Assistenza alla consultazione

Per richiedere la consultazione del materiale conservato nell'Archivio Storico e nelle Biblioteche della Fondazione Pirelli al fine di studi e ricerche e conoscere le modalità di utilizzo dei materiali per prestiti e mostre, compila il seguente modulo.
Riceverai una mail di conferma dell'avvenuta ricezione della richiesta e sarai ricontattato.

Percorsi Fondazione Pirelli Educational

Seleziona il grado di istruzione della scuola di appartenenza

Visita la Fondazione

Per informazioni sulle attività della Fondazione, visite guidate e l'accessibilità agli spazi contattare il numero 0264423971 o compilare il form qui sotto anticipando nel campo note i dettagli nella richiesta.

La ricchezza degli archivi d’impresa e di territorio

Un insieme di diverse ricerche affronta il caso importante della memoria d’impresa nel Mezzogiorno

 

Patrimonio culturale e storico d’impresa conservato, ordinato, valorizzato e, alla fine, reso ancora vivo. È ormai, questo, un approccio che accomuna molte realtà industriali, e più in generale economiche, in Italia come altrove. Capire il senso delle iniziative di singole esperienze che vanno in questa direzione è importante: segna i tratti caratteristici di ogni azienda, ne delinea meglio il passato, fornisce suggestioni per il futuro. Detto in altro modo, il patrimonio documentario legato alla storia dell’impresa e del lavoro, tocca l’interesse delle più rilevanti energie culturali, sociali e produttive di una vasta area dell’economia del Paese.

È da queste premesse che ha tratto ispirazione la serie di ricerche e indagini coordinate da Amedeo Lepore e Giuseppe Moricola da poco pubblicate in raccolta.

L’insieme delle indagini condotte affronta da diversi punti di vista il tema della individuazione, del recupero, della sistemazione e della valorizzazione degli archivi e dei musei d’impresa centro-meridionali. Alcuni, e importanti, i casi studio presi in considerazione che condividono un tratto caratteristico: sono realtà poste in comparti diversissimi l’uno dall’altro. Scorrono così nelle ricerche del gruppo di lavoro casi come quello del Banco di Napoli, di Mastroberardino, della RCA Italia ma anche di territori d’impresa come quello di San Leucio in Campania oppure quello di più vasto della Cassa per il Mezzogiorno.

Ciò che è importante, al di là del valore delle singole ricerche, è però il tratto generale che emerge dalle stesse: oltre a presentare e discutere lo stato dell’arte dei beni archivistici e museali, le indagini descrivono una serie di esperienze e casi specifici, in grado di delineare la ricchezza delle risorse disponibili. Le analisi coordinate da Lepore e Moricola forniscono anche un’indicazione operativa importante, quella della necessità di uno sforzo comune per rilanciare la raccolta organica di una documentazione diffusa, capace di fornire nuovi stimoli per l’analisi dell’imprenditorialità e dell’impresa nel Mezzogiorno, completando un panorama finora dedicato prevalentemente alle realtà economiche di maggiori dimensioni del Nord.

Archivi e memoria di impresa nel Mezzogiorno. Bilanci e prospettive

a cura di Amedeo Lepore e Giuseppe Moricola

Rubbettino, 2026

La ricchezza degli archivi d’impresa e di territorio
La ricchezza degli archivi d’impresa e di territorio

Un insieme di diverse ricerche affronta il caso importante della memoria d’impresa nel Mezzogiorno

 

Patrimonio culturale e storico d’impresa conservato, ordinato, valorizzato e, alla fine, reso ancora vivo. È ormai, questo, un approccio che accomuna molte realtà industriali, e più in generale economiche, in Italia come altrove. Capire il senso delle iniziative di singole esperienze che vanno in questa direzione è importante: segna i tratti caratteristici di ogni azienda, ne delinea meglio il passato, fornisce suggestioni per il futuro. Detto in altro modo, il patrimonio documentario legato alla storia dell’impresa e del lavoro, tocca l’interesse delle più rilevanti energie culturali, sociali e produttive di una vasta area dell’economia del Paese.

È da queste premesse che ha tratto ispirazione la serie di ricerche e indagini coordinate da Amedeo Lepore e Giuseppe Moricola da poco pubblicate in raccolta.

L’insieme delle indagini condotte affronta da diversi punti di vista il tema della individuazione, del recupero, della sistemazione e della valorizzazione degli archivi e dei musei d’impresa centro-meridionali. Alcuni, e importanti, i casi studio presi in considerazione che condividono un tratto caratteristico: sono realtà poste in comparti diversissimi l’uno dall’altro. Scorrono così nelle ricerche del gruppo di lavoro casi come quello del Banco di Napoli, di Mastroberardino, della RCA Italia ma anche di territori d’impresa come quello di San Leucio in Campania oppure quello di più vasto della Cassa per il Mezzogiorno.

Ciò che è importante, al di là del valore delle singole ricerche, è però il tratto generale che emerge dalle stesse: oltre a presentare e discutere lo stato dell’arte dei beni archivistici e museali, le indagini descrivono una serie di esperienze e casi specifici, in grado di delineare la ricchezza delle risorse disponibili. Le analisi coordinate da Lepore e Moricola forniscono anche un’indicazione operativa importante, quella della necessità di uno sforzo comune per rilanciare la raccolta organica di una documentazione diffusa, capace di fornire nuovi stimoli per l’analisi dell’imprenditorialità e dell’impresa nel Mezzogiorno, completando un panorama finora dedicato prevalentemente alle realtà economiche di maggiori dimensioni del Nord.

Archivi e memoria di impresa nel Mezzogiorno. Bilanci e prospettive

a cura di Amedeo Lepore e Giuseppe Moricola

Rubbettino, 2026

A scuola d’impresa: quando le fotografie diventano racconto

Anche per questo anno scolastico la Fondazione Pirelli ha partecipato al progetto “A scuola d’impresa – L’Italia nei nostri musei e archivi d’impresa”, iniziativa promossa da Museimpresa in collaborazione con LIUC – Università Cattaneo. Il programma, riconosciuto come percorso Formazione Scuola Lavoro, ha coinvolto studenti del triennio delle scuole secondarie di secondo grado con l’obiettivo di avvicinare le nuove generazioni alla storia e ai valori dell’impresa italiana attraverso il patrimonio custodito nei musei e negli archivi aziendali.

Nell’ambito dell’iniziativa, la Fondazione Pirelli ha proposto il project work “Storie di sport Pirelli tra parola e fotografia”, un percorso che ha preso avvio dalla visita all’esposizione “L’officina dello sport” e dall’esplorazione del ricco patrimonio fotografico conservato nell’archivio storico della Fondazione. Attraverso l’osservazione e l’analisi di immagini storiche e contemporanee, gli studenti dell’ITET Bassi di Lodi hanno scoperto il legame tra Pirelli e il mondo dello sport – dalle competizioni automobilistiche e motociclistiche al ciclismo, dalla vela agli sport praticati dai dipendenti dell’azienda – riflettendo sul ruolo dello sport anche come momento di partecipazione, innovazione e welfare aziendale.

Dopo una prima fase di scoperta e approfondimento, i ragazzi hanno lavorato in gruppi scegliendo alcune fotografie della mostra e trasformandole in storie. Con entusiasmo, curiosità e spirito di collaborazione si sono messi alla prova con la scrittura creativa, dando vita a racconti capaci di restituire emozioni, contesto e atmosfera degli eventi sportivi rappresentati nelle immagini.

