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E il vecchio Buffett riapre i giochi della grande informazione di qualità

“Lo senti questo rumore? È la stampa, bellezza. La stampa. E tu non puoi farci niente”. È la scena finale di un film, “L’ultima minaccia”, che dai primi anni Cinquanta commuove generazioni di spettatori e soprattutto di giovani e vecchi giornalisti. Il direttore di un giornale popolare, “The Day”, Ed Hutcheson, interpretato da un serissimo Humphrey Bogart con un lampo d’ironia negli occhi, avvicina la cornetta del telefono alla grande rotativa che va stampando fragorosamente una copia dopo l’altra. E risponde così, poche parole, un gesto appena, alle minacce del boss della città finalmente smascherato per i suoi delitti. “L’ultima minaccia”  (appunto  il titolo del film) non ha effetto. Vincono i buoni, cioè i giornalisti, perdono i cattivi, i gangster. Non sempre andrà così. Ma Hollywood ha saputo nel tempo costruire con intelligenza quella retorica che ha fatto del giornalismo una delle caratteristiche positive dell’America pronta “alla difesa della verità”, una cineteca preziosa, da “Tutti gli uomini del Presidente “ a “Quarto potere” e a “Prima pagina”, da “The Post” a “Il caso Spotlight”, da “She Said” a “Frost/Nixon” e a una miriade di noir e di action movie in cui giornaliste e giornalisti non se la cavano poi così male.

Adesso, dopo anni di crisi, torna d’attualità il grande giornalismo americano, quello della carta stampata? A segnalare una possibile svolta di tendenza arriva una sorprendente mossa di Warren Buffett, grande e sapiente attore della più lungimirante finanza americana, 95 anni, un vero grande protagonista di Wall Street: taglia i suoi investimenti su Amazon, Apple e Bank of America e decide di puntare 353 milioni di dollari per comprare 5.1 milioni di azioni di New York Times.

Buffett ha appena ceduto la guida operativa della “sua” Berkshire Hathaway. Ma è probabile che il suo prossimo futuro sia ancora quello di grande scopritore di nuove tendenze della finanza e del mondo degli affari.

Che c’entrano i giornali di carta? I conti del New York Times sono positivi, tra copie di carta vendute, abbonamenti digitali (soprattutto ai giochi digitali e alle ricette di cucina) ma anche vari servizi editoriali, non solo nell’area tradizionale della grande New York ma un po’ in tutti gli Usa e in parecchie altre aree del mondo.

Di certo la digitalizzazione ha aperto nuove possibilità, sia di contenuti, sia di straordinarie opportunità di diffusione editoriale e sia dunque di business in aree altrimenti  irraggiungibili da un giornale abituato ad avere una solida base di diffusione provinciale, sia nelle metropoli che nelle piccole città di provincia affezionatissime al quotidiano locale.

Ma ha anche posto un problema più generale rispetto alla società civile, culturale e politica americana. Che si può riassumere così: una democrazia senza buona qualità dell’informazione è ancora una solida, sana democrazia? Rieccolo, il primato della carta: parole, scritte, che restano, da leggere, capire, rimeditare, digerire, usare per fare nascere altre parole. Un grande discorso pubblico, insomma. Tutto costruito sui giornali.

A parte la memoria della vecchia battuta di Thomas Jefferson, terzo presidente degli Usa (preferirei vivere in un Paese senza governo che in un paese senza giornali), cresce infatti in parecchi settori dell’opinione pubblica americana la preoccupazione rispetto a una crescita della concentrazione del potere dell’informazione da parte di organi di governo e di grandi attori dell’economia, della tecnologia e della finanza senza un efficace sistema di check and balances che compensi l’asimmetria informativa della gran massa informata poco, frettolosamente e male dai “social media” e dalla Tv e i grandi detentori delle informazioni economiche, politiche e finanziarie più delicate del mondo rispetto alle Big Tech.

Le Big Tech hanno infatti una forza straordinaria, nella velocità di diffusione e di controllo, nella quantità di notizie messe in giro ma senza adeguato controllo dell’attendibilità e della verità. E quella loro forza di diffusione non garantisce affatto qualità e veridicità dell’informazione. Ha poco a che fare con la vera informazione. E dunque con la democrazia.

In tempi di “fattoidi” spacciati più o meno in buona fede per fatti, post truth (tutto il contrario dell’orientamento alla verità), fake news e Artificial Intelligence che crea i fatti stessi e contribuisce, con simil-verità, alle guerre in corso, incidendo sulla conoscenza popolare e sugli stessi orientamenti della democrazia, è proprio la qualità dell’informazione, la sua attendibilità e la sua autonomia. a fare da fattore centrale per poter parlare di democrazia, verità, giudizio ponderato sugli atti delle pubbliche  amministrazioni, formazione critica del “discorso pubblico” (così caro a Habermas come fondamento della vita civile e democratica).

Quando nel 2013 Jack Bezos, il proprietario di Amazon, aveva comperato il Washington Post e sotto la testata aveva fatto scrivere il cartiglio “Democracy dies in darkness”, molti lettori si erano sentiti rassicurati: combattere la “darkness” (l’oscurità che copre fatti e misfatti dei poteri) significa garantire ogni giorno, almeno programmaticamente, la qualità dell’informazione e quindi la trasparenza e il controllo degli atti della pubblica amministrazione.

Le cose però adesso non sembrano andare proprio così. Amazon si è mostrata, come le altre Big Tech, sempre più sensibile alle sollecitazioni della Casa Bianca. E giusto pochi giorni fa The Washington Post ha tagliato 300 degli 800 giornalisti della redazione (quasi un terzo, insomma), preoccupando fortemente gli ambienti informativi. Meno giornalisti, minore informazione, minore accuratezza e qualità?

Benvenuto positivamente, allora, il ritorno alla carta, e ai buoni vecchi giornali, allora, se questa è la direzione indicata da Buffett?

Le macchine informative sono diventate sempre più complesse. E la questione non si può ridurre solo alla carta. Bisogna tornare a ragionare sulla qualità dell’informazione, qualunque siano i device, al sostegno per le aziende editoriali (che piace poco al governo Meloni), alle condizioni generali che garantiscano ai cittadini lettori informazioni e reali scambi di idee: quotidiani magari arricchiti da newsletter settimanali specializzate, analisi approfondite, rubriche, indicazioni audio e video, servizi, dati, tutto un mondo in cui le qualità siano due: autorevolezza e autonomia (anche i giochini e le ricette di cucina hanno una loro qualità, che è proprio il marchio del giornale a garantire).

Lo ha raccontato, d’altronde, nei giorni scorsi, proprio Alessandra Gallori, editor in chief (direttrice, cioè) dell’agenzia di stampa inglese Reuters, una delle prime del mondo, a Il Sole24Ore: “Vogliamo raccontare la storia senza rinunciare alla moralità” (28 gennaio): la moralità della storia, la veridicità della cronaca, l’attendibilità dei fatti. la buona informazione, no?

Si può ancora fare, nonostante tutto. Anche in Italia, dove gruppi editoriali e finanziari che puntano alla buona informazione (la Nem in Veneto, il gruppo Del Vecchio per il  Quotidiano nazionale /Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno e il gruppo editoriale internazionale di origini greche Kyriakou che guarda con interesse a “la Repubblica”, parlando tutti, ognuno a suo modo, di qualità dell’informazione, servizi per i cittadini, uso accorto delle nuove tecnologie. Una  situazione in movimento. Da guardare con grande interesse ed attenzione.

Anni fa, nel 2007, Vittorio Sabadin, ottimo giornalista e grande esperto di temi dell’informazione, pubblicò un libro (Donzelli, 2007) in cui dava conto del futuro dei giornali di carta e di una sorta di  profezia, elaborata dallo studioso dei media Philip Meyer nel suo libro “The vanishing newspaper” in cui prevedeva che nel primo trimestre del 2043 si sarebbe venduta nell’ultima edicola di New York, l’ultima copia del New York Times. Non è successo.

Oggi, semmai, seguendo le mosse di un anziano guru della finanza di 95 anni, sappiamo che le cose potrebbero anche non andare proprio così. E la mia piccola nipote Iolanda potrà cominciare la sua domenica mattina seduta sul divano sotto una confortevole coperta, sfogliando la sua copia nel New York Times. Mi sentirei molto più tranquillo. Per lei. I suoi amici. E un po’ anche per noi.

(foto Getty Images)

“Lo senti questo rumore? È la stampa, bellezza. La stampa. E tu non puoi farci niente”. È la scena finale di un film, “L’ultima minaccia”, che dai primi anni Cinquanta commuove generazioni di spettatori e soprattutto di giovani e vecchi giornalisti. Il direttore di un giornale popolare, “The Day”, Ed Hutcheson, interpretato da un serissimo Humphrey Bogart con un lampo d’ironia negli occhi, avvicina la cornetta del telefono alla grande rotativa che va stampando fragorosamente una copia dopo l’altra. E risponde così, poche parole, un gesto appena, alle minacce del boss della città finalmente smascherato per i suoi delitti. “L’ultima minaccia”  (appunto  il titolo del film) non ha effetto. Vincono i buoni, cioè i giornalisti, perdono i cattivi, i gangster. Non sempre andrà così. Ma Hollywood ha saputo nel tempo costruire con intelligenza quella retorica che ha fatto del giornalismo una delle caratteristiche positive dell’America pronta “alla difesa della verità”, una cineteca preziosa, da “Tutti gli uomini del Presidente “ a “Quarto potere” e a “Prima pagina”, da “The Post” a “Il caso Spotlight”, da “She Said” a “Frost/Nixon” e a una miriade di noir e di action movie in cui giornaliste e giornalisti non se la cavano poi così male.

Adesso, dopo anni di crisi, torna d’attualità il grande giornalismo americano, quello della carta stampata? A segnalare una possibile svolta di tendenza arriva una sorprendente mossa di Warren Buffett, grande e sapiente attore della più lungimirante finanza americana, 95 anni, un vero grande protagonista di Wall Street: taglia i suoi investimenti su Amazon, Apple e Bank of America e decide di puntare 353 milioni di dollari per comprare 5.1 milioni di azioni di New York Times.

Buffett ha appena ceduto la guida operativa della “sua” Berkshire Hathaway. Ma è probabile che il suo prossimo futuro sia ancora quello di grande scopritore di nuove tendenze della finanza e del mondo degli affari.

Che c’entrano i giornali di carta? I conti del New York Times sono positivi, tra copie di carta vendute, abbonamenti digitali (soprattutto ai giochi digitali e alle ricette di cucina) ma anche vari servizi editoriali, non solo nell’area tradizionale della grande New York ma un po’ in tutti gli Usa e in parecchie altre aree del mondo.

Di certo la digitalizzazione ha aperto nuove possibilità, sia di contenuti, sia di straordinarie opportunità di diffusione editoriale e sia dunque di business in aree altrimenti  irraggiungibili da un giornale abituato ad avere una solida base di diffusione provinciale, sia nelle metropoli che nelle piccole città di provincia affezionatissime al quotidiano locale.

