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L’importanza della conoscenza per un buon futuro

Cinque lezioni, raccolte in un libro appena pubblicato, raccontano il senso della ricerca e della formazione

 

Investire in conoscenza. Compito delle istituzioni ma anche delle imprese. Compito – a ben vedere – un po’ di tutti. Perché la conoscenza passa per i grandi progetti nazionali e internazionali, ma anche per la voglia di sapere e capire di ogni persona. Conoscenza per tutti, quindi. Tema, questo, che coinvolge anche il sistema economico e produttivo; e che rappresenta un elemento qualificante anche di ogni buona cultura del produrre.

È attorno alla conoscenza che ragiona Maria Chiara Carrozza – ordinaria di bioingegneria alla Bicocca di Milano con un passato di ricerca e di responsabilità in molte istituzioni – con il suo “Quanto vale la conoscenza. Cinque lezioni per la ricerca del futuro” appena pubblicato.

In un’epoca segnata dall’intelligenza artificiale, dalle crisi globali e da trasformazioni scientifiche senza precedenti, il libro di Carrozza invita a interrogarsi su che cosa significhi oggi investire nella ricerca e nel sapere. E le risposte che vengono date arrivano dalla lunga esperienza dell’autrice come ricercatrice, dirigente e protagonista delle istituzioni.

Cinque, appunto, i capitoli in cui si articola il libro: l’essenzialità della ricerca, le relazioni tra questa la politica e le istituzioni, la questione dei talenti e della libertà, l’importanza delle relazioni, l’educazione e la formazione al tempo dell’Intelligenza Artificiale. Il libro propone così una articolata riflessione sul futuro della ricerca come bene pubblico, sulla libertà accademica e sulla necessità di politiche lungimiranti capaci di attrarre talenti e costruire ecosistemi della conoscenza solidi e inclusivi.

Educazione e visione condivisa appaiono essere i due concetti importanti che Maria Chiara Carrozza propone nel suo libro. Che deve essere letto con attenzione e magari riletto.

 

Quanto vale la conoscenza. Cinque lezioni per la ricerca del futuro

Maria Chiara Carrozza

Egea, 2026

L’importanza della conoscenza per un buon futuro
L’importanza della conoscenza per un buon futuro

Cinque lezioni, raccolte in un libro appena pubblicato, raccontano il senso della ricerca e della formazione

 

Investire in conoscenza. Compito delle istituzioni ma anche delle imprese. Compito – a ben vedere – un po’ di tutti. Perché la conoscenza passa per i grandi progetti nazionali e internazionali, ma anche per la voglia di sapere e capire di ogni persona. Conoscenza per tutti, quindi. Tema, questo, che coinvolge anche il sistema economico e produttivo; e che rappresenta un elemento qualificante anche di ogni buona cultura del produrre.

È attorno alla conoscenza che ragiona Maria Chiara Carrozza – ordinaria di bioingegneria alla Bicocca di Milano con un passato di ricerca e di responsabilità in molte istituzioni – con il suo “Quanto vale la conoscenza. Cinque lezioni per la ricerca del futuro” appena pubblicato.

In un’epoca segnata dall’intelligenza artificiale, dalle crisi globali e da trasformazioni scientifiche senza precedenti, il libro di Carrozza invita a interrogarsi su che cosa significhi oggi investire nella ricerca e nel sapere. E le risposte che vengono date arrivano dalla lunga esperienza dell’autrice come ricercatrice, dirigente e protagonista delle istituzioni.

Cinque, appunto, i capitoli in cui si articola il libro: l’essenzialità della ricerca, le relazioni tra questa la politica e le istituzioni, la questione dei talenti e della libertà, l’importanza delle relazioni, l’educazione e la formazione al tempo dell’Intelligenza Artificiale. Il libro propone così una articolata riflessione sul futuro della ricerca come bene pubblico, sulla libertà accademica e sulla necessità di politiche lungimiranti capaci di attrarre talenti e costruire ecosistemi della conoscenza solidi e inclusivi.

Educazione e visione condivisa appaiono essere i due concetti importanti che Maria Chiara Carrozza propone nel suo libro. Che deve essere letto con attenzione e magari riletto.

 

Quanto vale la conoscenza. Cinque lezioni per la ricerca del futuro

Maria Chiara Carrozza

Egea, 2026

Il “patriottismo dolce” e le scelte politiche per rilanciare industria, scienza e cultura

“Patriottismo dolce” è il tema del Seminario estivo di Symbola, a Mantova dall’11 al 13 giugno, per parlare di “Identità, comunità, soft economy nel tempo delle fratture”. Ed è proprio quell’aggettivo, “dolce” che esprime la valenza politica di una riflessione a tutto campo sul futuro dell’Italia. Una riflessione critica che si allarga, nel corso del seminario, alle considerazioni sull’Europa e sui valori politici, culturali e sociali di quel contesto che chiamiamo, adesso con una certa difficoltà, Occidente, per parlare della terra in cui storicamente convivono, non senza tensioni, la democrazia liberale, l’economia di mercato, il welfare State e cioè la libertà, l’intraprendenza innovativa, la solidarietà sociale.

Un Occidente ampio, europeo e americano, adesso in crisi. E un patriottismo che ha radici nei valori della rivoluzione francese (la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”) e, più in generale, dell’Illuminismo, nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, che risente profondamente delle tensioni culturali dell’Europa del Settecento e, in certi passaggi, anche delle elaborazione dei filosofi illuministi napoletani, a cominciare da quel Gaetano Filangieri cui va attribuita la paternità del “diritto alla ricerca della felicità” (“Lo scopo fondamentale di uno Stato giusto è garantire la felicità e il benessere dei cittadini, attraverso buone leggi”) e che pochi anni dopo ritroveremo, tramite l’impulso di Benjamin Franklin, nelle pagine della Costituzione Usa (tanto per ricordare una delle tante radici che legano culturalmente Europa e Usa).

Le nostre Costituzioni ne sono la continuazione e l’aggiornamento.

“Patriottismo dolce”, dunque. Non aggressivo. Carico semmai di virtù civili e di senso di responsabilità verso la comunità appunto come patria (etimologicamente, la “terra dei padri”, delle origini, delle memorie comuni e dei valori fondanti). Un valore politico (la polis come appartenenza) non chiuso. Non escludente. Tutt’altra valenza rispetto a quel nazionalismo ispirato dal primato di una nazione sulle altre, che ha segnato alcune delle pagine peggiori della storia tra Ottocento e Novecento (e ancora oggi fa sentire la sua influenza funesta proprio nel cuore delle tensioni geopolitiche che stiamo drammaticamente vivendo).

Chi vive da vicino la storia contemporanea non riesce ad intravvederne tutte le pieghe né a capirne la profondità delle fratture. Sull’Italia, però, accanto alla crescita stentata e alla vera e propria crisi di intere filiere industriali (automotive, elettrodomestici) e ai più generali timori di “deindustrializzazione” in corso, di cui parla con allarme anche Confindustria), vale la pena non dimenticare l’export in crescita e i successi in alcuni  settori strategici: la meccatronica, la farmaceutica, la chimica più sofisticata, l’aerospazio, etc.. Leve utili per costruire una nuova e migliore politica industriale italiana ed europea. La produttività e la competitività come “valori patriottici”? Di certo lo sono la ricerca, il lavoro e la coesione sociale, che da anni Symbola dimostra essere condizione di crescita, sia delle imprese che dei territori produttivi.

Il legame tra le due parole, “patriottismo” e “dolce” va fatto risalire a una conversazione tra il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ed Ermete Realacci, presidente di Symbola. Erano i primi anni del Duemila. E al Quirinale si lavorava per preparare le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia  (17 marzo 2011). La rivalutazione dell’Inno d’Italia. Una serie di convegni e di studi. Il ricordo della nascita del Tricolore. E una riflessione critica sul concetto di “patria”, insieme di valori che investono l’intera comunità nazionale e non sopportano appropriazioni distorcenti ma rinviano a una “storia condivisa”, con tutte le sue glorie e le sue pesanti ombre (risuona ancora l’eco delle polemiche sulla “morte della patria” vissuta con profondo dolore da parte di molti italiani dopo la fuga del re Vittorio Emanuele III e della Corte da Roma a Brindisi, per evitare i rischi dell’occupazione nazista, con l’esercito lasciato allo sbando e l’Italia priva di governo).

Ciampi, meritoriamente, riprende in mano il concetto di patria. E ne fa uno dei cardini di riflessione sull’unità d’Italia. E quel “dolce”? Fa da richiamo alla lunga civiltà italiana, alla sua cultura, alla bellezza, alle diversità di paesaggi e ambienti. A una serie di dimensioni etiche e civili che parlano di dialogo, ospitalità, ambiente accogliente, operosità e a una identità mai chiusa e semmai aperta, dialogica, inclusiva. L’Italia che fa bene l’Italia, insomma.

È un patriottismo che ha profonde radici culturali e letterarie, Dante e Petrarca, Guicciardini, Alfieri e Foscolo, Manzoni, i poeti e gli scrittori che ispirano il Risorgimento. E Verdi: il melodramma è la colonna sonora dell’Italia in costruzione, del patriottismo unitario che vede rafforzare la propria valenza politica.

