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Oltre il fabbricare

L’ultimo libro di Carlo Galli fornisce a chi legge gli strumenti per capire meglio le relazioni tra tecnica e umanità

 

Tecnofobia oppure tecnolatria? E poi, ancora, tecnica altro dall’umano oppure strumento che ha tutto di umano e nulla di artificiale? Il percorso della tecnica è ambiguo e accidentato, proprio perché radicalmente umano. La critica ad essa, tanto intellettuale quanto politica, è la contestazione della sua volontà di dettare l’intera agenda dell’avvenire. Temi importanti, soprattutto oggi e non solo per chi ha a cuore sapere dove si è e dove si va. Temi che per imprenditori e manager avveduti, così come per decisori attenti, devono essere all’ordine del giorno. Si fa bene quindi a leggere “Tecnica” di Carlo Galli che cerca – riuscendoci – di rispondere ad una serie di domande cruciali. È la tecnica che comanda oggi, nell’era del tecnocapitalismo? E a chi serve? A tutti o a pochi? O siamo noi a servire lei? È una sfida al dominio umano del mondo o è una risorsa indispensabile per realizzarlo?

Galli cerca e trova le risposte (o comunque fornisce a chi legge gli strumenti per arrivare da solo alle risposte corrette) partendo da una constatazione: la tecnica non è mai stata e non è mai neutra, ma è da sempre intrecciata con la storia dell’uomo. Ambigua per definizione, la tecnica si esprime nella sua duplice natura di strumento di libertà e di dominio, nella sua capacità di sollevarci dalla fatica e dal bisogno, e nel suo produrre al tempo stesso squilibri, conflitti, rotture. Non è mai e solo un “puro fabbricare” qualcosa, ma porta in sé l’elemento della decisione e di conseguenza del potere.

Galli accompagna quindi chi legge in quattro tappe: la messa a punto del concetto, la storia della tecnica “dalla selce al silicio”, le relazioni tra tecnica e filosofia, la situazione delle nuove tecniche digitali fino all’Intelligenza Artificiale.

Lontano sia da miti salvifici sia da condanne apocalittiche (lontano cioè sia dalla tecnolatria che dalla tecnofobia) questo libro analizza il fare della tecnica come intreccio di sapere e volere, come radice di disuguaglianze e di trasformazioni, come necessità che nasconde scelte e interessi. E proprio in questo nodo tra coazione e libertà si apre uno spazio decisivo: quello dell’agire politico che deve essere capace di equilibrio e di saggezza.

Tecnica

Carlo Galli

il Mulino, 2025

Oltre il fabbricare
Oltre il fabbricare

L’ultimo libro di Carlo Galli fornisce a chi legge gli strumenti per capire meglio le relazioni tra tecnica e umanità

 

Tecnofobia oppure tecnolatria? E poi, ancora, tecnica altro dall’umano oppure strumento che ha tutto di umano e nulla di artificiale? Il percorso della tecnica è ambiguo e accidentato, proprio perché radicalmente umano. La critica ad essa, tanto intellettuale quanto politica, è la contestazione della sua volontà di dettare l’intera agenda dell’avvenire. Temi importanti, soprattutto oggi e non solo per chi ha a cuore sapere dove si è e dove si va. Temi che per imprenditori e manager avveduti, così come per decisori attenti, devono essere all’ordine del giorno. Si fa bene quindi a leggere “Tecnica” di Carlo Galli che cerca – riuscendoci – di rispondere ad una serie di domande cruciali. È la tecnica che comanda oggi, nell’era del tecnocapitalismo? E a chi serve? A tutti o a pochi? O siamo noi a servire lei? È una sfida al dominio umano del mondo o è una risorsa indispensabile per realizzarlo?

Galli cerca e trova le risposte (o comunque fornisce a chi legge gli strumenti per arrivare da solo alle risposte corrette) partendo da una constatazione: la tecnica non è mai stata e non è mai neutra, ma è da sempre intrecciata con la storia dell’uomo. Ambigua per definizione, la tecnica si esprime nella sua duplice natura di strumento di libertà e di dominio, nella sua capacità di sollevarci dalla fatica e dal bisogno, e nel suo produrre al tempo stesso squilibri, conflitti, rotture. Non è mai e solo un “puro fabbricare” qualcosa, ma porta in sé l’elemento della decisione e di conseguenza del potere.

Galli accompagna quindi chi legge in quattro tappe: la messa a punto del concetto, la storia della tecnica “dalla selce al silicio”, le relazioni tra tecnica e filosofia, la situazione delle nuove tecniche digitali fino all’Intelligenza Artificiale.

Lontano sia da miti salvifici sia da condanne apocalittiche (lontano cioè sia dalla tecnolatria che dalla tecnofobia) questo libro analizza il fare della tecnica come intreccio di sapere e volere, come radice di disuguaglianze e di trasformazioni, come necessità che nasconde scelte e interessi. E proprio in questo nodo tra coazione e libertà si apre uno spazio decisivo: quello dell’agire politico che deve essere capace di equilibrio e di saggezza.

Tecnica

Carlo Galli

il Mulino, 2025

Lavorare al tempo del digitale e della IA

Un’analisi di ADAPT cerca di mettere ordine in un tema complesso e in continua evoluzione

 

Lavorare nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza Artificiale e dopo una pandemia. Lavorare con strumenti notevolmente diversi dal passato e in continuo mutamento. Con – in altri termini – un bagaglio tecnologico differente da prima e cercando di rinnovare la cultura del lavoro e della produzione. È necessario riflettere molto per comprendere quanto il mondo del lavoro e della produzione stia cambiando. Per questo può servire leggere “I nuovi paradigmi del lavoro tra digitalizzazione, intelligenza artificiale e metaverso. Riflessioni di sistema”, ricerca di Roberta Caragnano recentemente pubblicata nella serie degli ADAPT Labour studies e-Book.

Caragnano spiega che “negli ultimi anni, anche per effetto delle accelerazioni imposte dalla pandemia, il mondo del lavoro ha subito delle trasformazioni radicali (1) sotto la spinta di innovazioni tecnologiche senza precedenti, come la diffusione dei big data, l’avvento dell’intelligenza artificiale (IA) (2) e l’Internet of Things (IoT), che se un verso consentono l’automatizzazione dei processi aziendali, stimolando le innovazioni di prodotto e di processo (3), dall’altro generano dei cambiamenti dei modelli di lavoro che incidono anche sulla modalità di esecuzione della prestazione lavorativa”. Da tutto questo un cambiamento diffuso e generalizzato che non cessa di evolversi ancora. La ricerca, quindi, partendo da un focus introduttivo sulla ibridazione dei modelli organizzativi, cerca di indagare sia gli elementi e le variabili, che influiscono sulla “estensione” e flessibilità delle organizzazioni e della organizzazione del lavoro, sia le sfide che interessano le regole del lavoro stesso ormai totalmente inserito in scenari “ibridi, automatizzati e dematerializzati”.

L’indagine di Roberta Caragnano inizia con un approfondimento dei modelli organizzativi, passa ad analizzare il lavoro ibrido e poi l’entrata in scena dell’IA e del metaverso per arrivare, come si è detto, a toccare la necessità di “cambio delle regole” e di un nuovo codice etico nelle relazioni industriali.

Il grande sforzo di analisi contenuto nella ricerca va apprezzato e costituisce una buona base di conoscenza per comprendere meglio il contesto nel quale il sistema della produzione si sta muovendo.

 

I nuovi paradigmi del lavoro tra digitalizzazione, intelligenza artificiale e metaverso. Riflessioni di sistema

Roberta Caragnano

ADAPT Labour studies e-Book series n. 108, 2025

Lavorare al tempo del digitale e della IA
Lavorare al tempo del digitale e della IA

Un’analisi di ADAPT cerca di mettere ordine in un tema complesso e in continua evoluzione

 

Lavorare nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza Artificiale e dopo una pandemia. Lavorare con strumenti notevolmente diversi dal passato e in continuo mutamento. Con – in altri termini – un bagaglio tecnologico differente da prima e cercando di rinnovare la cultura del lavoro e della produzione. È necessario riflettere molto per comprendere quanto il mondo del lavoro e della produzione stia cambiando. Per questo può servire leggere “I nuovi paradigmi del lavoro tra digitalizzazione, intelligenza artificiale e metaverso. Riflessioni di sistema”, ricerca di Roberta Caragnano recentemente pubblicata nella serie degli ADAPT Labour studies e-Book.

Caragnano spiega che “negli ultimi anni, anche per effetto delle accelerazioni imposte dalla pandemia, il mondo del lavoro ha subito delle trasformazioni radicali (1) sotto la spinta di innovazioni tecnologiche senza precedenti, come la diffusione dei big data, l’avvento dell’intelligenza artificiale (IA) (2) e l’Internet of Things (IoT), che se un verso consentono l’automatizzazione dei processi aziendali, stimolando le innovazioni di prodotto e di processo (3), dall’altro generano dei cambiamenti dei modelli di lavoro che incidono anche sulla modalità di esecuzione della prestazione lavorativa”. Da tutto questo un cambiamento diffuso e generalizzato che non cessa di evolversi ancora. La ricerca, quindi, partendo da un focus introduttivo sulla ibridazione dei modelli organizzativi, cerca di indagare sia gli elementi e le variabili, che influiscono sulla “estensione” e flessibilità delle organizzazioni e della organizzazione del lavoro, sia le sfide che interessano le regole del lavoro stesso ormai totalmente inserito in scenari “ibridi, automatizzati e dematerializzati”.

L’indagine di Roberta Caragnano inizia con un approfondimento dei modelli organizzativi, passa ad analizzare il lavoro ibrido e poi l’entrata in scena dell’IA e del metaverso per arrivare, come si è detto, a toccare la necessità di “cambio delle regole” e di un nuovo codice etico nelle relazioni industriali.

Il grande sforzo di analisi contenuto nella ricerca va apprezzato e costituisce una buona base di conoscenza per comprendere meglio il contesto nel quale il sistema della produzione si sta muovendo.

 

I nuovi paradigmi del lavoro tra digitalizzazione, intelligenza artificiale e metaverso. Riflessioni di sistema

Roberta Caragnano

ADAPT Labour studies e-Book series n. 108, 2025

Tornare ai buoni libri, nel nostro “inverno dello spirito” per costruire nuove strade di conoscenza e libertà

“Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?”. Le domande di Thomas Stearns Eliot nei versi di “The Rock” (un’opera poetica messa in scena a Londra nel 1934) risuonano di estrema attualità, proprio in una stagione difficile in cui temiamo di dover fare nuovamente i conti con lo smarrimento culturale e morale di una “waste land”, una terra desolata.

