economia della conoscenza.

Ma Milano è anche molto altro. Sia le “mille luci” vistose dei nuovi ricchi internazionali attratti dalla Milano post Expo considerata come The place to be e degli eventi modaioli. Sia il disagio abitativo di decine di migliaia di persone del ceto medio che non sono in grado di fare fronte al boom dei valori immobiliari. Un contrasto da cui uscire. Con scelte politiche e di buona amministrazione.

Milano è infatti metropoli forte d’una robusta cultura d’impresa e di mercato e non può non continuare a essere tale. Ma non deve essere lasciata solo alle dinamiche di mercato, pena il suo degrado in una “città dei ricchi” che espelle giovani, studiosi, imprenditori alle prime mosse, ricercatori, ma anche tranvieri, impiegati e medi dirigenti delle imprese e delle banche, professori di liceo, commercianti estranei alle dinamiche del lusso ma indispensabili alla vita quotidiana.

Rischia, insomma, di continuare a perdere cives, cittadini attenti alle dinamiche positive della vita quotidiana per seguire mode e ritmi dei city users. Abdica alla sua anima. E al suo complesso “capitale sociale” forte di diversità di provenienze, caratteri e aspirazioni ma anche di un solido senso di appartenenza.

È una buona notizia, dunque, il Piano Casa annunciato dal Comune guidato dal sindaco Beppe Sala, per 10mila case a basso costo, nell’arco dei prossimi dieci anni. Le prime 24 offerte per le aree su cui costruire sono già arrivate (Il Sole24Ore, 29 maggio). Nel mondo immobiliare, oltre che i grandi fondi internazionali, si presentano nuovi protagonisti dell’edilizia abitativa più popolare.

Le discussioni in corso sulle “urgenze” per il rilancio della città, da considerare nella sua dimensione “grande”, metropolitana, interconnessa con altre metropoli (Torino, Bologna) e città medie e medio-grandi (Brescia, Bergamo, Verona, Pavia, etc) vanno avanti. Si apprezza la capacità di Milano d’essere molto critica, autocritica e comunque capace di ripresa di fronte alle crisi (dopo la fine del boom, poi dopo gli anni di piombo e ancora dopo la tempesta di Tangentopoli, con la fine del mito della “capitale morale”. E si fa il conto sulle risorse disponibili: l’attrattività ancora viva per persone, idee e capitali; la diffusione della “economia della conoscenza” grazie anche alle sue università di crescente prestigio europeo e internazionale; una intraprendenza diffusa nelle relazioni tra città e territori industriali collegati. E la solidità delle sue virtù civili, antiche e contemporanee.

Sarebbe importante che di questi temi si occupassero con senso di responsabilità anche le forze politiche, in vista delle elezioni per il nuovo sindaco in calendario nel ‘27. Parlando dunque non di persone da candidare per vincere né di giochi di equilibro tra partiti e correnti, ma di come affrontare e cercare di risolvere temi veri, dallo sviluppo equilibrato alla sicurezza, dai rapporti con l’Europa al peso sulla vita nazionale, dalla qualità della vita all’invecchiamento crescente e alle solitudini (i cittadini con più di 60 anni sono il 28% della popolazione contro il 21% della media nazionale e il 56,7% delle famiglie sono composte da una sola persona), dalle nuove povertà alle domande di futuro giustamente poste dalle nuove generazioni che continuano a guardare a Milano con attenzione e speranza.

Rieccoci dunque tornati a Calvino e alle qualità necessarie d’una città, coniugare sicurezza e ricerca di felicità, crescita e sostenibilità, esigenze individuali e valori generali, pragmatismo e sguardo lungo sul futuro. Milano, nel passato anche recente, grazie al buon lavoro dei suoi sindaci, un impasto virtuoso di riformismo, sapienza politica e capacità amministrative, c’è riuscita. Vale la pena ripensarne e ripeterne la lezione.

(foto Getty Images)

“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”, scriveva Italo Calvino nelle pagine de “Le città invisibili”, considerato come “un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città”. Era il 1972, inizio d’una stagione difficile e controversa, di violenze terroristiche e criminali (gli “anni di piombo”, appunto) ma anche di tensioni politiche e sociali, di speranze e di riforme (lo Statuto dei lavoratori, la nascita del Servizio Sanitario Nazionale, le leggi sul divorzio e sull’aborto, l’abolizione dei manicomi e tanto altro ancora). E l’Italia, dopo la fine del boom economico dei Roaring Sixties, provava a fare i conti con una modernità quanto mai carica di ombre e contrasti. Cambiavano consumi e costumi, restavano insuperati parecchi vizi nazionali, a cominciare dal carente senso civico diffuso. Le città, di tanto e tale travaglio, erano il punto di condensa maggiore, l’immagine più evidente. “Difficile viverle”, appunto. E indispensabile, semmai, nel corso del tempo, “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Le parole di Calvino, sapiente e dolente profeta, come ogni vero poeta, tornano in mente proprio in questi giorni in cui si torna a ragionare sull’attualità e sul futuro di Milano, dividendosi tra la soddisfazione per le novità che continuano ad arrivare (la preparazione delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, la conclusione del restauro d’un simbolo come Torre Velasca, l’avvio del Piano Casa del Comune per 10mila nuovi alloggi a basso prezzo, i progetti immobiliari su San Cristoforo e Scalo Farini, tanto per fare solo pochi esempi) e le preoccupazioni per i problemi irrisolti. L’obiettivo è capire come fare fronte alle “Urgenze di Milano”, come recita il tema dell’ultima riunione del Centro Studi Grande Milano, presieduto da Daniela Mainini e convocato, con ampia partecipazione di studiosi e protagonisti della vita economica, culturale e sociale, in una sala della Triennale, proprio accanto agli spazi in cui è stata allestita la grande mostra internazionale su “Shapes of Inequalities”.

Ecco il punto, la domanda cui calvinianamente Milano deve provare finalmente a rispondere: come riprodurre la sua storica capacità d’essere, contemporaneamente, produttiva e solidale, competitiva e socialmente inclusiva, come costruire, insomma, ricchezza ma anche coesione sociale. Perché i divari economici, culturali, geopolitici, generazionali e cognitivi – le “Inequalities” della mostra in Triennale – aumentano e diventano sempre più intollerabili. E dunque sono necessarie scelte strategiche per evitare fratture che, anche qui in Italia e nelle altre società occidentali, mettano in crisi le relazioni tra democrazia, economia di mercato e welfare e alterino profondamente gli equilibri tra libertà, intraprendenza e benessere. Per poter continuare, insomma, a essere, anche nei nostri tempi incerti e laceranti, “liberi e uguali”, usando i termini del “Manifesto per una società giusta” scritto da Daniel Chandler, economista e filosofo della London School of Economics (il libro è stato appena pubblicato da Laterza, “un saggio lucido e importante”, secondo Amartya Sen, premio Nobel per l’economia).