Dopo, verranno gli italiani con la consapevolezza diffusa di essere tali. Nelle trincee della prima guerra mondiale, tutti insieme, pastori sardi, braccianti siciliani, montanari dell’Appennino e delle valli alpine e contadini padani, una lingua comune imparata con gli ordini degli ufficiali e la durezza del conflitto (leggere Lussu, per averne un’idea). Negli anni del fascismo, con la retorica del primato italiano dall’eredità romana. E soprattutto con i radicali cambiamenti economici e sociali del dopoguerra e le grandi migrazioni dalle campagne del Sud alle fabbriche del Nord.

Ed è proprio in fabbrica che si impara a essere operaio e cittadino. Il lavoro e i valori. La durezza della fatica e dei conflitti. Ma anche – eccola – la dolcezza di una condizione umana e sociale di benessere che, nonostante tutto, cresce e coinvolge la maggior parte del Paese.

“La storia siamo noi”, ha ragione Francesco De Gregori. E noi siamo un’Italia in trasformazione, che, flessibile, si adatta ai cambiamenti e anzi ne smorza gli angoli e le lima le asperità.

Come parlare, dunque, oggi, del nostro patriottismo dolce, in una così difficile stagione di fratture, tensioni, conflitti, guerre?

Raccontando, per esempio, il patriottismo del lavoro e dell’impresa (“Prima ricostruire le fabbriche e poi le case”, concordarono, subito dopo la fine della guerra, il presidente di Confindustria Angelo Costa e il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio). E quell’attitudine a “fare, fare bene e fare del bene” che connota, in modo originale, l’inclinazione a “produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo” (per non dimenticare la lezione di Carlo M. Cipolla). E la cura per una sostenibilità ambientale e sociale, oltre che economica, che molte imprese hanno oramai incorporato nella propria cultura e nei propri modelli produttivi, tanto da farne un elemento di competitività sui mercati internazionali (ne sono testimoni gli indici finanziari internazionali che valutano positivamente le performances ESG delle principali imprese italiane in termini ambientali, sociali e di governance).

Basta provare a fare un immaginario “viaggio in Italia” per trovarne altre evidenti testimonianze. Per stare sull’attualità, il lavoro di Carlin Petrini con Slow Food, ricordato ai suoi funerali, sabato, all’Università di Pollenzo, con la lezione sulle questioni etiche, sociali ed ecologiche giocate sul terreno della qualità e della sostenibilità del cibo, un’importante indicazione italiana e mediterranea. O ancora con il ricordo tutt’altro che retorico fatto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la morte di Giovanni Falcone (il 23 maggio di 34 anni fa) e poi, pochi mesi dopo, di Paolo Borsellino: l’impegno antimafia è ancora di stretta attualità. E di quel patriottismo di cui andiamo fieri, le cosche mafiose sono nemici tutt’ora potenti e protetti.

Il “viaggio in Italia” parla ancora dei medici e degli infermieri che si sono impegnati durante il Covid, dei nostri soldati nelle difficili missioni di pace all’estero, dei sindaci che governano piccoli e grandi comuni tra pesanti difficoltà economiche e sociali, delle fiere e dei festival per incentivare la diffusione dei libri (Mantova, Pordenone, Torino…).

Ne scopriamo gli esempi sfogliando le pagine di cronaca dei giornali (“patriottismo dolce” è anche difendere con convinzione e intelligenti investimenti la qualità dell’informazione) e leggere dei ricercatori che occupano posizioni di primo piano nelle classifiche delle scoperte scientifiche internazionali, dei professori che insistono per continuare a insegnare senso e radici dell’essere comunità, non solo letteratura, storia e fisica, in scuole per cui lo Stato spende pochissimo, meno che negli altri paesi europei.

Un elenco lungo, fuori dalla propaganda degli “italiani brava gente” e del “Bel Paese” e attento invece alle donne e agli uomini che, nonostante tutto, in ogni attività professionale, produttiva, di assistenza, fanno con impegno e rigore il loro lavoro. Il “terzo settore” e il volontariato ne danno testimonianze continue. Un elenco da non dimenticare.

Il “patriottismo dolce”, insomma, è prendersi cura di questa Italia, anche come protagonista di un’Europa migliore da costruire. E dei suoi ragazzi e ragazze che meritano un futuro meno cupo di questo “inverno del nostro scontento” che ci tocca vivere. La transizione digitale e l’AI, declinata all’europea (i nostri linguaggi, i nostri valori), fanno parte di questo contesto.

Il “patriottismo dolce” è anche dare retta a Renzo Piano, che chiede il “rammendo” delle fratture ambientali, sociali e civili che lacerano le città, con le loro periferie abbandonate e dunque il tessuto nazionale. Ecco, un “rammendo”: un’opera di attenzione e di cura, un impegno politico serio, una cultura che Elio Vittorini voleva “utile”. Perché l’Italia ha anche un soft power fatto da senso della bellezza, sensibilità all’innovazione, virtù civili su cui fare leva. Nonostante tutto. Anche nei momenti più difficili.

Vengono in mente le parole conclusive di “Vita di Galileo” di Bertolt Brecht. Lo scienziato è nella sua stanza, solitario, umiliato dai membri dell’Inquisizione che gli hanno imposto l’abiura delle sue teorie e scoperte scientifiche e astronomiche. Entra un allievo. E gli chiede: “Maestro, com’è la notte?”. E in quella sera terribile, di fatica, dolore intellettuale e mortificazione, Galileo gli risponde: “Chiara”. La notte della scienza, dell’intelligenza e della ragione è comunque “chiara”.

Il patriottismo dolce sa vedere, nonostante tutto, le “notti chiare”.

(photo Getty Images)

Il “patriottismo dolce” e le scelte politiche per rilanciare industria, scienza e cultura
Il “patriottismo dolce” e le scelte politiche per rilanciare industria, scienza e cultura

“Patriottismo dolce” è il tema del Seminario estivo di Symbola, a Mantova dall’11 al 13 giugno, per parlare di “Identità, comunità, soft economy nel tempo delle fratture”. Ed è proprio quell’aggettivo, “dolce” che esprime la valenza politica di una riflessione a tutto campo sul futuro dell’Italia. Una riflessione critica che si allarga, nel corso del seminario, alle considerazioni sull’Europa e sui valori politici, culturali e sociali di quel contesto che chiamiamo, adesso con una certa difficoltà, Occidente, per parlare della terra in cui storicamente convivono, non senza tensioni, la democrazia liberale, l’economia di mercato, il welfare State e cioè la libertà, l’intraprendenza innovativa, la solidarietà sociale.

Un Occidente ampio, europeo e americano, adesso in crisi. E un patriottismo che ha radici nei valori della rivoluzione francese (la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”) e, più in generale, dell’Illuminismo, nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, che risente profondamente delle tensioni culturali dell’Europa del Settecento e, in certi passaggi, anche delle elaborazione dei filosofi illuministi napoletani, a cominciare da quel Gaetano Filangieri cui va attribuita la paternità del “diritto alla ricerca della felicità” (“Lo scopo fondamentale di uno Stato giusto è garantire la felicità e il benessere dei cittadini, attraverso buone leggi”) e che pochi anni dopo ritroveremo, tramite l’impulso di Benjamin Franklin, nelle pagine della Costituzione Usa (tanto per ricordare una delle tante radici che legano culturalmente Europa e Usa).

Le nostre Costituzioni ne sono la continuazione e l’aggiornamento.

“Patriottismo dolce”, dunque. Non aggressivo. Carico semmai di virtù civili e di senso di responsabilità verso la comunità appunto come patria (etimologicamente, la “terra dei padri”, delle origini, delle memorie comuni e dei valori fondanti). Un valore politico (la polis come appartenenza) non chiuso. Non escludente. Tutt’altra valenza rispetto a quel nazionalismo ispirato dal primato di una nazione sulle altre, che ha segnato alcune delle pagine peggiori della storia tra Ottocento e Novecento (e ancora oggi fa sentire la sua influenza funesta proprio nel cuore delle tensioni geopolitiche che stiamo drammaticamente vivendo).

Chi vive da vicino la storia contemporanea non riesce ad intravvederne tutte le pieghe né a capirne la profondità delle fratture. Sull’Italia, però, accanto alla crescita stentata e alla vera e propria crisi di intere filiere industriali (automotive, elettrodomestici) e ai più generali timori di “deindustrializzazione” in corso, di cui parla con allarme anche Confindustria), vale la pena non dimenticare l’export in crescita e i successi in alcuni  settori strategici: la meccatronica, la farmaceutica, la chimica più sofisticata, l’aerospazio, etc.. Leve utili per costruire una nuova e migliore politica industriale italiana ed europea. La produttività e la competitività come “valori patriottici”? Di certo lo sono la ricerca, il lavoro e la coesione sociale, che da anni Symbola dimostra essere condizione di crescita, sia delle imprese che dei territori produttivi.

Il legame tra le due parole, “patriottismo” e “dolce” va fatto risalire a una conversazione tra il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ed Ermete Realacci, presidente di Symbola. Erano i primi anni del Duemila. E al Quirinale si lavorava per preparare le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia  (17 marzo 2011). La rivalutazione dell’Inno d’Italia. Una serie di convegni e di studi. Il ricordo della nascita del Tricolore. E una riflessione critica sul concetto di “patria”, insieme di valori che investono l’intera comunità nazionale e non sopportano appropriazioni distorcenti ma rinviano a una “storia condivisa”, con tutte le sue glorie e le sue pesanti ombre (risuona ancora l’eco delle polemiche sulla “morte della patria” vissuta con profondo dolore da parte di molti italiani dopo la fuga del re Vittorio Emanuele III e della Corte da Roma a Brindisi, per evitare i rischi dell’occupazione nazista, con l’esercito lasciato allo sbando e l’Italia priva di governo).