Ma ha anche posto un problema più generale rispetto alla società civile, culturale e politica americana. Che si può riassumere così: una democrazia senza buona qualità dell’informazione è ancora una solida, sana democrazia? Rieccolo, il primato della carta: parole, scritte, che restano, da leggere, capire, rimeditare, digerire, usare per fare nascere altre parole. Un grande discorso pubblico, insomma. Tutto costruito sui giornali.

A parte la memoria della vecchia battuta di Thomas Jefferson, terzo presidente degli Usa (preferirei vivere in un Paese senza governo che in un paese senza giornali), cresce infatti in parecchi settori dell’opinione pubblica americana la preoccupazione rispetto a una crescita della concentrazione del potere dell’informazione da parte di organi di governo e di grandi attori dell’economia, della tecnologia e della finanza senza un efficace sistema di check and balances che compensi l’asimmetria informativa della gran massa informata poco, frettolosamente e male dai “social media” e dalla Tv e i grandi detentori delle informazioni economiche, politiche e finanziarie più delicate del mondo rispetto alle Big Tech.

Le Big Tech hanno infatti una forza straordinaria, nella velocità di diffusione e di controllo, nella quantità di notizie messe in giro ma senza adeguato controllo dell’attendibilità e della verità. E quella loro forza di diffusione non garantisce affatto qualità e veridicità dell’informazione. Ha poco a che fare con la vera informazione. E dunque con la democrazia.

In tempi di “fattoidi” spacciati più o meno in buona fede per fatti, post truth (tutto il contrario dell’orientamento alla verità), fake news e Artificial Intelligence che crea i fatti stessi e contribuisce, con simil-verità, alle guerre in corso, incidendo sulla conoscenza popolare e sugli stessi orientamenti della democrazia, è proprio la qualità dell’informazione, la sua attendibilità e la sua autonomia. a fare da fattore centrale per poter parlare di democrazia, verità, giudizio ponderato sugli atti delle pubbliche  amministrazioni, formazione critica del “discorso pubblico” (così caro a Habermas come fondamento della vita civile e democratica).

Quando nel 2013 Jack Bezos, il proprietario di Amazon, aveva comperato il Washington Post e sotto la testata aveva fatto scrivere il cartiglio “Democracy dies in darkness”, molti lettori si erano sentiti rassicurati: combattere la “darkness” (l’oscurità che copre fatti e misfatti dei poteri) significa garantire ogni giorno, almeno programmaticamente, la qualità dell’informazione e quindi la trasparenza e il controllo degli atti della pubblica amministrazione.

Le cose però adesso non sembrano andare proprio così. Amazon si è mostrata, come le altre Big Tech, sempre più sensibile alle sollecitazioni della Casa Bianca. E giusto pochi giorni fa The Washington Post ha tagliato 300 degli 800 giornalisti della redazione (quasi un terzo, insomma), preoccupando fortemente gli ambienti informativi. Meno giornalisti, minore informazione, minore accuratezza e qualità?

Benvenuto positivamente, allora, il ritorno alla carta, e ai buoni vecchi giornali, allora, se questa è la direzione indicata da Buffett?

Le macchine informative sono diventate sempre più complesse. E la questione non si può ridurre solo alla carta. Bisogna tornare a ragionare sulla qualità dell’informazione, qualunque siano i device, al sostegno per le aziende editoriali (che piace poco al governo Meloni), alle condizioni generali che garantiscano ai cittadini lettori informazioni e reali scambi di idee: quotidiani magari arricchiti da newsletter settimanali specializzate, analisi approfondite, rubriche, indicazioni audio e video, servizi, dati, tutto un mondo in cui le qualità siano due: autorevolezza e autonomia (anche i giochini e le ricette di cucina hanno una loro qualità, che è proprio il marchio del giornale a garantire).

Lo ha raccontato, d’altronde, nei giorni scorsi, proprio Alessandra Gallori, editor in chief (direttrice, cioè) dell’agenzia di stampa inglese Reuters, una delle prime del mondo, a Il Sole24Ore: “Vogliamo raccontare la storia senza rinunciare alla moralità” (28 gennaio): la moralità della storia, la veridicità della cronaca, l’attendibilità dei fatti. la buona informazione, no?

Si può ancora fare, nonostante tutto. Anche in Italia, dove gruppi editoriali e finanziari che puntano alla buona informazione (la Nem in Veneto, il gruppo Del Vecchio per il  Quotidiano nazionale /Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno e il gruppo editoriale internazionale di origini greche Kyriakou che guarda con interesse a “la Repubblica”, parlando tutti, ognuno a suo modo, di qualità dell’informazione, servizi per i cittadini, uso accorto delle nuove tecnologie. Una  situazione in movimento. Da guardare con grande interesse ed attenzione.

Anni fa, nel 2007, Vittorio Sabadin, ottimo giornalista e grande esperto di temi dell’informazione, pubblicò un libro (Donzelli, 2007) in cui dava conto del futuro dei giornali di carta e di una sorta di  profezia, elaborata dallo studioso dei media Philip Meyer nel suo libro “The vanishing newspaper” in cui prevedeva che nel primo trimestre del 2043 si sarebbe venduta nell’ultima edicola di New York, l’ultima copia del New York Times. Non è successo.

Oggi, semmai, seguendo le mosse di un anziano guru della finanza di 95 anni, sappiamo che le cose potrebbero anche non andare proprio così. E la mia piccola nipote Iolanda potrà cominciare la sua domenica mattina seduta sul divano sotto una confortevole coperta, sfogliando la sua copia nel New York Times. Mi sentirei molto più tranquillo. Per lei. I suoi amici. E un po’ anche per noi.

(foto Getty Images)

Auto e non solo

Appena pubblicato un libro che è storia e analisi attuale del comparto automobilistico in Italia e in Europa

Trasformare un comparto industriale che è stato determinante per l’economia (e la società) lungo decenni di storia. Obiettivo importante, da perseguire, anche se il percorso per arrivarci è denso di difficoltà e insidie. Si sta parlando del comparto dell’automobile, per decenni architrave dell’economia europea e italiana, oltre che di alcuni territori più di altri, e, adesso, paradigma della crisi economica per eccellenza, della “tempesta perfetta”. Ed è proprio dall’immagine della “tempesta perfetta” che prende le mosse “Auto-distruzione. Crisi e trasformazione dell’industria dell’automobile”, libro scritto da Francesco Zirpoli e da poco dato alle stampe.

L’autore ragiona sulla situazione dell’industria automobilistica in Italia e in Europa in tre passaggi. Prima, come si è detto, Zirpoli mette a fuoco i tratti del declino dell’industria in Europa, poi punta lo sguardo sulla situazione italiana e sulla storia e attualità della Fiat (oggi Stellantis), infine, ipotizza su “come uscire dalla crisi” cercando di unire in un solo ragionamento le condizioni e le prospettive dell’indotto, il tema della compatibilità ambientale delle nuove auto, la necessità di cambiare per non morire e quindi quella di “ampliare lo sguardo” per trovare soluzioni diverse da quelle fino ad oggi tentate.

Zirpoli, ed è uno dei tratti caratteristici del libro, sfata alcuni miti e prospetta la bontà di ciò che molti oggi vedono come un male. È il caso della messa sotto accusa delle regolamentazioni UE sulle emissioni, delle “”narrazioni di convenienza, utili solo a proteggere gli interessi costituiti” e della svolta ecologica che stando a Zirpoli potrebbe anzi essere la chiave per un rilancio del settore.

Zirpoli scrivi come il libro sia anche un invito “a superare una visione dell’industria focalizzata sull’automobile, evidenziando l’importanza di una riflessione più ampia sulla mobilità del futuro. Perché non si tratta soltanto di costruire nuove fabbriche o produrre auto più pulite: occorre anche immaginare città diverse, meno dipendenti dall’auto privata e più aperte a soluzioni di mobilità condivisa, dal trasporto pubblico al car sharing. Ed è un cambiamento, questo, che tocca la vita quotidiana di milioni di persone, dalle famiglie che si chiedono quale auto acquistare e se potranno permettersela, agli operai delle fabbriche che temono per il proprio posto di lavoro, fino ai giovani che aspirano a città più vivibili e meno inquinate”.

Auto-distruzione. Crisi e trasformazione dell’industria dell’automobile

Francesco Zirpoli

Laterza, 2026

Appena pubblicato un libro che è storia e analisi attuale del comparto automobilistico in Italia e in Europa

Trasformare un comparto industriale che è stato determinante per l’economia (e la società) lungo decenni di storia. Obiettivo importante, da perseguire, anche se il percorso per arrivarci è denso di difficoltà e insidie. Si sta parlando del comparto dell’automobile, per decenni architrave dell’economia europea e italiana, oltre che di alcuni territori più di altri, e, adesso, paradigma della crisi economica per eccellenza, della “tempesta perfetta”. Ed è proprio dall’immagine della “tempesta perfetta” che prende le mosse “Auto-distruzione. Crisi e trasformazione dell’industria dell’automobile”, libro scritto da Francesco Zirpoli e da poco dato alle stampe.

L’autore ragiona sulla situazione dell’industria automobilistica in Italia e in Europa in tre passaggi. Prima, come si è detto, Zirpoli mette a fuoco i tratti del declino dell’industria in Europa, poi punta lo sguardo sulla situazione italiana e sulla storia e attualità della Fiat (oggi Stellantis), infine, ipotizza su “come uscire dalla crisi” cercando di unire in un solo ragionamento le condizioni e le prospettive dell’indotto, il tema della compatibilità ambientale delle nuove auto, la necessità di cambiare per non morire e quindi quella di “ampliare lo sguardo” per trovare soluzioni diverse da quelle fino ad oggi tentate.

Zirpoli, ed è uno dei tratti caratteristici del libro, sfata alcuni miti e prospetta la bontà di ciò che molti oggi vedono come un male. È il caso della messa sotto accusa delle regolamentazioni UE sulle emissioni, delle “”narrazioni di convenienza, utili solo a proteggere gli interessi costituiti” e della svolta ecologica che stando a Zirpoli potrebbe anzi essere la chiave per un rilancio del settore.

Zirpoli scrivi come il libro sia anche un invito “a superare una visione dell’industria focalizzata sull’automobile, evidenziando l’importanza di una riflessione più ampia sulla mobilità del futuro. Perché non si tratta soltanto di costruire nuove fabbriche o produrre auto più pulite: occorre anche immaginare città diverse, meno dipendenti dall’auto privata e più aperte a soluzioni di mobilità condivisa, dal trasporto pubblico al car sharing. Ed è un cambiamento, questo, che tocca la vita quotidiana di milioni di persone, dalle famiglie che si chiedono quale auto acquistare e se potranno permettersela, agli operai delle fabbriche che temono per il proprio posto di lavoro, fino ai giovani che aspirano a città più vivibili e meno inquinate”.