Che risposte? Né la nostalgia canaglia né il malinconico amarcord di quando si era “con il cuore in mano”. Né l’arroganza del successo né il vanto di lavorare e produrre, sempre, nonostante tutto. Né l’esasperazione della paura per l’insicurezza (i reati di sangue e le rapine sono diminuite e c’è ancora chi ha memoria di quando, proprio negli anni Settanta, a parte il terrorismo e le stragi, le sparatorie tra le bande criminali di Turatello, Vallanzasca ed Epaminonda dominavano i giorni e le notti della città) né l’indifferenza per il disagio sociale nelle periferie e per la giusta preoccupazione per la microcriminalità e le truffe agli anziani.

Milano è città di contraddizioni, perché “contiene moltitudini”. E per affrontarle ha bisogno di intelligenza progettuale e di buona cultura, economica, politica e amministrativa. Facendo tesoro, per esempio, della lezione di Lewis Mumford, uno dei maggiori sociologhi del Novecento, quando distingueva tra “l’utopia della fuga” (costruire castelli in aria, lasciandosi il mondo com’è) e “l’utopia della ricostruzione”, il pensiero positivo per immaginare e trovare strumenti e metodi per dare vita al futuro.

Torniamo, così, alla Torre Velasca. Simbolo della Milano dinamica e innovativa degli anni Cinquanta e Sessanta, anche se all’inizio poco amata da tanti milanesi (“il grattacielo con le bretelle”, la chiamavano) torna, dopo anni di restauro, a occupare i primi posti della classifica del lusso, proprietà della Hines americana, 26 piani di uffici e appartamenti. E si apre su un’area pedonale molto curata, di fronte al palazzo dell’Assolombarda progettato da Gio Ponti e da poco rimesso a nuovo, ben collegato al solenne edificio rinascimentale della Ca’ Granda in via Festa del Perdono, sede dell’Università Statale. Eccola, dunque, in uno spazio urbano particolare, la Milano della storia e dell’innovazione, della grande architettura e dell’impresa, del benessere visibile e della più raffinata economia della conoscenza.

Ma Milano è anche molto altro. Sia le “mille luci” vistose dei nuovi ricchi internazionali attratti dalla Milano post Expo considerata come The place to be e degli eventi modaioli. Sia il disagio abitativo di decine di migliaia di persone del ceto medio che non sono in grado di fare fronte al boom dei valori immobiliari. Un contrasto da cui uscire. Con scelte politiche e di buona amministrazione.

Milano è infatti metropoli forte d’una robusta cultura d’impresa e di mercato e non può non continuare a essere tale. Ma non deve essere lasciata solo alle dinamiche di mercato, pena il suo degrado in una “città dei ricchi” che espelle giovani, studiosi, imprenditori alle prime mosse, ricercatori, ma anche tranvieri, impiegati e medi dirigenti delle imprese e delle banche, professori di liceo, commercianti estranei alle dinamiche del lusso ma indispensabili alla vita quotidiana.

Rischia, insomma, di continuare a perdere cives, cittadini attenti alle dinamiche positive della vita quotidiana per seguire mode e ritmi dei city users. Abdica alla sua anima. E al suo complesso “capitale sociale” forte di diversità di provenienze, caratteri e aspirazioni ma anche di un solido senso di appartenenza.

È una buona notizia, dunque, il Piano Casa annunciato dal Comune guidato dal sindaco Beppe Sala, per 10mila case a basso costo, nell’arco dei prossimi dieci anni. Le prime 24 offerte per le aree su cui costruire sono già arrivate (Il Sole24Ore, 29 maggio). Nel mondo immobiliare, oltre che i grandi fondi internazionali, si presentano nuovi protagonisti dell’edilizia abitativa più popolare.

Le discussioni in corso sulle “urgenze” per il rilancio della città, da considerare nella sua dimensione “grande”, metropolitana, interconnessa con altre metropoli (Torino, Bologna) e città medie e medio-grandi (Brescia, Bergamo, Verona, Pavia, etc) vanno avanti. Si apprezza la capacità di Milano d’essere molto critica, autocritica e comunque capace di ripresa di fronte alle crisi (dopo la fine del boom, poi dopo gli anni di piombo e ancora dopo la tempesta di Tangentopoli, con la fine del mito della “capitale morale”. E si fa il conto sulle risorse disponibili: l’attrattività ancora viva per persone, idee e capitali; la diffusione della “economia della conoscenza” grazie anche alle sue università di crescente prestigio europeo e internazionale; una intraprendenza diffusa nelle relazioni tra città e territori industriali collegati. E la solidità delle sue virtù civili, antiche e contemporanee.

Sarebbe importante che di questi temi si occupassero con senso di responsabilità anche le forze politiche, in vista delle elezioni per il nuovo sindaco in calendario nel ‘27. Parlando dunque non di persone da candidare per vincere né di giochi di equilibro tra partiti e correnti, ma di come affrontare e cercare di risolvere temi veri, dallo sviluppo equilibrato alla sicurezza, dai rapporti con l’Europa al peso sulla vita nazionale, dalla qualità della vita all’invecchiamento crescente e alle solitudini (i cittadini con più di 60 anni sono il 28% della popolazione contro il 21% della media nazionale e il 56,7% delle famiglie sono composte da una sola persona), dalle nuove povertà alle domande di futuro giustamente poste dalle nuove generazioni che continuano a guardare a Milano con attenzione e speranza.

Rieccoci dunque tornati a Calvino e alle qualità necessarie d’una città, coniugare sicurezza e ricerca di felicità, crescita e sostenibilità, esigenze individuali e valori generali, pragmatismo e sguardo lungo sul futuro. Milano, nel passato anche recente, grazie al buon lavoro dei suoi sindaci, un impasto virtuoso di riformismo, sapienza politica e capacità amministrative, c’è riuscita. Vale la pena ripensarne e ripeterne la lezione.