Le nostalgie per la perdita della sapienza e dunque le paure dell’ignoto sono un’ossessione costante, nel pensiero occidentale. E durante tutto il corso del Novecento abbiamo visto la messa in discussione di certezze, etiche e scientifiche, ritenute granitiche: la teoria della relatività e la fisica quantistica con il “principio di indeterminazione” sconvolgono le conoscenze, la psicanalisi mostra gli abissi dell’inconscio, le rappresentazioni della realtà attraverso la musica, le arti figurative, la letteratura e il teatro ribaltano le tradizionali forme e armonie, una tempesta di innovazioni stravolge filosofia e storia, economia e società civile. Precipitiamo nel “cuore di tenebra” che Joseph Conrad aveva intravvisto già nel 1899 (Hollywood lo avrebbe trasformato in capolavoro del cinema con “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola nel 1979).

Il Novecento è l’età delle incertezze. E però, nella seconda metà del secolo, intravvediamo la bellezza di una lunga stagione di prosperità e di progresso, nell’illusione del “migliore dei mondi possibili”, tra democrazia, mercato e welfare, innovazione dinamica e sempre migliore qualità della vita.

Restano, comunque, le incertezze e le paure (vale la pena rileggere le pagine ironiche di Giacomo Leopardi sulle “magnifiche sorti e progressive”). E oggi che, nel drammatico inizio di millennio tutte le luci del Novecento sono diventate più fioche e cedono il passo al buio dei conflitti armati e degli sconvolgimenti degli equilibri geopolitici ed economici, siamo qui a ragionare criticamente sull’errore di aver creduto alla “fine della Storia”, sui limiti della forza espansiva dell’Occidente e sulla necessità di imparare a fare i conti con i nuovi problemi dell’ambiente, delle guerre, degli interessi che mortificano la nostra così controversa umanità.

Ecco perché tornare a Eliot. E senza cedere alle nostalgie per la sapienza perduta, provare a capire cosa fare per ridare spazio e peso alla conoscenza e come difenderci dal degrado in corso dell’informazione, messa in crisi da una “marmellata mediatica” di fake news, manipolazioni di post-verità e “fattoidi” spacciati sui social media come fatti e in condizione di stravolgere e travolgere quell’opinione pubblica ben informata, indispensabile alla democrazia.

Serve più conoscenza, dunque. Una conoscenza critica sempre più sofisticata. Una relazione originale tra saperi umanistici e scientifici, anche e soprattutto per capire, guidare, governare i processi messi in moto dall’Artificial Intelligence che occupa spazio crescente in economia, nella società, nelle nostre vite, tra sconvolgenti e positive innovazioni (per la salute, le ricerca, l’industria, etc.) e inquietanti ombre (le conseguenze politiche, sociali e morali del dominio delle Big Tech, con assetti di poteri concentrati e privi di adeguato controllo democratico).

Che conoscenza? Può tornare utile proprio la cultura del Novecento, proprio quella cui abbiamo fatto cenno, la cultura del senso del limite, della necessità del pensiero critico e del dubbio metodologico, della  conseguente responsabilità. Una cultura da mettere alla prova delle nuove frontiere del pensiero e della scienza.

Serve tornare a investire sulla scuola, la formazione, la profondità dei pensieri. E dunque riprendere in mano i libri.

“Non tutti i nostri libri periranno”, si augura l’imperatore Adriano, nelle pagine luminose delle “Memorie” scritte da Marguerite Yourcenar. E si impegna a leggerli, farli scrivere, salvarli, consapevole che “fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”. Un inverno dello spirito che connota la nostra quotidianità.

Nei libri si concentrano i racconti dei viaggi e i pensieri critici, la cognizione del dolore e la forza delle speranze, i dubbi più profondi e le illuminazioni più intense. Come sapeva bene un “uomo di libri” come Stéphane Mallarmé: “Il mondo, alla fine, è fatto per finire in un bel libro”.

Libri, biblioteche pubbliche e private (nelle case, nelle scuole, nelle imprese, negli spazi della socialità anche dolente, come gli ospedali; ne abbiamo parlato in un blog del 12 maggio scorso), festival letterari, scientifici e filosofici, gruppi di lettura, manifestazioni come Pordenonelegge (con le sue 160mila presenze; blog del 22 settembre) e come “Ioleggoperché” (organizzato dall’Associazione degli Editori e sostenuto da Pirelli, per donare libri alle scuole) e Book City, entrambe in programma a novembre. E quant’altro si muove nel mondo del libro. Un mondo essenziale.

Conforta un parere di fonte autorevole, quello di Marina Berlusconi, presidentessa della maggiore casa editrice italiana, la Mondadori, in una “provocazione” contenuta in una lettera mandata al Corriere della Sera. “E se proprio nell’era del ‘Muoviti veloce e rompi tutto’, il motto di Zuckerberg, ci trovassimo a riscoprire la forza lenta, ma costruttiva dei cari vecchi libri? I libri sono da sempre efficaci anticorpi contro barbarie e totalitarismo, ma oggi assumono anche una funzione nuova: quella di anticorpi contro l’assottigliamento del pensiero imposto dallo smartphone, veri e propri strumenti di resistenza contro l’omologazione digitale”. Per “continuare ad ascoltare le voci della libertà e della democrazia”.

Il guaio è che in Italia si continua a leggere poco, anzi sempre meno. I “lettori forti” (coloro che leggono almeno 12libri all’anno) sono appena il 6,4% della popolazione. Diminuisce il numero di persone che hanno letto un libro nell’ultimo anno (dal 74% del ‘23 al 73% del ‘24). E si riduce anche il tempo dedicato alla lettura, appena 2 ore e 47 minuti settimanali, contro le 3 ore e 22 minuti del ‘22. Lettura, naturalmente, di qualsiasi tipo, libri dozzinali di barzellette o di ricette di cucina compresi.

È indispensabile, dunque, ricominciare a educare alla lettura, al piacere e al valore della consuetudine con i buoni libri. A cominciare dalle prime classi della scuola dell’obbligo. E se una legge ben fatta, per promuovere il libro e la lettura, è quantomai necessaria, serve molto di più: una solida e lungimirante battaglia culturale e civile, un impegno trasversale a tutta la società, che investa non solo la politica e la cultura, ma anche l’economia e le imprese, la scuola, il “terzo settore”, le organizzazioni sociali. Perché un libro è conoscenza, bellezza, fantasia. Piacere. Libertà e qualità della vita. Autonomia di pensiero e senso di responsabilità. Costruzione d’identità aperta e dialogante. Innesco e strumento d’una migliore, più compiuta condizione umana.

Tornare ai libri è fondamentale anche per recuperare e rafforzare le risorse, intellettuali e morali, necessarie a fare i conti con un altro fenomeno che cresce, in questi tempi inquieti e sfiduciati: la crisi della democrazia, lo sgretolarsi dell’opinione pubblica. La letteratura in merito è sconfinata (e qualcosa s’è sbagliato, se di fronte a tale e tanta analisi teorica, ricostruzione storica e proposta programmatica oggi parliamo, appunto, di “crisi”). E dunque possiamo provare a rileggere solo una delle pagine fondamentali. È di Hans Kelsen, uno dei maggiori giuristi liberali del Novecento, tratta dal suo saggio di “Teoria generale del diritto e dello Stato” (pubblicato in Italia nel 1952): “In una democrazia, la volontà della comunità è sempre creata attraverso una continua discussione tra maggioranza e minoranza, attraverso un libero esame di argomenti pro e contro una data regolamentazione di una materia. Questa discussione ha luogo non soltanto in parlamento ma anche, e soprattutto, in riunioni politiche, sui giornali, sui libri e in altri mezzi di diffusione dell’opinione pubblica. Una democrazia senza opinione pubblica è una contraddizione in termini. In quanto l’opinione pubblica può sorgere dove sono garantite la libertà di pensiero, la libertà di parola, di stampa e di religione, la democrazia coincide con il liberalismo politico, sebbene non coincida necessariamente con quello economico”.

Rieccoci, così, alla necessità della conoscenza. E della centralità dell’opinione pubblica. “Discorsiva”, direbbe Jurgen Habermas: capace cioè di un “discorso pubblico”. Cioè un discorso critico.

(Photo Getty Images)

Tornare ai buoni libri, nel nostro “inverno dello spirito” per costruire nuove strade di conoscenza e libertà
Tornare ai buoni libri, nel nostro “inverno dello spirito” per costruire nuove strade di conoscenza e libertà

“Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?”. Le domande di Thomas Stearns Eliot nei versi di “The Rock” (un’opera poetica messa in scena a Londra nel 1934) risuonano di estrema attualità, proprio in una stagione difficile in cui temiamo di dover fare nuovamente i conti con lo smarrimento culturale e morale di una “waste land”, una terra desolata.

Le nostalgie per la perdita della sapienza e dunque le paure dell’ignoto sono un’ossessione costante, nel pensiero occidentale. E durante tutto il corso del Novecento abbiamo visto la messa in discussione di certezze, etiche e scientifiche, ritenute granitiche: la teoria della relatività e la fisica quantistica con il “principio di indeterminazione” sconvolgono le conoscenze, la psicanalisi mostra gli abissi dell’inconscio, le rappresentazioni della realtà attraverso la musica, le arti figurative, la letteratura e il teatro ribaltano le tradizionali forme e armonie, una tempesta di innovazioni stravolge filosofia e storia, economia e società civile. Precipitiamo nel “cuore di tenebra” che Joseph Conrad aveva intravvisto già nel 1899 (Hollywood lo avrebbe trasformato in capolavoro del cinema con “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola nel 1979).

Il Novecento è l’età delle incertezze. E però, nella seconda metà del secolo, intravvediamo la bellezza di una lunga stagione di prosperità e di progresso, nell’illusione del “migliore dei mondi possibili”, tra democrazia, mercato e welfare, innovazione dinamica e sempre migliore qualità della vita.