Il lavoro degli studenti ha portato alla realizzazione di quattro racconti coinvolgenti, dedicati ad altrettante discipline sportive legate alla storia di Pirelli — Formula 1, rally, vela e motociclismo. Le storie, ambientate tra passato e presente, intrecciano memoria storica e racconto, accompagnando il pubblico dentro il ritmo delle corse, il rumore dei motori, la tensione della gara e la passione di atleti e tifosi.

I testi sono stati poi registrati dagli studenti in formato audio, diventando parte integrante del percorso espositivo. I visitatori della mostra “L’officina dello sport” presso la Fondazione Pirelli potranno ascoltare i racconti direttamente in mostra fino a metà luglio, lasciandosi guidare dalle voci dei ragazzi in un viaggio narrativo tra immagini, sport e storia d’impresa.

L’esperienza si è rivelata un momento di apprendimento ma anche di grande coinvolgimento: gli studenti hanno partecipato con entusiasmo, si sono appassionati al lavoro sugli archivi e si sono divertiti a trasformare le fotografie in storie. Un risultato che dimostra ancora una volta come il patrimonio storico d’impresa possa diventare uno strumento vivo per stimolare creatività, spirito critico e nuove forme di racconto del passato.

A scuola d’impresa: quando le fotografie diventano racconto
A scuola d’impresa: quando le fotografie diventano racconto

Anche per questo anno scolastico la Fondazione Pirelli ha partecipato al progetto “A scuola d’impresa – L’Italia nei nostri musei e archivi d’impresa”, iniziativa promossa da Museimpresa in collaborazione con LIUC – Università Cattaneo. Il programma, riconosciuto come percorso Formazione Scuola Lavoro, ha coinvolto studenti del triennio delle scuole secondarie di secondo grado con l’obiettivo di avvicinare le nuove generazioni alla storia e ai valori dell’impresa italiana attraverso il patrimonio custodito nei musei e negli archivi aziendali.

Nell’ambito dell’iniziativa, la Fondazione Pirelli ha proposto il project work “Storie di sport Pirelli tra parola e fotografia”, un percorso che ha preso avvio dalla visita all’esposizione “L’officina dello sport” e dall’esplorazione del ricco patrimonio fotografico conservato nell’archivio storico della Fondazione. Attraverso l’osservazione e l’analisi di immagini storiche e contemporanee, gli studenti dell’ITET Bassi di Lodi hanno scoperto il legame tra Pirelli e il mondo dello sport – dalle competizioni automobilistiche e motociclistiche al ciclismo, dalla vela agli sport praticati dai dipendenti dell’azienda – riflettendo sul ruolo dello sport anche come momento di partecipazione, innovazione e welfare aziendale.

Dopo una prima fase di scoperta e approfondimento, i ragazzi hanno lavorato in gruppi scegliendo alcune fotografie della mostra e trasformandole in storie. Con entusiasmo, curiosità e spirito di collaborazione si sono messi alla prova con la scrittura creativa, dando vita a racconti capaci di restituire emozioni, contesto e atmosfera degli eventi sportivi rappresentati nelle immagini.

Il lavoro degli studenti ha portato alla realizzazione di quattro racconti coinvolgenti, dedicati ad altrettante discipline sportive legate alla storia di Pirelli — Formula 1, rally, vela e motociclismo. Le storie, ambientate tra passato e presente, intrecciano memoria storica e racconto, accompagnando il pubblico dentro il ritmo delle corse, il rumore dei motori, la tensione della gara e la passione di atleti e tifosi.

I testi sono stati poi registrati dagli studenti in formato audio, diventando parte integrante del percorso espositivo. I visitatori della mostra “L’officina dello sport” presso la Fondazione Pirelli potranno ascoltare i racconti direttamente in mostra fino a metà luglio, lasciandosi guidare dalle voci dei ragazzi in un viaggio narrativo tra immagini, sport e storia d’impresa.

L’esperienza si è rivelata un momento di apprendimento ma anche di grande coinvolgimento: gli studenti hanno partecipato con entusiasmo, si sono appassionati al lavoro sugli archivi e si sono divertiti a trasformare le fotografie in storie. Un risultato che dimostra ancora una volta come il patrimonio storico d’impresa possa diventare uno strumento vivo per stimolare creatività, spirito critico e nuove forme di racconto del passato.

Multimedia

Images

Raccontare il prodotto e l’impresa

Una ricerca discussa all’Università di Padova approfondisce il tema dello storytelling

Raccontarsi al mercato, ma anche al mondo. Cosa non facile, soprattutto in una situazione – come quella di oggi – in cui la differenziazione tra le diverse aziende si è assottigliata molto velocemente e nel corso di pochi anni: i prodotti di un marchio oppure dell’altro, si assomigliano sempre di più, al punto che la qualità di ognuno di questi è data per scontata dai consumatori. Da qui una necessità: raccontarsi in modo diverso dalla concorrenza. È, sempre di più, il mondo dello storytelling a contare. Ed è su questo mondo che pone l’attenzione “Raccontare la scrittura: storytelling ed identità verbale della Scuola Holden” lavoro di ricerca di Miriam Lombardi.

La concorrenza in termini di racconto e non di prodotto – viene spiegato dalla ricerca – porta molte aziende a creare una forte identità di marca: il brand deve possedere delle caratteristiche immateriali singolari e dei valori di base che siano rilevanti e coinvolgenti per i suoi consumatori. In questo modo, le imprese riescono a trasmettere e fornire qualità ai loro clienti, spingendoli a scegliere di volta in volta sempre loro. Occorre per tutto questo non solo contenuto ma anche tecnica. Non basta cioè avere una forte identità, ma conta anche il modo in cui questa viene trasmessa. È l’epoca – detto in altri termini – della cura dei minimi dettagli, sia online che offline, dell’elaborazione del modo di esprimersi attraverso un insieme di segni che finisce per caratterizzare la stessa impresa. È, come si è detto, l’epoca dello storytelling come modalità di comunicazione della propria identità, in un tentativo di aumentare la vicinanza con il proprio pubblico e il valore aggiunto per i clienti, oltre che costruire un’empatia per il brand stesso e i suoi valori. L’indagine di Miriam Lombardi prende quindi in considerazione tecnica e percorsi seguiti dalla Scuola Holden di Torino. Non propriamente un’azienda, ma un’istituzione privata che segue molte delle logiche promozionali che vigerebbero anche nella gestione di un brand. Singolare, quindi, l’indagine di Miriam Lombardi: studia lo storytelling d’impresa sulla base di un’impresa che ha fatto dello storytelling uno dei suoi prodotti.

Raccontare la scrittura: storytelling ed identità verbale della Scuola Holden

Miriam Lombardi

Tesi, Università degli studi di Padova, Dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata, 2026

Raccontare il prodotto e l’impresa
Raccontare il prodotto e l’impresa

Una ricerca discussa all’Università di Padova approfondisce il tema dello storytelling

Raccontarsi al mercato, ma anche al mondo. Cosa non facile, soprattutto in una situazione – come quella di oggi – in cui la differenziazione tra le diverse aziende si è assottigliata molto velocemente e nel corso di pochi anni: i prodotti di un marchio oppure dell’altro, si assomigliano sempre di più, al punto che la qualità di ognuno di questi è data per scontata dai consumatori. Da qui una necessità: raccontarsi in modo diverso dalla concorrenza. È, sempre di più, il mondo dello storytelling a contare. Ed è su questo mondo che pone l’attenzione “Raccontare la scrittura: storytelling ed identità verbale della Scuola Holden” lavoro di ricerca di Miriam Lombardi.