(foto Getty Images)

Fare (bene) impresa in un contesto complesso e composito

Il ruolo e la funzione della geopolitica nella gestione delle aziende

 

Complesso e composito. Può essere definito così il panorama – e soprattutto il sistema di relazioni – entro il quale le imprese oggi devono muoversi. Un contesto davvero nuovo per molti aspetti, che deve essere prima compreso e poi affrontato con grande attenzione. Anche con letture che possano fornire non un manuale d’istruzioni, ma un metodo di interpretazione della realtà funzionale alle migliori scelte da compiere. A questo serve leggere “Geopolitica per le imprese. Ripensare il business nei mercati post-globali” scritto da Marco Valigi (politologo, docente presso ESCP Business School e Università Cattolica).

Il libro prende le mosse da una considerazione: dal 2020 a oggi una serie di eventi internazionali impropriamente definiti di “geopolitica” hanno esercitato un impatto notevole sugli individui, le società e le attività economiche. Di fronte a una globalizzazione che ha assunto un aspetto a macchia di leopardo, nella quale interconnessione e divisioni coesistono, alimentano conflitti commerciali che sempre di più diventano identitari e in molti casi militari, gli “affari” sono diventati un’attività molto più complicata di quanto non lo fosse in passato. Un’attività che, come si diceva all’inizio, deve fare i conti con un panorama complesso e composito.

Si tratta di una condizione alla quale imprenditori e manager devono rispondere senza, in molti casi, avere un adeguato bagaglio di conoscenze. È sempre più richiesta, in altri termini, la capacità di percepire e interpretare segnali estranei al contesto delle imprese, della formazione di chi le guida, della stessa sensibilità di chi è coinvolto.

Da qui l’utilità del libro di Valigi che, prima di tutto, cerca di fare chiarezza sul legame tra business e geopolitica e quindi sull’utilità di tenere conto di quest’ultima nelle attività d’impresa. Il libro inizia con una definizione di cosa sia la geopolitica per passare subito a considerare il contesto internazionale come potenziale ambito di generazione di valore e quindi arrivare a considerare questa materia come elemento delle organizzazioni della produzione. Il libro, poi, passa a considerare alcuni elementi puntuali delle relazioni che devono instaurarsi: la formazione delle persone, la sensibilità al rischio, le dimensioni aziendali, la capacità di riuscire a “guardare oltre l’impresa”.

Scrive l’autore nelle ultime pagine del suo libro: “Pensare al proprio business in una prospettiva effettivamente connotata da un approccio geopolitico (…) e progettare un’organizzazione strutturata in modo adeguato ad agire nel contesto internazionalizzato di oggi, imporrà di andare alla ricerca delle risorse finanziarie per costruirla, del know-how teologico necessario a farla funzionare e, infine, del capitale umano adatto a governarla”.

Geopolitica per le imprese. Ripensare il business nei mercati post-globali

Marco Valigi

Egea, 2025

Il ruolo e la funzione della geopolitica nella gestione delle aziende

 

Complesso e composito. Può essere definito così il panorama – e soprattutto il sistema di relazioni – entro il quale le imprese oggi devono muoversi. Un contesto davvero nuovo per molti aspetti, che deve essere prima compreso e poi affrontato con grande attenzione. Anche con letture che possano fornire non un manuale d’istruzioni, ma un metodo di interpretazione della realtà funzionale alle migliori scelte da compiere. A questo serve leggere “Geopolitica per le imprese. Ripensare il business nei mercati post-globali” scritto da Marco Valigi (politologo, docente presso ESCP Business School e Università Cattolica).

Il libro prende le mosse da una considerazione: dal 2020 a oggi una serie di eventi internazionali impropriamente definiti di “geopolitica” hanno esercitato un impatto notevole sugli individui, le società e le attività economiche. Di fronte a una globalizzazione che ha assunto un aspetto a macchia di leopardo, nella quale interconnessione e divisioni coesistono, alimentano conflitti commerciali che sempre di più diventano identitari e in molti casi militari, gli “affari” sono diventati un’attività molto più complicata di quanto non lo fosse in passato. Un’attività che, come si diceva all’inizio, deve fare i conti con un panorama complesso e composito.

Si tratta di una condizione alla quale imprenditori e manager devono rispondere senza, in molti casi, avere un adeguato bagaglio di conoscenze. È sempre più richiesta, in altri termini, la capacità di percepire e interpretare segnali estranei al contesto delle imprese, della formazione di chi le guida, della stessa sensibilità di chi è coinvolto.

Da qui l’utilità del libro di Valigi che, prima di tutto, cerca di fare chiarezza sul legame tra business e geopolitica e quindi sull’utilità di tenere conto di quest’ultima nelle attività d’impresa. Il libro inizia con una definizione di cosa sia la geopolitica per passare subito a considerare il contesto internazionale come potenziale ambito di generazione di valore e quindi arrivare a considerare questa materia come elemento delle organizzazioni della produzione. Il libro, poi, passa a considerare alcuni elementi puntuali delle relazioni che devono instaurarsi: la formazione delle persone, la sensibilità al rischio, le dimensioni aziendali, la capacità di riuscire a “guardare oltre l’impresa”.

Scrive l’autore nelle ultime pagine del suo libro: “Pensare al proprio business in una prospettiva effettivamente connotata da un approccio geopolitico (…) e progettare un’organizzazione strutturata in modo adeguato ad agire nel contesto internazionalizzato di oggi, imporrà di andare alla ricerca delle risorse finanziarie per costruirla, del know-how teologico necessario a farla funzionare e, infine, del capitale umano adatto a governarla”.

Geopolitica per le imprese. Ripensare il business nei mercati post-globali

Marco Valigi

Egea, 2025

Dall’economia tradizionale all’economia green

Una ricerca di dottorato cerca di verificare la teoria nella pratica di due territori

Si fa presto a dire transizione ecologica. Perché il passaggio dall’attuale condizione della produzione – ancora piuttosto generalizzata – ad una più attenta ai risvolti ambientali della stessa, è certamente un percorso da compiere per tutte le aziende che, tuttavia, viene intrapreso in modi e forme diverse. Capirne gli impatti sociali oltre che economici (e con una particolare attenzione alle politiche di genere) è certamente cosa buona da fare. Ed è quanto si è prefissa Elisa Errico con il suo lavoro di dottorato di ricerca che ha preso forma compiuta nella tesi di dottorato “Le PMI alla prova della green economy: impatti sociali e inclusione di genere”.