Auto-distruzione. Crisi e trasformazione dell’industria dell’automobile

Francesco Zirpoli

Laterza, 2026

Guardare “dentro e oltre” la realtà

Leggere l’intervento del vicedirettore di Banca d’Italia per comprendere meglio quanto sta accadendo

Guardare oltre la superficie delle cose, oltre le apparenze. Guardare “dentro” la realtà. È quanto occorrerebbe fare sempre, soprattutto in periodi complessi come quelli che la società e l’economia stanno vivendo. Operazione necessaria, soprattutto se si hanno in capo doveri e compiti da svolgere. Come quelli d’impresa. Leggere allora “Squilibri globali e i loro rischi in un’economia mondiale più frammentata” – l’intervento di Sergio Nicoletti Altimari (vicedirettore di Banca d’Italia) al 32° Congresso Annuale ASSIOM FOREX di Venezia dello scorso 20 febbraio 2026 -, può essere un buon passo verso la migliore comprensione proprio di quanto sta sotto la superficie della cronaca economica mondiale.

Altimari precisa subito: “Se si giudicasse lo stato dell’economia mondiale esclusivamente dai risultati del 2025, non si ravviserebbero particolari problemi. Gli sconvolgimenti geopolitici e le tensioni commerciali tra paesi sembrerebbero aver inciso solo marginalmente”. A confermare quanto appena accennato bastano poche considerazioni: la crescita globale si è mantenuta al di sopra del 3% nel 2025 e rimarrà su livelli analoghi anche nel 2026; il commercio mondiale ha mostrato una notevole tenuta nonostante l’introduzione dei dazi statunitensi; l’inflazione ha continuato a ridursi, avvicinandosi agli obiettivi delle banche centrali; i mercati finanziari, pur con episodi di volatilità, hanno registrato ottimi risultati, con rialzi azionari a doppia cifra nelle principali piazze. Senza dire degli effetti – certo ancora tutti da precisare e governare – delle nuove tecnologie come l’Intelligenza Artificiale. Soprattutto, scrive l’autore, “le imprese hanno dimostrato capacità di adattamento, riorientando gli scambi con rapidità e attenuando l’impatto dei dazi”.

Fin qui tutto bene, anzi meglio del previsto. Eppure “sotto la superficie di questi risultati favorevoli si stanno accumulando squilibri che potrebbero rivelarsi destabilizzanti, se non affrontati per tempo”. Ecco la chiave che apre all’importanza del guardare oltre. Esercizio non solo utile in economia ma in generale nell’osservazione della realtà. Altimari precisa: “Non si tratta di fenomeni nuovi, ma di problemi che hanno afflitto molte economie in passato”. Questioni note, quindi, ma che si tende a trascurare. Sbagliando. Il vicedirettore di Banca d’Italia si concentra su tre aspetti: la crescita del debito pubblico globale, gli squilibri commerciali tra paesi e le vulnerabilità in specifici segmenti dei mercati finanziari. Tutti temi che “possono amplificare i rischi” e generare problemi inaspettati e pesanti. Per porre rimedio a quest’orizzonte, l’autore ricorda la necessità di un’Europa più forte e di “un drastico ripensamento del modo di operare, prendere decisioni e agire”.

L’intervento di Altimari non è solo un esempio di limpidezza nell’affrontare temi complessi, ma anche buon strumento di crescita di quella cultura attenta del vedere la realtà che è utile a tutti.

Squilibri globali e i loro rischi in un’economia mondiale più frammentata

Sergio Nicoletti Altimari

Intervento al 32° Congresso Annuale ASSIOM FOREX, Venezia, 20 febbraio 2026, Banca d’Italia, 2026

Leggere l’intervento del vicedirettore di Banca d’Italia per comprendere meglio quanto sta accadendo

Guardare oltre la superficie delle cose, oltre le apparenze. Guardare “dentro” la realtà. È quanto occorrerebbe fare sempre, soprattutto in periodi complessi come quelli che la società e l’economia stanno vivendo. Operazione necessaria, soprattutto se si hanno in capo doveri e compiti da svolgere. Come quelli d’impresa. Leggere allora “Squilibri globali e i loro rischi in un’economia mondiale più frammentata” – l’intervento di Sergio Nicoletti Altimari (vicedirettore di Banca d’Italia) al 32° Congresso Annuale ASSIOM FOREX di Venezia dello scorso 20 febbraio 2026 -, può essere un buon passo verso la migliore comprensione proprio di quanto sta sotto la superficie della cronaca economica mondiale.

Altimari precisa subito: “Se si giudicasse lo stato dell’economia mondiale esclusivamente dai risultati del 2025, non si ravviserebbero particolari problemi. Gli sconvolgimenti geopolitici e le tensioni commerciali tra paesi sembrerebbero aver inciso solo marginalmente”. A confermare quanto appena accennato bastano poche considerazioni: la crescita globale si è mantenuta al di sopra del 3% nel 2025 e rimarrà su livelli analoghi anche nel 2026; il commercio mondiale ha mostrato una notevole tenuta nonostante l’introduzione dei dazi statunitensi; l’inflazione ha continuato a ridursi, avvicinandosi agli obiettivi delle banche centrali; i mercati finanziari, pur con episodi di volatilità, hanno registrato ottimi risultati, con rialzi azionari a doppia cifra nelle principali piazze. Senza dire degli effetti – certo ancora tutti da precisare e governare – delle nuove tecnologie come l’Intelligenza Artificiale. Soprattutto, scrive l’autore, “le imprese hanno dimostrato capacità di adattamento, riorientando gli scambi con rapidità e attenuando l’impatto dei dazi”.

Fin qui tutto bene, anzi meglio del previsto. Eppure “sotto la superficie di questi risultati favorevoli si stanno accumulando squilibri che potrebbero rivelarsi destabilizzanti, se non affrontati per tempo”. Ecco la chiave che apre all’importanza del guardare oltre. Esercizio non solo utile in economia ma in generale nell’osservazione della realtà. Altimari precisa: “Non si tratta di fenomeni nuovi, ma di problemi che hanno afflitto molte economie in passato”. Questioni note, quindi, ma che si tende a trascurare. Sbagliando. Il vicedirettore di Banca d’Italia si concentra su tre aspetti: la crescita del debito pubblico globale, gli squilibri commerciali tra paesi e le vulnerabilità in specifici segmenti dei mercati finanziari. Tutti temi che “possono amplificare i rischi” e generare problemi inaspettati e pesanti. Per porre rimedio a quest’orizzonte, l’autore ricorda la necessità di un’Europa più forte e di “un drastico ripensamento del modo di operare, prendere decisioni e agire”.

L’intervento di Altimari non è solo un esempio di limpidezza nell’affrontare temi complessi, ma anche buon strumento di crescita di quella cultura attenta del vedere la realtà che è utile a tutti.

Squilibri globali e i loro rischi in un’economia mondiale più frammentata

Sergio Nicoletti Altimari

Intervento al 32° Congresso Annuale ASSIOM FOREX, Venezia, 20 febbraio 2026, Banca d’Italia, 2026

Campiello Junior 2026: i libri finalisti raccontati dai loro autori

Sei curioso di conoscere i libri finalisti della quinta edizione del Campiello Junior?

Fondazione Pirelli ha chiesto agli autori delle due terne, che sono stati scelti dalla Giuria di Selezione, di leggere ai giovani lettori un passaggio dal loro libro e dare loro un motivo per votarlo.

Saranno infatti proprio le ragazze e i ragazzi della Giuria dei lettori – 240 da tutta Italia e anche dall’estero – a decretare i vincitori delle due categorie, esprimendo le loro preferenze. I due autori che si aggiudicheranno il prestigioso riconoscimento letterario ideato da Fondazione Pirelli e Fondazione Il Campiello verranno proclamati giovedì 16 aprile 2026, presso il Teatro Comunale di Vicenza, durante l’evento presentato da Armando Traverso di RAI Radio Kids.

Le interviste saranno pubblicate su questa pagina e sui canali social di Fondazione Pirelli e del Premio Campiello:

26 febbraio: Mariangela GualtieriAlbum per pensare e non pensare, Bompiani Editore (Terna 7-10 anni)
5 marzo: Matteo BussolaIl talento della rondine, Adriano Salani Editore (Terna 11-14 anni)
12 marzo: Michela GuidiIl seminatore di storie e altri strani mestieri, Feltrinelli Editore (Terna 7-10 anni)
19 marzo: Luisa MattiaSegui la tigre, Il Battello a Vapore (Terna 11-14 anni)
26 marzo: Rosella PostorinoUn fratellino. Storia di Nanni e Mario, Adriano Salani Editore (Terna 7-10 anni)
2 aprile: Daniele MencarelliAdelmo che voleva essere Settimo, Mondadori Editore (Terna 11-14 anni)

Inoltre, l’8 e il 9 aprile conosceremo i sei autori in due interviste multiple, in cui ci parleranno dei loro libri e ci racconteranno i ricordi più belli delle loro letture d’infanzia.

Per rimanere aggiornati sulle iniziative del Premio Campiello Junior visitate i siti: www.fondazionepirelli.org www.premiocampiello.org.

Sei curioso di conoscere i libri finalisti della quinta edizione del Campiello Junior?

Fondazione Pirelli ha chiesto agli autori delle due terne, che sono stati scelti dalla Giuria di Selezione, di leggere ai giovani lettori un passaggio dal loro libro e dare loro un motivo per votarlo.

Saranno infatti proprio le ragazze e i ragazzi della Giuria dei lettori – 240 da tutta Italia e anche dall’estero – a decretare i vincitori delle due categorie, esprimendo le loro preferenze. I due autori che si aggiudicheranno il prestigioso riconoscimento letterario ideato da Fondazione Pirelli e Fondazione Il Campiello verranno proclamati giovedì 16 aprile 2026, presso il Teatro Comunale di Vicenza, durante l’evento presentato da Armando Traverso di RAI Radio Kids.

Le interviste saranno pubblicate su questa pagina e sui canali social di Fondazione Pirelli e del Premio Campiello:

26 febbraio: Mariangela GualtieriAlbum per pensare e non pensare, Bompiani Editore (Terna 7-10 anni)
5 marzo: Matteo BussolaIl talento della rondine, Adriano Salani Editore (Terna 11-14 anni)
12 marzo: Michela GuidiIl seminatore di storie e altri strani mestieri, Feltrinelli Editore (Terna 7-10 anni)
19 marzo: Luisa MattiaSegui la tigre, Il Battello a Vapore (Terna 11-14 anni)
26 marzo: Rosella PostorinoUn fratellino. Storia di Nanni e Mario, Adriano Salani Editore (Terna 7-10 anni)
2 aprile: Daniele MencarelliAdelmo che voleva essere Settimo, Mondadori Editore (Terna 11-14 anni)

Inoltre, l’8 e il 9 aprile conosceremo i sei autori in due interviste multiple, in cui ci parleranno dei loro libri e ci racconteranno i ricordi più belli delle loro letture d’infanzia.

Per rimanere aggiornati sulle iniziative del Premio Campiello Junior visitate i siti: www.fondazionepirelli.org www.premiocampiello.org.

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Nuove e innovative imprese

Una raccolta di ricerche mette a punto teoria e pratica delle startup

Questione di cultura, prima che di imprenditorialità. Questione, comunque, da approfondire con attenzione, per mezzo di analisi puntuali e concrete. È il fenomeno delle imprese startup che – appunto – è denso di suggestioni ma non va frainteso come il toccasana per lo sviluppo dell’economia. Per questo serve leggere la raccolta di ricerca e analisi curata da Martha Friel e Angelo Miglietta (entrambi professori di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università IULM di Milano).