La concorrenza in termini di racconto e non di prodotto – viene spiegato dalla ricerca – porta molte aziende a creare una forte identità di marca: il brand deve possedere delle caratteristiche immateriali singolari e dei valori di base che siano rilevanti e coinvolgenti per i suoi consumatori. In questo modo, le imprese riescono a trasmettere e fornire qualità ai loro clienti, spingendoli a scegliere di volta in volta sempre loro. Occorre per tutto questo non solo contenuto ma anche tecnica. Non basta cioè avere una forte identità, ma conta anche il modo in cui questa viene trasmessa. È l’epoca – detto in altri termini – della cura dei minimi dettagli, sia online che offline, dell’elaborazione del modo di esprimersi attraverso un insieme di segni che finisce per caratterizzare la stessa impresa. È, come si è detto, l’epoca dello storytelling come modalità di comunicazione della propria identità, in un tentativo di aumentare la vicinanza con il proprio pubblico e il valore aggiunto per i clienti, oltre che costruire un’empatia per il brand stesso e i suoi valori. L’indagine di Miriam Lombardi prende quindi in considerazione tecnica e percorsi seguiti dalla Scuola Holden di Torino. Non propriamente un’azienda, ma un’istituzione privata che segue molte delle logiche promozionali che vigerebbero anche nella gestione di un brand. Singolare, quindi, l’indagine di Miriam Lombardi: studia lo storytelling d’impresa sulla base di un’impresa che ha fatto dello storytelling uno dei suoi prodotti.

Raccontare la scrittura: storytelling ed identità verbale della Scuola Holden

Miriam Lombardi

Tesi, Università degli studi di Padova, Dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata, 2026

Progetti delll’Istituto Leopoldo Pirelli 2025-2026

Di seguito i progetti realizzati dagli studenti dell’Istituto Leopoldo Pirelli

LINGUISTICO

Progetto 1: PREMIO PIRELLI 2025 2026 3BLL ABBASCIANO CAMILLA_PAVONE GAIA_TORBESI SARA

Progetto 2: PREMIO PIRELLI 2025 2026 5BLL PISCAGLIA FABRIZIO SIMONE

Progetto 3: PREMIO PIERELLI 3BLL Gaia Domenichini_LUCA ROSAS_Simona Maielita Straziota

Progetto 4: Premio Pirelli 2025_2026_3C LL Angelelli Martina Ludovisi Nicole

Progetto 5: Premio Pirelli 2025-26_classe5BLL alunno SamanthaGastanuediAstoray

Progetto 6: Premio Pirelli 2025-26_classe 5BLL-Giuliano Antolini

Progetto 7: Premio Pirelli 2025 2026 3BLL SAVERIO OSTINI_GIULIO FONZI_STEFANO ZAPPULLI

ECONOMICO

Progetto 1: Premio Pirelli 2025_2026_ 4D RIM Ludovica Di Marino

Progetto 2: Premio Pirelli 2025_2026_ 3ASIA Bardeggia_De Angelis_Fantozzi

Progetto 3: Premio Pirelli 2025-2026_classe 3D RIM alunni Fabio Massimo Bertolini, Valerio Ferrara, Francesco Occhipintiti (1)

Progetto 4: Premio Pirelli 2025-26_classe 4CSIA alunni Ashik Mohammad, Gabriele Zangirolami

Progetto 5: Premio Pirelli 2025_2026_ 3ASIA Gallorini_Ielapi_Rella

Progetto 6: Premio Pirelli 2025-26_classe 4CSIA alunne Ludovica Miulli e Angelica Pette

TECNOLOGICO

Progetto 1: Premio Pirelli 2025-26_4ACAT_ Kylevincentobediencia.Tolentino_Andrea.Maglietto_Mattia.Cara

Progetto 2: Premio Pirelli 2025_2026_5BCAT_Sara Nobili,Roberta Macutan,Dinithi Warnakulasuriya (1)

Progetto 3: Premio Pirelli 2025-26_4ACAT_D_AMBROSIO MATHILDE,LAURENTI ELISA

Progetto 4: PremioPirelli2025-26_4ACAT ALEJANDRA MICAELLA ACOSTA AYALA E GIADA SILVESTRI

Progetto 5: Premio Pirelli 2025-26_4ACAT_DI MARINO MARTINA, VASILEV CRISTIAN MARTIN

Progetto 6: Premio Pirelli 2025_26_ classe5Acat_ alunni_Alfano_Corsi_Mengoni

Progetti delll’Istituto Leopoldo Pirelli 2025-2026
Progetti delll’Istituto Leopoldo Pirelli 2025-2026

Di seguito i progetti realizzati dagli studenti dell’Istituto Leopoldo Pirelli

LINGUISTICO

Progetto 1: PREMIO PIRELLI 2025 2026 3BLL ABBASCIANO CAMILLA_PAVONE GAIA_TORBESI SARA

Progetto 2: PREMIO PIRELLI 2025 2026 5BLL PISCAGLIA FABRIZIO SIMONE

Progetto 3: PREMIO PIERELLI 3BLL Gaia Domenichini_LUCA ROSAS_Simona Maielita Straziota

Progetto 4: Premio Pirelli 2025_2026_3C LL Angelelli Martina Ludovisi Nicole

Progetto 5: Premio Pirelli 2025-26_classe5BLL alunno SamanthaGastanuediAstoray

Progetto 6: Premio Pirelli 2025-26_classe 5BLL-Giuliano Antolini

Progetto 7: Premio Pirelli 2025 2026 3BLL SAVERIO OSTINI_GIULIO FONZI_STEFANO ZAPPULLI

ECONOMICO

Progetto 1: Premio Pirelli 2025_2026_ 4D RIM Ludovica Di Marino

Progetto 2: Premio Pirelli 2025_2026_ 3ASIA Bardeggia_De Angelis_Fantozzi

Progetto 3: Premio Pirelli 2025-2026_classe 3D RIM alunni Fabio Massimo Bertolini, Valerio Ferrara, Francesco Occhipintiti (1)

Progetto 4: Premio Pirelli 2025-26_classe 4CSIA alunni Ashik Mohammad, Gabriele Zangirolami

Progetto 5: Premio Pirelli 2025_2026_ 3ASIA Gallorini_Ielapi_Rella

Progetto 6: Premio Pirelli 2025-26_classe 4CSIA alunne Ludovica Miulli e Angelica Pette

TECNOLOGICO

Progetto 1: Premio Pirelli 2025-26_4ACAT_ Kylevincentobediencia.Tolentino_Andrea.Maglietto_Mattia.Cara

Progetto 2: Premio Pirelli 2025_2026_5BCAT_Sara Nobili,Roberta Macutan,Dinithi Warnakulasuriya (1)

Progetto 3: Premio Pirelli 2025-26_4ACAT_D_AMBROSIO MATHILDE,LAURENTI ELISA

Progetto 4: PremioPirelli2025-26_4ACAT ALEJANDRA MICAELLA ACOSTA AYALA E GIADA SILVESTRI

Progetto 5: Premio Pirelli 2025-26_4ACAT_DI MARINO MARTINA, VASILEV CRISTIAN MARTIN

Progetto 6: Premio Pirelli 2025_26_ classe5Acat_ alunni_Alfano_Corsi_Mengoni

Quando l’emergenza diventa consuetudine

Un libro cerca di interpretare lo smart working dal punto di vista teorico e “sul campo”

 

Dall’emergenza alla consuetudine. Fino a cambiare, di fatto, la stessa cultura del lavoro e del produrre. È quanto accaduto a proposito dello smart working (e non solo in Italia) che da misura straordinaria (di emergenza, appunto) è diventato una sorta di laboratorio permanente di trasformazione organizzativa, tecnologica e culturale. Comprendere natura ed evoluzione dello smart working, significa allora fare un passo in avanti nella consapevolezza di come sta cambiando il lavoro e la stessa sua cultura.