Ciampi, meritoriamente, riprende in mano il concetto di patria. E ne fa uno dei cardini di riflessione sull’unità d’Italia. E quel “dolce”? Fa da richiamo alla lunga civiltà italiana, alla sua cultura, alla bellezza, alle diversità di paesaggi e ambienti. A una serie di dimensioni etiche e civili che parlano di dialogo, ospitalità, ambiente accogliente, operosità e a una identità mai chiusa e semmai aperta, dialogica, inclusiva. L’Italia che fa bene l’Italia, insomma.

È un patriottismo che ha profonde radici culturali e letterarie, Dante e Petrarca, Guicciardini, Alfieri e Foscolo, Manzoni, i poeti e gli scrittori che ispirano il Risorgimento. E Verdi: il melodramma è la colonna sonora dell’Italia in costruzione, del patriottismo unitario che vede rafforzare la propria valenza politica.

Dopo, verranno gli italiani con la consapevolezza diffusa di essere tali. Nelle trincee della prima guerra mondiale, tutti insieme, pastori sardi, braccianti siciliani, montanari dell’Appennino e delle valli alpine e contadini padani, una lingua comune imparata con gli ordini degli ufficiali e la durezza del conflitto (leggere Lussu, per averne un’idea). Negli anni del fascismo, con la retorica del primato italiano dall’eredità romana. E soprattutto con i radicali cambiamenti economici e sociali del dopoguerra e le grandi migrazioni dalle campagne del Sud alle fabbriche del Nord.

Ed è proprio in fabbrica che si impara a essere operaio e cittadino. Il lavoro e i valori. La durezza della fatica e dei conflitti. Ma anche – eccola – la dolcezza di una condizione umana e sociale di benessere che, nonostante tutto, cresce e coinvolge la maggior parte del Paese.

“La storia siamo noi”, ha ragione Francesco De Gregori. E noi siamo un’Italia in trasformazione, che, flessibile, si adatta ai cambiamenti e anzi ne smorza gli angoli e le lima le asperità.

Come parlare, dunque, oggi, del nostro patriottismo dolce, in una così difficile stagione di fratture, tensioni, conflitti, guerre?

Raccontando, per esempio, il patriottismo del lavoro e dell’impresa (“Prima ricostruire le fabbriche e poi le case”, concordarono, subito dopo la fine della guerra, il presidente di Confindustria Angelo Costa e il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio). E quell’attitudine a “fare, fare bene e fare del bene” che connota, in modo originale, l’inclinazione a “produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo” (per non dimenticare la lezione di Carlo M. Cipolla). E la cura per una sostenibilità ambientale e sociale, oltre che economica, che molte imprese hanno oramai incorporato nella propria cultura e nei propri modelli produttivi, tanto da farne un elemento di competitività sui mercati internazionali (ne sono testimoni gli indici finanziari internazionali che valutano positivamente le performances ESG delle principali imprese italiane in termini ambientali, sociali e di governance).

Basta provare a fare un immaginario “viaggio in Italia” per trovarne altre evidenti testimonianze. Per stare sull’attualità, il lavoro di Carlin Petrini con Slow Food, ricordato ai suoi funerali, sabato, all’Università di Pollenzo, con la lezione sulle questioni etiche, sociali ed ecologiche giocate sul terreno della qualità e della sostenibilità del cibo, un’importante indicazione italiana e mediterranea. O ancora con il ricordo tutt’altro che retorico fatto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la morte di Giovanni Falcone (il 23 maggio di 34 anni fa) e poi, pochi mesi dopo, di Paolo Borsellino: l’impegno antimafia è ancora di stretta attualità. E di quel patriottismo di cui andiamo fieri, le cosche mafiose sono nemici tutt’ora potenti e protetti.

Il “viaggio in Italia” parla ancora dei medici e degli infermieri che si sono impegnati durante il Covid, dei nostri soldati nelle difficili missioni di pace all’estero, dei sindaci che governano piccoli e grandi comuni tra pesanti difficoltà economiche e sociali, delle fiere e dei festival per incentivare la diffusione dei libri (Mantova, Pordenone, Torino…).

Ne scopriamo gli esempi sfogliando le pagine di cronaca dei giornali (“patriottismo dolce” è anche difendere con convinzione e intelligenti investimenti la qualità dell’informazione) e leggere dei ricercatori che occupano posizioni di primo piano nelle classifiche delle scoperte scientifiche internazionali, dei professori che insistono per continuare a insegnare senso e radici dell’essere comunità, non solo letteratura, storia e fisica, in scuole per cui lo Stato spende pochissimo, meno che negli altri paesi europei.

Un elenco lungo, fuori dalla propaganda degli “italiani brava gente” e del “Bel Paese” e attento invece alle donne e agli uomini che, nonostante tutto, in ogni attività professionale, produttiva, di assistenza, fanno con impegno e rigore il loro lavoro. Il “terzo settore” e il volontariato ne danno testimonianze continue. Un elenco da non dimenticare.

Il “patriottismo dolce”, insomma, è prendersi cura di questa Italia, anche come protagonista di un’Europa migliore da costruire. E dei suoi ragazzi e ragazze che meritano un futuro meno cupo di questo “inverno del nostro scontento” che ci tocca vivere. La transizione digitale e l’AI, declinata all’europea (i nostri linguaggi, i nostri valori), fanno parte di questo contesto.

Il “patriottismo dolce” è anche dare retta a Renzo Piano, che chiede il “rammendo” delle fratture ambientali, sociali e civili che lacerano le città, con le loro periferie abbandonate e dunque il tessuto nazionale. Ecco, un “rammendo”: un’opera di attenzione e di cura, un impegno politico serio, una cultura che Elio Vittorini voleva “utile”. Perché l’Italia ha anche un soft power fatto da senso della bellezza, sensibilità all’innovazione, virtù civili su cui fare leva. Nonostante tutto. Anche nei momenti più difficili.

Vengono in mente le parole conclusive di “Vita di Galileo” di Bertolt Brecht. Lo scienziato è nella sua stanza, solitario, umiliato dai membri dell’Inquisizione che gli hanno imposto l’abiura delle sue teorie e scoperte scientifiche e astronomiche. Entra un allievo. E gli chiede: “Maestro, com’è la notte?”. E in quella sera terribile, di fatica, dolore intellettuale e mortificazione, Galileo gli risponde: “Chiara”. La notte della scienza, dell’intelligenza e della ragione è comunque “chiara”.

Il patriottismo dolce sa vedere, nonostante tutto, le “notti chiare”.

(photo Getty Images)

L’umanità tecnologica

Raccolte una serie di ricerche sulle relazioni tra uomo e digitalizzazione

 

Esseri umani a confronto con la digitalizzazione del mondo. Confronto importante, quasi determinante per il futuro dei sistemi sociali ed economici. E confronto declinato in numerosi aspetti: il rapporto tra capitale umano e intelligenza artificiale, l’etica degli algoritmi, la centralità della persona, l’inclusione digitale e di genere, fino agli impatti della rivoluzione digitale su lavoro, democrazia, ambiente, scuola e pubblica amministrazione.

È attorno a tutti questi temi che sono state raccolte una serie di analisi e ricerche nell’ambito della Rassegna della Summer School “La sfida umana nell’epoca della trasformazione digitale”, promossa dalla Fondazione Prioritalia e dall’Istituto di Studi Superiori sulla Donna dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Indagini che riguardano il rapporto tra capitale umano e intelligenza artificiale (IA), la centralità della persona, l’inclusione digitale e le prospettive di genere, le relazioni tra le nuove tecnologie e la “cittadinanza digitale”, la trasformazione digitale nelle PMI, il valore del tempo e della relazione, i diritti nell’era dell’abbondanza tecnologica e altro ancora. Una sorta di ampio “manuale” per interpretare meglio e con maggiore consapevolezza la tecnologia che cambia.

La serie di indagini restituisce un mosaico di idee, analisi ed esperienze che mostrano come la tecnologia sia, prima di tutto, una sfida umana: un invito a coltivare valori quali consapevolezza, responsabilità ed equità, per costruire un futuro in cui innovazione ed etica camminino insieme. Questione di tecnologia, certamente, ma anche di consapevolezza e di cultura. Che deve toccare tutti.

La sfida umana nell’epoca della trasformazione digitale

Adele Ercolano, Filippo Salone (a cura di)

Summer School – Scuola estiva di alta formazione culturale, 2026

L’umanità tecnologica
L’umanità tecnologica

Raccolte una serie di ricerche sulle relazioni tra uomo e digitalizzazione

 

Esseri umani a confronto con la digitalizzazione del mondo. Confronto importante, quasi determinante per il futuro dei sistemi sociali ed economici. E confronto declinato in numerosi aspetti: il rapporto tra capitale umano e intelligenza artificiale, l’etica degli algoritmi, la centralità della persona, l’inclusione digitale e di genere, fino agli impatti della rivoluzione digitale su lavoro, democrazia, ambiente, scuola e pubblica amministrazione.

È attorno a tutti questi temi che sono state raccolte una serie di analisi e ricerche nell’ambito della Rassegna della Summer School “La sfida umana nell’epoca della trasformazione digitale”, promossa dalla Fondazione Prioritalia e dall’Istituto di Studi Superiori sulla Donna dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Indagini che riguardano il rapporto tra capitale umano e intelligenza artificiale (IA), la centralità della persona, l’inclusione digitale e le prospettive di genere, le relazioni tra le nuove tecnologie e la “cittadinanza digitale”, la trasformazione digitale nelle PMI, il valore del tempo e della relazione, i diritti nell’era dell’abbondanza tecnologica e altro ancora. Una sorta di ampio “manuale” per interpretare meglio e con maggiore consapevolezza la tecnologia che cambia.