Restano, comunque, le incertezze e le paure (vale la pena rileggere le pagine ironiche di Giacomo Leopardi sulle “magnifiche sorti e progressive”). E oggi che, nel drammatico inizio di millennio tutte le luci del Novecento sono diventate più fioche e cedono il passo al buio dei conflitti armati e degli sconvolgimenti degli equilibri geopolitici ed economici, siamo qui a ragionare criticamente sull’errore di aver creduto alla “fine della Storia”, sui limiti della forza espansiva dell’Occidente e sulla necessità di imparare a fare i conti con i nuovi problemi dell’ambiente, delle guerre, degli interessi che mortificano la nostra così controversa umanità.

Ecco perché tornare a Eliot. E senza cedere alle nostalgie per la sapienza perduta, provare a capire cosa fare per ridare spazio e peso alla conoscenza e come difenderci dal degrado in corso dell’informazione, messa in crisi da una “marmellata mediatica” di fake news, manipolazioni di post-verità e “fattoidi” spacciati sui social media come fatti e in condizione di stravolgere e travolgere quell’opinione pubblica ben informata, indispensabile alla democrazia.

Serve più conoscenza, dunque. Una conoscenza critica sempre più sofisticata. Una relazione originale tra saperi umanistici e scientifici, anche e soprattutto per capire, guidare, governare i processi messi in moto dall’Artificial Intelligence che occupa spazio crescente in economia, nella società, nelle nostre vite, tra sconvolgenti e positive innovazioni (per la salute, le ricerca, l’industria, etc.) e inquietanti ombre (le conseguenze politiche, sociali e morali del dominio delle Big Tech, con assetti di poteri concentrati e privi di adeguato controllo democratico).

Che conoscenza? Può tornare utile proprio la cultura del Novecento, proprio quella cui abbiamo fatto cenno, la cultura del senso del limite, della necessità del pensiero critico e del dubbio metodologico, della  conseguente responsabilità. Una cultura da mettere alla prova delle nuove frontiere del pensiero e della scienza.

Serve tornare a investire sulla scuola, la formazione, la profondità dei pensieri. E dunque riprendere in mano i libri.

“Non tutti i nostri libri periranno”, si augura l’imperatore Adriano, nelle pagine luminose delle “Memorie” scritte da Marguerite Yourcenar. E si impegna a leggerli, farli scrivere, salvarli, consapevole che “fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”. Un inverno dello spirito che connota la nostra quotidianità.

Nei libri si concentrano i racconti dei viaggi e i pensieri critici, la cognizione del dolore e la forza delle speranze, i dubbi più profondi e le illuminazioni più intense. Come sapeva bene un “uomo di libri” come Stéphane Mallarmé: “Il mondo, alla fine, è fatto per finire in un bel libro”.

Libri, biblioteche pubbliche e private (nelle case, nelle scuole, nelle imprese, negli spazi della socialità anche dolente, come gli ospedali; ne abbiamo parlato in un blog del 12 maggio scorso), festival letterari, scientifici e filosofici, gruppi di lettura, manifestazioni come Pordenonelegge (con le sue 160mila presenze; blog del 22 settembre) e come “Ioleggoperché” (organizzato dall’Associazione degli Editori e sostenuto da Pirelli, per donare libri alle scuole) e Book City, entrambe in programma a novembre. E quant’altro si muove nel mondo del libro. Un mondo essenziale.

Conforta un parere di fonte autorevole, quello di Marina Berlusconi, presidentessa della maggiore casa editrice italiana, la Mondadori, in una “provocazione” contenuta in una lettera mandata al Corriere della Sera. “E se proprio nell’era del ‘Muoviti veloce e rompi tutto’, il motto di Zuckerberg, ci trovassimo a riscoprire la forza lenta, ma costruttiva dei cari vecchi libri? I libri sono da sempre efficaci anticorpi contro barbarie e totalitarismo, ma oggi assumono anche una funzione nuova: quella di anticorpi contro l’assottigliamento del pensiero imposto dallo smartphone, veri e propri strumenti di resistenza contro l’omologazione digitale”. Per “continuare ad ascoltare le voci della libertà e della democrazia”.

Il guaio è che in Italia si continua a leggere poco, anzi sempre meno. I “lettori forti” (coloro che leggono almeno 12libri all’anno) sono appena il 6,4% della popolazione. Diminuisce il numero di persone che hanno letto un libro nell’ultimo anno (dal 74% del ‘23 al 73% del ‘24). E si riduce anche il tempo dedicato alla lettura, appena 2 ore e 47 minuti settimanali, contro le 3 ore e 22 minuti del ‘22. Lettura, naturalmente, di qualsiasi tipo, libri dozzinali di barzellette o di ricette di cucina compresi.

È indispensabile, dunque, ricominciare a educare alla lettura, al piacere e al valore della consuetudine con i buoni libri. A cominciare dalle prime classi della scuola dell’obbligo. E se una legge ben fatta, per promuovere il libro e la lettura, è quantomai necessaria, serve molto di più: una solida e lungimirante battaglia culturale e civile, un impegno trasversale a tutta la società, che investa non solo la politica e la cultura, ma anche l’economia e le imprese, la scuola, il “terzo settore”, le organizzazioni sociali. Perché un libro è conoscenza, bellezza, fantasia. Piacere. Libertà e qualità della vita. Autonomia di pensiero e senso di responsabilità. Costruzione d’identità aperta e dialogante. Innesco e strumento d’una migliore, più compiuta condizione umana.

Tornare ai libri è fondamentale anche per recuperare e rafforzare le risorse, intellettuali e morali, necessarie a fare i conti con un altro fenomeno che cresce, in questi tempi inquieti e sfiduciati: la crisi della democrazia, lo sgretolarsi dell’opinione pubblica. La letteratura in merito è sconfinata (e qualcosa s’è sbagliato, se di fronte a tale e tanta analisi teorica, ricostruzione storica e proposta programmatica oggi parliamo, appunto, di “crisi”). E dunque possiamo provare a rileggere solo una delle pagine fondamentali. È di Hans Kelsen, uno dei maggiori giuristi liberali del Novecento, tratta dal suo saggio di “Teoria generale del diritto e dello Stato” (pubblicato in Italia nel 1952): “In una democrazia, la volontà della comunità è sempre creata attraverso una continua discussione tra maggioranza e minoranza, attraverso un libero esame di argomenti pro e contro una data regolamentazione di una materia. Questa discussione ha luogo non soltanto in parlamento ma anche, e soprattutto, in riunioni politiche, sui giornali, sui libri e in altri mezzi di diffusione dell’opinione pubblica. Una democrazia senza opinione pubblica è una contraddizione in termini. In quanto l’opinione pubblica può sorgere dove sono garantite la libertà di pensiero, la libertà di parola, di stampa e di religione, la democrazia coincide con il liberalismo politico, sebbene non coincida necessariamente con quello economico”.

Rieccoci, così, alla necessità della conoscenza. E della centralità dell’opinione pubblica. “Discorsiva”, direbbe Jurgen Habermas: capace cioè di un “discorso pubblico”. Cioè un discorso critico.

(Photo Getty Images)

Fondazione Pirelli: la cultura come patrimonio dell’impresa

Fondazione Pirelli: la cultura come patrimonio dell’impresa
Fondazione Pirelli: la cultura come patrimonio dell’impresa

Intelligenza culturale per trasformare la diversità in competitività

La capacità di affrontare culture diverse negli ambiti di lavoro come risorse d’impresa

 

 

Intelligenza culturale (CQ) come strumento per fare crescere l’impresa in contesti nuovi e complessi come quelli attuali, contesti in cui la diversità costituisce quasi la normalità e può diventare per davvero l’elemento che fa la differenza. E’ attorno a queste idee che ragiona la tesi di Doctorat en sciences de l’administration che Said Toumi ha recentemente discusso presso l’Università del Québec.

“The impact of cultural intelligence on work performance: Evidence from the Arab world” prende le mosse da una constatazione: la letteratura sull’intelligenza culturale (CQ) e i suoi effetti sulla gestione interculturale in contesti professionali internazionali ha suscitato un crescente interesse sia nella comunità accademica che negli ambienti professionali. Ma cos’è l’intelligenza culturale? La CQ può essere intesa come la capacità di un individuo di lavorare efficacemente in contesti culturali differenti tra di loro. Fare della diversità – in altri termini – un punto di forza per crescere e non un ostacolo.

La ricerca di Said Toumi ha l’obiettivo di arricchire le conoscenze attorno a questo concetto studiando l’impatto della CQ e delle reti informali all’interno di organizzazioni multinazionali. Con un caso particolare da prendere in considerazione: gli espatriati e le relazioni interorganizzative nel mondo arabo.

Il lavoro si compone di tre capitoli, ognuno dei quali affronta un aspetto diverso di questo complesso argomento. Il primo capitolo fornisce una panoramica degli studi sull’impatto dell’intelligenza culturale sugli espatriati fino a dicembre 2024, individuando al contempo le principali direzioni per la ricerca futura. Il secondo capitolo esamina “Wasta”, una rete interorganizzativa informale diffusa nel mondo arabo, e il suo impatto sulla soddisfazione e sulle performance nelle relazioni B2B nella regione del Maghreb. Infine, il terzo capitolo esplora l’impatto del CQ sulle reti informali, in particolare le dinamiche della relazione supervisore-subordinato in contesti organizzativi interculturali.

Il lavoro di Toumi ha il grande pregio di aprire una finestra su un tema tutto sommato ancora poco conosciuto e, soprattutto, poco applicato in buona parte delle imprese.

The impact of cultural intelligence on work performance: Evidence from the Arab world

Said Toumi

Tesi, Doctorat en sciences de l’administration, Université Lava, Quebec, 2025

 

Intelligenza culturale per trasformare la diversità in competitività
Intelligenza culturale per trasformare la diversità in competitività

La capacità di affrontare culture diverse negli ambiti di lavoro come risorse d’impresa

 

 

Intelligenza culturale (CQ) come strumento per fare crescere l’impresa in contesti nuovi e complessi come quelli attuali, contesti in cui la diversità costituisce quasi la normalità e può diventare per davvero l’elemento che fa la differenza. E’ attorno a queste idee che ragiona la tesi di Doctorat en sciences de l’administration che Said Toumi ha recentemente discusso presso l’Università del Québec.

“The impact of cultural intelligence on work performance: Evidence from the Arab world” prende le mosse da una constatazione: la letteratura sull’intelligenza culturale (CQ) e i suoi effetti sulla gestione interculturale in contesti professionali internazionali ha suscitato un crescente interesse sia nella comunità accademica che negli ambienti professionali. Ma cos’è l’intelligenza culturale? La CQ può essere intesa come la capacità di un individuo di lavorare efficacemente in contesti culturali differenti tra di loro. Fare della diversità – in altri termini – un punto di forza per crescere e non un ostacolo.