La stessa Errico nelle prime pagine della ricerca spiega come l’intento del lavoro sia quello di esplorare “la transizione ecologica delle piccole e medie imprese (PMI) italiane, con un focus specifico sugli impatti distributivi, sociali e di genere generati da questi processi di cambiamento”.

Lo studio adotta quindi come riferimenti teorici la letteratura sui sistemi di innovazione territoriali, settoriali e sullo sviluppo locale, rapportandola a quella internazionale sulla governance delle transizioni  e sul rapporto tra queste, sistemi capitalistici e impatti sulle disuguaglianze. La ricerca ha quindi quattro obiettivi principali. Analizzare se, e per quali motivi, la transizione ecologica delle PMI rappresenti un processo di innovazione diverso rispetto a quello delle imprese più strutturate. Considerare come particolari fattori di contesto, che formano la governance della transizione ecologica, influenzino le capacità delle PMI di assorbire le cosiddette “eco-innovazioni”.  Valutare se e in che modo a differenti modelli di governance corrispondano impatti distributivi diversi. Elaborare, infine, suggerimenti per la ricerca futura e per le politiche utili ai decisori pubblici e agli operatori di settore per migliorare e rendere più inclusivi i processi di transizione. Errico, inoltre, unisce il ragionamento teorico con una parte di analisi sul campo con due casi, quello della bergamasca Rubber Valley e quello del distretto della gomma di Torino.

Il lavoro di ricerca di Elisa Errico aggiunge una tappa importante nel percorso di comprensione della diffusione della cosiddetta green economy in Italia.

Le PMI alla prova della green economy: impatti sociali e inclusione di genere

Elisa Errico

Tesi di dottorato in Sociologia, XXXVII ciclo, Scuola di Dottorato in Scienze Sociali ed Economiche

Sapienza Università di Roma, 2025

Una ricerca di dottorato cerca di verificare la teoria nella pratica di due territori

Si fa presto a dire transizione ecologica. Perché il passaggio dall’attuale condizione della produzione – ancora piuttosto generalizzata – ad una più attenta ai risvolti ambientali della stessa, è certamente un percorso da compiere per tutte le aziende che, tuttavia, viene intrapreso in modi e forme diverse. Capirne gli impatti sociali oltre che economici (e con una particolare attenzione alle politiche di genere) è certamente cosa buona da fare. Ed è quanto si è prefissa Elisa Errico con il suo lavoro di dottorato di ricerca che ha preso forma compiuta nella tesi di dottorato “Le PMI alla prova della green economy: impatti sociali e inclusione di genere”.

La stessa Errico nelle prime pagine della ricerca spiega come l’intento del lavoro sia quello di esplorare “la transizione ecologica delle piccole e medie imprese (PMI) italiane, con un focus specifico sugli impatti distributivi, sociali e di genere generati da questi processi di cambiamento”.

Lo studio adotta quindi come riferimenti teorici la letteratura sui sistemi di innovazione territoriali, settoriali e sullo sviluppo locale, rapportandola a quella internazionale sulla governance delle transizioni  e sul rapporto tra queste, sistemi capitalistici e impatti sulle disuguaglianze. La ricerca ha quindi quattro obiettivi principali. Analizzare se, e per quali motivi, la transizione ecologica delle PMI rappresenti un processo di innovazione diverso rispetto a quello delle imprese più strutturate. Considerare come particolari fattori di contesto, che formano la governance della transizione ecologica, influenzino le capacità delle PMI di assorbire le cosiddette “eco-innovazioni”.  Valutare se e in che modo a differenti modelli di governance corrispondano impatti distributivi diversi. Elaborare, infine, suggerimenti per la ricerca futura e per le politiche utili ai decisori pubblici e agli operatori di settore per migliorare e rendere più inclusivi i processi di transizione. Errico, inoltre, unisce il ragionamento teorico con una parte di analisi sul campo con due casi, quello della bergamasca Rubber Valley e quello del distretto della gomma di Torino.

Il lavoro di ricerca di Elisa Errico aggiunge una tappa importante nel percorso di comprensione della diffusione della cosiddetta green economy in Italia.

Le PMI alla prova della green economy: impatti sociali e inclusione di genere

Elisa Errico

Tesi di dottorato in Sociologia, XXXVII ciclo, Scuola di Dottorato in Scienze Sociali ed Economiche

Sapienza Università di Roma, 2025

Quell’inedito di Moravia il sogno segreto del cinema

Oltre il dollaro

Un libro di storia monetaria aiuta a capire meglio l’evoluzione e le prospettive dell’economia

Conoscere quanto è accaduto per meglio destreggiarsi nel presente. Indicazione ripetuta più volte, che, tuttavia, vale sempre ricordare. Anche quando, in apparenza, il tema è di quelli lontani dal proprio compito. È il caso dell’economia monetaria e della storia economica raccontate da Kenneth Rogoff con il suo “L’impero del dollaro” appena pubblicato in Italia.

Rogoff – un lungo passato come capo economista del Fondo Monetario Internazionale – nel libro sostiene che l’ascesa della valuta americana al vertice globale sia avvenuta anche grazie a una certa dose di fortuna. Tesi certo da valutare e verificare con attenzione ma che, comunque, si fonda su una serie di esperienze dirette vissute a contatto con decisori politici e leader mondiali. In particolare, l’autore racconta l’eccezionale corsa del «biglietto verde» nel dopoguerra: come ha superato lo yen giapponese, il rublo sovietico e l’euro. Dopo le vicende passate, il libro racconta le sfide che oggi il dollaro si trova ad affrontare: dalle cripto valute allo yuan cinese, dalla fine di un’epoca di tassi d’interesse e inflazione costantemente bassi, fino all’instabilità politica e alla possibile disgregazione del blocco del dollaro.

Il racconto inizia con la descrizione degli “sfidanti” del passato del dollaro, passa quindi ad approfondire la situazione dello “sfidante” attuale (la Cina), poi la narrazione prende in considerazione il significato del “vivere con il dollaro” e le possibili valute alternative.  Rogoff ritiene, infatti, che non sia affatto scontato che l’era della cosiddetta Pax Dollar sia destinata a durare per sempre. Analizzando come la valuta statunitense sia riuscita a mantenere la propria supremazia nonostante il malcontento diffuso tra molti paesi nei confronti del sistema monetario globale, Rogoff mostra così come un potere incontrastato e un insieme di privilegi senza eguali possano condurre a un futuro di crescente instabilità finanziaria a livello mondiale.