La serie di indagini restituisce un mosaico di idee, analisi ed esperienze che mostrano come la tecnologia sia, prima di tutto, una sfida umana: un invito a coltivare valori quali consapevolezza, responsabilità ed equità, per costruire un futuro in cui innovazione ed etica camminino insieme. Questione di tecnologia, certamente, ma anche di consapevolezza e di cultura. Che deve toccare tutti.

La sfida umana nell’epoca della trasformazione digitale

Adele Ercolano, Filippo Salone (a cura di)

Summer School – Scuola estiva di alta formazione culturale, 2026

“Emozioni” in pista: il libro sui 500 GP di Pirelli al circuito di Barcellona-Catalogna

Un grande racconto per immagini e testi che attraversa 75 anni di presenza di Pirelli in Formula 1 e mette in scena la competizione come laboratorio estremo di tecnologia, decisioni e cultura d’impresa. Emozioni. I 500 GP di Pirelli nel Campionato del Mondo di F1”, a cura di Fondazione Pirelli e pubblicato da Marsilio Arte, celebra il traguardo dei 500 Gran Premi Pirelli nel Mondiale attraverso una ricca selezione di fotografie, in gran parte provenienti dall’Archivio Storico Pirelli. Il volume è stato presentato venerdì 12 giugno durante il Gran Premio di Barcellona‑Catalogna 2026 – nel luogo in cui la F1 prende forma, curva dopo curva – alla presenza di Marco Tronchetti Provera, Vicepresidente Esecutivo di Pirelli e insieme a numerosi ospiti del mondo dello sport e del giornalismo.

Durante l’evento, gli interventi dei relatori hanno offerto una riflessione sul mondo della Formula 1 e sul rapporto di Pirelli con il motorsport, ciascuno portando la propria testimonianza ed esperienza. Un viaggio che attraversa epoche, circuiti, dettagli tecnici e storici. Inserita nel ritmo e nell’atmosfera del weekend di gara, la presentazione ha raccontato la Formula 1 come una potente forma di immaginario contemporaneo e come percorso di record, vittorie e innovazione, che si apre ai capitoli futuri con la stessa passione che ne ha segnato gli esordi, nel 1950, a Silverstone.

“Emozioni” racconta una storia “dentro” la storia della F1: la ricerca come officina a cielo aperto, l’evoluzione tecnologica degli pneumatici e il ruolo delle persone – in pista e fuori – che rendono possibile lo spettacolo della velocità. La sequenza fotografica è montata con ritmo cinematografico, alternando volti e dettagli, circuiti e azione, backstage e numeri, fino alle dashboard finali con statistiche e infografiche. Dall’alba della F1 negli anni Cinquanta alla stagione degli anni Ottanta, con piloti indimenticabili come Ayrton Senna e Nelson Piquet, fino alle sfide più recenti, messe in luce da un reportage inedito del fotografo Darren Heath dedicato al Gran Premio di Gran Bretagna 2025 a Silverstone, che agisce da ponte fra memoria e contemporaneità.

“Emozioni” in pista: il libro sui 500 GP di Pirelli al circuito di Barcellona-Catalogna
“Emozioni” in pista: il libro sui 500 GP di Pirelli al circuito di Barcellona-Catalogna

Un grande racconto per immagini e testi che attraversa 75 anni di presenza di Pirelli in Formula 1 e mette in scena la competizione come laboratorio estremo di tecnologia, decisioni e cultura d’impresa. Emozioni. I 500 GP di Pirelli nel Campionato del Mondo di F1”, a cura di Fondazione Pirelli e pubblicato da Marsilio Arte, celebra il traguardo dei 500 Gran Premi Pirelli nel Mondiale attraverso una ricca selezione di fotografie, in gran parte provenienti dall’Archivio Storico Pirelli. Il volume è stato presentato venerdì 12 giugno durante il Gran Premio di Barcellona‑Catalogna 2026 – nel luogo in cui la F1 prende forma, curva dopo curva – alla presenza di Marco Tronchetti Provera, Vicepresidente Esecutivo di Pirelli e insieme a numerosi ospiti del mondo dello sport e del giornalismo.

Durante l’evento, gli interventi dei relatori hanno offerto una riflessione sul mondo della Formula 1 e sul rapporto di Pirelli con il motorsport, ciascuno portando la propria testimonianza ed esperienza. Un viaggio che attraversa epoche, circuiti, dettagli tecnici e storici. Inserita nel ritmo e nell’atmosfera del weekend di gara, la presentazione ha raccontato la Formula 1 come una potente forma di immaginario contemporaneo e come percorso di record, vittorie e innovazione, che si apre ai capitoli futuri con la stessa passione che ne ha segnato gli esordi, nel 1950, a Silverstone.

“Emozioni” racconta una storia “dentro” la storia della F1: la ricerca come officina a cielo aperto, l’evoluzione tecnologica degli pneumatici e il ruolo delle persone – in pista e fuori – che rendono possibile lo spettacolo della velocità. La sequenza fotografica è montata con ritmo cinematografico, alternando volti e dettagli, circuiti e azione, backstage e numeri, fino alle dashboard finali con statistiche e infografiche. Dall’alba della F1 negli anni Cinquanta alla stagione degli anni Ottanta, con piloti indimenticabili come Ayrton Senna e Nelson Piquet, fino alle sfide più recenti, messe in luce da un reportage inedito del fotografo Darren Heath dedicato al Gran Premio di Gran Bretagna 2025 a Silverstone, che agisce da ponte fra memoria e contemporaneità.

Le tante strade per raccontare le imprese

Un’analisi inconsueta della valorizzazione degli archivi aziendali

 

Storia ma anche retorica d’impresa. Racconto attento del passato che continua e si evolve nel presente, ma al quale è necessario accostarsi con grande attenzione. Sul tema, le analisi e gli studi sono ormai numerosi e importanti: riflesso, d’altra parte, delle numerose declinazioni con le quali una vicenda d’impresa può essere raccontata e interpretata.

“Di poeti, ingegneri, santi (e) imprenditori. Storia retorica del tecno-umanesimo industriale e l’utile eredità del patrimonio d’impresa” – saggio da poco pubblicato di Simone Dotto, ricercatore presso l’Università di Udine dove insegna Storia dei media e Media Archaeology – affronta il tema con un approccio particolare, sicuramente originale.

La ricerca di Dotto, infatti, si concentra, viene spiegato dallo stesso autore, “sul modo in cui le istituzioni patrimoniali contribuiscono al racconto pubblico della storia industriale italiana”. Caso di studio assunto dall’indagine è quello dell’archivio Olivetti e delle politiche espositive della mostra. “Una storia di innovazione” (2019). L’indagine prende quindi le mosse dall’inquadramento del “modo di intendere l’industria” di Adriano Olivetti per passare quindi subito all’analisi attenta della mostra “Una storia di innovazione” osservata da più punti di vista e guardando alla “costruzione di ogni racconto del passato (…) come un intreccio fra politiche del ricordo e dell’oblio”.

Simone Dotto nelle sue conclusioni spiega: “Selezionare macchine, siti architettonici, locandine pubblicitarie o qualsiasi elemento ritenuto rilevante per la storia aziendale per esibirne le qualità estetiche e la caratura autoriale significa sottrarlo al contesto al quale era destinato, integrarlo al patrimonio culturale in nome della sua ‘bellezza’ dimenticandone però l’agenzia sociale. Ma se è vero, come sostengono i fautori dell’heritage marketing, che la Storia può essere trasformata in una risorsa strategica per “raccontare storie”, è altrettanto vero che la stessa Storia si compone delle storie che sono state raccontate: non solo le date, i nomi, i ritrovati della tecnica, ma anche le rappresentazioni culturali, i discorsi contribuiscono a fare la storia dell’innovazione”.

È da leggere con attenzione la ricerca di Simone Dotto, con le cui conclusioni si può anche non essere d’accordo ma che è importante conoscere.

Di poeti, ingegneri, santi (e) imprenditori. Storia retorica del tecno-umanesimo industriale e l’utile eredità del patrimonio d’impresa

Simone Dotto

CLIONET – Per un senso del tempo e dei luoghi, numero 10, anno 2026

Le tante strade per raccontare le imprese
Le tante strade per raccontare le imprese

Un’analisi inconsueta della valorizzazione degli archivi aziendali

 

Storia ma anche retorica d’impresa. Racconto attento del passato che continua e si evolve nel presente, ma al quale è necessario accostarsi con grande attenzione. Sul tema, le analisi e gli studi sono ormai numerosi e importanti: riflesso, d’altra parte, delle numerose declinazioni con le quali una vicenda d’impresa può essere raccontata e interpretata.

“Di poeti, ingegneri, santi (e) imprenditori. Storia retorica del tecno-umanesimo industriale e l’utile eredità del patrimonio d’impresa” – saggio da poco pubblicato di Simone Dotto, ricercatore presso l’Università di Udine dove insegna Storia dei media e Media Archaeology – affronta il tema con un approccio particolare, sicuramente originale.