La ricerca di Said Toumi ha l’obiettivo di arricchire le conoscenze attorno a questo concetto studiando l’impatto della CQ e delle reti informali all’interno di organizzazioni multinazionali. Con un caso particolare da prendere in considerazione: gli espatriati e le relazioni interorganizzative nel mondo arabo.

Il lavoro si compone di tre capitoli, ognuno dei quali affronta un aspetto diverso di questo complesso argomento. Il primo capitolo fornisce una panoramica degli studi sull’impatto dell’intelligenza culturale sugli espatriati fino a dicembre 2024, individuando al contempo le principali direzioni per la ricerca futura. Il secondo capitolo esamina “Wasta”, una rete interorganizzativa informale diffusa nel mondo arabo, e il suo impatto sulla soddisfazione e sulle performance nelle relazioni B2B nella regione del Maghreb. Infine, il terzo capitolo esplora l’impatto del CQ sulle reti informali, in particolare le dinamiche della relazione supervisore-subordinato in contesti organizzativi interculturali.

Il lavoro di Toumi ha il grande pregio di aprire una finestra su un tema tutto sommato ancora poco conosciuto e, soprattutto, poco applicato in buona parte delle imprese.

The impact of cultural intelligence on work performance: Evidence from the Arab world

Said Toumi

Tesi, Doctorat en sciences de l’administration, Université Lava, Quebec, 2025

 

Il giornalismo alla prova dell’AI: stimolare la conoscenza contro le fake news che stravolgono democrazia e società

“Se la foto non è venuta bene, significa che non eri abbastanza vicino”. Sono parole di Robert Capa, uno dei migliori fotoreporter del Novecento. Per fare il suo lavoro, non aveva mai evitato i rischi. Durante la guerra civile spagnola. E nel D Day dello sbarco in Normandia, nel giugno del 1944. Nella guerra arabo-israeliana del 1948. E in Indocina, nel 1954. Lì, nella provincia di Thai Bin, andò troppo vicino. A una mina. Aveva 41 anni.

Ne aveva 26 Gerda Taro, la sua compagna di lavoro e di vita. Travolta da un carro armato, nel luglio del ‘37, alle porte di Madrid.

Vivere per raccontare. Testimoniare. Fare capire. Con un’immagine, una serie di parole, una ripresa Tv. Il giornalismo è un lavoro. Ma anche una scelta di vita. Che talvolta ha un prezzo terribile: la morte.

Essere “abbastanza vicino”, appunto, diceva Capa. Vicino a quella dimensione della verità dei fatti che il lavoro di cronaca, analisi e inchiesta consente di vedere e di rappresentare.

Queste parole sono risuonate, alla fine di settembre, in apertura della cerimonia di premiazione dei vincitori de “Il Premiolino” (uno dei più antichi premi giornalistici italiani, fondato nel 1960 da Enzo Biagi, Indro Montanelli, Orio Vergani e altre “grandi firme” dei quotidiani), al Piccolo Teatro di Milano, mentre la voce di un’attrice, fuori campo, ricordava tanti altri nomi, Mauro De Mauro e Mario Francese, Mauro Rostagno, Pippo Fava e Giancarlo Siani, che scrivevano sugli intrecci mafiosi tra crimini, affari e potere. E Carlo Casalegno e Walter Tobagi, impegnati a disvelare i nodi dell’orrore del terrorismo negli anni Settanta. E, ancora, Maria Grazia Cutuli in Afghanistan e Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio. Anna Politkovskaja in Russia. E tanti altri, in Europa e nel mondo.

A loro è stata dedicare la serata, in cui si è “premiato il buon giornalismo, serio e severo interprete di verità e civiltà, di umanità e senso della democrazia”. Ricordando, ancora, i reporter morti a Gaza, sino a pochissimi giorni fa. E un’altra donna, esemplare e coraggiosa, Victoria Roshchyna, in Ucraina.

Tutti questi nomi, “pronunciati con solidarietà e con rispetto, dicono, drammaticamente, il senso e il valore del mestiere di giornalista”. Un mestiere con una forte connotazione morale e civile, “adatto alle donne e agli uomini che amano libertà e responsabilità. Inadatto, invece, ‘ai cinici’, come ha insegnato quello straordinario maestro che si chiamava Ryszard Kapuścinski”.

Memoria dei morti che va oltre il pur doveroso ricordo. Perché una cerimonia che, anno dopo anno, dà valore alle parole dette e scritte sui giornali, in rete, in radio e in Tv, racconta contemporaneità e futuro, insistendo sulla buona informazione come pilastro della nostra convivenza civile e democratica e dell’impegno per le nuove generazioni.

La giuria del Premiolino (presieduto da Chiara Beria di Argentine e sostenuto da Pirelli), quest’anno ha premiato Paolo Giordano (Corriere della Sera), Anna Zafesova (La Stampa), Luigi Manconi (la Repubblica), Siegmund Ginzberg (Il Foglio), Thomas Mackinson (Il Fatto Quotidiano), Sabrina Giannini (Rai3) e Gianna Fregonara e Orsola Riva (Corriere della Sera) per il Premio Pirelli per l’informazione sulla scuola: un panorama ampio dei temi su cui l’informazione, proprio in una stagione così difficile e controversa, offre prove costanti di valore culturale e sociale.

Ecco il punto: questi non sono tempi facili, per i giornalisti. Sono messi in crisi dal generale discredito che da troppo tempo oramai colpisce le élite, gli intellettuali, gli scienziati, le persone competenti (l’espansione prepotente dei sociali media sul web ha aiutato la diffusione del pregiudizio secondo cui “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”). Colpiti dalle radicali trasformazioni tecnologiche e culturali che investono il sistema mediatico, senza che ci siano ancora risposte editoriali e politiche all’altezza della sfida. Maltollerati da poteri politici ed economici che detestano le critiche e preferiscono coltivare fake news e post-verità. E considerati marginali da un’opinione pubblica diffusa che non ritiene l’informazione un patrimonio fondamentale della comunità e si affida ai fattoidi invece di fare i conti con i fatti, i dati, le verità, anche quando sono scomode e non convenienti per un gruppo sociale, una congrega di interessi, una corporazione.

Come in tutte le crisi, anche i mondi della cultura, della scienza e dell’informazione hanno le loro dosi di responsabilità. Ma un fatto è comunque chiaro: senza l’informazione di qualità avremmo comunque un mondo peggiore, più ingiusto e squilibrato. E ne soffrirebbero la democrazia, l’economia di mercato, i sistemi di welfare e solidarietà sociale e, in generale, tutti i meccanismi di conoscenza che incidono sulla qualità della vita, del lavoro, delle relazioni.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, da sempre attento ai temi della democrazia e delle relazioni tra poteri e culture che costruiscono la trama della partecipazione e della cittadinanza, nel giorni scorsi, durante un discorso a Tallin, in Estonia, ha ricordato che “le sfide poste dall’Intelligenza Artificiale sono complesse, ma le democrazie non possono permettersi di rimanere indietro… Sta a noi realizzare una IA che protegga i nostri cittadini e i nostri valori, senza insidiarli”.

Ecco un punto chiave: l’insidia al sistema dell’informazione: “La tecnologia e la sicurezza – insiste Mattarella – sono tematiche strettamente interconnesse e sempre più centrali per le nostre comunità democratiche. Assistiamo a un crescente uso dell’IA per fini di disinformazione e per condizionare le pubbliche opinioni, attraverso un uso spregiudicato della profilazione degli utenti sui social media e della diffusione, altrettanto spregiudicata, di notizie false”.

Servono dunque “standard globali vincolanti” per governare i processi messi in moto dall’IA. E una consapevolezza diffusa non solo delle opportunità legate alle nuove tecnologie, ma pure, lucidamente, dei loro rischi.

L’antidoto? Investire sulla conoscenza, sui saperi umanistici e scientifici, su un più profondo senso di responsabilità delle opinioni pubbliche. Sarà difficile farcela. Ma è indispensabile provare, con convinzione.

Sono temi essenziali, al centro anche della riflessione di Papa Leone. “L’informazione libera è un pilastro che sorregge la costruzione delle nostre società e, per questo, siamo chiamati a difenderla e garantirla”, ha detto nei giorni scorsi in un messaggio a Minds, l’associazione delle principali agenzie di stampa. Contro “l’informazione spazzatura” servono “competenza, coraggio e senso etico”: i giornalisti possono “essere un argine a chi, attraverso l’arte antica della menzogna, punta a creare contrapposizioni per comandare dividendo; un baluardo di civiltà rispetto alle sabbie mobili dell’approssimazione e della post-verità”.

Il giornalismo – insiste Papa Leone – “non è un crimine”. E bisogna ringraziare “i reporter che rischiano personalmente perché la gente possa sapere come stanno le cose”.

Il Papa ha chiesto ai giornalisti di “liberare la comunicazione dall’inquinamento cognitivo che la corrompe, dalla concorrenza sleale, dal degrado del cosiddetto click bait”. Insomma, “non siamo destinati a vivere in un mondo dove la verità non è più distinguibile dalla finzione”. Secondo il Papa, “gli algoritmi generano contenuti e dati in una dimensione e con una velocità che non si era mai vista prima. Ma chi li governa? L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo con cui ci informiamo e comunichiamo, ma chi la guida e a quali fini?”. In sintesi: “Dobbiamo vigilare perché la tecnologia non si sostituisca all’uomo, e perché l’informazione e gli algoritmi che oggi la governano non siano nelle mani di pochi”.

Sono temi su cui, per fortuna, cresce l’attenzione del mondo giornalistico ed editoriale. Come conferma anche il dibattito dei giorni scorsi al convegno de “Il Sole24Ore” sull’evoluzione dei media. Lo testimoniano due degli interventi principali. Innanzitutto quello di Agnese Pini, direttrice di QN/ La Nazione, Il Resto del Carlino e Il Giorno: “L’informazione è il canale terzo tra il potere e il cittadino: se viene meno questo filtro, il potere parla direttamente con i cittadini in maniera verticale e si perde una garanzia fondamentale per la democrazia”. C’è infatti una relazione perversa tra la diffusione dei social media e il crollo degli indici di lettura, dal biennio 2011-2012 a oggi. E bisogna affrontare la sfida di un miglioramento dei processi di conoscenza e di buona informazione.