Quello di Kenneth Rogoff è un libro di economia e storia monetaria, ma fa parte della Erice di quei libri da leggere con attenzione perché contribuisce a creare in chi legge un’idea più consapevole della realtà.

L’impero del dollaro

Kenneth Rogoff

Egea, 2025

Un libro di storia monetaria aiuta a capire meglio l’evoluzione e le prospettive dell’economia

Conoscere quanto è accaduto per meglio destreggiarsi nel presente. Indicazione ripetuta più volte, che, tuttavia, vale sempre ricordare. Anche quando, in apparenza, il tema è di quelli lontani dal proprio compito. È il caso dell’economia monetaria e della storia economica raccontate da Kenneth Rogoff con il suo “L’impero del dollaro” appena pubblicato in Italia.

Rogoff – un lungo passato come capo economista del Fondo Monetario Internazionale – nel libro sostiene che l’ascesa della valuta americana al vertice globale sia avvenuta anche grazie a una certa dose di fortuna. Tesi certo da valutare e verificare con attenzione ma che, comunque, si fonda su una serie di esperienze dirette vissute a contatto con decisori politici e leader mondiali. In particolare, l’autore racconta l’eccezionale corsa del «biglietto verde» nel dopoguerra: come ha superato lo yen giapponese, il rublo sovietico e l’euro. Dopo le vicende passate, il libro racconta le sfide che oggi il dollaro si trova ad affrontare: dalle cripto valute allo yuan cinese, dalla fine di un’epoca di tassi d’interesse e inflazione costantemente bassi, fino all’instabilità politica e alla possibile disgregazione del blocco del dollaro.

Il racconto inizia con la descrizione degli “sfidanti” del passato del dollaro, passa quindi ad approfondire la situazione dello “sfidante” attuale (la Cina), poi la narrazione prende in considerazione il significato del “vivere con il dollaro” e le possibili valute alternative.  Rogoff ritiene, infatti, che non sia affatto scontato che l’era della cosiddetta Pax Dollar sia destinata a durare per sempre. Analizzando come la valuta statunitense sia riuscita a mantenere la propria supremazia nonostante il malcontento diffuso tra molti paesi nei confronti del sistema monetario globale, Rogoff mostra così come un potere incontrastato e un insieme di privilegi senza eguali possano condurre a un futuro di crescente instabilità finanziaria a livello mondiale.

Quello di Kenneth Rogoff è un libro di economia e storia monetaria, ma fa parte della Erice di quei libri da leggere con attenzione perché contribuisce a creare in chi legge un’idea più consapevole della realtà.

L’impero del dollaro

Kenneth Rogoff

Egea, 2025

Un “nuovo” futuro

L’ultima raccolta di ricerche del centro Luigi Einaudi propone una serie di analisi che forniscono letture diverse di quanto potrebbe accadere

 

Occhiali nuovi per vedere meglio la realtà. L’indicazione vale anche per l’economia e la società odierne: complesse, mutevoli, inaspettate, imprevedibili, veloci. Occhiali nuovi, quindi, che tutti dovrebbero calzare e che occorre, tuttavia, prima trovare. Per farlo, è possibile leggere la serie di ricerche che, come ogni anno, il Centro Luigi Einaudi di Torino ha messo in fila per fornire elementi di conoscenza della realtà che ci circonda.

“Un futuro da riprogettare”, questo il titolo della raccolta coordinato da Mario Deaglio, parte da una considerazione: gli equilibri mondiali che già erano instabili sono sempre più “sotto stress”; a questa condizione, si aggiungono, poi, gli effetti di quanto accaduto in questi ultimissimi mesi. Il risultato porta a chiedersi non solo quale futuro ci si possa aspettare, ma quale sia il destino delle democrazie. Per provare a rispondere a queste domande, la raccolta di indagini coordinate da Deaglio non analizza cosa sta cambiando (in economia, geopolitica, nella società, nel sistema produttivo e nel clima), e nemmeno tenta di “riattaccare a tavolino i cocci di una globalizzazione frantumata”. L’operazione condotta quest’anno dal Centro Luigi Einaudi è partire da una analisi – seppur sommaria – dei nuovi tratti che confusamente si intravedono e che potrebbero condurre a una struttura diversa da quella tradizionale. Inforcare, quindi, occhiali nuovi per cercare di vedere quanto di nuovo c’è attorno a noi.

La raccolta contiene approfondimenti sul ruolo degli Stati Uniti, sulle nuove caratteristiche del capitalismo, sul ruolo diverso dell’elettricità rispetto al passato, sul cibo e l’alimentazione, sull’intelligenza artificiale e il mercato del lavoro, sulla presenza ancora più forte dell’Africa, dell’Islam, del Medio Oriente; ma anche sul diverso ruolo dell’Europa, dell’ambiente, delle relazioni tra il Vecchio Continente e il resto del mondo. Le ricerche coordinate dal Centro Einaudi, non mancano poi di toccare l’Italia tra problemi e sorprese (anche positive) dell’economia, aspetti sociali e atteggiamenti della politica. Ogni ricerca è affidata ad una firma diversa (e quest’anno anche a firme nuove per il Centro come quelle di Marco Zatterin e Marco Cantamessa).

È così ancora una volta importante e stimolante il “rapporto” che ogni anno il Centro Luigi Einaudi mette a disposizione di chi vuole comprendere meglio dove siamo e, questa volta, anche dotarsi di occhiali nuovi.

Un futuro da riprogettare

Mario Deaglio (a cura di)

Guerini e Associati, 2025

L’ultima raccolta di ricerche del centro Luigi Einaudi propone una serie di analisi che forniscono letture diverse di quanto potrebbe accadere

 

Occhiali nuovi per vedere meglio la realtà. L’indicazione vale anche per l’economia e la società odierne: complesse, mutevoli, inaspettate, imprevedibili, veloci. Occhiali nuovi, quindi, che tutti dovrebbero calzare e che occorre, tuttavia, prima trovare. Per farlo, è possibile leggere la serie di ricerche che, come ogni anno, il Centro Luigi Einaudi di Torino ha messo in fila per fornire elementi di conoscenza della realtà che ci circonda.