“Lo smart working in Italia. Una lettura socio-tecnica del lavoro agile tra mutamenti organizzativi e trasformazioni tecnologiche”, libro curato da Lorenzo Fattori e Massimo Angelo Zanetti raccoglie una serie di risultati sul tema emersi dal programma di ricerca sullo smart working condotto nell’ambito del progetto PNRR NODES. Il libro è costituito da due parti: nella prima è presente una riflessione teorica sul tema, nella seconda è presente un approccio multi-metodo che integra analisi quantitative e ricerca qualitativa comparativa per capire meglio il fenomeno. Ciò che emerge dalla serie di approfondimenti è una realtà composita frutto di un intreccio tra infrastrutture e artefatti digitali, modelli manageriali e pratiche quotidiane. Una condizione di lavoro e di produzione che mette in luce la ricerca (e spesso la costruzione) di un equilibrio “segnato da tensioni tra controllo e autonomia, divari generazionali e tra PMI e grandi imprese”. Tutto senza trascurare anche le nuove esigenze di sicurezza informatica e di applicazione della stessa; e senza scordare, inoltre, il ruolo che comfort e design degli spazi di lavoro da remoto hanno su identità professionale e sui risultati.

L’istantanea dello smart working scattata dall’insieme di ricerche coordinate da Fattori e Zanetti è complessa, variegata e multiforme. E non si esaurisce certo nei limiti del libro che la racconta. Lo smart working che si delinea, infatti, necessita di una prospettiva insieme organizzativa, regolativa, tecnologica ed etica ancora tutta da mettere a punto.

 

 

Lo smart working in Italia. Una lettura socio-tecnica del lavoro agile tra mutamenti organizzativi e trasformazioni tecnologiche

Lorenzo Fattori, Massimo Angelo Zanetti

Franco Angeli, 2026

Quando l’emergenza diventa consuetudine
Quando l’emergenza diventa consuetudine

Un libro cerca di interpretare lo smart working dal punto di vista teorico e “sul campo”

 

Dall’emergenza alla consuetudine. Fino a cambiare, di fatto, la stessa cultura del lavoro e del produrre. È quanto accaduto a proposito dello smart working (e non solo in Italia) che da misura straordinaria (di emergenza, appunto) è diventato una sorta di laboratorio permanente di trasformazione organizzativa, tecnologica e culturale. Comprendere natura ed evoluzione dello smart working, significa allora fare un passo in avanti nella consapevolezza di come sta cambiando il lavoro e la stessa sua cultura.

“Lo smart working in Italia. Una lettura socio-tecnica del lavoro agile tra mutamenti organizzativi e trasformazioni tecnologiche”, libro curato da Lorenzo Fattori e Massimo Angelo Zanetti raccoglie una serie di risultati sul tema emersi dal programma di ricerca sullo smart working condotto nell’ambito del progetto PNRR NODES. Il libro è costituito da due parti: nella prima è presente una riflessione teorica sul tema, nella seconda è presente un approccio multi-metodo che integra analisi quantitative e ricerca qualitativa comparativa per capire meglio il fenomeno. Ciò che emerge dalla serie di approfondimenti è una realtà composita frutto di un intreccio tra infrastrutture e artefatti digitali, modelli manageriali e pratiche quotidiane. Una condizione di lavoro e di produzione che mette in luce la ricerca (e spesso la costruzione) di un equilibrio “segnato da tensioni tra controllo e autonomia, divari generazionali e tra PMI e grandi imprese”. Tutto senza trascurare anche le nuove esigenze di sicurezza informatica e di applicazione della stessa; e senza scordare, inoltre, il ruolo che comfort e design degli spazi di lavoro da remoto hanno su identità professionale e sui risultati.

L’istantanea dello smart working scattata dall’insieme di ricerche coordinate da Fattori e Zanetti è complessa, variegata e multiforme. E non si esaurisce certo nei limiti del libro che la racconta. Lo smart working che si delinea, infatti, necessita di una prospettiva insieme organizzativa, regolativa, tecnologica ed etica ancora tutta da mettere a punto.

 

 

Lo smart working in Italia. Una lettura socio-tecnica del lavoro agile tra mutamenti organizzativi e trasformazioni tecnologiche

Lorenzo Fattori, Massimo Angelo Zanetti

Franco Angeli, 2026

La laurea dopo i 40 anni: cresce il numero di chi torna all’università per fare carriera ma anche per capire meglio il mondo che cambia

“Gli esami non finiscono mai”, recitava, con un tono di affaticata malinconia, nel 1973, Eduardo De Filippo. Una condizione esistenziale difficile, di risposte spossanti rispetto alle continue sfide della vita. Un capitolo d’infelicità della “Cantata dei giorni dispari”.

Eduardo sotto il tormento degli esami era straordinario: una pagina mirabile della letteratura teatrale italiana. Eppure, a sfogliare adesso le pagine dei quotidiani, quella condizione di prova continua sembra avere trovato una dimensione diversa dalla tristezza di Eduardo. “La voglia di università torna a quarant’anni”, scrive Viola Giannoli su La Repubblica (28 aprile). E documenta come “cresce la platea degli adulti che tornano a frequentare gli atenei: nell’ultimo decennio il loro numero è raddoppiato. Una scelta in cerca di riscatto e di nuove competenze”.

Gli “over 40” all’università sono 133.079 (anno scolastico ‘24-‘25), il 6,4% dei nostri 2 milioni di studenti universitari in Italia. E il loro numero aumenta di anno in anno. Erano appena 61mila nel 2015/2016, hanno superato i 100mila nel ‘21/‘22 e i 122.454 nel ‘23/‘24. Un fenomeno che continua a crescere.

L’Italia, come sappiamo, è penultima per laureati in Europa. E non saranno certo gli studenti dai capelli grigi a risolvere il problema (soprattutto in una condizione generale demografica di perdita costante di popolazione). Eppure, quegli oltre 100mila quarantenni che riprendono in mano i libri e aggiungono, al lavoro quotidiano e ai normali carichi familiari, anche un rinnovato impegno sugli studi dicono al resto del Paese qualcosa di molto importante.

Sono radicalmente cambiati il lavoro, le conoscenze, i saperi necessari non solo per fare carriera ma anche per affrontare con maggiore consapevolezza tutte le questioni poste dalle transizioni digitali e ambientali che da tempo investono e trasformano gli ambienti professionali (nell’industria, nei servizi, in numerosissime dimensioni del terziario) e non avere le competenze per stare al passo delle trasformazioni significa di fatto rimanere indietro sul posto di lavoro. Con conseguenti ricadute sul piano professionale e retributivo.

Certo, tra tante storie personali, ce ne sono parecchie che raccontano di soddisfazioni personali, di orgoglio culturale e sociale nel prendere, finalmente, la laurea dopo aver interrotto controvoglia gli studi, di traguardi privati, di desiderio di completare un cammino interrotto da giovani per motivi economici e familiari. Di crescita lungo la scala sociale.

Ma, a guardare bene le storie raccolte dalle università, da Milano a Bologna, le esigenze professionali e di carriera hanno la prevalenza.