La ricerca di Dotto, infatti, si concentra, viene spiegato dallo stesso autore, “sul modo in cui le istituzioni patrimoniali contribuiscono al racconto pubblico della storia industriale italiana”. Caso di studio assunto dall’indagine è quello dell’archivio Olivetti e delle politiche espositive della mostra. “Una storia di innovazione” (2019). L’indagine prende quindi le mosse dall’inquadramento del “modo di intendere l’industria” di Adriano Olivetti per passare quindi subito all’analisi attenta della mostra “Una storia di innovazione” osservata da più punti di vista e guardando alla “costruzione di ogni racconto del passato (…) come un intreccio fra politiche del ricordo e dell’oblio”.

Simone Dotto nelle sue conclusioni spiega: “Selezionare macchine, siti architettonici, locandine pubblicitarie o qualsiasi elemento ritenuto rilevante per la storia aziendale per esibirne le qualità estetiche e la caratura autoriale significa sottrarlo al contesto al quale era destinato, integrarlo al patrimonio culturale in nome della sua ‘bellezza’ dimenticandone però l’agenzia sociale. Ma se è vero, come sostengono i fautori dell’heritage marketing, che la Storia può essere trasformata in una risorsa strategica per “raccontare storie”, è altrettanto vero che la stessa Storia si compone delle storie che sono state raccontate: non solo le date, i nomi, i ritrovati della tecnica, ma anche le rappresentazioni culturali, i discorsi contribuiscono a fare la storia dell’innovazione”.

È da leggere con attenzione la ricerca di Simone Dotto, con le cui conclusioni si può anche non essere d’accordo ma che è importante conoscere.

Di poeti, ingegneri, santi (e) imprenditori. Storia retorica del tecno-umanesimo industriale e l’utile eredità del patrimonio d’impresa

Simone Dotto

CLIONET – Per un senso del tempo e dei luoghi, numero 10, anno 2026

La solitudine dell’Europa e le condizioni per ritrovare slancio su sicurezza e innovazione

“La solitudine non nasce dall’essere soli ma dal non essere compresi” e cioè “dall’impossibilità di comunicare le cose che ci sembrano importanti”. Il giudizio di Carl Gustav Jung torna in mente rileggendo le parole di Mario Draghi durante il suo discorso ad Aquisgrana in occasione del premio Carlo Magno, uno dei massimi riconoscimenti europei. E testimoniano con grande chiarezza la condizione politica di un’Europa che si trova di fronte al crollo delle sicurezze di essere parte integrante e sicura di un Occidente costruito sull’asse dell’amicizia, delle sintonie politiche e culturali e dei legami con gli Usa: “Per la prima volta siamo soli, insieme”.

“Soli, insieme”. L’apparente ossimoro rivela tutta la pesantezza di una condizione che tocca i principali nodi dell’attualità politica europea: la sicurezza, l’energia, le nuove tecnologie, la politica industriale, le relazioni internazionali. E chiede con urgenza scelte politiche conseguenti.

Nella solitudine della sua ironia, Oscar Wilde poteva permettersi l’amaro lusso di sentenziare che “la sola compagnia possibile è la propria”. Una condizione umana che può avere i suoi punti di vantaggio. Una condizione politica, però, impossibile.

“Soli, insieme” ha anche un’altra valenza, su cui riflettere. L’Europa comune è patria di diversità, abituate da tempo al confronto e al dialogo. E in un mondo in così rapida trasformazione, le diversità finiscono per essere una ricchezza, su cui fare leva.

Ha dunque ragione Draghi quando esorta ancora una volta, da Aquisgrana, davanti al trono che fu un tempo di Carlo Magno, l’Europa a fare finalmente tutte le scelte necessarie per evitare di rimanere schiacciata dalla tenaglia delle relazioni tra gli Usa di Trump e la Cina di XI, tentati da un nuovo equilibrio del mondo da G2, mandati in soffitta il G7 e il G8.

Il secco monito di Draghi contro la solitudine è una sorta di ripetizione, carica di ben più ambiziosa e drammatica valenza politica, di quel “whatever it takes” con cui, da presidente della Bce, salvò l’euro e dunque l’avvenire dell’economia Ue da una delle più gravi crisi della valuta comune. E lo si ritroverà in libreria, dalla fine di maggio, nel saggio che Draghi ha affidato alle cure di Rizzoli, con un titolo forte, esplicito: “Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo”.

Ecco il punto. Prendere atto che “appartiene oramai alla memoria un mondo che non esiste più” (Marco Zatterin, La Stampa, 17 maggio), il mondo dell’equilibrio bipolare, dell’”ombrello della Nato” e della speciale amicizia atlantica (democrazia, sicurezza, business) e imparare a navigare i mari molto più insidiosi, pericolosi, sconosciuti.

E dunque rivedere radicalmente la governance Ue (addio vincoli dell’unanimità, addio burocrazie schematicamente regolatorie se non sui temi essenziali dei diritti e delle libertà, a cominciare da quelle economiche, dalla concorrenza e dunque dal mercato unico finalmente realizzato). E pensare a costruire politiche comuni, anche muovendosi in anticipo con i paesi che sono pronti ad andare avanti: la difesa, le tecnologie, la ricerca scientifica e la formazione, una politica industriale che massimizzi i vantaggi Ue, a cominciare dalla cultura del “fare, e fare bene” e dalla qualità diffusa di una mano d’opera industriale e un insieme di competenze tra le migliori al mondo (certo ben più capace di quella Usa).

L’Europa ha, insomma, ancora  molte carte in regola, per ricostruire un ruolo di primo piano, di interlocutore politico ed economico. Si tratta di decidere finalmente di giocarlo, abbandonando per strada sovranismi e populismi. E investendo. Risorse finanziarie. Ma anche quelle risorse culturali, etiche e civili che possono costruire una “via europea” all’Artificial Intelligence.

Risorse, val la pena insistere, di cui l’Europa ha primati rilevanti (la sua storia e la sua attualità culturale ne sono conferma) e che possono costituire nuove e più solide basi per il rilancio della civiltà europea, punto di riferimento del discorso pubblico e della ricerca (anche politica e sociale) di rilievo internazionale.

Investimenti finanziari, dicevamo. Almeno 1.200 miliardi di investimenti all’anno per un lungo periodo, sollecita Draghi. L’euro è moneta affidabile, la Ue si è già dimostrata debitore cui i mercati finanziari internazionali possono accordare una sicura fiducia.

I tempi non giocano a nostro favore, né quelli politici né quelli tecnologici. Ma esistono, proprio nelle grandi città europee, università, centri di ricerca e imprese d’avanguardia la cui collaborazione, nel piano di una efficace politica industriale e culturale, può permettere di insistere sulla crescita, l’autonomia e, appunto, la sicurezza.

La solitudine resta un rischio. La buona politica può dare risposte.

C’è un’altra caratteristica politica, su cui fare leva. Le relazioni che la Ue, in autonomia, può costruire e rafforzare, fuori dallo schematismo del G2. Gli accordi del Mercosur ne sono esempio. Così come i rapporti con Canada, Giappone, Corea, mondo arabo, etc.

Da una crisi politica, in altri termini, si esce solo con scelte politiche che sappiano guardare con ambizione al futuro. Il tramonto dell’Europa non è affatto obbligatoriamente lo scenario venturo.

(photo Getty Images)

La solitudine dell’Europa e le condizioni per ritrovare slancio su sicurezza e innovazione
La solitudine dell’Europa e le condizioni per ritrovare slancio su sicurezza e innovazione

“La solitudine non nasce dall’essere soli ma dal non essere compresi” e cioè “dall’impossibilità di comunicare le cose che ci sembrano importanti”. Il giudizio di Carl Gustav Jung torna in mente rileggendo le parole di Mario Draghi durante il suo discorso ad Aquisgrana in occasione del premio Carlo Magno, uno dei massimi riconoscimenti europei. E testimoniano con grande chiarezza la condizione politica di un’Europa che si trova di fronte al crollo delle sicurezze di essere parte integrante e sicura di un Occidente costruito sull’asse dell’amicizia, delle sintonie politiche e culturali e dei legami con gli Usa: “Per la prima volta siamo soli, insieme”.

“Soli, insieme”. L’apparente ossimoro rivela tutta la pesantezza di una condizione che tocca i principali nodi dell’attualità politica europea: la sicurezza, l’energia, le nuove tecnologie, la politica industriale, le relazioni internazionali. E chiede con urgenza scelte politiche conseguenti.

Nella solitudine della sua ironia, Oscar Wilde poteva permettersi l’amaro lusso di sentenziare che “la sola compagnia possibile è la propria”. Una condizione umana che può avere i suoi punti di vantaggio. Una condizione politica, però, impossibile.

“Soli, insieme” ha anche un’altra valenza, su cui riflettere. L’Europa comune è patria di diversità, abituate da tempo al confronto e al dialogo. E in un mondo in così rapida trasformazione, le diversità finiscono per essere una ricchezza, su cui fare leva.

Ha dunque ragione Draghi quando esorta ancora una volta, da Aquisgrana, davanti al trono che fu un tempo di Carlo Magno, l’Europa a fare finalmente tutte le scelte necessarie per evitare di rimanere schiacciata dalla tenaglia delle relazioni tra gli Usa di Trump e la Cina di XI, tentati da un nuovo equilibrio del mondo da G2, mandati in soffitta il G7 e il G8.

Il secco monito di Draghi contro la solitudine è una sorta di ripetizione, carica di ben più ambiziosa e drammatica valenza politica, di quel “whatever it takes” con cui, da presidente della Bce, salvò l’euro e dunque l’avvenire dell’economia Ue da una delle più gravi crisi della valuta comune. E lo si ritroverà in libreria, dalla fine di maggio, nel saggio che Draghi ha affidato alle cure di Rizzoli, con un titolo forte, esplicito: “Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo”.