“Un futuro da riprogettare”, questo il titolo della raccolta coordinato da Mario Deaglio, parte da una considerazione: gli equilibri mondiali che già erano instabili sono sempre più “sotto stress”; a questa condizione, si aggiungono, poi, gli effetti di quanto accaduto in questi ultimissimi mesi. Il risultato porta a chiedersi non solo quale futuro ci si possa aspettare, ma quale sia il destino delle democrazie. Per provare a rispondere a queste domande, la raccolta di indagini coordinate da Deaglio non analizza cosa sta cambiando (in economia, geopolitica, nella società, nel sistema produttivo e nel clima), e nemmeno tenta di “riattaccare a tavolino i cocci di una globalizzazione frantumata”. L’operazione condotta quest’anno dal Centro Luigi Einaudi è partire da una analisi – seppur sommaria – dei nuovi tratti che confusamente si intravedono e che potrebbero condurre a una struttura diversa da quella tradizionale. Inforcare, quindi, occhiali nuovi per cercare di vedere quanto di nuovo c’è attorno a noi.

La raccolta contiene approfondimenti sul ruolo degli Stati Uniti, sulle nuove caratteristiche del capitalismo, sul ruolo diverso dell’elettricità rispetto al passato, sul cibo e l’alimentazione, sull’intelligenza artificiale e il mercato del lavoro, sulla presenza ancora più forte dell’Africa, dell’Islam, del Medio Oriente; ma anche sul diverso ruolo dell’Europa, dell’ambiente, delle relazioni tra il Vecchio Continente e il resto del mondo. Le ricerche coordinate dal Centro Einaudi, non mancano poi di toccare l’Italia tra problemi e sorprese (anche positive) dell’economia, aspetti sociali e atteggiamenti della politica. Ogni ricerca è affidata ad una firma diversa (e quest’anno anche a firme nuove per il Centro come quelle di Marco Zatterin e Marco Cantamessa).

È così ancora una volta importante e stimolante il “rapporto” che ogni anno il Centro Luigi Einaudi mette a disposizione di chi vuole comprendere meglio dove siamo e, questa volta, anche dotarsi di occhiali nuovi.

Un futuro da riprogettare

Mario Deaglio (a cura di)

Guerini e Associati, 2025

Allarme Dia: non sottovalutare la mafia che guarda agli appalti e investe con flussi finanziari “opachi”

“La verità è moneta perdente”, scrive Beatrice Monroy, in un romanzo intenso e struggente, appena pubblicato da Zolfo e costruito per raccontare la disperazione e poi, però, la rivolta culturale e civile di una città, Palermo, contro le stragi mafiose e il silenzio lungamente imposto da complicità e paure verso i boss di Cosa Nostra e il “mondo grigio” dei conniventi. Il racconto prende le mosse dalle uccisioni di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli uomini e le donne delle loro scorte, nel maggio e poi nel luglio del 1992. E quel titolo provocatorio sulla sconfitta della verità vuole sottolineare, in realtà, il suo esatto contrario: il bisogno irrefrenabile di verità e di giustizia, di vita civile e di democrazia che cresce nel corpo stesso della città e della Sicilia, per poter segnare finalmente il tempo della sconfitta della mafia e dell’affermazione di una società dei diritti e dei doveri, delle libertà e delle responsabilità. Tutto il contrario, appunto, di Cosa Nostra, della ‘ndrangheta e della camorra.

Questo bisogno di verità e di legalità, per la vita civile e l’economia di mercato, per lo sviluppo sociale e l’imprenditorialità sostenibile, va naturalmente oltre le dimensioni dell’Isola. E si ripresenta proprio adesso alla ribalta per la ricorrenza di alcuni fatti di cronaca. L’allarme della Dia (la Direzione investigativa antimafia) sulla ripresa d’attenzione dei clan criminali per gli appalti pubblici in tutta Italia (ne parleremo più approfonditamente tra poco). E l’uscita dal carcere, per fine pena, d’un feroce assassino mafioso, Giovanni Brusca, 150 omicidi sulle spalle e la responsabilità d’aver premuto il pulsante del detonatore che provocò la morte di Falcone: una libertà dopo 25 anni di carcere e 4 di libertà vigilata, come conseguenza della scelta di diventare “collaboratore di giustizia”, svelando ai magistrati attività, delitti e strategie di Cosa Nostra. Un’applicazione della legge sui cosiddetti “pentiti” voluta proprio da Giovanni Falcone, per rompere il cerchio dell’omertà mafiosa e bloccare le stragi organizzate dai “corleonesi” guidati da Totò Riina e di cui Brusca era uno dei capi e degli assassini più spietati.

Legge da rispettare e applicare. Ma, in un diffuso sentire comune, per nulla affatto giustizia, se ci leggono con attenzione le dichiarazioni dei familiari delle vittime. Una tra tutte, quella di Alfredo Morvillo, fratello di Francesca Morvillo, moglie di Falcone, uccisa anche lei nella strage di Capaci, lungo l’autostrada di Punta Raisi: “Brusca ha scontato la pena, ma resta un criminale”. O quella di Maria Falcone, sorella del magistrato: “È stata applicata la legge, ma sono molto amareggiata. Ritengo che questa non sia giustizia, né per i familiari né per le persone perbene” (Corriere della Sera, 6 giugno).

Amarezze a parte, resta il dato positivo dell’ottimo lavoro fatto, negli ultimi quindici anni del Novecento, dai magistrati di Palermo, contro Cosa Nostra (grazie anche al contributo di due “collaboratori di giustizia”, Tommaso Buscetta soprattutto ma anche Salvatore Contorno) e culminato nel maxi-processo iniziato nel febbraio ’86 e concluso con centinaia di condanne, confermate dalla Cassazione nella primavera del ’92.

“Lo Stato ha vinto, la mafia ha perso”, è la sintesi di quella stagione, con i boss in galera e gli affari mafiosi drasticamente ridimensionati. Una sintesi corretta, tenendo conto del fatto che i processi sono stati celebrati nel totale rispetto delle procedure e delle garanzie e sulla base di indagini condotte seriamente da polizia e carabinieri. Ma purtroppo una sintesi non esaustiva. Perché altre organizzazioni criminali, a cominciare dalla ‘ndrangheta calabrese, hanno preso il posto dei clan siciliani nel giro dei traffici internazionali della droga, in alleanza con i “narcos” sudamericani e orientali. E perché comunque i legami tra criminalità organizzata e “aree grigie” in circuiti dell’economia, della politica e delle pubbliche amministrazioni, pur scompaginati dalle inchieste giudiziarie tra Palermo, Roma e Milano, sono stati ricostituiti.

Ne fanno fede parecchie considerazioni in occasione della ricorrenza della strage di Capaci: “Falcone e Borsellino, i conti ancora aperti e il rischio di nuovi veleni” (Corriere della Sera, 23 maggio); “A 33 anni dalla strage la mafia ha ancora le sue truppe” (Il Sole24Ore, 24 maggio).