Aggiunge Giuseppe De Bellis, direttore editoriale di SkyTg24: “Nel grande panorama dell’informazione, spesso approssimativa, eccessivamente urlata e spinta ai limiti della disinformazione tutte le testate figlie di un’eredità storica che vivono nell’ecosistema digitale con siti internet e profili social devono spingere i consumatori e i lettori a frequentare le proprie piattaforme puntando su autorevolezza e credibilità”.

La sfida della conoscenza e della buona informazione, insomma, è difficile ma non è persa.

C’è una interessante opportunità di riflessione, nell’anno che verrà. Un anno di anniversari simbolici, proprio per il mondo dei giornali. I 159 anni dalla fondazione del “Corriere della Sera”. E i 70 anni de “Il Giorno”. Ma anche i 50 anni de “la Repubblica”. E una ricorrenza meno fausta, quella della chiusura, l’8 marzo del 1966, de “Il Mondo”, il settimanale diretto da Mario Pannunzio, scuola di formazione d’un solido giornalismo di qualità ma soprattutto d’un intenso sentire civile, laico, liberale e sensibile ai temi sociali.

Le ricorrenze sono talvolta a rischio di retorica celebrativa e di nostalgico amarcord. Stavolta varrebbe la pena che il mondo dell’informazione, ma anche quello della politica, dell’economia e della cultura approfittassero dell’occasione per ragionare seriamente, approfonditamente, spregiudicatamente, delle relazioni imprescindibili tra giornalismo e democrazia, del bisogno di fare crescere i livelli di informazione e di conoscenza, di una svolta dell’editoria come impresa economica, sì, ma con una forte, radicata connotazione civile.

Le parole sono pietre”, ha insegnato Carlo Levi. Indispensabili, per rafforzare gli edifici delle nostre libertà.

(photo Ippi Studio)

Il giornalismo alla prova dell’AI: stimolare la conoscenza contro le fake news che stravolgono democrazia e società
Il giornalismo alla prova dell’AI: stimolare la conoscenza contro le fake news che stravolgono democrazia e società

“Se la foto non è venuta bene, significa che non eri abbastanza vicino”. Sono parole di Robert Capa, uno dei migliori fotoreporter del Novecento. Per fare il suo lavoro, non aveva mai evitato i rischi. Durante la guerra civile spagnola. E nel D Day dello sbarco in Normandia, nel giugno del 1944. Nella guerra arabo-israeliana del 1948. E in Indocina, nel 1954. Lì, nella provincia di Thai Bin, andò troppo vicino. A una mina. Aveva 41 anni.

Ne aveva 26 Gerda Taro, la sua compagna di lavoro e di vita. Travolta da un carro armato, nel luglio del ‘37, alle porte di Madrid.

Vivere per raccontare. Testimoniare. Fare capire. Con un’immagine, una serie di parole, una ripresa Tv. Il giornalismo è un lavoro. Ma anche una scelta di vita. Che talvolta ha un prezzo terribile: la morte.

Essere “abbastanza vicino”, appunto, diceva Capa. Vicino a quella dimensione della verità dei fatti che il lavoro di cronaca, analisi e inchiesta consente di vedere e di rappresentare.

Queste parole sono risuonate, alla fine di settembre, in apertura della cerimonia di premiazione dei vincitori de “Il Premiolino” (uno dei più antichi premi giornalistici italiani, fondato nel 1960 da Enzo Biagi, Indro Montanelli, Orio Vergani e altre “grandi firme” dei quotidiani), al Piccolo Teatro di Milano, mentre la voce di un’attrice, fuori campo, ricordava tanti altri nomi, Mauro De Mauro e Mario Francese, Mauro Rostagno, Pippo Fava e Giancarlo Siani, che scrivevano sugli intrecci mafiosi tra crimini, affari e potere. E Carlo Casalegno e Walter Tobagi, impegnati a disvelare i nodi dell’orrore del terrorismo negli anni Settanta. E, ancora, Maria Grazia Cutuli in Afghanistan e Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio. Anna Politkovskaja in Russia. E tanti altri, in Europa e nel mondo.

A loro è stata dedicare la serata, in cui si è “premiato il buon giornalismo, serio e severo interprete di verità e civiltà, di umanità e senso della democrazia”. Ricordando, ancora, i reporter morti a Gaza, sino a pochissimi giorni fa. E un’altra donna, esemplare e coraggiosa, Victoria Roshchyna, in Ucraina.

Tutti questi nomi, “pronunciati con solidarietà e con rispetto, dicono, drammaticamente, il senso e il valore del mestiere di giornalista”. Un mestiere con una forte connotazione morale e civile, “adatto alle donne e agli uomini che amano libertà e responsabilità. Inadatto, invece, ‘ai cinici’, come ha insegnato quello straordinario maestro che si chiamava Ryszard Kapuścinski”.

Memoria dei morti che va oltre il pur doveroso ricordo. Perché una cerimonia che, anno dopo anno, dà valore alle parole dette e scritte sui giornali, in rete, in radio e in Tv, racconta contemporaneità e futuro, insistendo sulla buona informazione come pilastro della nostra convivenza civile e democratica e dell’impegno per le nuove generazioni.

La giuria del Premiolino (presieduto da Chiara Beria di Argentine e sostenuto da Pirelli), quest’anno ha premiato Paolo Giordano (Corriere della Sera), Anna Zafesova (La Stampa), Luigi Manconi (la Repubblica), Siegmund Ginzberg (Il Foglio), Thomas Mackinson (Il Fatto Quotidiano), Sabrina Giannini (Rai3) e Gianna Fregonara e Orsola Riva (Corriere della Sera) per il Premio Pirelli per l’informazione sulla scuola: un panorama ampio dei temi su cui l’informazione, proprio in una stagione così difficile e controversa, offre prove costanti di valore culturale e sociale.

Ecco il punto: questi non sono tempi facili, per i giornalisti. Sono messi in crisi dal generale discredito che da troppo tempo oramai colpisce le élite, gli intellettuali, gli scienziati, le persone competenti (l’espansione prepotente dei sociali media sul web ha aiutato la diffusione del pregiudizio secondo cui “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”). Colpiti dalle radicali trasformazioni tecnologiche e culturali che investono il sistema mediatico, senza che ci siano ancora risposte editoriali e politiche all’altezza della sfida. Maltollerati da poteri politici ed economici che detestano le critiche e preferiscono coltivare fake news e post-verità. E considerati marginali da un’opinione pubblica diffusa che non ritiene l’informazione un patrimonio fondamentale della comunità e si affida ai fattoidi invece di fare i conti con i fatti, i dati, le verità, anche quando sono scomode e non convenienti per un gruppo sociale, una congrega di interessi, una corporazione.

Come in tutte le crisi, anche i mondi della cultura, della scienza e dell’informazione hanno le loro dosi di responsabilità. Ma un fatto è comunque chiaro: senza l’informazione di qualità avremmo comunque un mondo peggiore, più ingiusto e squilibrato. E ne soffrirebbero la democrazia, l’economia di mercato, i sistemi di welfare e solidarietà sociale e, in generale, tutti i meccanismi di conoscenza che incidono sulla qualità della vita, del lavoro, delle relazioni.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, da sempre attento ai temi della democrazia e delle relazioni tra poteri e culture che costruiscono la trama della partecipazione e della cittadinanza, nel giorni scorsi, durante un discorso a Tallin, in Estonia, ha ricordato che “le sfide poste dall’Intelligenza Artificiale sono complesse, ma le democrazie non possono permettersi di rimanere indietro… Sta a noi realizzare una IA che protegga i nostri cittadini e i nostri valori, senza insidiarli”.

Ecco un punto chiave: l’insidia al sistema dell’informazione: “La tecnologia e la sicurezza – insiste Mattarella – sono tematiche strettamente interconnesse e sempre più centrali per le nostre comunità democratiche. Assistiamo a un crescente uso dell’IA per fini di disinformazione e per condizionare le pubbliche opinioni, attraverso un uso spregiudicato della profilazione degli utenti sui social media e della diffusione, altrettanto spregiudicata, di notizie false”.

Servono dunque “standard globali vincolanti” per governare i processi messi in moto dall’IA. E una consapevolezza diffusa non solo delle opportunità legate alle nuove tecnologie, ma pure, lucidamente, dei loro rischi.

L’antidoto? Investire sulla conoscenza, sui saperi umanistici e scientifici, su un più profondo senso di responsabilità delle opinioni pubbliche. Sarà difficile farcela. Ma è indispensabile provare, con convinzione.

Sono temi essenziali, al centro anche della riflessione di Papa Leone. “L’informazione libera è un pilastro che sorregge la costruzione delle nostre società e, per questo, siamo chiamati a difenderla e garantirla”, ha detto nei giorni scorsi in un messaggio a Minds, l’associazione delle principali agenzie di stampa. Contro “l’informazione spazzatura” servono “competenza, coraggio e senso etico”: i giornalisti possono “essere un argine a chi, attraverso l’arte antica della menzogna, punta a creare contrapposizioni per comandare dividendo; un baluardo di civiltà rispetto alle sabbie mobili dell’approssimazione e della post-verità”.

Il giornalismo – insiste Papa Leone – “non è un crimine”. E bisogna ringraziare “i reporter che rischiano personalmente perché la gente possa sapere come stanno le cose”.

Il Papa ha chiesto ai giornalisti di “liberare la comunicazione dall’inquinamento cognitivo che la corrompe, dalla concorrenza sleale, dal degrado del cosiddetto click bait”. Insomma, “non siamo destinati a vivere in un mondo dove la verità non è più distinguibile dalla finzione”. Secondo il Papa, “gli algoritmi generano contenuti e dati in una dimensione e con una velocità che non si era mai vista prima. Ma chi li governa? L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo con cui ci informiamo e comunichiamo, ma chi la guida e a quali fini?”. In sintesi: “Dobbiamo vigilare perché la tecnologia non si sostituisca all’uomo, e perché l’informazione e gli algoritmi che oggi la governano non siano nelle mani di pochi”.