“Fare startup. Strumenti, visioni e competenze per creare imprenditorialità innovativa in Italia”, questo il titolo della raccolta, chiarisce prima di tutto l’idea di base – creare una startup non è solo una scelta imprenditoriale, ma una sfida culturale – e sviluppa questo assunto attraverso l’esperienza del progetto BOOSTER (Business, Communication and Strategic Analysis Training for Entrepreneurship) dell’Università IULM creato per rafforzare le capacità imprenditoriali delle startup selezionate nell’ambito del programma di accelerazione Berkeley SkyDeck Europe.
Il volume si compone di due parti. La prima raccoglie le analisi che approfondiscono le dinamiche dell’ecosistema startup, mettendo a fuoco i principali andamenti che stanno emergendo, i fabbisogni formativi degli startupper, le peculiarità del contesto italiano e le prospettive di investimento. Un percorso di analisi che integra approcci teorici ed esperienze maturate nell’ambito del programma.
La seconda parte è una raccolta di strumenti e “attrezzi” operativi pensati per accompagnare le diverse fasi di sviluppo di una startup. Sei esperti affrontano temi chiave come il posizionamento strategico, il lancio, la crescita, la pianificazione finanziaria e la comunicazione. Ogni contributo si articola in una serie di indicazioni che hanno l’obiettivo di fornire agli imprenditori strumenti immediatamente utilizzabili.
La raccolta di indagini e analisi coordinata da Martha Friel e Angelo Miglietta ha il gran pregio di essere ad un tempo approfondimento di ricerca e strumento di lavoro.

Fare startup. Strumenti, visioni e competenze per creare imprenditorialità innovativa in Italia

Martha Friel, Angelo Miglietta (a cura di)

Franco Angeli, 2026

Una raccolta di ricerche mette a punto teoria e pratica delle startup

Questione di cultura, prima che di imprenditorialità. Questione, comunque, da approfondire con attenzione, per mezzo di analisi puntuali e concrete. È il fenomeno delle imprese startup che – appunto – è denso di suggestioni ma non va frainteso come il toccasana per lo sviluppo dell’economia. Per questo serve leggere la raccolta di ricerca e analisi curata da Martha Friel e Angelo Miglietta (entrambi professori di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università IULM di Milano).

“Fare startup. Strumenti, visioni e competenze per creare imprenditorialità innovativa in Italia”, questo il titolo della raccolta, chiarisce prima di tutto l’idea di base – creare una startup non è solo una scelta imprenditoriale, ma una sfida culturale – e sviluppa questo assunto attraverso l’esperienza del progetto BOOSTER (Business, Communication and Strategic Analysis Training for Entrepreneurship) dell’Università IULM creato per rafforzare le capacità imprenditoriali delle startup selezionate nell’ambito del programma di accelerazione Berkeley SkyDeck Europe.
Il volume si compone di due parti. La prima raccoglie le analisi che approfondiscono le dinamiche dell’ecosistema startup, mettendo a fuoco i principali andamenti che stanno emergendo, i fabbisogni formativi degli startupper, le peculiarità del contesto italiano e le prospettive di investimento. Un percorso di analisi che integra approcci teorici ed esperienze maturate nell’ambito del programma.
La seconda parte è una raccolta di strumenti e “attrezzi” operativi pensati per accompagnare le diverse fasi di sviluppo di una startup. Sei esperti affrontano temi chiave come il posizionamento strategico, il lancio, la crescita, la pianificazione finanziaria e la comunicazione. Ogni contributo si articola in una serie di indicazioni che hanno l’obiettivo di fornire agli imprenditori strumenti immediatamente utilizzabili.
La raccolta di indagini e analisi coordinata da Martha Friel e Angelo Miglietta ha il gran pregio di essere ad un tempo approfondimento di ricerca e strumento di lavoro.

Fare startup. Strumenti, visioni e competenze per creare imprenditorialità innovativa in Italia

Martha Friel, Angelo Miglietta (a cura di)

Franco Angeli, 2026

Moderno oppure antico?

L’ultimo libro di Vanni Codeluppi affronta in 10 “passi” il tema del presente

 

Modernità, forse in eccesso. Comunque da comprendere, anche per non farsi travolgere. Perché il nostro mondo corre sempre più veloce, tra schermi, social media e una realtà che sembra svanire dematerializzandosi. Ma è un mondo davvero nuovo o l’intensificazione di quello precedente? E come possiamo interpretare questo flusso apparentemente inarrestabile? Si tratta di interrogativi importanti – per tutti – e per i quali trovare le risposta è cosa tutt’altro che semplice. Ci ha provato Vanni Codeluppi con il suo “Megamodernità. Capire la società”.

Punto di partenza delle circa 150 pagine del libro è la constatazione delle molte etichette con le quali viene caratterizzato il nostro presente. Etichette che, tuttavia, non riescono mai ad essere pienamente in grado di sintetizzare la complessità nella quale persone, istituzioni e imprese si muovono. Quel che appare, però, evidente a tutti è che viviamo in una “società sovreccitata”  nella quale, spiega l’autore, i media digitali producono una successione accelerata di “choc” informativi che si riversano su una struttura sociale composta da individui sempre più vulnerabili.

Codeluppi cerca allora di fornire non altre etichette, ma una serie di strumenti per comprendere e vivere meglio quanto sta accadendo declinati in 10 concetti chiave: dal “capitalismo estetico” al “iperconsumo”, al “iperdivismo” al “corpo-flusso” e al “biocapitalismo”.

In questo modo, chi legge viene condotto lungo un percorso che porta a chiedersi se ci si trovi a vivere in un mondo completamente nuovo oppure semplicemente “più intenso” in termini di contenuti e di velocità di diffusione degli stessi.

Il libro di Codeluppi non ha la pretesa (assurda) di fornire interpretazioni assolute della realtà, vuole solo aiutare a comprendere meglio, ad essere più consapevoli e avveduti di fronte a quanto sta accadendo. Ed è una lettura utile a farsi.

 

Megamodernità. Capire la società

Vanni Codeluppi

Laterza, 2026

L’ultimo libro di Vanni Codeluppi affronta in 10 “passi” il tema del presente

 

Modernità, forse in eccesso. Comunque da comprendere, anche per non farsi travolgere. Perché il nostro mondo corre sempre più veloce, tra schermi, social media e una realtà che sembra svanire dematerializzandosi. Ma è un mondo davvero nuovo o l’intensificazione di quello precedente? E come possiamo interpretare questo flusso apparentemente inarrestabile? Si tratta di interrogativi importanti – per tutti – e per i quali trovare le risposta è cosa tutt’altro che semplice. Ci ha provato Vanni Codeluppi con il suo “Megamodernità. Capire la società”.

Punto di partenza delle circa 150 pagine del libro è la constatazione delle molte etichette con le quali viene caratterizzato il nostro presente. Etichette che, tuttavia, non riescono mai ad essere pienamente in grado di sintetizzare la complessità nella quale persone, istituzioni e imprese si muovono. Quel che appare, però, evidente a tutti è che viviamo in una “società sovreccitata”  nella quale, spiega l’autore, i media digitali producono una successione accelerata di “choc” informativi che si riversano su una struttura sociale composta da individui sempre più vulnerabili.

Codeluppi cerca allora di fornire non altre etichette, ma una serie di strumenti per comprendere e vivere meglio quanto sta accadendo declinati in 10 concetti chiave: dal “capitalismo estetico” al “iperconsumo”, al “iperdivismo” al “corpo-flusso” e al “biocapitalismo”.

In questo modo, chi legge viene condotto lungo un percorso che porta a chiedersi se ci si trovi a vivere in un mondo completamente nuovo oppure semplicemente “più intenso” in termini di contenuti e di velocità di diffusione degli stessi.

Il libro di Codeluppi non ha la pretesa (assurda) di fornire interpretazioni assolute della realtà, vuole solo aiutare a comprendere meglio, ad essere più consapevoli e avveduti di fronte a quanto sta accadendo. Ed è una lettura utile a farsi.

 

Megamodernità. Capire la società

Vanni Codeluppi

Laterza, 2026

Dal potere neofeudale ai rapporti di servitù, ecco l’anima nera d’un capitalismo inaccettabile

“Capitalismo feudale” è l’efficace titolo del nuovo libro di Roberto Seghetti, giornalista economico di solida esperienza (Agi, Panorama, Paese Sera, etc), per raccontare “come liberismo e tecnocrazia hanno riportato indietro le lancette della storia”. L’ha appena pubblicato Laterza. I diritti, un tempo uguali per tutti (ah, il nobile lascito della Rivoluzione Francese e di quella americana, dopo il “Secolo dei Lumi”, una delle stagioni migliori della nostra storia politica e civile, ispirata dalla Ragione: rileggere Leonardo Sciascia e Voltaire, per averne subito acuta nostalgia), adesso sembrano scomparsi dalle Costituzioni delle liberaldemocrazie per essere invece affidati alle capricciose protezioni dei “vincenti del capitalismo”, i politici populisti e i padroni della Big Tech (Monsters, li aveva ben definiti già otto anni fa un’efficace copertina di “The Economist”, settimanale liberale della business community, mica una rivista della sinistra radicale anglosassone).

I deboli, come nuovi servi della gleba, vanno in cerca di un padrone, che decide, autoritariamente “chi ha le carte e chi invece no” per il Nuovo grande gioco globale del potere, una sorta di Risiko cattivo in cui il più forte (già avvantaggiato in partenza dal numero di cannoni, soldati e carri armati), prende subito tutto, perfino la gelida Groenlandia, se gli va.

Quel “capitalismo feudale”, naturalmente, è l’esatto contrario del capitalismo “democratico” su cui in tanti abbiamo fatto affidamento, quello delle regole di mercato, delle norme che limitano la prepotenza dei monopoli e tutelano la simmetria dell’informazione (sempre relativa, non illudiamoci), delle leggi che puniscono gli spregiudicati “leoni di Wall Street” e i veri e propri truffatori finanziari.

Abbiamo apprezzato, insomma, il capitalismo della “economia civile” teorizzata da Antonio Genovesi, maestro del padre del liberalismo Adam Smith e della “economia giusta”, “sostenibile” e “circolare” cara sia a Papa Francesco (contro cui abbiamo appena saputo tramassero Epstein e Bannon, perché troppo amico dei deboli; la Repubblica, 15 febbraio) sia alla parte migliore della letteratura economica americana ed europea, quella che prova a conciliare democrazia liberale, economia di mercato e welfare e cioè intraprendenza, libertà, innovazione e progresso. Quella che costruisce ricchezza, insomma, ma senza bloccare la “scala sociale”.

I giornali, anche negli ultimi giorni, di questo “feudalesimo’’ offrono ottimi esempi.

Le nuove dimensioni dei misteriosi e criminali legami di sesso e d’affari tessuti da Jeffrey Epstein, il finanziere che amava dipingersi anche come un filantropo (Il Foglio, 14 febbraio), aveva una fitta rete di “intimi” (Corriere della Sera, 14 febbraio) e “teneva nella rete i manager da Wall Street agli Emirati” (Il Sole24Ore, 14 febbraio), ma anche personaggi di spicco “del mondo progressista” (Corriere della Sera, 15 febbraio: la trasversalità politica e di potere fa sempre bene agli affari, no?).