Valgono, per la memoria collettiva e la coscienza civile, le parole di commemorazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “La mafia ha subìto colpi pesantissimi, ma all’opera di sradicamento va data continuità, cogliendo le sue trasformazioni, i nuovi legami con attività economiche e finanziarie, le zone grigie che si formano dove l’impegno civico cede il passo all’indifferenza”.

Rieccoci, anche così, al bisogno di verità che non può essere “moneta perdente”. E alla necessità di atti di governo efficaci e di un impegno politico responsabile, trasversale tra maggioranza e opposizione, contro il crimine organizzato, con interventi preventivi e repressivi e con scelte trasparenti di buona amministrazione.

D’altronde, proprio la legge che ha introdotto nuove misure di contrasto alla mafia, più severe, puntuali ed efficaci, era stata messa a punto da parlamentari di diverso orientamento politico, il comunista Pio La Torre e il democristiano Virginio Rognoni (al tempo ministro dell’Interno) e approvata con larghissima maggioranza in Parlamento il 13 settembre del 1982, pochi giorni dopo l’assassinio, a Palermo, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, mandato lì dal governo, come prefetto ma senza i necessari poteri d’intervento. Una legge ben costruita, in grado di colpire l’associazione mafiosa, seguendo il filo degli interessi, degli affari, dei legami criminali (proprio le indagini di Falcone e Borsellino e degli altri magistrati antimafia ne avrebbero fatto un uso intelligente e competente).

L’attualità del pericolo mafioso, adesso, è rivelata dall’ultimo Rapporto della Dia (Il Sole24Ore, 28 maggio) che ha accertato, nel ’24, manovre finanziarie “opache” per 49,2 miliardi di euro e indicato, in dettaglio, operazioni di investimento e riciclaggio di capitali di origine illecita in attività apparentemente legali. In primo piano, le mosse della ‘ndrangheta, ma anche di camorra e clan siciliani, particolarmente attivi a Milano (“Mafia, le ombre sulla Lombardia. Fari su appalti, ultrà del calcio e Olimpiadi”, titola la Repubblica, 28 maggio) ma anche in Piemonte, Liguria, Veneto ed Emilia. E puntuale attenzione per gli interessi relativi a tutto il mondo dei subappalti di opere pubbliche e a una serie di attività, soprattutto nei settori della finanza e dei servizi, per il riciclaggio del denaro.

Sono sempre alti, insomma, i rischi di inquinamento dei mercati e dell’economia, di travolgimento dell’attività delle imprese. E vale la pena, accanto alle necessarie commemorazioni, intensificare le iniziative, politiche e amministrative, necessarie a garantire legalità, trasparenza, funzionamento dei mercati e della concorrenza. Scelta essenziale, economica e civile.

(foto Getty Images)

“La verità è moneta perdente”, scrive Beatrice Monroy, in un romanzo intenso e struggente, appena pubblicato da Zolfo e costruito per raccontare la disperazione e poi, però, la rivolta culturale e civile di una città, Palermo, contro le stragi mafiose e il silenzio lungamente imposto da complicità e paure verso i boss di Cosa Nostra e il “mondo grigio” dei conniventi. Il racconto prende le mosse dalle uccisioni di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli uomini e le donne delle loro scorte, nel maggio e poi nel luglio del 1992. E quel titolo provocatorio sulla sconfitta della verità vuole sottolineare, in realtà, il suo esatto contrario: il bisogno irrefrenabile di verità e di giustizia, di vita civile e di democrazia che cresce nel corpo stesso della città e della Sicilia, per poter segnare finalmente il tempo della sconfitta della mafia e dell’affermazione di una società dei diritti e dei doveri, delle libertà e delle responsabilità. Tutto il contrario, appunto, di Cosa Nostra, della ‘ndrangheta e della camorra.

Questo bisogno di verità e di legalità, per la vita civile e l’economia di mercato, per lo sviluppo sociale e l’imprenditorialità sostenibile, va naturalmente oltre le dimensioni dell’Isola. E si ripresenta proprio adesso alla ribalta per la ricorrenza di alcuni fatti di cronaca. L’allarme della Dia (la Direzione investigativa antimafia) sulla ripresa d’attenzione dei clan criminali per gli appalti pubblici in tutta Italia (ne parleremo più approfonditamente tra poco). E l’uscita dal carcere, per fine pena, d’un feroce assassino mafioso, Giovanni Brusca, 150 omicidi sulle spalle e la responsabilità d’aver premuto il pulsante del detonatore che provocò la morte di Falcone: una libertà dopo 25 anni di carcere e 4 di libertà vigilata, come conseguenza della scelta di diventare “collaboratore di giustizia”, svelando ai magistrati attività, delitti e strategie di Cosa Nostra. Un’applicazione della legge sui cosiddetti “pentiti” voluta proprio da Giovanni Falcone, per rompere il cerchio dell’omertà mafiosa e bloccare le stragi organizzate dai “corleonesi” guidati da Totò Riina e di cui Brusca era uno dei capi e degli assassini più spietati.

Legge da rispettare e applicare. Ma, in un diffuso sentire comune, per nulla affatto giustizia, se ci leggono con attenzione le dichiarazioni dei familiari delle vittime. Una tra tutte, quella di Alfredo Morvillo, fratello di Francesca Morvillo, moglie di Falcone, uccisa anche lei nella strage di Capaci, lungo l’autostrada di Punta Raisi: “Brusca ha scontato la pena, ma resta un criminale”. O quella di Maria Falcone, sorella del magistrato: “È stata applicata la legge, ma sono molto amareggiata. Ritengo che questa non sia giustizia, né per i familiari né per le persone perbene” (Corriere della Sera, 6 giugno).

Amarezze a parte, resta il dato positivo dell’ottimo lavoro fatto, negli ultimi quindici anni del Novecento, dai magistrati di Palermo, contro Cosa Nostra (grazie anche al contributo di due “collaboratori di giustizia”, Tommaso Buscetta soprattutto ma anche Salvatore Contorno) e culminato nel maxi-processo iniziato nel febbraio ’86 e concluso con centinaia di condanne, confermate dalla Cassazione nella primavera del ’92.