Sono temi su cui, per fortuna, cresce l’attenzione del mondo giornalistico ed editoriale. Come conferma anche il dibattito dei giorni scorsi al convegno de “Il Sole24Ore” sull’evoluzione dei media. Lo testimoniano due degli interventi principali. Innanzitutto quello di Agnese Pini, direttrice di QN/ La Nazione, Il Resto del Carlino e Il Giorno: “L’informazione è il canale terzo tra il potere e il cittadino: se viene meno questo filtro, il potere parla direttamente con i cittadini in maniera verticale e si perde una garanzia fondamentale per la democrazia”. C’è infatti una relazione perversa tra la diffusione dei social media e il crollo degli indici di lettura, dal biennio 2011-2012 a oggi. E bisogna affrontare la sfida di un miglioramento dei processi di conoscenza e di buona informazione.

Aggiunge Giuseppe De Bellis, direttore editoriale di SkyTg24: “Nel grande panorama dell’informazione, spesso approssimativa, eccessivamente urlata e spinta ai limiti della disinformazione tutte le testate figlie di un’eredità storica che vivono nell’ecosistema digitale con siti internet e profili social devono spingere i consumatori e i lettori a frequentare le proprie piattaforme puntando su autorevolezza e credibilità”.

La sfida della conoscenza e della buona informazione, insomma, è difficile ma non è persa.

C’è una interessante opportunità di riflessione, nell’anno che verrà. Un anno di anniversari simbolici, proprio per il mondo dei giornali. I 159 anni dalla fondazione del “Corriere della Sera”. E i 70 anni de “Il Giorno”. Ma anche i 50 anni de “la Repubblica”. E una ricorrenza meno fausta, quella della chiusura, l’8 marzo del 1966, de “Il Mondo”, il settimanale diretto da Mario Pannunzio, scuola di formazione d’un solido giornalismo di qualità ma soprattutto d’un intenso sentire civile, laico, liberale e sensibile ai temi sociali.

Le ricorrenze sono talvolta a rischio di retorica celebrativa e di nostalgico amarcord. Stavolta varrebbe la pena che il mondo dell’informazione, ma anche quello della politica, dell’economia e della cultura approfittassero dell’occasione per ragionare seriamente, approfonditamente, spregiudicatamente, delle relazioni imprescindibili tra giornalismo e democrazia, del bisogno di fare crescere i livelli di informazione e di conoscenza, di una svolta dell’editoria come impresa economica, sì, ma con una forte, radicata connotazione civile.

Le parole sono pietre”, ha insegnato Carlo Levi. Indispensabili, per rafforzare gli edifici delle nostre libertà.

(photo Ippi Studio)

Tra alti e bassi, la storia economica italiana

Una guida aggiornata per orientarsi meglio nelle vicende che il Paese ha attraversato e attraversa

Il consiglio è sempre lo stesso: conoscere il passato per vivere meglio il presente e prepararsi bene per il futuro. Indicazione vale anche in tempi complessi e liquidi come questi. Per tutti e per le imprese. Consiglio che si può mettere in pratica leggendo l’ultima impresa letteraria di Emanuele Felice (che insegna Storia economica nell’Università IULM di Milano).

La riedizione aggiornata, dopo dieci anni dalla prima, di “Ascesa e declino. Una storia dell’economia italiana” è l’occasione per mettere in ordine i passi fondamentali della storia remota e recente del Paese. Una vicenda che alterna fasi alterne di splendore e decadenza come a pochi altri paesi al mondo è accaduto. Dopo i successi economici e sociali del secondo dopoguerra, oggi l’Italia sembra intrappolata in una stagnazione che dura da decenni. Felice cerca di rispondere ad una sola domanda. Com’è stato possibile un simile declino? Le risposte sono numerose e vanno ricercate nel sistema politico e istituzionale, nel ruolo delle élite e nelle decisioni – oppure nelle non-decisioni – che hanno influenzato in profondità le traiettorie dello sviluppo.

Nella nuova edizione aggiornata e ampliata del suo libro, Emanuele Felice offre una lettura critica delle dinamiche che hanno segnato la storia italiana. E lo fa riuscendo a fornire il dettaglio che serve pur collocando tutta la narrazione in “una prospettiva millenaria” (come dice il primo capitolo) per passare poi a delineare l’Italia liberale e quindi quella del ventennio e della guerra, per arrivare quindi “all’età dell’oro” (come indica un altro capitolo) e finire con l’epoca della globalizzazione e del declino odierni.

Il libro di Emanuele Felice è una bella lettura per chiunque voglia comprendere le radici dei successi e dei fallimenti italiani e voglia interrogarsi sulle prospettive future.

Ascesa e declino. Una storia dell’economia italiana

Emanuele Felice

il Mulino, 2025

Tra alti e bassi, la storia economica italiana
Tra alti e bassi, la storia economica italiana

Una guida aggiornata per orientarsi meglio nelle vicende che il Paese ha attraversato e attraversa

Il consiglio è sempre lo stesso: conoscere il passato per vivere meglio il presente e prepararsi bene per il futuro. Indicazione vale anche in tempi complessi e liquidi come questi. Per tutti e per le imprese. Consiglio che si può mettere in pratica leggendo l’ultima impresa letteraria di Emanuele Felice (che insegna Storia economica nell’Università IULM di Milano).

La riedizione aggiornata, dopo dieci anni dalla prima, di “Ascesa e declino. Una storia dell’economia italiana” è l’occasione per mettere in ordine i passi fondamentali della storia remota e recente del Paese. Una vicenda che alterna fasi alterne di splendore e decadenza come a pochi altri paesi al mondo è accaduto. Dopo i successi economici e sociali del secondo dopoguerra, oggi l’Italia sembra intrappolata in una stagnazione che dura da decenni. Felice cerca di rispondere ad una sola domanda. Com’è stato possibile un simile declino? Le risposte sono numerose e vanno ricercate nel sistema politico e istituzionale, nel ruolo delle élite e nelle decisioni – oppure nelle non-decisioni – che hanno influenzato in profondità le traiettorie dello sviluppo.

Nella nuova edizione aggiornata e ampliata del suo libro, Emanuele Felice offre una lettura critica delle dinamiche che hanno segnato la storia italiana. E lo fa riuscendo a fornire il dettaglio che serve pur collocando tutta la narrazione in “una prospettiva millenaria” (come dice il primo capitolo) per passare poi a delineare l’Italia liberale e quindi quella del ventennio e della guerra, per arrivare quindi “all’età dell’oro” (come indica un altro capitolo) e finire con l’epoca della globalizzazione e del declino odierni.

Il libro di Emanuele Felice è una bella lettura per chiunque voglia comprendere le radici dei successi e dei fallimenti italiani e voglia interrogarsi sulle prospettive future.

Ascesa e declino. Una storia dell’economia italiana

Emanuele Felice

il Mulino, 2025

Imprese globali e lavoro globale

La mobilità internazionale delle risorse umane come strumento per far crescere le aziende

Cultura internazionale d’impresa. Che viaggia con la mobilità delle persone. Perché in un mondo del lavoro sempre più interconnesso, accade di frequente che un’azienda abbia la necessità, magari con urgenza, di inviare all’estero o di attrarre dall’estero un manager o un tecnico. Lavoro che si trasforma in occasione d’incontro. E viceversa. È attorno a questo tema che ragiona “Talenti internazionali. Strategie e strumenti di global mobility” scritto da Andrea Benigni e destinato alle imprese che, per vari motivi, si trovano ad aver a che fare con la mobilità internazionale delle risorse che, a ben vedere, rappresenta una leva strategica per la competitività delle organizzazioni della produzione.

Ma come fare? Benigni cerca di rispondere a questa domanda tra cultura del produrre e organizzazione d’impresa. Perché a fianco delle formule di ingaggio più tradizionali, si sono aggiunte nuove soluzioni come ad esempio lo smart working internazionale che rendono la cosiddetta global mobility adatta anche a realtà di dimensioni inferiori. Ma non tutto è così semplice come appare. Perché, viene spiegato nel libro, la gestione degli “espatriati”, soprattutto manager e profili tecnici, è ancora oggi un ambito spesso sottovalutato o affrontato con approcci frammentari, nonostante i rilevanti impatti che comporta in termini economici, organizzativi e gestionali.

Il libro è stato quindi scritto, nelle intenzioni dell’autore, per colmare un vuoto di consapevolezza e fornire a chi si occupa di risorse umane e di internazionalizzazione d’impresa una guida chiara, pratica e accessibile per legare la scelta della forma da adottare con gli obiettivi dell’azienda. Chi legge viene quindi accompagnato lungo un percorso strutturato che tocca tutti i principali aspetti della mobilità delle persone in azienda: dai modelli organizzativi alle politiche retributive per l’estero, dalla neutralità fiscale alla pianificazione previdenziale e legale, fino alla valutazione delle performance degli “espatriati”. Tutto viene spiegato con un linguaggio che si sforza di essere diretto e con una serie di esempi che affiancano la teoria.

Il libro di Andrea Benigni non è un manuale globale di organizzazione delle imprese, ma mette a fuoco – con efficacia – un punto che può diventare cruciale per molte di queste.

Talenti internazionali. Strategie e strumenti di global mobility

Andrea Benigni

Franco Angeli, 2025

Imprese globali e lavoro globale
Imprese globali e lavoro globale

La mobilità internazionale delle risorse umane come strumento per far crescere le aziende

Cultura internazionale d’impresa. Che viaggia con la mobilità delle persone. Perché in un mondo del lavoro sempre più interconnesso, accade di frequente che un’azienda abbia la necessità, magari con urgenza, di inviare all’estero o di attrarre dall’estero un manager o un tecnico. Lavoro che si trasforma in occasione d’incontro. E viceversa. È attorno a questo tema che ragiona “Talenti internazionali. Strategie e strumenti di global mobility” scritto da Andrea Benigni e destinato alle imprese che, per vari motivi, si trovano ad aver a che fare con la mobilità internazionale delle risorse che, a ben vedere, rappresenta una leva strategica per la competitività delle organizzazioni della produzione.

Ma come fare? Benigni cerca di rispondere a questa domanda tra cultura del produrre e organizzazione d’impresa. Perché a fianco delle formule di ingaggio più tradizionali, si sono aggiunte nuove soluzioni come ad esempio lo smart working internazionale che rendono la cosiddetta global mobility adatta anche a realtà di dimensioni inferiori. Ma non tutto è così semplice come appare. Perché, viene spiegato nel libro, la gestione degli “espatriati”, soprattutto manager e profili tecnici, è ancora oggi un ambito spesso sottovalutato o affrontato con approcci frammentari, nonostante i rilevanti impatti che comporta in termini economici, organizzativi e gestionali.