Ma c’è pure chi rifiuta il neofeudalesimo di marca Usa ma anche della Cina: “Europa Usa, lo scossone di Merz” (Corriere della Sera, 14 febbraio), a proposito di un’Europa che all’ultimo vertice in Belgio prende atto della frattura dell’Occidente e prova a organizzare un proprio progetto di sicurezza e autonomia. E ancora “Nasce la nuova alleanza atlantica: autonomia europea e divisione del fronti” ( La Stampa, 14 febbraio).

Si rimescolano poteri e alleanze. E finalmente l’Europa, facendo leva anche sui progetti sulla competitività di Mario Draghi e su quello del Mercato Unico di Enrico Letta, pur non rinnegando il legame speciale con gli Usa, prova a costruire un proprio autonomo e migliore destino: non fa da vassallo Maga ma si muove da soggetto di primo piani sullo scenario globale. Investendo, innovando, costruendo in tempi rapidi un suo schema di difesa e tessendo alleanze (l’India, il Mercosur, etc.) che le garantiscano un gioco più ampio e favorevole di quello dettato da Washington. “Non condivido le critiche di Merz ai Maga”, tiene a dire la premier italiana Giorgia Meloni, aggiungendo che “Usa e Ue devono andare insieme” (Corriere della Sera, 15 febbraio). E Jack Rubio, segretario di Stato Usa con ruolo di “colomba”, prova a mettere tutti d’accordo: “Siamo pronti a un futuro insieme”. Tanto che il Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno) ha gioco facile a titolare “Rubio tende la mano alla Ue”, anche se tutti sanno bene che le tensioni Usa-Ue, continueranno. Le tradizioni del capitalismo feudale, d’altronde, si fondano soprattutto sull’obbedienza. Anche se, naturalmente, toccherebbe alla buona politica trovare intese che non premino la prepotenza dei feudatari né umilino gli alleati malamente trattati da vassalli.

È un mondo che cambia, naturalmente. Tutto è più fragile e incerto, Ma probabilmente difendere e rilanciare culture e valori democratici della vecchia Europa (o del vecchio democratico Occidente trans Atlantico) vale più della riproposizione del neofeudalesimo, assicura maggiore stabilità, migliori equilibri economici e sociali, una compatibilità più accettabile dei divari di ricchezza, limitandone gli eccessi.

Se dall’alto della politica si scende “dappertutto e rasoterra” (per usare un’affascinante immagine del Censis) e si scava nei rapporti sociali, vengono in mente altre considerazioni per rifiutare lo schema neofeudale. Anche qui, vale la pena leggere le cronache e andare per esempi.

Gli esempi offerti da Milano proprio in questi giorni, per esempio, splendidi splendenti di medaglie d’oro e d’argento delle Olimpiadi sulla neve e di prezzi alle stelle per il bel pubblico internazionale dello sport e dello shopping condiviso tra via Montenapoleone e Cortina.

Il contraltare delle medaglie della metropoli delle “mille luci del lusso” sono i barboni che muoiono di freddo, otto vittime dall’inizio del 2026, mentre il “Corriere della Sera” e “Il Giorno” fanno campagna sulle “vittime invisibili del gelo” e il presidente dell’Opera Cardinal Ferrari, Giorgio Gualzetti, assistenza garantita dalla Chiesa ambrosiana, parla di 700 ricoveri quotidiani offerti e di servizi che non bastano a dare ospitalità a tutti: “L’inverno tragico della strada… (Il Giorno, 14 febbraio).

Al di là dei senza tetto, c’è un altro dramma sociale che occupa in questi giorni le pagine milanesi dei quotidiani. Ed è quello dei rider, le persone che portano giorno e notte cibo e altri beni a chiunque telefoni a una delle tante cooperative di servizio: oltre 5mila persone impegnate, nei casi di punta anche 9mila.

La Procura della Repubblica di Milano ha aperto un’inchiesta, per capire se si tratti di lavoro autonomo (come sostengono le società di servizio) o di lavoro subordinato, per cui servirebbero contratti, garanzie di lavoro, sicurezza, etc. Una delle società, Just Eat, ha dichiarato di essersi messa in regola, ma spesso le paghe sono inferiori a quelle contrattuali.

I dati della CGIL (Il Giorno, 12 febbraio), documentano che il 55% dei rider lavora per più piattaforme, il 72,9% lavora tra sei e sette giorni alla settimana , il 50% lavora da 7 a 10 ore al giorno, il 66% fa oltre 40 chilometri quotidiani. Il 39,8% si è infortunato almeno una volta, il 67,4&% non ha avuto alcun risarcimento. Un inferno.

Nella maggior parte dei casi i giri sono definiti da un algoritmo, chi lavora di più ha i servizi migliori.

E i contratti di lavoro? “La flessibilità è compatibile con il lavoro subordinato. E il modello Milano sta esplodendo. Si colma un vuoto di servizio, ci rimettono i lavoratori”, commenta Orsola Razzolini, docente all’Università Statale di Milano, che da anni indaga sui fenomeno (Il Giorno, 12 gennaio).

Servi della gleba, appunto. Una delle pagine più nere d’un capitalismo che assicura servizi che soddisfano esigenze reali, ma anche capricci personali (una pizza a mezzanotte) per 2,5 euro a corsa. Spesso senza neppure una mancia. Va bene così?

Prima o poi tutto salterà. E le pagine oscure di questo diffuso “capitalismo feudale” provocherà rivolte, proteste, quanto meno movimenti di coscienza.

Varrà la pena, allora, ricordarsi dell’ammonimento di chi le regole del buon capitalismo le conosce davvero. Come Larry Fink, amministratore delegato di Black Rock, la maggiore società d’investimento globale con sede a New York: “Capitalisti, attenti. Così rischiate di perdere la legittimità politica e morale. E nello schema virtuoso degli stakeholders values, la legittimità, anche solo quella etica, è fondamentale per rendere tollerabili gli squilibri del capitalismo”.

Larry Fink, parlava a Davos, alla fine di gennaio, al convegno annuale degli uomini e delle donne più potenti della finanza e dell’impresa mondiale (La Stampa, 21 gennaio). E non è nuovo Larry Fink agli avvertimenti sul degrado degli eccessi speculativi. A Davos non parlava esattamente dei rider. Ma di tutto ciò che rende inaccettabile un capitalismo che viola o aggira le regole e ne scarica i costi sui più poveri e deboli. Parla, in fin dei conti, del “capitalismo globale”. E delle sue distorsioni, adesso anche feudali. Vale la pena dedicare il massimo di attenzione alle sue parole.

(foto: Getty Images)

“Capitalismo feudale” è l’efficace titolo del nuovo libro di Roberto Seghetti, giornalista economico di solida esperienza (Agi, Panorama, Paese Sera, etc), per raccontare “come liberismo e tecnocrazia hanno riportato indietro le lancette della storia”. L’ha appena pubblicato Laterza. I diritti, un tempo uguali per tutti (ah, il nobile lascito della Rivoluzione Francese e di quella americana, dopo il “Secolo dei Lumi”, una delle stagioni migliori della nostra storia politica e civile, ispirata dalla Ragione: rileggere Leonardo Sciascia e Voltaire, per averne subito acuta nostalgia), adesso sembrano scomparsi dalle Costituzioni delle liberaldemocrazie per essere invece affidati alle capricciose protezioni dei “vincenti del capitalismo”, i politici populisti e i padroni della Big Tech (Monsters, li aveva ben definiti già otto anni fa un’efficace copertina di “The Economist”, settimanale liberale della business community, mica una rivista della sinistra radicale anglosassone).

I deboli, come nuovi servi della gleba, vanno in cerca di un padrone, che decide, autoritariamente “chi ha le carte e chi invece no” per il Nuovo grande gioco globale del potere, una sorta di Risiko cattivo in cui il più forte (già avvantaggiato in partenza dal numero di cannoni, soldati e carri armati), prende subito tutto, perfino la gelida Groenlandia, se gli va.

Quel “capitalismo feudale”, naturalmente, è l’esatto contrario del capitalismo “democratico” su cui in tanti abbiamo fatto affidamento, quello delle regole di mercato, delle norme che limitano la prepotenza dei monopoli e tutelano la simmetria dell’informazione (sempre relativa, non illudiamoci), delle leggi che puniscono gli spregiudicati “leoni di Wall Street” e i veri e propri truffatori finanziari.

Abbiamo apprezzato, insomma, il capitalismo della “economia civile” teorizzata da Antonio Genovesi, maestro del padre del liberalismo Adam Smith e della “economia giusta”, “sostenibile” e “circolare” cara sia a Papa Francesco (contro cui abbiamo appena saputo tramassero Epstein e Bannon, perché troppo amico dei deboli; la Repubblica, 15 febbraio) sia alla parte migliore della letteratura economica americana ed europea, quella che prova a conciliare democrazia liberale, economia di mercato e welfare e cioè intraprendenza, libertà, innovazione e progresso. Quella che costruisce ricchezza, insomma, ma senza bloccare la “scala sociale”.

I giornali, anche negli ultimi giorni, di questo “feudalesimo’’ offrono ottimi esempi.

Le nuove dimensioni dei misteriosi e criminali legami di sesso e d’affari tessuti da Jeffrey Epstein, il finanziere che amava dipingersi anche come un filantropo (Il Foglio, 14 febbraio), aveva una fitta rete di “intimi” (Corriere della Sera, 14 febbraio) e “teneva nella rete i manager da Wall Street agli Emirati” (Il Sole24Ore, 14 febbraio), ma anche personaggi di spicco “del mondo progressista” (Corriere della Sera, 15 febbraio: la trasversalità politica e di potere fa sempre bene agli affari, no?).

Ma c’è pure chi rifiuta il neofeudalesimo di marca Usa ma anche della Cina: “Europa Usa, lo scossone di Merz” (Corriere della Sera, 14 febbraio), a proposito di un’Europa che all’ultimo vertice in Belgio prende atto della frattura dell’Occidente e prova a organizzare un proprio progetto di sicurezza e autonomia. E ancora “Nasce la nuova alleanza atlantica: autonomia europea e divisione del fronti” ( La Stampa, 14 febbraio).

Si rimescolano poteri e alleanze. E finalmente l’Europa, facendo leva anche sui progetti sulla competitività di Mario Draghi e su quello del Mercato Unico di Enrico Letta, pur non rinnegando il legame speciale con gli Usa, prova a costruire un proprio autonomo e migliore destino: non fa da vassallo Maga ma si muove da soggetto di primo piani sullo scenario globale. Investendo, innovando, costruendo in tempi rapidi un suo schema di difesa e tessendo alleanze (l’India, il Mercosur, etc.) che le garantiscano un gioco più ampio e favorevole di quello dettato da Washington. “Non condivido le critiche di Merz ai Maga”, tiene a dire la premier italiana Giorgia Meloni, aggiungendo che “Usa e Ue devono andare insieme” (Corriere della Sera, 15 febbraio). E Jack Rubio, segretario di Stato Usa con ruolo di “colomba”, prova a mettere tutti d’accordo: “Siamo pronti a un futuro insieme”. Tanto che il Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno) ha gioco facile a titolare “Rubio tende la mano alla Ue”, anche se tutti sanno bene che le tensioni Usa-Ue, continueranno. Le tradizioni del capitalismo feudale, d’altronde, si fondano soprattutto sull’obbedienza. Anche se, naturalmente, toccherebbe alla buona politica trovare intese che non premino la prepotenza dei feudatari né umilino gli alleati malamente trattati da vassalli.