Ecco il punto. Prendere atto che “appartiene oramai alla memoria un mondo che non esiste più” (Marco Zatterin, La Stampa, 17 maggio), il mondo dell’equilibrio bipolare, dell’”ombrello della Nato” e della speciale amicizia atlantica (democrazia, sicurezza, business) e imparare a navigare i mari molto più insidiosi, pericolosi, sconosciuti.

E dunque rivedere radicalmente la governance Ue (addio vincoli dell’unanimità, addio burocrazie schematicamente regolatorie se non sui temi essenziali dei diritti e delle libertà, a cominciare da quelle economiche, dalla concorrenza e dunque dal mercato unico finalmente realizzato). E pensare a costruire politiche comuni, anche muovendosi in anticipo con i paesi che sono pronti ad andare avanti: la difesa, le tecnologie, la ricerca scientifica e la formazione, una politica industriale che massimizzi i vantaggi Ue, a cominciare dalla cultura del “fare, e fare bene” e dalla qualità diffusa di una mano d’opera industriale e un insieme di competenze tra le migliori al mondo (certo ben più capace di quella Usa).

L’Europa ha, insomma, ancora  molte carte in regola, per ricostruire un ruolo di primo piano, di interlocutore politico ed economico. Si tratta di decidere finalmente di giocarlo, abbandonando per strada sovranismi e populismi. E investendo. Risorse finanziarie. Ma anche quelle risorse culturali, etiche e civili che possono costruire una “via europea” all’Artificial Intelligence.

Risorse, val la pena insistere, di cui l’Europa ha primati rilevanti (la sua storia e la sua attualità culturale ne sono conferma) e che possono costituire nuove e più solide basi per il rilancio della civiltà europea, punto di riferimento del discorso pubblico e della ricerca (anche politica e sociale) di rilievo internazionale.

Investimenti finanziari, dicevamo. Almeno 1.200 miliardi di investimenti all’anno per un lungo periodo, sollecita Draghi. L’euro è moneta affidabile, la Ue si è già dimostrata debitore cui i mercati finanziari internazionali possono accordare una sicura fiducia.

I tempi non giocano a nostro favore, né quelli politici né quelli tecnologici. Ma esistono, proprio nelle grandi città europee, università, centri di ricerca e imprese d’avanguardia la cui collaborazione, nel piano di una efficace politica industriale e culturale, può permettere di insistere sulla crescita, l’autonomia e, appunto, la sicurezza.

La solitudine resta un rischio. La buona politica può dare risposte.

C’è un’altra caratteristica politica, su cui fare leva. Le relazioni che la Ue, in autonomia, può costruire e rafforzare, fuori dallo schematismo del G2. Gli accordi del Mercosur ne sono esempio. Così come i rapporti con Canada, Giappone, Corea, mondo arabo, etc.

Da una crisi politica, in altri termini, si esce solo con scelte politiche che sappiano guardare con ambizione al futuro. Il tramonto dell’Europa non è affatto obbligatoriamente lo scenario venturo.

(photo Getty Images)

Imparare a lavorare con le “macchine intelligenti”

Condensate in un libro accessibile le indicazioni che servono per usare un modo corretto l’AI

Macchine intelligenti. Vecchie conoscenze dell’umanità al lavoro che, tuttavia, adesso si fanno come più vicine. Quasi incombenti. Così, quella stessa umanità che ha affrontato già varie rivoluzioni industriali, adesso è alle prese con numerose nuove domande. Quali competenze servono per lavorare con l’intelligenza artificiale in azienda? Come sta cambiando il concetto di esperienza con l’Agentic AI? Quali strumenti abbiamo per resistere all’ansia da sostituzione? E quali saranno le regole di convivenza per questa ineluttabile co-evoluzione di intelligenze? A queste e ad altre domande cerca – con successo – di rispondere “Intelligenza”, libro scritto da Luca Tremolada (giornalista) e Silvia Zanella (manager) che si propone come “guida” per comprendere meglio quel nuovo “collega” in ufficio: veloce, con un QI alto ma che, come spiegano i due autori, non sa la strada per andare in mensa e non si ferma alla macchina del caffè; mentre è saccente seppur prendendo ogni tanto prende delle enormi cantonate.

Il libro, in sintesi, risponde ad una domanda che riassorbe tutti gli altri interrogativi. Quali competenze servono per lavorare con l’intelligenza artificiale? Chi legge viene quindi condotto a ripensare i concetti stessi di esperienza, leadership, gestione del gruppo di lavoro a fronte di una rivoluzione tecnologica che sta cambiando i processi, le gerarchie, forse l’idea stessa che si ha del lavoro e delle organizzazioni.
Il messaggio di Tremolada e Zanella è in fondo semplice (ma non per questo meno importante). Se le macchine moltiplicano la nostra capacità di fare, spetta a noi moltiplicare la capacità di essere: esprimere valutazioni e giudizi, relazionarci, assumerci responsabilità. Per questo serve l’intelligenza dell’essere, che intreccia senso critico ed emozioni, flessibilità e collaborazione co-agentica; che orchestra sapere, saper fare e saper essere, restituendo alla competenza il suo significato pieno.
Scritto a quattro mani – Luca Tremolada porta l’analisi tecnologica e dei dati, Silvia Zanella mette al centro persone, managerialità e competenze – il libro è tutto da leggere.

 

Intelligenza

Luca Tremolada, Silvia Zanella

Franco Angeli, 2026

Imparare a lavorare con le “macchine intelligenti”
Imparare a lavorare con le “macchine intelligenti”

Condensate in un libro accessibile le indicazioni che servono per usare un modo corretto l’AI

Macchine intelligenti. Vecchie conoscenze dell’umanità al lavoro che, tuttavia, adesso si fanno come più vicine. Quasi incombenti. Così, quella stessa umanità che ha affrontato già varie rivoluzioni industriali, adesso è alle prese con numerose nuove domande. Quali competenze servono per lavorare con l’intelligenza artificiale in azienda? Come sta cambiando il concetto di esperienza con l’Agentic AI? Quali strumenti abbiamo per resistere all’ansia da sostituzione? E quali saranno le regole di convivenza per questa ineluttabile co-evoluzione di intelligenze? A queste e ad altre domande cerca – con successo – di rispondere “Intelligenza”, libro scritto da Luca Tremolada (giornalista) e Silvia Zanella (manager) che si propone come “guida” per comprendere meglio quel nuovo “collega” in ufficio: veloce, con un QI alto ma che, come spiegano i due autori, non sa la strada per andare in mensa e non si ferma alla macchina del caffè; mentre è saccente seppur prendendo ogni tanto prende delle enormi cantonate.

Il libro, in sintesi, risponde ad una domanda che riassorbe tutti gli altri interrogativi. Quali competenze servono per lavorare con l’intelligenza artificiale? Chi legge viene quindi condotto a ripensare i concetti stessi di esperienza, leadership, gestione del gruppo di lavoro a fronte di una rivoluzione tecnologica che sta cambiando i processi, le gerarchie, forse l’idea stessa che si ha del lavoro e delle organizzazioni.
Il messaggio di Tremolada e Zanella è in fondo semplice (ma non per questo meno importante). Se le macchine moltiplicano la nostra capacità di fare, spetta a noi moltiplicare la capacità di essere: esprimere valutazioni e giudizi, relazionarci, assumerci responsabilità. Per questo serve l’intelligenza dell’essere, che intreccia senso critico ed emozioni, flessibilità e collaborazione co-agentica; che orchestra sapere, saper fare e saper essere, restituendo alla competenza il suo significato pieno.
Scritto a quattro mani – Luca Tremolada porta l’analisi tecnologica e dei dati, Silvia Zanella mette al centro persone, managerialità e competenze – il libro è tutto da leggere.

 

Intelligenza

Luca Tremolada, Silvia Zanella

Franco Angeli, 2026

Con i vincitori del Campiello Junior 2026 al Salone del Libro di Torino

Proseguono gli appuntamenti del Campiello Junior, il riconoscimento letterario dedicato ai ragazzi, nato grazie a Fondazione Il Campiello, Pirelli e Fondazione Pirelli, con l’obiettivo di avvicinare le nuove generazioni alla lettura.

All’interno del palinsesto della XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, giovedì 14 maggio 2026 presso la Sala Rossa, oltre 300 ragazze e ragazzi delle scuole primarie e secondarie di primo grado hanno incontrato i vincitori della quinta edizione del Campiello Junior: Rosella Postorino, autrice di “Un fratellino. Storia di Nanni e di Mario” (Salani), vincitrice per la categoria 7-10 anni, e Daniele Mencarelli, autore di “Adelmo che voleva essere Settimo” (Mondadori), che si è aggiudicato il premio per la categoria 11-14 anni.

A condurre l’evento è stato Armando Traverso, conduttore di Rai Radio Kids e volto storico della tv per ragazzi. Hanno partecipato inoltre all’incontro Antonio Calabrò, Direttore della Fondazione Pirelli e Stefania Zuccolotto, membro del comitato di gestione del Premio Campiello.

Nei prossimi mesi verrà lanciata la sesta edizione del Premio, che sempre più si afferma come uno dei principali appuntamenti dedicati all’editoria per ragazzi in Italia. Per rimanere aggiornati continuate a seguire i siti www.fondazionepirelli.org e www.premiocampiello.org.