A favore della ripresa degli studi giocano molto le scelte fatte dalle università e verificate con successo durante il Covid, sulle lezioni a distanza. E la crescente consapevolezza dello stesso corpo docente sulle responsabilità universitarie relative al livello generale di conoscenza del Paese e al miglioramento degli strumenti di comprensione di realtà sempre più complesse e difficili da interpretare.

Ma a giocare il ruolo maggiore è la consapevolezza della necessità di fare fronte alle trasformazioni produttive, ai cambiamenti dei contenuti e delle modalità dei lavori.

La consapevolezza crescente del rapporto tra produttività e retribuzioni pesa come stimolo. Così come pesano le trasformazioni dei ruoli e delle responsabilità di fronte alle radicali modifiche dei cicli produttivi, stravolti dalla diffusione delle tecnologie digitali e dalle pratiche organizzative data driven.

Tutto fa pensare che adesso la crescente diffusione dell’Intelligenza Artificiale farà crescere la tendenza a riprendere in mano i libri. E se è vero che molte aziende, con la loro Academy, si stanno impegnando molto per fare crescere i contenuti professionali dei propri dipendenti, è altrettanto vero che il ritorno sui libri e agli ambienti universitari continua ad avere un fascino che ha i suoi valori.

Siamo un paese che investe poco in ricerca e formazione. Che legge poco e mostra una scarsa dimestichezza con i libri. Che ha un alto livello di analfabetismo di ritorno. E che affronta con difficoltà le nuove sfide tecnologiche legate non solo al lavoro ma ai tanti processi di digitalizzazione della vita quotidiana.

Così, la notizia del ritorno all’università degli “over 40” non può non fare piacere. Ne avremo effetti positivi sulla conoscenza dei fenomeni che investono la nostra vita quotidiana (a cominciare dalla salute e dall’ambiente). Ma anche sulla consapevolezza della complessità delle scelte da fare per la vita personale e sociale, con i cambiamenti che investono la nostra vita, con tutti gli aspetti tecnologici ma anche culturali, sociali e morali che comportano. “Non è mai troppo tardi”, potremmo dire, per capire bene come e quanto cambia il nostro mondo e comportarci di conseguenza. Un libro è sempre più essenziale.

(photo Getty Images)

La laurea dopo i 40 anni: cresce il numero di chi torna all’università per fare carriera ma anche per capire meglio il mondo che cambia
La laurea dopo i 40 anni: cresce il numero di chi torna all’università per fare carriera ma anche per capire meglio il mondo che cambia

“Gli esami non finiscono mai”, recitava, con un tono di affaticata malinconia, nel 1973, Eduardo De Filippo. Una condizione esistenziale difficile, di risposte spossanti rispetto alle continue sfide della vita. Un capitolo d’infelicità della “Cantata dei giorni dispari”.

Eduardo sotto il tormento degli esami era straordinario: una pagina mirabile della letteratura teatrale italiana. Eppure, a sfogliare adesso le pagine dei quotidiani, quella condizione di prova continua sembra avere trovato una dimensione diversa dalla tristezza di Eduardo. “La voglia di università torna a quarant’anni”, scrive Viola Giannoli su La Repubblica (28 aprile). E documenta come “cresce la platea degli adulti che tornano a frequentare gli atenei: nell’ultimo decennio il loro numero è raddoppiato. Una scelta in cerca di riscatto e di nuove competenze”.

Gli “over 40” all’università sono 133.079 (anno scolastico ‘24-‘25), il 6,4% dei nostri 2 milioni di studenti universitari in Italia. E il loro numero aumenta di anno in anno. Erano appena 61mila nel 2015/2016, hanno superato i 100mila nel ‘21/‘22 e i 122.454 nel ‘23/‘24. Un fenomeno che continua a crescere.

L’Italia, come sappiamo, è penultima per laureati in Europa. E non saranno certo gli studenti dai capelli grigi a risolvere il problema (soprattutto in una condizione generale demografica di perdita costante di popolazione). Eppure, quegli oltre 100mila quarantenni che riprendono in mano i libri e aggiungono, al lavoro quotidiano e ai normali carichi familiari, anche un rinnovato impegno sugli studi dicono al resto del Paese qualcosa di molto importante.

Sono radicalmente cambiati il lavoro, le conoscenze, i saperi necessari non solo per fare carriera ma anche per affrontare con maggiore consapevolezza tutte le questioni poste dalle transizioni digitali e ambientali che da tempo investono e trasformano gli ambienti professionali (nell’industria, nei servizi, in numerosissime dimensioni del terziario) e non avere le competenze per stare al passo delle trasformazioni significa di fatto rimanere indietro sul posto di lavoro. Con conseguenti ricadute sul piano professionale e retributivo.

Certo, tra tante storie personali, ce ne sono parecchie che raccontano di soddisfazioni personali, di orgoglio culturale e sociale nel prendere, finalmente, la laurea dopo aver interrotto controvoglia gli studi, di traguardi privati, di desiderio di completare un cammino interrotto da giovani per motivi economici e familiari. Di crescita lungo la scala sociale.

Ma, a guardare bene le storie raccolte dalle università, da Milano a Bologna, le esigenze professionali e di carriera hanno la prevalenza.

A favore della ripresa degli studi giocano molto le scelte fatte dalle università e verificate con successo durante il Covid, sulle lezioni a distanza. E la crescente consapevolezza dello stesso corpo docente sulle responsabilità universitarie relative al livello generale di conoscenza del Paese e al miglioramento degli strumenti di comprensione di realtà sempre più complesse e difficili da interpretare.

Ma a giocare il ruolo maggiore è la consapevolezza della necessità di fare fronte alle trasformazioni produttive, ai cambiamenti dei contenuti e delle modalità dei lavori.

La consapevolezza crescente del rapporto tra produttività e retribuzioni pesa come stimolo. Così come pesano le trasformazioni dei ruoli e delle responsabilità di fronte alle radicali modifiche dei cicli produttivi, stravolti dalla diffusione delle tecnologie digitali e dalle pratiche organizzative data driven.

Tutto fa pensare che adesso la crescente diffusione dell’Intelligenza Artificiale farà crescere la tendenza a riprendere in mano i libri. E se è vero che molte aziende, con la loro Academy, si stanno impegnando molto per fare crescere i contenuti professionali dei propri dipendenti, è altrettanto vero che il ritorno sui libri e agli ambienti universitari continua ad avere un fascino che ha i suoi valori.

Siamo un paese che investe poco in ricerca e formazione. Che legge poco e mostra una scarsa dimestichezza con i libri. Che ha un alto livello di analfabetismo di ritorno. E che affronta con difficoltà le nuove sfide tecnologiche legate non solo al lavoro ma ai tanti processi di digitalizzazione della vita quotidiana.

Così, la notizia del ritorno all’università degli “over 40” non può non fare piacere. Ne avremo effetti positivi sulla conoscenza dei fenomeni che investono la nostra vita quotidiana (a cominciare dalla salute e dall’ambiente). Ma anche sulla consapevolezza della complessità delle scelte da fare per la vita personale e sociale, con i cambiamenti che investono la nostra vita, con tutti gli aspetti tecnologici ma anche culturali, sociali e morali che comportano. “Non è mai troppo tardi”, potremmo dire, per capire bene come e quanto cambia il nostro mondo e comportarci di conseguenza. Un libro è sempre più essenziale.