Il libro è stato quindi scritto, nelle intenzioni dell’autore, per colmare un vuoto di consapevolezza e fornire a chi si occupa di risorse umane e di internazionalizzazione d’impresa una guida chiara, pratica e accessibile per legare la scelta della forma da adottare con gli obiettivi dell’azienda. Chi legge viene quindi accompagnato lungo un percorso strutturato che tocca tutti i principali aspetti della mobilità delle persone in azienda: dai modelli organizzativi alle politiche retributive per l’estero, dalla neutralità fiscale alla pianificazione previdenziale e legale, fino alla valutazione delle performance degli “espatriati”. Tutto viene spiegato con un linguaggio che si sforza di essere diretto e con una serie di esempi che affiancano la teoria.

Il libro di Andrea Benigni non è un manuale globale di organizzazione delle imprese, ma mette a fuoco – con efficacia – un punto che può diventare cruciale per molte di queste.

Talenti internazionali. Strategie e strumenti di global mobility

Andrea Benigni

Franco Angeli, 2025

“Intelligenza spirituale” per far crescere la cultura d’impresa

Guardare ai conti e all’etica come strumenti per affrontare il presente complesso e volatile  

Etica e gestione d’impresa. “Antico” – ormai – binomio che non cessa certo di essere d’interesse e della necessità di essere studiato e messo in pratica. Etica che, è necessario ricordarlo sempre, non deve essere confusa con un buonismo d’impresa dannoso per tutti. Etica che, comunque, passa per le persone che dell’impresa sono il vero motore. Per questo può essere interessante leggere “Ethical Leadership and Spiritual Intelligence in Corporate Communication: A Strategic Imperative for Sustainable Business Culture” di Odunayo Kolawole Kayode (Department of Information Technology Services, Gateway ICT Polytechnic, Nigeria) appena pubblicato.

La ricerca prende le mosse da una constatazione: esiste ormai un ambiente aziendale complesso, caratterizzato da rapidi progressi tecnologici, globalizzazione, instabilità socio-politica e una rinnovata enfasi sull’etica e sui valori umani. Volatilità, appare essere sempre di più la “parola d’ordine” di quest’epoca. Un contesto nel quale la comunicazione aziendale può svolgere un ruolo cruciale nel plasmare, ma prima ancora raccontare, l’identità organizzativa, la fiducia degli stakeholder e le pratiche aziendali sostenibili. Questione però, come si diceva, di persone al comando.

L’indagine si propone quindi di esplorare l’intersezione tra leadership etica e quella che viene indicata come “intelligenza spirituale” come strumenti fondamentali per migliorare la comunicazione aziendale nell’affrontare queste sfide contemporanee. Ma cos’è la leadership etica? Per Odunayo Kolawole Kayode è quell’approccio alla gestione d’impresa fondato sui principi di integrità, equità e responsabilità, capace di promuovere una cultura organizzativa trasparente che dà priorità al comportamento etico e al coinvolgimento. La ricerca arriva quindi a delineare una sorta di “intelligenza spirituale” che non ha nulla di trascendentale, ma consiste nella capacità di navigare in scenari morali complessi, dimostrare empatia e allineare le pratiche aziendali a valori umani più profondi. Oltre alla teoria, vengono quindi messi a fuoco tre casi aziendali – Microsoft, The Body Shop e Unilever – attraverso l’approfondimento dei comportamenti di altrettanti manager.

I risultati, viene spiegato nelle conclusioni, evidenziano come i leader che incarnano sia qualità etiche che spirituali siano meglio attrezzati per promuovere una comunicazione aperta, risolvere i conflitti, gestire la diversità e guidare un processo decisionale etico. È una preziosa e quasi impalpabile sinergia tra leadership etica e “intelligenza spirituale”, quella che contribuisce alla creazione di un sistema virtuoso tra organizzazione aziendale, comunicazione e risultati d’impresa sul mercato.

Ethical Leadership and Spiritual Intelligence in Corporate Communication: A Strategic Imperative for Sustainable Business Culture

Odunayo Kolawole Kayode

Edumania-An International Multidisciplinary Journal, 2025, Vol. 03, Issue 03, 145-149

“Intelligenza spirituale” per far crescere la cultura d’impresa
“Intelligenza spirituale” per far crescere la cultura d’impresa

Guardare ai conti e all’etica come strumenti per affrontare il presente complesso e volatile  

Etica e gestione d’impresa. “Antico” – ormai – binomio che non cessa certo di essere d’interesse e della necessità di essere studiato e messo in pratica. Etica che, è necessario ricordarlo sempre, non deve essere confusa con un buonismo d’impresa dannoso per tutti. Etica che, comunque, passa per le persone che dell’impresa sono il vero motore. Per questo può essere interessante leggere “Ethical Leadership and Spiritual Intelligence in Corporate Communication: A Strategic Imperative for Sustainable Business Culture” di Odunayo Kolawole Kayode (Department of Information Technology Services, Gateway ICT Polytechnic, Nigeria) appena pubblicato.

La ricerca prende le mosse da una constatazione: esiste ormai un ambiente aziendale complesso, caratterizzato da rapidi progressi tecnologici, globalizzazione, instabilità socio-politica e una rinnovata enfasi sull’etica e sui valori umani. Volatilità, appare essere sempre di più la “parola d’ordine” di quest’epoca. Un contesto nel quale la comunicazione aziendale può svolgere un ruolo cruciale nel plasmare, ma prima ancora raccontare, l’identità organizzativa, la fiducia degli stakeholder e le pratiche aziendali sostenibili. Questione però, come si diceva, di persone al comando.

L’indagine si propone quindi di esplorare l’intersezione tra leadership etica e quella che viene indicata come “intelligenza spirituale” come strumenti fondamentali per migliorare la comunicazione aziendale nell’affrontare queste sfide contemporanee. Ma cos’è la leadership etica? Per Odunayo Kolawole Kayode è quell’approccio alla gestione d’impresa fondato sui principi di integrità, equità e responsabilità, capace di promuovere una cultura organizzativa trasparente che dà priorità al comportamento etico e al coinvolgimento. La ricerca arriva quindi a delineare una sorta di “intelligenza spirituale” che non ha nulla di trascendentale, ma consiste nella capacità di navigare in scenari morali complessi, dimostrare empatia e allineare le pratiche aziendali a valori umani più profondi. Oltre alla teoria, vengono quindi messi a fuoco tre casi aziendali – Microsoft, The Body Shop e Unilever – attraverso l’approfondimento dei comportamenti di altrettanti manager.

I risultati, viene spiegato nelle conclusioni, evidenziano come i leader che incarnano sia qualità etiche che spirituali siano meglio attrezzati per promuovere una comunicazione aperta, risolvere i conflitti, gestire la diversità e guidare un processo decisionale etico. È una preziosa e quasi impalpabile sinergia tra leadership etica e “intelligenza spirituale”, quella che contribuisce alla creazione di un sistema virtuoso tra organizzazione aziendale, comunicazione e risultati d’impresa sul mercato.

Ethical Leadership and Spiritual Intelligence in Corporate Communication: A Strategic Imperative for Sustainable Business Culture

Odunayo Kolawole Kayode

Edumania-An International Multidisciplinary Journal, 2025, Vol. 03, Issue 03, 145-149

L’Italia è in crisi di fiducia, tra astensione elettorale, squilibri fiscali e scarsi livelli di formazione e cultura

Proviamo a guardare dentro la società italiana, in questa stagione controversa di ruvide incertezze e scarsa fiducia diffusa, fra timori crescenti di crisi e di guerre e taglienti disagi economici e sociali. E facciamolo sulla scorta di alcuni dati esemplari: quelli di chi vota e chi no, di chi paga le tasse e chi invece, in un modo o nell’altro, ne scansa il peso (colpevolmente e irresponsabilmente, spesso), tra chi ha prospettive sicure di trovare e mantenere un lavoro e di chi, invece (tra i giovani soprattutto) se ne va via, “vota con i piedi”, cioè e sceglie di cercare altrove migliori condizioni di vita e professione (quasi 200mila gli italiani emigrati nel ‘24, il 20% in più dell’anno precedente e molti di loro con una laurea in tasca).

“La disaffezione per la politica”, titola “Il Foglio” (3 ottobre) per una pagina intera, firmata autorevolmente da Sabino Cassese (uno dei nostri migliori studiosi di istituzioni e movimenti politici) e attenta a ragionare su “sfiducia e disinteresse” manifestate dai comportamenti del corpo elettorale: “In Italia non è in calo soltanto l’affluenza alle urne, ma è diminuita anche la ‘partecipazione invisibile’ fatta di informazione e discussione”, la partecipazione cioè ai processi politici e sociali di un’opinione pubblica capace di un discorso critico e dunque di un giudizio ben informato (secondo la lezione di Jurgen Habermas sulla costruzione del consenso nella democrazia liberale).

I recenti dati sull’affluenza alle urne per le elezioni regionali nelle Marche (50,01% degli elettori) la settimana scorsa e in Calabria, ieri (43%) confermano una tendenza oramai ripetuta nel tempo secondo cui va a votare mediamente appena un elettore su due: una percentuale già diffusa da tempo in altre democrazie occidentali ma comunque segno di una grande fragilità nel rapporto tra politica e  persone che si sentono sempre meno “cittadini”, nel senso di cives, responsabili partecipi della civitas, comunità coesa e consapevole.

Dove nasce la sfiducia rispetto alla politica, il disincanto sulle possibilità che le forze politiche, sia al governo (che comunque ha la maggioranza dei votanti) che all’opposizione possano fare cose concrete per migliorare la qualità della vita e affrontare i grandi temi del lavoro, dei redditi, della sicurezza, della sanità e della scuola, insomma di un migliore futuro?

Sarebbe utilissimo, un “cantiere” di riflessioni critiche e autocritiche, in grado di suggerire azioni per riportare al voto almeno una parte dei così tanti, troppi astenuti. La speranza è che qualcuno avvii un serio, sincero dibattito e soprattutto sia pronto all’ascolto dei cittadini.

C’è una seconda serie di dati, su cui fermare l’attenzione. E riguardano il fisco. Il 43% degli italiani non paga l’Irpef (non ha redditi o non li dichiara). E il 12% versa appena 26 euro all’anno. L’effetto è che il carico fiscale grava sul 45% degli italiani. A guardare meglio all’interno dei numeri, si scopre un ulteriore elemento di squilibrio: il 76,8% dell’intera Irpef è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti (sui 42 milioni che fanno la dichiarazione dei redditi e i 33,5 milioni di contribuenti effettivi e cioè che versano almeno 1 euro).