È un mondo che cambia, naturalmente. Tutto è più fragile e incerto, Ma probabilmente difendere e rilanciare culture e valori democratici della vecchia Europa (o del vecchio democratico Occidente trans Atlantico) vale più della riproposizione del neofeudalesimo, assicura maggiore stabilità, migliori equilibri economici e sociali, una compatibilità più accettabile dei divari di ricchezza, limitandone gli eccessi.

Se dall’alto della politica si scende “dappertutto e rasoterra” (per usare un’affascinante immagine del Censis) e si scava nei rapporti sociali, vengono in mente altre considerazioni per rifiutare lo schema neofeudale. Anche qui, vale la pena leggere le cronache e andare per esempi.

Gli esempi offerti da Milano proprio in questi giorni, per esempio, splendidi splendenti di medaglie d’oro e d’argento delle Olimpiadi sulla neve e di prezzi alle stelle per il bel pubblico internazionale dello sport e dello shopping condiviso tra via Montenapoleone e Cortina.

Il contraltare delle medaglie della metropoli delle “mille luci del lusso” sono i barboni che muoiono di freddo, otto vittime dall’inizio del 2026, mentre il “Corriere della Sera” e “Il Giorno” fanno campagna sulle “vittime invisibili del gelo” e il presidente dell’Opera Cardinal Ferrari, Giorgio Gualzetti, assistenza garantita dalla Chiesa ambrosiana, parla di 700 ricoveri quotidiani offerti e di servizi che non bastano a dare ospitalità a tutti: “L’inverno tragico della strada… (Il Giorno, 14 febbraio).

Al di là dei senza tetto, c’è un altro dramma sociale che occupa in questi giorni le pagine milanesi dei quotidiani. Ed è quello dei rider, le persone che portano giorno e notte cibo e altri beni a chiunque telefoni a una delle tante cooperative di servizio: oltre 5mila persone impegnate, nei casi di punta anche 9mila.

La Procura della Repubblica di Milano ha aperto un’inchiesta, per capire se si tratti di lavoro autonomo (come sostengono le società di servizio) o di lavoro subordinato, per cui servirebbero contratti, garanzie di lavoro, sicurezza, etc. Una delle società, Just Eat, ha dichiarato di essersi messa in regola, ma spesso le paghe sono inferiori a quelle contrattuali.

I dati della CGIL (Il Giorno, 12 febbraio), documentano che il 55% dei rider lavora per più piattaforme, il 72,9% lavora tra sei e sette giorni alla settimana , il 50% lavora da 7 a 10 ore al giorno, il 66% fa oltre 40 chilometri quotidiani. Il 39,8% si è infortunato almeno una volta, il 67,4&% non ha avuto alcun risarcimento. Un inferno.

Nella maggior parte dei casi i giri sono definiti da un algoritmo, chi lavora di più ha i servizi migliori.

E i contratti di lavoro? “La flessibilità è compatibile con il lavoro subordinato. E il modello Milano sta esplodendo. Si colma un vuoto di servizio, ci rimettono i lavoratori”, commenta Orsola Razzolini, docente all’Università Statale di Milano, che da anni indaga sui fenomeno (Il Giorno, 12 gennaio).

Servi della gleba, appunto. Una delle pagine più nere d’un capitalismo che assicura servizi che soddisfano esigenze reali, ma anche capricci personali (una pizza a mezzanotte) per 2,5 euro a corsa. Spesso senza neppure una mancia. Va bene così?

Prima o poi tutto salterà. E le pagine oscure di questo diffuso “capitalismo feudale” provocherà rivolte, proteste, quanto meno movimenti di coscienza.

Varrà la pena, allora, ricordarsi dell’ammonimento di chi le regole del buon capitalismo le conosce davvero. Come Larry Fink, amministratore delegato di Black Rock, la maggiore società d’investimento globale con sede a New York: “Capitalisti, attenti. Così rischiate di perdere la legittimità politica e morale. E nello schema virtuoso degli stakeholders values, la legittimità, anche solo quella etica, è fondamentale per rendere tollerabili gli squilibri del capitalismo”.

Larry Fink, parlava a Davos, alla fine di gennaio, al convegno annuale degli uomini e delle donne più potenti della finanza e dell’impresa mondiale (La Stampa, 21 gennaio). E non è nuovo Larry Fink agli avvertimenti sul degrado degli eccessi speculativi. A Davos non parlava esattamente dei rider. Ma di tutto ciò che rende inaccettabile un capitalismo che viola o aggira le regole e ne scarica i costi sui più poveri e deboli. Parla, in fin dei conti, del “capitalismo globale”. E delle sue distorsioni, adesso anche feudali. Vale la pena dedicare il massimo di attenzione alle sue parole.

(foto: Getty Images)

IA e umani, l’alleanza e le sue condizioni

L’ultimo libro di Guido Saracco racconta le relazioni tra uomo e tecnologia tra dieci anni

Aperti al progresso, ma attenti a rimanere esseri umani. Indicazione importante, che vale dal punto di vista sociale ed economico. Vale per tutti. E vale ancora di più in quest’epoca in cui la tecnologia e la sua innovazione paiono superare l’ingegno umano (dal quale tra l’altro sono nate). Questione, come sempre, di cultura che non è nozionismo ma pensiero critico e attento. Per affinare proprio questo tipo di cultura, è bello e interessante leggere “Alleati digitali. La nostra IA personale” scritto da Guido Saracco e da poco pubblicato.

L’autore parte da una considerazione: l’intelligenza artificiale è ormai parte della nostra vita quotidiana, è caratterizzata da sviluppi rapidissimi e comporta un cambiamento senza precedenti, necessario e urgente, del modo di intendere e di svolgere molti compiti di vita quotidiana e di attività produttiva. Saracco puntualizza: se riusciremo a progettarlo bene, a partire da un alleato digitale personale che sia di aiuto per ciascuno di noi, il futuro potrà essere migliore.

Il libro quindi accompagna chi legge in un viaggio nel futuro e prova a immaginare come studieremo, lavoreremo, vivremo tra dieci anni, con a fianco un nostro alleato digitale personale basato sull’IA.
Condivise le caratteristiche più rilevanti dei meccanismi della nostra mente e le più recenti scoperte delle neuroscienze e delle neurotecnologie sulle interfacce umano-macchina, Guido Saracco analizza quindi gli sviluppi dell’intelligenza artificiale già raggiunti e quelli attesi. L’autore, prefigura poi come l’alleanza tra umano e intelligenza artificiale potrà consolidarsi sotto due aspetti: nuovi apparecchi e funzioni condivise e, contemporaneamente, la definizione di un nuovo quadro normativo che dovrà dettare i confini di applicabilità della tecnologia, e probabilmente anche ridefinire gli stessi diritti dell’umanità.

Il libro di Guido Saracco è scritto bene e si fa leggere d’un fiato anche se necessita di attenzione e cura nella lettura. E, in tema di IA e alleati digitali,  precisa un punto cruciale che dovrebbe essere chiaro a tutti: “L’alleato digitale – scrive l’autore – sarà innanzitutto un congegno, fondato sull’intelligenza artificiale generativa, che ci accompagnerà nella formazione avanzata, dopo che il nostro cervello avrà avuto un adeguato sviluppo nell’adolescenza, per poi rimanere al nostro fianco per la vita intera, con un hardware e un software che fatalmente miglioreranno nel tempo nelle prestazioni, nelle architetture, nelle funzioni, con un unico vincolo: riservare sempre alla persona il controllo, la valutazione e la presa di decisione finale”.

 

Alleati digitali. La nostra IA personale

Guido Saracco

Laterza, 2026

L’ultimo libro di Guido Saracco racconta le relazioni tra uomo e tecnologia tra dieci anni

Aperti al progresso, ma attenti a rimanere esseri umani. Indicazione importante, che vale dal punto di vista sociale ed economico. Vale per tutti. E vale ancora di più in quest’epoca in cui la tecnologia e la sua innovazione paiono superare l’ingegno umano (dal quale tra l’altro sono nate). Questione, come sempre, di cultura che non è nozionismo ma pensiero critico e attento. Per affinare proprio questo tipo di cultura, è bello e interessante leggere “Alleati digitali. La nostra IA personale” scritto da Guido Saracco e da poco pubblicato.

L’autore parte da una considerazione: l’intelligenza artificiale è ormai parte della nostra vita quotidiana, è caratterizzata da sviluppi rapidissimi e comporta un cambiamento senza precedenti, necessario e urgente, del modo di intendere e di svolgere molti compiti di vita quotidiana e di attività produttiva. Saracco puntualizza: se riusciremo a progettarlo bene, a partire da un alleato digitale personale che sia di aiuto per ciascuno di noi, il futuro potrà essere migliore.

Il libro quindi accompagna chi legge in un viaggio nel futuro e prova a immaginare come studieremo, lavoreremo, vivremo tra dieci anni, con a fianco un nostro alleato digitale personale basato sull’IA.
Condivise le caratteristiche più rilevanti dei meccanismi della nostra mente e le più recenti scoperte delle neuroscienze e delle neurotecnologie sulle interfacce umano-macchina, Guido Saracco analizza quindi gli sviluppi dell’intelligenza artificiale già raggiunti e quelli attesi. L’autore, prefigura poi come l’alleanza tra umano e intelligenza artificiale potrà consolidarsi sotto due aspetti: nuovi apparecchi e funzioni condivise e, contemporaneamente, la definizione di un nuovo quadro normativo che dovrà dettare i confini di applicabilità della tecnologia, e probabilmente anche ridefinire gli stessi diritti dell’umanità.

Il libro di Guido Saracco è scritto bene e si fa leggere d’un fiato anche se necessita di attenzione e cura nella lettura. E, in tema di IA e alleati digitali,  precisa un punto cruciale che dovrebbe essere chiaro a tutti: “L’alleato digitale – scrive l’autore – sarà innanzitutto un congegno, fondato sull’intelligenza artificiale generativa, che ci accompagnerà nella formazione avanzata, dopo che il nostro cervello avrà avuto un adeguato sviluppo nell’adolescenza, per poi rimanere al nostro fianco per la vita intera, con un hardware e un software che fatalmente miglioreranno nel tempo nelle prestazioni, nelle architetture, nelle funzioni, con un unico vincolo: riservare sempre alla persona il controllo, la valutazione e la presa di decisione finale”.