(photo Getty Images)

AI, il buon uso consapevole

Pubblicato un libro con più voci sull’Intelligenza Artificiale

Un pendolo che oscilla tra promesse straordinarie e minacce insidiose, tra l’essere un motore di efficienza e il convertirsi in una frontiera deflagrante. È così che l’Intelligenza Artificiale (AI) viene di volta in volta raccontata e proposta al pubblico. Estremi che si presentano, spesso, contemporaneamente e che, evidentemente, devono essere ben compresi e valutati sulla base di circostanze diverse. La domanda che tutti devono porsi, quindi, è come vivere questa oscillazione. Interrogativo che ha a che fare con tutti gli ambiti della società e dell’economia e che tocca ormai nel profondo anche la stessa cultura del vivere sociale e del produrre.

Leggere “Il pendolo dell’algoritmo. Sguardi multidisciplinari sull’Intelligenza Artificiale” curato da Ruben Razzante e appena pubblicato, può essere una buona guida per trovare il percorso giusto di comprensione della AI.

L’autore affronta il tema coinvolgendo figure apicali di grandi aziende, vertici di importanti associazioni, accademici e professionisti di vari settori che analizzano i chiaroscuri dell’AI, raccontando approcci illuminati, offrendo soluzioni premianti e orientando chi legge nella comprensione delle trasformazioni digitali in corso. Ogni contributo è una sorta di bussola utile per provare a governare il cambiamento in settori diversi ma complementari e contribuisce a costruire, come si è detto, una guida interdisciplinare che prova a trasformare l’algoritmo da enigma insondabile a lievito di valore.

Detto in altri termini, è il messaggio che Ruben Razzante cerca di trasmettere, l’adozione consapevole dell’algoritmo della AI può davvero generare valore economico e sociale, migliorare la qualità dei servizi, supportare decisioni più informate e sostenere la competitività, senza per questo eludere i rischi che richiedono governance, competenze e una cultura condivisa dell’uso etico della tecnologia. La sfida per tutti, d’altra parte, è oggi proprio questa: imparare a governare l’innovazione, prima che essa orienti e manipoli il destino dell’uomo.

Il pendolo dell’algoritmo. Sguardi multidisciplinari sull’Intelligenza Artificiale

Ruben Razzante

Franco Angeli, 2026

AI, il buon uso consapevole
AI, il buon uso consapevole

Pubblicato un libro con più voci sull’Intelligenza Artificiale

Un pendolo che oscilla tra promesse straordinarie e minacce insidiose, tra l’essere un motore di efficienza e il convertirsi in una frontiera deflagrante. È così che l’Intelligenza Artificiale (AI) viene di volta in volta raccontata e proposta al pubblico. Estremi che si presentano, spesso, contemporaneamente e che, evidentemente, devono essere ben compresi e valutati sulla base di circostanze diverse. La domanda che tutti devono porsi, quindi, è come vivere questa oscillazione. Interrogativo che ha a che fare con tutti gli ambiti della società e dell’economia e che tocca ormai nel profondo anche la stessa cultura del vivere sociale e del produrre.

Leggere “Il pendolo dell’algoritmo. Sguardi multidisciplinari sull’Intelligenza Artificiale” curato da Ruben Razzante e appena pubblicato, può essere una buona guida per trovare il percorso giusto di comprensione della AI.

L’autore affronta il tema coinvolgendo figure apicali di grandi aziende, vertici di importanti associazioni, accademici e professionisti di vari settori che analizzano i chiaroscuri dell’AI, raccontando approcci illuminati, offrendo soluzioni premianti e orientando chi legge nella comprensione delle trasformazioni digitali in corso. Ogni contributo è una sorta di bussola utile per provare a governare il cambiamento in settori diversi ma complementari e contribuisce a costruire, come si è detto, una guida interdisciplinare che prova a trasformare l’algoritmo da enigma insondabile a lievito di valore.

Detto in altri termini, è il messaggio che Ruben Razzante cerca di trasmettere, l’adozione consapevole dell’algoritmo della AI può davvero generare valore economico e sociale, migliorare la qualità dei servizi, supportare decisioni più informate e sostenere la competitività, senza per questo eludere i rischi che richiedono governance, competenze e una cultura condivisa dell’uso etico della tecnologia. La sfida per tutti, d’altra parte, è oggi proprio questa: imparare a governare l’innovazione, prima che essa orienti e manipoli il destino dell’uomo.

Il pendolo dell’algoritmo. Sguardi multidisciplinari sull’Intelligenza Artificiale

Ruben Razzante

Franco Angeli, 2026

La vitalità di Milano e i successi del design. E torna d’attualità la lezione di Gio Ponti

“Non è il cemento, non è il legno, non è la pietra, non è l’acciaio, non è il vetro l’elemento più resistente. Il materiale più resistente nell’edilizia è l’arte”. La citazione è di Gio Ponti. E individua, come cardine della vita di un edificio (e, per estensione, di un oggetto) non tanto e non soltanto la forza della materia, ma quell’altra dimensione, di ben più difficile definizione, che è la bellezza, la qualità artistica di un edificio.

Il Grattacielo Pirelli, a Milano (inizio di costruzione 1956, inaugurazione 1960, simbolo del boom economico italiano) continua a fare da speciale landmark, da punto di riferimento identitario, nonostante nel corso del tempo altri grattacieli, belli e famosi, abbiano straordinariamente arricchito la città di Milano. Perché riesce a sfidare il tempo? Progettato appunto da Ponti, con le strutture disegnate da Pier Luigi Nervi, quel grattacielo è diventata un’icona, che con la sua speciale forma a ottagono, rappresenta nella lunga durata del tempo la modernità. La storia ci dirà quanti e quali altri edifici avranno le stesse caratteristiche. Ma intanto il “Pirellone “ sta lì. Ed è impossibile evitare di guardarlo per chiunque arrivi a Milano, per la prima o la millesima volta.

C’è un’altra frase di Ponti, di cui fare buona memoria proprio in questi giorni dominati dai mille eventi del Salone del Mobile: “In Italia l’arte si è innamorata dell’industria. Ecco perché l’industria è un fatto culturale”.

Impossibile, naturalmente, sapere quanti degli oltre 300mila visitatori del Salone abbiano conoscenza o anche solo vaga memoria delle elaborazioni teoriche e delle intuizioni di Ponti. Resta il fatto che proprio nella sintesi tra forma e funzione, lavorazione della materia ed evoluzione delle tecniche costruttive, bellezza e funzione (e dunque grazie ai “grandi maestri del design”, da Ponti a Enzo Mari, Achille Castiglioni, Gae Aulenti, Carlo Scarpa, Franco Albini… e a tutti gli altri che sono venuti dopo) il design italiano ha continuato ad avere una funzione di avanguardia nel mondo. Design industriale, Oggetti d’uso. Prodotti che abitano il tempo della nostra vita e ne migliorano la qualità. Non decorazione. Arte e industria, appunto.

La conferma arriva anche quest’anno dai numeri, nonostante i timori della vigilia (le guerre, i trasporti difficili, le tensioni internazionali…). Oltre 300mila i visitatori, più di 1.900 espositori da 32 paesi, un’industria coinvolta (dal legno alla meccanica), capace di generare un fatturato alla produzione di quasi 28 miliardi di euro e di confermarsi punto di riferimento del miglior Made in Italy (accanto a meccanica e meccatronica, robotica, automotive. cantieristica navale e aerospazio, gomma e plastica, chimica e farmaceutica, alimentare e arredamento, etc.).

Green economy, anche. Come conferma l’ultima edizione del Rapporto Design Economy presentato da Symbola, Deloitte, PoliDesign e Adi (IlSole24Ore 16 aprile).

Sostiene Realacci, presidente di Symbola: La leadership italiana nel design conferma il suo ruolo di infrastruttura immateriale del made in Italy ed è protagonista della sfida alla sostenibilità internazionale.