Con i vincitori del Campiello Junior 2026 al Salone del Libro di Torino
Con i vincitori del Campiello Junior 2026 al Salone del Libro di Torino

Proseguono gli appuntamenti del Campiello Junior, il riconoscimento letterario dedicato ai ragazzi, nato grazie a Fondazione Il Campiello, Pirelli e Fondazione Pirelli, con l’obiettivo di avvicinare le nuove generazioni alla lettura.

All’interno del palinsesto della XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, giovedì 14 maggio 2026 presso la Sala Rossa, oltre 300 ragazze e ragazzi delle scuole primarie e secondarie di primo grado hanno incontrato i vincitori della quinta edizione del Campiello Junior: Rosella Postorino, autrice di “Un fratellino. Storia di Nanni e di Mario” (Salani), vincitrice per la categoria 7-10 anni, e Daniele Mencarelli, autore di “Adelmo che voleva essere Settimo” (Mondadori), che si è aggiudicato il premio per la categoria 11-14 anni.

A condurre l’evento è stato Armando Traverso, conduttore di Rai Radio Kids e volto storico della tv per ragazzi. Hanno partecipato inoltre all’incontro Antonio Calabrò, Direttore della Fondazione Pirelli e Stefania Zuccolotto, membro del comitato di gestione del Premio Campiello.

Nei prossimi mesi verrà lanciata la sesta edizione del Premio, che sempre più si afferma come uno dei principali appuntamenti dedicati all’editoria per ragazzi in Italia. Per rimanere aggiornati continuate a seguire i siti www.fondazionepirelli.org e www.premiocampiello.org.

Le fotografie per raccontare la fabbrica dalla catena di montaggio all’economia digitale

Il lavoro, il suo valore e la sua fatica. I progetti e i prodotti, le tecniche e l’ingegno innovativo. Le mani che pensano, a come fare meglio quello che tradizione ed esperienza hanno già insegnato. La dignità degli sguardi di uomini e donne che, nonostante tutto, nonostante il sudore e la polvere, la stanchezza e il dolore dei gesti mille volte ripetuti ma mai capiti davvero nel senso profondo del loro perché, raccontavano in fin dei conti con chiarezza una sola cosa : tutto quell’affaccendarsi e costruire, tornire e montare, smerigliare e limare, dare forma e stendere colore, applicare formule chimiche e incastrare minuscoli aggeggi meccanici in apparecchiature più grandi… tutto quel lavorìo, insomma, pur essendo parte di uno scambio antico e brutale – lavoro in cambio di salario, fatica in cambio di benessere –  andava oltre quei gesti e quello stesso scambio. Parlava di umanità.

Il lavoro è dignità. Parte essenziale della persona. Valore essenziale di quella che Simone Weil chiamava “la condizione operaia” e che coincideva, in certi momenti, con la stessa condizione umana. E del lavoro come dignità e come valore parla in dall’inizio la nostra Costituzione.

Sono queste le considerazioni che emergono da una serie di iniziative sul tema del rapporto tra il lavoro industriale e la fotografia, tra la téchne e la rappresentazione della particolare capacità creativa e costruttiva che nel corso del tempo ha segnato la storia del lavoro industriale italiano e del progresso tecnologico del Paese. E oggi si avverte la crescente importanza, proprio da parte delle imprese, di documentare nel corso del tempo l’evoluzione dell’attività industriale, le trasformazioni della fabbrica al passo con lo sviluppo delle nuove tecnologie. La diffusione dell’economia digitale (sino all’affermazione dell’AI in tutti i processo del lavoro) rende urgente proprio questa necessità di documentazione.

Come eravamo? Come siamo diventati? Come ci andiamo trasformando nel passaggio dalla stagione dell’industrializzazione analogica e fordista alla nuova fase digitale. Documentare per ricordare, ma anche per rafforzare la consapevolezza di una “avventura umana” in cui l’industria è ancora una componente chiave.

I lavori di documentazione fotografica in corso sono parecchi, tra rivisitazione e valorizzazione degli archivi storici e nuove documentazioni d’attualità: quelli dell’AEM, della Fondazione Ansaldo, della Pirelli e di una serie di altre imprese industriali, anche medie e piccole, per dare corpo al racconto di un’Italia che, pur arrivata in ritardo alla fase della grande industrializzazione della seconda metà dell’Ottocento, soprattutto nel Secondo Novecento si è rivelata capace di “fare bene”, diventare il secondo paese industriale europeo dopo la Germania e oggi, consapevole di sé, decide di insistere (è un progetto di Confindustria) sul passaggio dal “saper fare” al “far sapere”: costruire un nuovo racconto della fabbrica, dell’attività industriale, della sofisticata modernizzazione che le è legata. Ricerca, scienza, tecnologia, insieme all’intelligenza progettuale, creativa, produttiva. Una vera e propria “civiltà delle macchine” in cui la persona umana continua ad avere una solida centralità.

Un libro appena pubblicato, “Sguardi sulla fabbrica”, edito da Mimesis per iniziativa della Fondazione Isec, curato da Giorgio Bigatti e Tatiana Agliani e con il sostegno della Fondazione AEM e della Fondazione Pirelli, aiuta in questo percorso. Gli sguardi sono “il racconto di Uliano Lucas”, rinnovato dalla rilettura del suo prezioso archivio di fotografo che ha seguito, meglio e più di altri grandi fotografi italiani, il lavoro industriale (le foto sono attualmente in mostra al Mudima di Milano)

Sono centoventi foto, scelte tra oltre centinaia di migliaia di scatti. E raccontano, con un’intensità prodigiosa, l’evoluzione delle mille forme del lavoro in un’Italia, che sbrigativamente e senza andare troppo per il sottile su retribuzioni, condizioni di lavoro e ambiente, dai primi anni Settanta a ieri, è diventata uno dei maggiori paesi industriali d’Europa. E prepara, nonostante tutto, un destino chiaro: continuare a essere terra di fabbriche, sempre più high tech, sempre più “belle” e cioè ben progettate, sostenibili, luminose e cioè produttive e competitive. Un’Italia neo-industriale: molte foto di Lucas, nel mondo dell’aerospazio e dell’energia, per esempio, ne sono riprova,

Lucas racconta nel tempo, senza trionfalismi, le evoluzioni del lavoro operaio, soprattutto. E documenta il modo stesso di rappresentare il lavoro e di partecipare a quella speciale stagione economica e sociale che pur tra contraddizioni e conflitti ha dato vita al mondo dell’industria italiana. Nelle grandi fabbriche di Torino, Milano e Ivrea, la Fiat, la Pirelli, l’Alfa Romeo, l’Olivetti e la chimica  Montedison. E nelle officine di Lumezzane nel Bresciano e della Val Brembana. Dal lavoro a domicilio nel mantovano agli stabilimenti di ceramiche di Sassuolo e nell’industria del “bianco” nel Nord Est (lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie e macchine da cucina). E la pesantezza dell’acciaio dell’Italsider e l’apparente leggerezza dell’industria tessile e dell’abbigliamento, le fabbriche orafe e quelle di scarpe nel marchigiano. E tanto altro ancora.

Ha mille forme, il made in Italy industriale, dalla serialità fordista all’apparire nelle nuove produzioni ad alta tecnologia degli anni Novanta, mentre cambiano tute, gesti, volti, attitudini. Da Mirafori e Bicocca grandi come città all’ideologia (fascinosa ma in fin dei conti effimera), del “piccolo è bello”.

Si cresce. Le immagini dell’energia e dell’aerospazio sono sentieri per un futuro che è già qui, testimonianze dell’ “avvenire della memoria”. Gli uffici, con le impiegate e gli impiegati, raccontano un processo che ha rilevanti conseguenze sociali, dalle molteplici e contraddittorie valenze.

Uliano Lucas queste trasformazioni le ha viste, studiate, capite e raccontate quasi tutte. Con sguardo asciutto e severo, con inquadrature rigorose ed essenziali. E mai un filo di retorica, uno sguardo ruffiano di propaganda.

Un grande cronista, semmai, che nel corso della vita ha messo il lavoro, le sue tecniche, le lotte sindacali e le trasformazioni delle forme e delle tecniche al centro di una sorta di missione: testimoniare, documentare. raccontare. Un romanzo del lavoro per immagini. La foto dell’operaia tra i rocchetti al centro tessile Marzotto è tra le più belle del libro.

Pensando a Uliano, con il suo sguardo buono ma rigoroso e sincero, viene in mente quella bella definizione di cronista che dà di sé Ryszard Kapuscinski: “Il cinico non è adatto a questo mestiere”

C’è una consapevolezza: la centralità del lavoro come fondamento della Repubblica, fin dall’articolo 1 della sua legge principale, la Costituzione. E una idea forte dell’etica della speranza, proprio attraverso il lavoro, per una migliore condizione di vita.

Quell’uomo, emigrato da un piccolo paese sardo, che si erge, in tutta la sua forza, carico di valigie, davanti al Grattacielo Pirelli, nell’autunno del 1968, mentre va in cerca del tram che lo porterà a Rho e da lì in fabbrica, ne è l’emblema migliore.

Un fotografo, come Uliano Lucas, che si concentra sull’essenza dell’immagine, sa anche essere un vero, grande poeta.