I dati (dichiarazione dei redditi 2024 e dunque relativi al 2023) sono forniti da Itinerari Previdenziali, con il sostegno del Cida (l’associazione dei dirigenti d’azienda). E confermano anche stavolta una situazione già nota da anni e, con il passare del tempo, sempre più intollerabile: tutto il peso delle tasse sul reddito (con cui si pagano scuola, sicurezza, sanità, servizi pubblici, etc. di tutti i cittadini) grava sul ceto medio e soprattutto medio-alto, sui lavoratori dipendenti e su quella parte, minoritaria, di ceti produttivi e professionali autonomi che sono in regola con il fisco. “Pensionati, dipendenti e grandi imprese, ecco chi paga le tasse”, sintetizza La Stampa (6 ottobre).

Il fisco, nella sua complessità di entrate e uscite (tasse e spesa pubblica), è parte fondamentale del patto di cittadinanza, del legame tra le persone e lo Stato. Il permanere e anzi il peggiorare degli squilibri, tra chi paga e chi no, chi rispetta la legge e che evade, incrina quel patto. Mette in crisi la fiducia. Mina le basi della convivenza civile e dunque della democrazia. Un altro tema di riflessione, essenziale, dunque, soprattutto in una stagione di “democrazia stanca” (il titolo dell’ottimo libro di Michael J. Sandel, professore ad Harvard, che avevamo citato nel blog della scorsa settimana) e di necessità di dare nuova energia alla politica democratica, sotto attacco da parte di tentazioni autoritarie e populiste.

La terza serie di dati riguarda lo spessore culturale. Un italiano su tre (dati della Survey of Adult Skills elaborata dall’Ocse) è un “analfabeta funzionale”: non capisce un testo scritto di pur minima complessità, non sa affrontare operazioni matematiche semplici. Siamo da un decennio in coda alle classifiche dei paesi più industrializzati. E abbiamo pessimi punteggi anche in altre classifiche che riguardano gli investimenti in istruzione e ricerca scientifica, il numero dei laureati, la lettura di libri, etc.

L’ignoranza, la scarsa comprensione dei problemi generali ma anche professionali, la distanza dai fattori culturali generali sono cause di altre fratture nello spirito di comunità e nella percezione di sé come cittadini.

C’è un nesso, insomma, tra crollo della partecipazione politica, disagio per gli squilibri fiscali e analfabetismo funzionale e bassa qualità culturale. Tutto concorre alla caduta dello spirito civile. E dunque anche alla crisi della capacità di affrontare consapevolmente i grandi temi della vita pubblica, a cominciare dalla costruzione delle possibilità di un più equilibrato sviluppo economico e sociale e di un reale miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita.

Una risposta possibile? Investire massicciamente, con risorse pubbliche e private, sulla conoscenza. Sulla scuola, cioè. Sulla diffusione e la lettura dei libri. Sulla partecipazione attiva e critica alle attività culturali. Sull’idea forte del legame tra libertà responsabile e comprensione dei fenomeni che ci riguardano nella vita quotidiana e nella costruzione del futuro.

“Più libri più liberi” era lo slogan, quanto mai efficace, di una fortunata iniziativa sulla lettura di qualche anno fa, una fiera della piccola e media editoria. Libro come metafora di conoscenza, naturalmente. Di conoscenza critica. E dunque di migliore condizione umana in grado di pensare bene al futuro.

Foto Getty Images

L’Italia è in crisi di fiducia, tra astensione elettorale, squilibri fiscali e scarsi livelli di formazione e cultura
L’Italia è in crisi di fiducia, tra astensione elettorale, squilibri fiscali e scarsi livelli di formazione e cultura

Proviamo a guardare dentro la società italiana, in questa stagione controversa di ruvide incertezze e scarsa fiducia diffusa, fra timori crescenti di crisi e di guerre e taglienti disagi economici e sociali. E facciamolo sulla scorta di alcuni dati esemplari: quelli di chi vota e chi no, di chi paga le tasse e chi invece, in un modo o nell’altro, ne scansa il peso (colpevolmente e irresponsabilmente, spesso), tra chi ha prospettive sicure di trovare e mantenere un lavoro e di chi, invece (tra i giovani soprattutto) se ne va via, “vota con i piedi”, cioè e sceglie di cercare altrove migliori condizioni di vita e professione (quasi 200mila gli italiani emigrati nel ‘24, il 20% in più dell’anno precedente e molti di loro con una laurea in tasca).

“La disaffezione per la politica”, titola “Il Foglio” (3 ottobre) per una pagina intera, firmata autorevolmente da Sabino Cassese (uno dei nostri migliori studiosi di istituzioni e movimenti politici) e attenta a ragionare su “sfiducia e disinteresse” manifestate dai comportamenti del corpo elettorale: “In Italia non è in calo soltanto l’affluenza alle urne, ma è diminuita anche la ‘partecipazione invisibile’ fatta di informazione e discussione”, la partecipazione cioè ai processi politici e sociali di un’opinione pubblica capace di un discorso critico e dunque di un giudizio ben informato (secondo la lezione di Jurgen Habermas sulla costruzione del consenso nella democrazia liberale).

I recenti dati sull’affluenza alle urne per le elezioni regionali nelle Marche (50,01% degli elettori) la settimana scorsa e in Calabria, ieri (43%) confermano una tendenza oramai ripetuta nel tempo secondo cui va a votare mediamente appena un elettore su due: una percentuale già diffusa da tempo in altre democrazie occidentali ma comunque segno di una grande fragilità nel rapporto tra politica e  persone che si sentono sempre meno “cittadini”, nel senso di cives, responsabili partecipi della civitas, comunità coesa e consapevole.

Dove nasce la sfiducia rispetto alla politica, il disincanto sulle possibilità che le forze politiche, sia al governo (che comunque ha la maggioranza dei votanti) che all’opposizione possano fare cose concrete per migliorare la qualità della vita e affrontare i grandi temi del lavoro, dei redditi, della sicurezza, della sanità e della scuola, insomma di un migliore futuro?

Sarebbe utilissimo, un “cantiere” di riflessioni critiche e autocritiche, in grado di suggerire azioni per riportare al voto almeno una parte dei così tanti, troppi astenuti. La speranza è che qualcuno avvii un serio, sincero dibattito e soprattutto sia pronto all’ascolto dei cittadini.

C’è una seconda serie di dati, su cui fermare l’attenzione. E riguardano il fisco. Il 43% degli italiani non paga l’Irpef (non ha redditi o non li dichiara). E il 12% versa appena 26 euro all’anno. L’effetto è che il carico fiscale grava sul 45% degli italiani. A guardare meglio all’interno dei numeri, si scopre un ulteriore elemento di squilibrio: il 76,8% dell’intera Irpef è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti (sui 42 milioni che fanno la dichiarazione dei redditi e i 33,5 milioni di contribuenti effettivi e cioè che versano almeno 1 euro).

I dati (dichiarazione dei redditi 2024 e dunque relativi al 2023) sono forniti da Itinerari Previdenziali, con il sostegno del Cida (l’associazione dei dirigenti d’azienda). E confermano anche stavolta una situazione già nota da anni e, con il passare del tempo, sempre più intollerabile: tutto il peso delle tasse sul reddito (con cui si pagano scuola, sicurezza, sanità, servizi pubblici, etc. di tutti i cittadini) grava sul ceto medio e soprattutto medio-alto, sui lavoratori dipendenti e su quella parte, minoritaria, di ceti produttivi e professionali autonomi che sono in regola con il fisco. “Pensionati, dipendenti e grandi imprese, ecco chi paga le tasse”, sintetizza La Stampa (6 ottobre).

Il fisco, nella sua complessità di entrate e uscite (tasse e spesa pubblica), è parte fondamentale del patto di cittadinanza, del legame tra le persone e lo Stato. Il permanere e anzi il peggiorare degli squilibri, tra chi paga e chi no, chi rispetta la legge e che evade, incrina quel patto. Mette in crisi la fiducia. Mina le basi della convivenza civile e dunque della democrazia. Un altro tema di riflessione, essenziale, dunque, soprattutto in una stagione di “democrazia stanca” (il titolo dell’ottimo libro di Michael J. Sandel, professore ad Harvard, che avevamo citato nel blog della scorsa settimana) e di necessità di dare nuova energia alla politica democratica, sotto attacco da parte di tentazioni autoritarie e populiste.

La terza serie di dati riguarda lo spessore culturale. Un italiano su tre (dati della Survey of Adult Skills elaborata dall’Ocse) è un “analfabeta funzionale”: non capisce un testo scritto di pur minima complessità, non sa affrontare operazioni matematiche semplici. Siamo da un decennio in coda alle classifiche dei paesi più industrializzati. E abbiamo pessimi punteggi anche in altre classifiche che riguardano gli investimenti in istruzione e ricerca scientifica, il numero dei laureati, la lettura di libri, etc.

L’ignoranza, la scarsa comprensione dei problemi generali ma anche professionali, la distanza dai fattori culturali generali sono cause di altre fratture nello spirito di comunità e nella percezione di sé come cittadini.

C’è un nesso, insomma, tra crollo della partecipazione politica, disagio per gli squilibri fiscali e analfabetismo funzionale e bassa qualità culturale. Tutto concorre alla caduta dello spirito civile. E dunque anche alla crisi della capacità di affrontare consapevolmente i grandi temi della vita pubblica, a cominciare dalla costruzione delle possibilità di un più equilibrato sviluppo economico e sociale e di un reale miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita.

Una risposta possibile? Investire massicciamente, con risorse pubbliche e private, sulla conoscenza. Sulla scuola, cioè. Sulla diffusione e la lettura dei libri. Sulla partecipazione attiva e critica alle attività culturali. Sull’idea forte del legame tra libertà responsabile e comprensione dei fenomeni che ci riguardano nella vita quotidiana e nella costruzione del futuro.

“Più libri più liberi” era lo slogan, quanto mai efficace, di una fortunata iniziativa sulla lettura di qualche anno fa, una fiera della piccola e media editoria. Libro come metafora di conoscenza, naturalmente. Di conoscenza critica. E dunque di migliore condizione umana in grado di pensare bene al futuro.

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