Anche grazie al Salone e agli altri eventi promossi dalla Fiera di Milano all’estero, Milano continua ad avere solide caratteristiche di attrattività, per studenti, designer, imprenditori, artisti, personalità della comunicazione e della fotografia. E se lo stato di salute di una metropoli può essere misurato in molti modi, proprio gli eventi come il Salone del Mobile (e le attività internazionali dell’ADI, l’Associazione del design industriale, con i premi “Compasso d’Oro”, sono termometro di una tensione dialogante tra industria e cultura, progetto e prodotto, creatività e sviluppo delle varie forme d’arte).

Milano metropoli laboratorio (con tutti i suoi limiti e le sue ombre). Ma comunque città da studiare, fare crescere, vivere, tra mercato e socialità, produttività culturale e formazione di alto livello.

Milano lavori in corso. È stata appena ristrutturata e risistemata una delle piazze più esemplari, quel rettangolo tra via Pantano e via Festa del Perdono, proprio sotto Torre Velasca (un altro simbolo di Milano che torna a nuova vita).

Lì, di fronte a Torre Velasca, è stato ristrutturato anche il palazzo di Assolombarda, l’associazione degli imprenditori, acciaio e vetro e un giardino interno. L’aveva disegnato alla fine degli anni Cinquanta proprio Gio Ponti.

E torniamo così a Ponti. Nasce, entro la fine dell’anno, uno spazio speciale dedicato alle sue opere, 700 metri quadri dedicati alla sua opera, grazie a un accordo tra la Regione Lombardia e il Museo dell’Adi. Omaggio alla memoria. Ma anche suggerimento di scuola, per tutti coloro che vorranno continuare a venire a Milano a vedere come cambia e cresce una città, mai immemore della sua cultura, attenta semmai a conservare, nonostante tutto, la sua modernità. In fin dei conti, aveva proprio ragione Boccioni: “la città che sale…”

(foto Getty Images)

La vitalità di Milano e i successi del design. E torna d’attualità la lezione di Gio Ponti
La vitalità di Milano e i successi del design. E torna d’attualità la lezione di Gio Ponti

“Non è il cemento, non è il legno, non è la pietra, non è l’acciaio, non è il vetro l’elemento più resistente. Il materiale più resistente nell’edilizia è l’arte”. La citazione è di Gio Ponti. E individua, come cardine della vita di un edificio (e, per estensione, di un oggetto) non tanto e non soltanto la forza della materia, ma quell’altra dimensione, di ben più difficile definizione, che è la bellezza, la qualità artistica di un edificio.

Il Grattacielo Pirelli, a Milano (inizio di costruzione 1956, inaugurazione 1960, simbolo del boom economico italiano) continua a fare da speciale landmark, da punto di riferimento identitario, nonostante nel corso del tempo altri grattacieli, belli e famosi, abbiano straordinariamente arricchito la città di Milano. Perché riesce a sfidare il tempo? Progettato appunto da Ponti, con le strutture disegnate da Pier Luigi Nervi, quel grattacielo è diventata un’icona, che con la sua speciale forma a ottagono, rappresenta nella lunga durata del tempo la modernità. La storia ci dirà quanti e quali altri edifici avranno le stesse caratteristiche. Ma intanto il “Pirellone “ sta lì. Ed è impossibile evitare di guardarlo per chiunque arrivi a Milano, per la prima o la millesima volta.

C’è un’altra frase di Ponti, di cui fare buona memoria proprio in questi giorni dominati dai mille eventi del Salone del Mobile: “In Italia l’arte si è innamorata dell’industria. Ecco perché l’industria è un fatto culturale”.

Impossibile, naturalmente, sapere quanti degli oltre 300mila visitatori del Salone abbiano conoscenza o anche solo vaga memoria delle elaborazioni teoriche e delle intuizioni di Ponti. Resta il fatto che proprio nella sintesi tra forma e funzione, lavorazione della materia ed evoluzione delle tecniche costruttive, bellezza e funzione (e dunque grazie ai “grandi maestri del design”, da Ponti a Enzo Mari, Achille Castiglioni, Gae Aulenti, Carlo Scarpa, Franco Albini… e a tutti gli altri che sono venuti dopo) il design italiano ha continuato ad avere una funzione di avanguardia nel mondo. Design industriale, Oggetti d’uso. Prodotti che abitano il tempo della nostra vita e ne migliorano la qualità. Non decorazione. Arte e industria, appunto.

La conferma arriva anche quest’anno dai numeri, nonostante i timori della vigilia (le guerre, i trasporti difficili, le tensioni internazionali…). Oltre 300mila i visitatori, più di 1.900 espositori da 32 paesi, un’industria coinvolta (dal legno alla meccanica), capace di generare un fatturato alla produzione di quasi 28 miliardi di euro e di confermarsi punto di riferimento del miglior Made in Italy (accanto a meccanica e meccatronica, robotica, automotive. cantieristica navale e aerospazio, gomma e plastica, chimica e farmaceutica, alimentare e arredamento, etc.).

Green economy, anche. Come conferma l’ultima edizione del Rapporto Design Economy presentato da Symbola, Deloitte, PoliDesign e Adi (IlSole24Ore 16 aprile).

Sostiene Realacci, presidente di Symbola: La leadership italiana nel design conferma il suo ruolo di infrastruttura immateriale del made in Italy ed è protagonista della sfida alla sostenibilità internazionale.

Anche grazie al Salone e agli altri eventi promossi dalla Fiera di Milano all’estero, Milano continua ad avere solide caratteristiche di attrattività, per studenti, designer, imprenditori, artisti, personalità della comunicazione e della fotografia. E se lo stato di salute di una metropoli può essere misurato in molti modi, proprio gli eventi come il Salone del Mobile (e le attività internazionali dell’ADI, l’Associazione del design industriale, con i premi “Compasso d’Oro”, sono termometro di una tensione dialogante tra industria e cultura, progetto e prodotto, creatività e sviluppo delle varie forme d’arte).

Milano metropoli laboratorio (con tutti i suoi limiti e le sue ombre). Ma comunque città da studiare, fare crescere, vivere, tra mercato e socialità, produttività culturale e formazione di alto livello.

Milano lavori in corso. È stata appena ristrutturata e risistemata una delle piazze più esemplari, quel rettangolo tra via Pantano e via Festa del Perdono, proprio sotto Torre Velasca (un altro simbolo di Milano che torna a nuova vita).

Lì, di fronte a Torre Velasca, è stato ristrutturato anche il palazzo di Assolombarda, l’associazione degli imprenditori, acciaio e vetro e un giardino interno. L’aveva disegnato alla fine degli anni Cinquanta proprio Gio Ponti.

E torniamo così a Ponti. Nasce, entro la fine dell’anno, uno spazio speciale dedicato alle sue opere, 700 metri quadri dedicati alla sua opera, grazie a un accordo tra la Regione Lombardia e il Museo dell’Adi. Omaggio alla memoria. Ma anche suggerimento di scuola, per tutti coloro che vorranno continuare a venire a Milano a vedere come cambia e cresce una città, mai immemore della sua cultura, attenta semmai a conservare, nonostante tutto, la sua modernità. In fin dei conti, aveva proprio ragione Boccioni: “la città che sale…”

(foto Getty Images)

Quando i prodotti diventano icone e raccontano un mondo

Discussa da poco una tesi che pone la Vespa come paradigma di una cultura d’impresa particolare

 

Oggetti frutto del genio industriale che diventano icone di tecnologia ma anche di design. Oggetti che sono espressioni di una cultura inimitabile del produrre. Oggetti che segnano periodi storici e sociali importanti. Per tutti. È il caso della Vespa, leggenda e prodotto industriale che ha segnato e segna una cultura industriale unica. E che sono da studiare a fondo come fa Alberto Prearo con la sua ricerca che ha preso forma di tesi discussa presso l’Università degli studi di Padova.