 

Alleati digitali. La nostra IA personale

Guido Saracco

Laterza, 2026

Le reazioni dell’Europa: dagli accordi Mercosur e India alla proposta di Draghi per un “federalismo pragmatico”

“Il vecchio mondo sta morendo. E il mondo nuovo lotta per nascere. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Questa frase di Antonio Gramsci, tratta dai “Quaderni dal carcere” fa da epigrafe di uno dei più bei film degli ultimi anni Settanta del Novecento, il “Don Giovanni “ di Wolfgang Mozart, diretto da Joseph Losey (magnifici il tenore Ruggero Raimondi e la soprano Kiri Te Kanawa, ottima la direzione d’orchestra di Loris Maazel). E quell’epigrafe è perfetta, non solo per il film quanto per il riferimento politico più generale cui rimanda e che, proprio oggi, rivela una straordinaria attualità.

Il “nuovo mondo” auspicato da Gramsci generò una Rivoluzione d’Ottobre capace di nutrire grande speranze e ambiziosi sogni di riscatto e di progresso sociale, ma alimentò soprattutto a Mosca l’incubo della dittatura sovietica (vale la pena rileggere, tra i tanti, Vladimir Majakovskij e Osip Mandel’štam, oltre che proprio Gramsci, per averne vivide testimonianze).

La citazione di Losey, invece, con un’acrobazia poetica, sposta tempi e aspettative. E pone al centro della scena quella stagione straordinaria che va dall’inizio del Secolo dei Lumi (con gli stimoli della “Civiltà della conversazione”, così ben raccontata da Benedetta Craveri, un mondo connotato da donne volitive, colte e intelligenti) alla Rivoluzione Francese e alla nascita di quell’Europa dei diritti e delle libertà che ancora oggi segna la nostra coscienza politica e civile.

Don Giovanni, il protagonista dell’opera di Mozart, è un libertino, più che un libertario o un liberale, un uomo incline al piacere senza timori morali. Ma in quel Settecento, liberalismo, libertinismo, ansie libertarie, passione per le idee nuove e inconsuete convivono in una straordinaria e a tratti insopportabile miscela (guardare attentamente la mostra organizzata su Casanova alla Fondazione Cini a Venezia per averne conferme).

E il modo con cui Don Giovanni apre le porte del palazzo per una sontuosa festa è accompagnato da un possente coro ripetuto due volte, “Viva la libertà”, che riguarda tanto le passioni della Ragione e niente affatto la mancanza di scrupoli etici e civili. Mozart, d’altronde, è un convinto massone, un liberale. Don Giovanni, privo di scrupoli, finirà all’inferno. E “il Mondo nuovo” che versi e musica evocano sarà davvero nuovo: le libertà, i diritti dell’uomo, la ricerca, i prodromi della democrazia, la nostra civiltà.

Vale la pena ricordarsene, di quel motto gramsciano riletto alla Losey-Mozart, anche per ragionare sulla difficilissima stagione che stiamo vivendo. L’Europa dei saloni scintillanti d’arguzia negli Hôtel Particulier del Marais, con le dispute di Voltaire e Diderot e dei loro amati ospiti napoletani come l’abate Galliani e l’economista Antonio Genovesi. non segnano più il tempo delle nuove idee. E le “conversazioni” brillanti e colte, anche nel palazzi del potere di Bruxelles e delle altre capitali europee hanno lasciato il posto alle chiacchiere sciatte del peggior populismo.

Adieu Europe, allora? Tutt’altro. È sempre tempo di intonare il coro “Viva la Libertà”. L’Europa liberale ha ancora oggi, nonostante tutto, uno spazio di vita. Una cultura. Un potere. Una Ragione. “Contro gli imperi l’Europa è sola con la sua libertà”, nota giustamente Antonio Scurati su la Repubblica (4 febbraio), definendo la solitudine come un’ottima occasione per fare da “ponte tra civiltà”, memore della lezione culturale e civile di Peter Burke della “esplosione del sapere”.

Ecco il punto. Dopo la recente stagione intimidita degli insulti all’Europa da parte degli Imperi Usa, Cina e Russia e delle Big Tech (intolleranti di regole, limiti e ragionamenti critici, su cui sapientemente la Ue e la Gran Bretagna si stanno muovendo. Corriere della Sera, 6 febbraio), da qualche tempo a questa parte l’Europa o almeno certi protagonisti della vita di Bruxelles e di alcuni circoli politici di paesi europei hanno deciso di fare mosse sensate, intelligenti, accorte per evitare di continuare a subire aggressioni e insulti.

La firma del Trattato con il Mercosur, per reciproci consistenti vantaggi economici, per esempio. E poi quello sulle buone relazioni commerciali con l’India, che ha subito spinto Trump a muoversi sulla strada di accordi con New Delhi che fino a ieri negava. E – piccolo capolavoro politico – il no netto pronunciato da Mark Carney, premier del Canada (un politico che Trump e i suoi hanno sempre visto come il fumo negli occhi) contro la doppia opzione proposta dagli Usa sulla Groenlandia: o la compriamo o la invadiamo.

Carney gli ha sventolato sotto il naso un piccolo libro denso di intelligenza e moralità, “Il potere dei senza potere”, un dialogo con Vàclav Havel, ex intellettuale di punta del dissenso anticomunista e poi saggio presidente della Federazione Cecoslovacca, un ragionamento sapiente sulla forza delle buone idee contro la prepotenza della forza priva di ideali e di valori morali. Trump fa un passo indietro, le buone ragioni della difesa della spazio europeo, facendo leva sulla Groenlandia, restano salde nelle mani della Nato.

Troppo poco per parlare di un’Europa che si riprende d’animo? No. Perché da Lovanio, in occasione della cerimonia per la laurea Honoris Causa dell’ateneo belga, Mario Draghi ha rilanciato l’idea di una “federazione europea: così diventerà una potenza”. Infatti “L’ordine globale è morto, gli Usa stanno cercando il predominio. Ora serve pragmatismo: avanti con i partner disponibili nei settori dove si può progredire” (La Stampa, 3 febbraio). “Federalismo pragmatico”, titola IlSole24Ore (3 febbraio); “Nuovi equilibri in Europa. L’Italia ora può contare”, commenta con sagacia Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera, sottolineando “un cambio di passo a Berlino” (6 febbraio).

Da tempo, Draghi insiste sulla necessità che l’Europa si doti di una sua politica sui temi della sicurezza (e dunque della difesa), delle tecnologie, della ricerca scientifica e dell’innovazione, della politica industriale e della formazione (tutti temi collegati per un’Europa che voglia continuare a difendere i suoi primati industriali e produttivi e dunque anche i suoi valori politici, sociali e civili). Adesso alza la voce. E si prepara a rilanciare nei prossimi giorni il suo programma sulla Competitività davanti al Consiglio Europeo, insieme ad Enrico Letta sul mercato comune. E proprio da Letta viene un’importante anticipazione: “La Ue deve rompere gli schemi con decisioni rapide e cooperazione” (IlSole24Ore, 6 febbraio).

Il tempo dei piccoli passi prudenti, degli staterelli che frenano, dei micronazionalismi forti di paralizzanti diritti di veto (o di vere e proprie complicità con i nemici dell’Europa, come le sintonie tra Orban e Putin) sembra proprio finito. Pena il degrado stesso dell’Europa come colonia o come mercato di consumo da saccheggiare e umiliare a piacimento.

Commenta Patrizio Bianchi (IlSole24Ore, 5 febbraio): “L’”Europa deve passare da quest’unione poco più che confederale a essere una vera federazione che, pur lasciando spazio ai governi nazionali e locali, metta insieme coerentemente le proprie scelte unitarie in materia di politica estera, difesa ed economia, uscendo dalla duplice trappola dell’unanimismo interno e della sottomissione negli Usa”.

Si può fare? Con difficoltà. Ma si può fare. Anche l’Euro, se ce ne ricordiamo bene, nacque per volontà di un piccolo gruppo di paesi, una dozzina (e l’Italia fece giustamente di tutto per essere in prima linea). Gli altri seguirono. E la moneta unica è stata uno dei più grandi successi di politica (non solo di politica monetaria), che la storia contemporanea ricordi.

Il rapporto con gli Usa resta naturalmente fondamentale. Così come il dialogo con la Cina. E un sistema di buone relazioni multilaterali con l’America Latina, i Paesi del Golfo, l’Africa e, perché no? la Russia una volta che sarà stata capace di uscire dall’inferno ucraino in cui si è cacciata,. L’obiettivo è evidente: una politica estera, una politica della sicurezza, una politica economica e commerciale dell’Europa. Partendo da chi ci sta.

La lezione di Draghi e Letta è chiara (così com’era chiaro il federalismo europeo del Manifesto di Ventotene scritto da Eugenio Colorni, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e sostenuto dalle “madri dell’Europa” Ursula Hirshmann e Ada Rossi, oltre che da Simone Weil e Hannah Arendt).

Federalismo pragmatico e ambiziosa intelligenza politica. Di certo, non si può restare imprigionati tra mondo vecchio e mondo nuovo. Perché lì, davvero, tra ombre, miserie politiche e paure, cresce il sonno della ragione e genera mostri.

(foto Getty Images)

“Il vecchio mondo sta morendo. E il mondo nuovo lotta per nascere. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Questa frase di Antonio Gramsci, tratta dai “Quaderni dal carcere” fa da epigrafe di uno dei più bei film degli ultimi anni Settanta del Novecento, il “Don Giovanni “ di Wolfgang Mozart, diretto da Joseph Losey (magnifici il tenore Ruggero Raimondi e la soprano Kiri Te Kanawa, ottima la direzione d’orchestra di Loris Maazel). E quell’epigrafe è perfetta, non solo per il film quanto per il riferimento politico più generale cui rimanda e che, proprio oggi, rivela una straordinaria attualità.

Il “nuovo mondo” auspicato da Gramsci generò una Rivoluzione d’Ottobre capace di nutrire grande speranze e ambiziosi sogni di riscatto e di progresso sociale, ma alimentò soprattutto a Mosca l’incubo della dittatura sovietica (vale la pena rileggere, tra i tanti, Vladimir Majakovskij e Osip Mandel’štam, oltre che proprio Gramsci, per averne vivide testimonianze).

La citazione di Losey, invece, con un’acrobazia poetica, sposta tempi e aspettative. E pone al centro della scena quella stagione straordinaria che va dall’inizio del Secolo dei Lumi (con gli stimoli della “Civiltà della conversazione”, così ben raccontata da Benedetta Craveri, un mondo connotato da donne volitive, colte e intelligenti) alla Rivoluzione Francese e alla nascita di quell’Europa dei diritti e delle libertà che ancora oggi segna la nostra coscienza politica e civile.

Don Giovanni, il protagonista dell’opera di Mozart, è un libertino, più che un libertario o un liberale, un uomo incline al piacere senza timori morali. Ma in quel Settecento, liberalismo, libertinismo, ansie libertarie, passione per le idee nuove e inconsuete convivono in una straordinaria e a tratti insopportabile miscela (guardare attentamente la mostra organizzata su Casanova alla Fondazione Cini a Venezia per averne conferme).

E il modo con cui Don Giovanni apre le porte del palazzo per una sontuosa festa è accompagnato da un possente coro ripetuto due volte, “Viva la libertà”, che riguarda tanto le passioni della Ragione e niente affatto la mancanza di scrupoli etici e civili. Mozart, d’altronde, è un convinto massone, un liberale. Don Giovanni, privo di scrupoli, finirà all’inferno. E “il Mondo nuovo” che versi e musica evocano sarà davvero nuovo: le libertà, i diritti dell’uomo, la ricerca, i prodromi della democrazia, la nostra civiltà.