“Lo Stato ha vinto, la mafia ha perso”, è la sintesi di quella stagione, con i boss in galera e gli affari mafiosi drasticamente ridimensionati. Una sintesi corretta, tenendo conto del fatto che i processi sono stati celebrati nel totale rispetto delle procedure e delle garanzie e sulla base di indagini condotte seriamente da polizia e carabinieri. Ma purtroppo una sintesi non esaustiva. Perché altre organizzazioni criminali, a cominciare dalla ‘ndrangheta calabrese, hanno preso il posto dei clan siciliani nel giro dei traffici internazionali della droga, in alleanza con i “narcos” sudamericani e orientali. E perché comunque i legami tra criminalità organizzata e “aree grigie” in circuiti dell’economia, della politica e delle pubbliche amministrazioni, pur scompaginati dalle inchieste giudiziarie tra Palermo, Roma e Milano, sono stati ricostituiti.

Ne fanno fede parecchie considerazioni in occasione della ricorrenza della strage di Capaci: “Falcone e Borsellino, i conti ancora aperti e il rischio di nuovi veleni” (Corriere della Sera, 23 maggio); “A 33 anni dalla strage la mafia ha ancora le sue truppe” (Il Sole24Ore, 24 maggio).

Valgono, per la memoria collettiva e la coscienza civile, le parole di commemorazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “La mafia ha subìto colpi pesantissimi, ma all’opera di sradicamento va data continuità, cogliendo le sue trasformazioni, i nuovi legami con attività economiche e finanziarie, le zone grigie che si formano dove l’impegno civico cede il passo all’indifferenza”.

Rieccoci, anche così, al bisogno di verità che non può essere “moneta perdente”. E alla necessità di atti di governo efficaci e di un impegno politico responsabile, trasversale tra maggioranza e opposizione, contro il crimine organizzato, con interventi preventivi e repressivi e con scelte trasparenti di buona amministrazione.

D’altronde, proprio la legge che ha introdotto nuove misure di contrasto alla mafia, più severe, puntuali ed efficaci, era stata messa a punto da parlamentari di diverso orientamento politico, il comunista Pio La Torre e il democristiano Virginio Rognoni (al tempo ministro dell’Interno) e approvata con larghissima maggioranza in Parlamento il 13 settembre del 1982, pochi giorni dopo l’assassinio, a Palermo, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, mandato lì dal governo, come prefetto ma senza i necessari poteri d’intervento. Una legge ben costruita, in grado di colpire l’associazione mafiosa, seguendo il filo degli interessi, degli affari, dei legami criminali (proprio le indagini di Falcone e Borsellino e degli altri magistrati antimafia ne avrebbero fatto un uso intelligente e competente).

L’attualità del pericolo mafioso, adesso, è rivelata dall’ultimo Rapporto della Dia (Il Sole24Ore, 28 maggio) che ha accertato, nel ’24, manovre finanziarie “opache” per 49,2 miliardi di euro e indicato, in dettaglio, operazioni di investimento e riciclaggio di capitali di origine illecita in attività apparentemente legali. In primo piano, le mosse della ‘ndrangheta, ma anche di camorra e clan siciliani, particolarmente attivi a Milano (“Mafia, le ombre sulla Lombardia. Fari su appalti, ultrà del calcio e Olimpiadi”, titola la Repubblica, 28 maggio) ma anche in Piemonte, Liguria, Veneto ed Emilia. E puntuale attenzione per gli interessi relativi a tutto il mondo dei subappalti di opere pubbliche e a una serie di attività, soprattutto nei settori della finanza e dei servizi, per il riciclaggio del denaro.

Sono sempre alti, insomma, i rischi di inquinamento dei mercati e dell’economia, di travolgimento dell’attività delle imprese. E vale la pena, accanto alle necessarie commemorazioni, intensificare le iniziative, politiche e amministrative, necessarie a garantire legalità, trasparenza, funzionamento dei mercati e della concorrenza. Scelta essenziale, economica e civile.

(foto Getty Images)

#Dallapartedelfuturo. Fondazione Pirelli per Archivissima 25

In occasione della nuova edizione di Archivissima – il festival culturale italiano interamente dedicato alla promozione e valorizzazione degli archivi storici, che quest’anno si svolge dal 5 all’8 giugno 2025 – gli alunni e le alunne dell’Istituto Comprensivo Paganelli di Cinisello Balsamo (Milano) hanno esplorato il ricco patrimonio fotografico custodito nell’Archivio Storico Pirelli: migliaia di scatti, tra lastre di vetro, diapositive, stampe su carta e foto in digitale che raccontano oltre un secolo di storia, dai primi del Novecento fino ai nostri giorni. Attraverso l’analisi di queste preziose testimonianze visive, gli studenti hanno ripercorso momenti significativi della storia aziendale e del nostro Paese, tra evoluzioni dei costumi, trasformazioni urbane e nuovi modi di muoversi e viaggiare.

Un viaggio nel tempo fatto di innovazione, passione e nuovi traguardi. Guardare al passato, però, è anche un modo per aprirsi al futuro: i ragazzi, partendo dalle fotografie, hanno immaginato futuri possibili — già scritti, visionari o ancora tutti da costruire — dando voce alle immagini con creatività. Un esercizio di memoria e fantasia, in cui il passato diventa terreno fertile per reinventare il domani.

Buona visione!

In occasione della nuova edizione di Archivissima – il festival culturale italiano interamente dedicato alla promozione e valorizzazione degli archivi storici, che quest’anno si svolge dal 5 all’8 giugno 2025 – gli alunni e le alunne dell’Istituto Comprensivo Paganelli di Cinisello Balsamo (Milano) hanno esplorato il ricco patrimonio fotografico custodito nell’Archivio Storico Pirelli: migliaia di scatti, tra lastre di vetro, diapositive, stampe su carta e foto in digitale che raccontano oltre un secolo di storia, dai primi del Novecento fino ai nostri giorni. Attraverso l’analisi di queste preziose testimonianze visive, gli studenti hanno ripercorso momenti significativi della storia aziendale e del nostro Paese, tra evoluzioni dei costumi, trasformazioni urbane e nuovi modi di muoversi e viaggiare.

Un viaggio nel tempo fatto di innovazione, passione e nuovi traguardi. Guardare al passato, però, è anche un modo per aprirsi al futuro: i ragazzi, partendo dalle fotografie, hanno immaginato futuri possibili — già scritti, visionari o ancora tutti da costruire — dando voce alle immagini con creatività. Un esercizio di memoria e fantasia, in cui il passato diventa terreno fertile per reinventare il domani.

Buona visione!

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