Leggendo “L’immagine iconica della Vespa tra arte, cinema e design” si comprende – come scrivo lo stesso Prearo – “come pochi altri oggetti abbiano saputo incarnare con la stessa efficacia della Vespa il complesso intreccio tra innovazione tecnologica, produzione industriale, comunicazione visiva e costruzione dell’immaginario collettivo all’interno del panorama della cultura materiale del Novecento”.

La tesi è quindi una indagine appassionata sulle origini e sullo sviluppo di questo prodotto/icona e su come questo è stato raccontato dalle arti visive. Dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale, il Paese intraprende un processo di ricostruzione che avrebbe portato ben presto, pochi decenni, al boom economico ed in questo scenario si colloca il successo della Vespa che incarna le trasformazioni culturali, sociali ed economiche. Vespa, viene spiegato, è uno dei simboli degli stili di vita e delle abitudini quotidiane degli italiani che subiscono un processo di rinnovamento e di crescita, con l’introduzione di nuovi modelli di consumo e, in particolare, con nuove forme di mobilità.

La tesi cerca quindi di studiare la Vespa proprio all’interno di questi molteplici aspetti, analizzando l’evoluzione che il prodotto industriale è riuscito a fare trasformandosi in oggetto culturale con la caratteristica di saper riflettere e al tempo stesso modellare l’immaginario dell’Italia del dopoguerra.

Il lavoro di Alberto Prearo cerca di mettere in primo piano i processi attraverso i quali questo scooter è stato in grado di trasformarsi in una vera e propria icona del design italiano. Così, una ricerca d’accademia diventa racconto di un Paese.

 

L’immagine iconica della Vespa tra arte, cinema e design

Alberto Prearo

Tesi, Università degli studi di Padova, Dipartimento dei Beni Culturali: archeologia, storia dell’arte, del cinema e della musica, 2026

Quando i prodotti diventano icone e raccontano un mondo
Quando i prodotti diventano icone e raccontano un mondo

Discussa da poco una tesi che pone la Vespa come paradigma di una cultura d’impresa particolare

 

Oggetti frutto del genio industriale che diventano icone di tecnologia ma anche di design. Oggetti che sono espressioni di una cultura inimitabile del produrre. Oggetti che segnano periodi storici e sociali importanti. Per tutti. È il caso della Vespa, leggenda e prodotto industriale che ha segnato e segna una cultura industriale unica. E che sono da studiare a fondo come fa Alberto Prearo con la sua ricerca che ha preso forma di tesi discussa presso l’Università degli studi di Padova.

Leggendo “L’immagine iconica della Vespa tra arte, cinema e design” si comprende – come scrivo lo stesso Prearo – “come pochi altri oggetti abbiano saputo incarnare con la stessa efficacia della Vespa il complesso intreccio tra innovazione tecnologica, produzione industriale, comunicazione visiva e costruzione dell’immaginario collettivo all’interno del panorama della cultura materiale del Novecento”.

La tesi è quindi una indagine appassionata sulle origini e sullo sviluppo di questo prodotto/icona e su come questo è stato raccontato dalle arti visive. Dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale, il Paese intraprende un processo di ricostruzione che avrebbe portato ben presto, pochi decenni, al boom economico ed in questo scenario si colloca il successo della Vespa che incarna le trasformazioni culturali, sociali ed economiche. Vespa, viene spiegato, è uno dei simboli degli stili di vita e delle abitudini quotidiane degli italiani che subiscono un processo di rinnovamento e di crescita, con l’introduzione di nuovi modelli di consumo e, in particolare, con nuove forme di mobilità.

La tesi cerca quindi di studiare la Vespa proprio all’interno di questi molteplici aspetti, analizzando l’evoluzione che il prodotto industriale è riuscito a fare trasformandosi in oggetto culturale con la caratteristica di saper riflettere e al tempo stesso modellare l’immaginario dell’Italia del dopoguerra.

Il lavoro di Alberto Prearo cerca di mettere in primo piano i processi attraverso i quali questo scooter è stato in grado di trasformarsi in una vera e propria icona del design italiano. Così, una ricerca d’accademia diventa racconto di un Paese.

 

L’immagine iconica della Vespa tra arte, cinema e design

Alberto Prearo

Tesi, Università degli studi di Padova, Dipartimento dei Beni Culturali: archeologia, storia dell’arte, del cinema e della musica, 2026

Una nuova veste grafica per il sito fondazionepirelli.org

Il sito della Fondazione Pirelli è online con una veste grafica tutta nuova, con l’obiettivo di renderne la navigazione ancor più intuitiva, funzionale e accessibile e di valorizzare l’importante patrimonio iconografico dell’Archivio Storico, attraverso una migliore visualizzazione delle immagini.

Tra le principali novità: la sezione dell’Archivio Storico  rivista con una diversa modalità di ricerca e consultazione dei materiali pensata per migliorare l’esperienza dell’utente tra i documenti digitalizzati; la pagina dedicata alla lettura e alle biblioteche razionalizzata e implementata di pagine dedicate alle interviste con gli autori.

L’introduzione di nuovi layout per le pagine interne ha reso la navigazione ancor più fluida, fornendo maggiore coerenza visiva e una valorizzazione più efficace degli asset digitali: documenti, fotografie e materiali d’archivio.

Spazio  anche alla modalità di raggiungimento della Fondazione Pirelli, ai servizi disponibili per le diverse tipologie di utenza, alle informazioni sull’ accessibilità.

Un’attenzione particolare è stata dedicata inoltre alla fruibilità del sito per le varie utenze:  revisione dei colori e dei contrasti, valorizzazione delle immagini, ridisegno dei componenti dell’homepage e riorganizzazione dei menu, in conformità con le più recenti linee guida sull’inclusività digitale.

Una nuova veste grafica per il sito fondazionepirelli.org
Una nuova veste grafica per il sito fondazionepirelli.org

Il sito della Fondazione Pirelli è online con una veste grafica tutta nuova, con l’obiettivo di renderne la navigazione ancor più intuitiva, funzionale e accessibile e di valorizzare l’importante patrimonio iconografico dell’Archivio Storico, attraverso una migliore visualizzazione delle immagini.

Tra le principali novità: la sezione dell’Archivio Storico  rivista con una diversa modalità di ricerca e consultazione dei materiali pensata per migliorare l’esperienza dell’utente tra i documenti digitalizzati; la pagina dedicata alla lettura e alle biblioteche razionalizzata e implementata di pagine dedicate alle interviste con gli autori.

L’introduzione di nuovi layout per le pagine interne ha reso la navigazione ancor più fluida, fornendo maggiore coerenza visiva e una valorizzazione più efficace degli asset digitali: documenti, fotografie e materiali d’archivio.

Spazio  anche alla modalità di raggiungimento della Fondazione Pirelli, ai servizi disponibili per le diverse tipologie di utenza, alle informazioni sull’ accessibilità.

Un’attenzione particolare è stata dedicata inoltre alla fruibilità del sito per le varie utenze:  revisione dei colori e dei contrasti, valorizzazione delle immagini, ridisegno dei componenti dell’homepage e riorganizzazione dei menu, in conformità con le più recenti linee guida sull’inclusività digitale.

Iscriviti alla newsletter