Vale la pena ricordarsene, di quel motto gramsciano riletto alla Losey-Mozart, anche per ragionare sulla difficilissima stagione che stiamo vivendo. L’Europa dei saloni scintillanti d’arguzia negli Hôtel Particulier del Marais, con le dispute di Voltaire e Diderot e dei loro amati ospiti napoletani come l’abate Galliani e l’economista Antonio Genovesi. non segnano più il tempo delle nuove idee. E le “conversazioni” brillanti e colte, anche nel palazzi del potere di Bruxelles e delle altre capitali europee hanno lasciato il posto alle chiacchiere sciatte del peggior populismo.

Adieu Europe, allora? Tutt’altro. È sempre tempo di intonare il coro “Viva la Libertà”. L’Europa liberale ha ancora oggi, nonostante tutto, uno spazio di vita. Una cultura. Un potere. Una Ragione. “Contro gli imperi l’Europa è sola con la sua libertà”, nota giustamente Antonio Scurati su la Repubblica (4 febbraio), definendo la solitudine come un’ottima occasione per fare da “ponte tra civiltà”, memore della lezione culturale e civile di Peter Burke della “esplosione del sapere”.

Ecco il punto. Dopo la recente stagione intimidita degli insulti all’Europa da parte degli Imperi Usa, Cina e Russia e delle Big Tech (intolleranti di regole, limiti e ragionamenti critici, su cui sapientemente la Ue e la Gran Bretagna si stanno muovendo. Corriere della Sera, 6 febbraio), da qualche tempo a questa parte l’Europa o almeno certi protagonisti della vita di Bruxelles e di alcuni circoli politici di paesi europei hanno deciso di fare mosse sensate, intelligenti, accorte per evitare di continuare a subire aggressioni e insulti.

La firma del Trattato con il Mercosur, per reciproci consistenti vantaggi economici, per esempio. E poi quello sulle buone relazioni commerciali con l’India, che ha subito spinto Trump a muoversi sulla strada di accordi con New Delhi che fino a ieri negava. E – piccolo capolavoro politico – il no netto pronunciato da Mark Carney, premier del Canada (un politico che Trump e i suoi hanno sempre visto come il fumo negli occhi) contro la doppia opzione proposta dagli Usa sulla Groenlandia: o la compriamo o la invadiamo.

Carney gli ha sventolato sotto il naso un piccolo libro denso di intelligenza e moralità, “Il potere dei senza potere”, un dialogo con Vàclav Havel, ex intellettuale di punta del dissenso anticomunista e poi saggio presidente della Federazione Cecoslovacca, un ragionamento sapiente sulla forza delle buone idee contro la prepotenza della forza priva di ideali e di valori morali. Trump fa un passo indietro, le buone ragioni della difesa della spazio europeo, facendo leva sulla Groenlandia, restano salde nelle mani della Nato.

Troppo poco per parlare di un’Europa che si riprende d’animo? No. Perché da Lovanio, in occasione della cerimonia per la laurea Honoris Causa dell’ateneo belga, Mario Draghi ha rilanciato l’idea di una “federazione europea: così diventerà una potenza”. Infatti “L’ordine globale è morto, gli Usa stanno cercando il predominio. Ora serve pragmatismo: avanti con i partner disponibili nei settori dove si può progredire” (La Stampa, 3 febbraio). “Federalismo pragmatico”, titola IlSole24Ore (3 febbraio); “Nuovi equilibri in Europa. L’Italia ora può contare”, commenta con sagacia Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera, sottolineando “un cambio di passo a Berlino” (6 febbraio).

Da tempo, Draghi insiste sulla necessità che l’Europa si doti di una sua politica sui temi della sicurezza (e dunque della difesa), delle tecnologie, della ricerca scientifica e dell’innovazione, della politica industriale e della formazione (tutti temi collegati per un’Europa che voglia continuare a difendere i suoi primati industriali e produttivi e dunque anche i suoi valori politici, sociali e civili). Adesso alza la voce. E si prepara a rilanciare nei prossimi giorni il suo programma sulla Competitività davanti al Consiglio Europeo, insieme ad Enrico Letta sul mercato comune. E proprio da Letta viene un’importante anticipazione: “La Ue deve rompere gli schemi con decisioni rapide e cooperazione” (IlSole24Ore, 6 febbraio).

Il tempo dei piccoli passi prudenti, degli staterelli che frenano, dei micronazionalismi forti di paralizzanti diritti di veto (o di vere e proprie complicità con i nemici dell’Europa, come le sintonie tra Orban e Putin) sembra proprio finito. Pena il degrado stesso dell’Europa come colonia o come mercato di consumo da saccheggiare e umiliare a piacimento.

Commenta Patrizio Bianchi (IlSole24Ore, 5 febbraio): “L’”Europa deve passare da quest’unione poco più che confederale a essere una vera federazione che, pur lasciando spazio ai governi nazionali e locali, metta insieme coerentemente le proprie scelte unitarie in materia di politica estera, difesa ed economia, uscendo dalla duplice trappola dell’unanimismo interno e della sottomissione negli Usa”.

Si può fare? Con difficoltà. Ma si può fare. Anche l’Euro, se ce ne ricordiamo bene, nacque per volontà di un piccolo gruppo di paesi, una dozzina (e l’Italia fece giustamente di tutto per essere in prima linea). Gli altri seguirono. E la moneta unica è stata uno dei più grandi successi di politica (non solo di politica monetaria), che la storia contemporanea ricordi.

Il rapporto con gli Usa resta naturalmente fondamentale. Così come il dialogo con la Cina. E un sistema di buone relazioni multilaterali con l’America Latina, i Paesi del Golfo, l’Africa e, perché no? la Russia una volta che sarà stata capace di uscire dall’inferno ucraino in cui si è cacciata,. L’obiettivo è evidente: una politica estera, una politica della sicurezza, una politica economica e commerciale dell’Europa. Partendo da chi ci sta.

La lezione di Draghi e Letta è chiara (così com’era chiaro il federalismo europeo del Manifesto di Ventotene scritto da Eugenio Colorni, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e sostenuto dalle “madri dell’Europa” Ursula Hirshmann e Ada Rossi, oltre che da Simone Weil e Hannah Arendt).

Federalismo pragmatico e ambiziosa intelligenza politica. Di certo, non si può restare imprigionati tra mondo vecchio e mondo nuovo. Perché lì, davvero, tra ombre, miserie politiche e paure, cresce il sonno della ragione e genera mostri.

(foto Getty Images)

La crisi che genera sviluppo

Una ricerca pubblicata da poco mette in relazione la pandemia da COVID-19 con la nascita di nuove imprese femminili

Crisi come occasione di sviluppo, spesso di rinascita. Accade nelle società e nelle economie. Processi, certo, traumatici per molti aspetti, ma che devono essere colti e osservati con attenzione. È il caso di quanto avvenuto con la pandemia da COVID-19 che ha rappresentato uno shock senza precedenti per i sistemi economici e sociali e ha inciso in modo profondo e differenziato anche sui percorsi imprenditoriali. A studiare il tema, dal particolare punto di vista dell’imprenditoria femminile, ci si è messo un gruppo di ricerca, coordinato da Alessandra Micozzi, le cui indagini sono state raccolte in “Donne e impresa al tempo del COVID-19: il ruolo dell’ecosistema aziendale” recentemente pubblicato.

Nello scenario del COVID-19, è l’idea che sottende a tutte le indagini, l’imprenditoria femminile si è trovata ad affrontare una crisi che ha amplificato fragilità strutturali già esistenti – accesso al credito, reti professionali, conciliazione tra lavoro e responsabilità di cura – ma che ha anche messo in luce capacità di adattamento, innovazione e resilienza spesso sottovalutate.
Le ricerche, quindi, hanno analizzato in modo sistematico l’impatto della crisi pandemica sulla nascita e sullo sviluppo delle imprese femminili in Italia, adottando una prospettiva interdisciplinare che integra profili giuridici, economici e territoriali.

Il metodo adottato è stato quello dell’analisi di dati amministrativi, indicatori di resilienza e di risultati con una indagine rivolta a imprenditrici che hanno avviato l’attività tra il 2020 e il 2021. I risultati permettono di ricostruire come i sistemi imprenditoriali siano riusciti a modulare gli effetti della crisi, evidenziando differenze settoriali e territoriali.
L’insieme delle ricerche coordinate da Micozzi, tuttavia, aggiunge anche dell’altro e cioè la dimostrazione di come le crisi possano agire da “stress test” per i sistemi locali, rivelando vulnerabilità ma anche aprendo spazi di trasformazione.

Donne e impresa al tempo del COVID-19. Il ruolo dell’ecosistema imprenditoriale

Alessandra Micozzi (a cura di)

Franco Angeli, 2026

Una ricerca pubblicata da poco mette in relazione la pandemia da COVID-19 con la nascita di nuove imprese femminili

Crisi come occasione di sviluppo, spesso di rinascita. Accade nelle società e nelle economie. Processi, certo, traumatici per molti aspetti, ma che devono essere colti e osservati con attenzione. È il caso di quanto avvenuto con la pandemia da COVID-19 che ha rappresentato uno shock senza precedenti per i sistemi economici e sociali e ha inciso in modo profondo e differenziato anche sui percorsi imprenditoriali. A studiare il tema, dal particolare punto di vista dell’imprenditoria femminile, ci si è messo un gruppo di ricerca, coordinato da Alessandra Micozzi, le cui indagini sono state raccolte in “Donne e impresa al tempo del COVID-19: il ruolo dell’ecosistema aziendale” recentemente pubblicato.

Nello scenario del COVID-19, è l’idea che sottende a tutte le indagini, l’imprenditoria femminile si è trovata ad affrontare una crisi che ha amplificato fragilità strutturali già esistenti – accesso al credito, reti professionali, conciliazione tra lavoro e responsabilità di cura – ma che ha anche messo in luce capacità di adattamento, innovazione e resilienza spesso sottovalutate.
Le ricerche, quindi, hanno analizzato in modo sistematico l’impatto della crisi pandemica sulla nascita e sullo sviluppo delle imprese femminili in Italia, adottando una prospettiva interdisciplinare che integra profili giuridici, economici e territoriali.

Il metodo adottato è stato quello dell’analisi di dati amministrativi, indicatori di resilienza e di risultati con una indagine rivolta a imprenditrici che hanno avviato l’attività tra il 2020 e il 2021. I risultati permettono di ricostruire come i sistemi imprenditoriali siano riusciti a modulare gli effetti della crisi, evidenziando differenze settoriali e territoriali.
L’insieme delle ricerche coordinate da Micozzi, tuttavia, aggiunge anche dell’altro e cioè la dimostrazione di come le crisi possano agire da “stress test” per i sistemi locali, rivelando vulnerabilità ma anche aprendo spazi di trasformazione.

Donne e impresa al tempo del COVID-19. Il ruolo dell’ecosistema imprenditoriale

Alessandra Micozzi (a cura di)

Franco Angeli, 2026

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