(Nella foto: Uliano Lucas, Lanificio Marzotto, Valdagno (Vicenza), 1988)

Le fotografie per raccontare la fabbrica dalla catena di montaggio all’economia digitale
Le fotografie per raccontare la fabbrica dalla catena di montaggio all’economia digitale

Il lavoro, il suo valore e la sua fatica. I progetti e i prodotti, le tecniche e l’ingegno innovativo. Le mani che pensano, a come fare meglio quello che tradizione ed esperienza hanno già insegnato. La dignità degli sguardi di uomini e donne che, nonostante tutto, nonostante il sudore e la polvere, la stanchezza e il dolore dei gesti mille volte ripetuti ma mai capiti davvero nel senso profondo del loro perché, raccontavano in fin dei conti con chiarezza una sola cosa : tutto quell’affaccendarsi e costruire, tornire e montare, smerigliare e limare, dare forma e stendere colore, applicare formule chimiche e incastrare minuscoli aggeggi meccanici in apparecchiature più grandi… tutto quel lavorìo, insomma, pur essendo parte di uno scambio antico e brutale – lavoro in cambio di salario, fatica in cambio di benessere –  andava oltre quei gesti e quello stesso scambio. Parlava di umanità.

Il lavoro è dignità. Parte essenziale della persona. Valore essenziale di quella che Simone Weil chiamava “la condizione operaia” e che coincideva, in certi momenti, con la stessa condizione umana. E del lavoro come dignità e come valore parla in dall’inizio la nostra Costituzione.

Sono queste le considerazioni che emergono da una serie di iniziative sul tema del rapporto tra il lavoro industriale e la fotografia, tra la téchne e la rappresentazione della particolare capacità creativa e costruttiva che nel corso del tempo ha segnato la storia del lavoro industriale italiano e del progresso tecnologico del Paese. E oggi si avverte la crescente importanza, proprio da parte delle imprese, di documentare nel corso del tempo l’evoluzione dell’attività industriale, le trasformazioni della fabbrica al passo con lo sviluppo delle nuove tecnologie. La diffusione dell’economia digitale (sino all’affermazione dell’AI in tutti i processo del lavoro) rende urgente proprio questa necessità di documentazione.

Come eravamo? Come siamo diventati? Come ci andiamo trasformando nel passaggio dalla stagione dell’industrializzazione analogica e fordista alla nuova fase digitale. Documentare per ricordare, ma anche per rafforzare la consapevolezza di una “avventura umana” in cui l’industria è ancora una componente chiave.

I lavori di documentazione fotografica in corso sono parecchi, tra rivisitazione e valorizzazione degli archivi storici e nuove documentazioni d’attualità: quelli dell’AEM, della Fondazione Ansaldo, della Pirelli e di una serie di altre imprese industriali, anche medie e piccole, per dare corpo al racconto di un’Italia che, pur arrivata in ritardo alla fase della grande industrializzazione della seconda metà dell’Ottocento, soprattutto nel Secondo Novecento si è rivelata capace di “fare bene”, diventare il secondo paese industriale europeo dopo la Germania e oggi, consapevole di sé, decide di insistere (è un progetto di Confindustria) sul passaggio dal “saper fare” al “far sapere”: costruire un nuovo racconto della fabbrica, dell’attività industriale, della sofisticata modernizzazione che le è legata. Ricerca, scienza, tecnologia, insieme all’intelligenza progettuale, creativa, produttiva. Una vera e propria “civiltà delle macchine” in cui la persona umana continua ad avere una solida centralità.

Un libro appena pubblicato, “Sguardi sulla fabbrica”, edito da Mimesis per iniziativa della Fondazione Isec, curato da Giorgio Bigatti e Tatiana Agliani e con il sostegno della Fondazione AEM e della Fondazione Pirelli, aiuta in questo percorso. Gli sguardi sono “il racconto di Uliano Lucas”, rinnovato dalla rilettura del suo prezioso archivio di fotografo che ha seguito, meglio e più di altri grandi fotografi italiani, il lavoro industriale (le foto sono attualmente in mostra al Mudima di Milano)

Sono centoventi foto, scelte tra oltre centinaia di migliaia di scatti. E raccontano, con un’intensità prodigiosa, l’evoluzione delle mille forme del lavoro in un’Italia, che sbrigativamente e senza andare troppo per il sottile su retribuzioni, condizioni di lavoro e ambiente, dai primi anni Settanta a ieri, è diventata uno dei maggiori paesi industriali d’Europa. E prepara, nonostante tutto, un destino chiaro: continuare a essere terra di fabbriche, sempre più high tech, sempre più “belle” e cioè ben progettate, sostenibili, luminose e cioè produttive e competitive. Un’Italia neo-industriale: molte foto di Lucas, nel mondo dell’aerospazio e dell’energia, per esempio, ne sono riprova,

Lucas racconta nel tempo, senza trionfalismi, le evoluzioni del lavoro operaio, soprattutto. E documenta il modo stesso di rappresentare il lavoro e di partecipare a quella speciale stagione economica e sociale che pur tra contraddizioni e conflitti ha dato vita al mondo dell’industria italiana. Nelle grandi fabbriche di Torino, Milano e Ivrea, la Fiat, la Pirelli, l’Alfa Romeo, l’Olivetti e la chimica  Montedison. E nelle officine di Lumezzane nel Bresciano e della Val Brembana. Dal lavoro a domicilio nel mantovano agli stabilimenti di ceramiche di Sassuolo e nell’industria del “bianco” nel Nord Est (lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie e macchine da cucina). E la pesantezza dell’acciaio dell’Italsider e l’apparente leggerezza dell’industria tessile e dell’abbigliamento, le fabbriche orafe e quelle di scarpe nel marchigiano. E tanto altro ancora.

Ha mille forme, il made in Italy industriale, dalla serialità fordista all’apparire nelle nuove produzioni ad alta tecnologia degli anni Novanta, mentre cambiano tute, gesti, volti, attitudini. Da Mirafori e Bicocca grandi come città all’ideologia (fascinosa ma in fin dei conti effimera), del “piccolo è bello”.

Si cresce. Le immagini dell’energia e dell’aerospazio sono sentieri per un futuro che è già qui, testimonianze dell’ “avvenire della memoria”. Gli uffici, con le impiegate e gli impiegati, raccontano un processo che ha rilevanti conseguenze sociali, dalle molteplici e contraddittorie valenze.

Uliano Lucas queste trasformazioni le ha viste, studiate, capite e raccontate quasi tutte. Con sguardo asciutto e severo, con inquadrature rigorose ed essenziali. E mai un filo di retorica, uno sguardo ruffiano di propaganda.

Un grande cronista, semmai, che nel corso della vita ha messo il lavoro, le sue tecniche, le lotte sindacali e le trasformazioni delle forme e delle tecniche al centro di una sorta di missione: testimoniare, documentare. raccontare. Un romanzo del lavoro per immagini. La foto dell’operaia tra i rocchetti al centro tessile Marzotto è tra le più belle del libro.

Pensando a Uliano, con il suo sguardo buono ma rigoroso e sincero, viene in mente quella bella definizione di cronista che dà di sé Ryszard Kapuscinski: “Il cinico non è adatto a questo mestiere”

C’è una consapevolezza: la centralità del lavoro come fondamento della Repubblica, fin dall’articolo 1 della sua legge principale, la Costituzione. E una idea forte dell’etica della speranza, proprio attraverso il lavoro, per una migliore condizione di vita.

Quell’uomo, emigrato da un piccolo paese sardo, che si erge, in tutta la sua forza, carico di valigie, davanti al Grattacielo Pirelli, nell’autunno del 1968, mentre va in cerca del tram che lo porterà a Rho e da lì in fabbrica, ne è l’emblema migliore.

Un fotografo, come Uliano Lucas, che si concentra sull’essenza dell’immagine, sa anche essere un vero, grande poeta.

(Nella foto: Uliano Lucas, Lanificio Marzotto, Valdagno (Vicenza), 1988)

L’etica dell’IA

La complesse relazioni tra “macchine che pensano” e umanità raccontate da un libro

Etica e intelligenza artificiale. Binomio importante – fondamentale – che implica una considerazione: l’IA non è un destino, ma una possibilità che chiama in causa la responsabilità umana. Uno strumento, detto in altre parole. Che deve essere ben conosciuto per essere correttamente adoperato. Un’operazione culturale con al centro – appunto – l’etica che si declina in responsabilità da parte di tutti. E’ attorno a questo nodo di pensieri che ragiona, e scrive, Giacomo Venir con il suo “Dilemma digitale. L’etica nell’era dell’Intelligenza Artificiale”.

Il libro prende spunto esattamente da quanto appena accennato: dietro l’apparente neutralità della tecnologia si intrecciano scelte economiche, politiche ed etiche che ridisegnano il nostro modo di abitare il mondo. Comprenderle significa esercitare una saggezza capace di orientare l’innovazione verso il bene comune. Traguardo che, a guardalo bene, è tutt’altro che scontato e condiviso. Ma che è l’unico davvero ammissibile.

Il libro – che ha vinto il Premio “Impresa Saggia” – è organizzato in quattro passaggi. Prima di tutto una partenza fondata sulla messa a fuoco di cosa sia per davvero l’IA, poi una esplorazione “Dentro la mente artificiale”, quindi l’approfondimento di cosa significhi “governare l’algoritmo” che c’è dentro l’IA e quindi l’ultimo passaggio: l’importanza dell’uomo e del suo significato.

Dal pensiero di Turing alle interfacce neurali, dalle fabbriche intelligenti alla ricerca di una saggezza possibile, emerge infatti l’urgenza di un nuovo equilibrio: perché l’etica torni a essere la bussola con cui guardare al futuro, prima che sia la tecnologia a decidere per noi.

Bellissime alcune delle ultime righe di Venir: “Il futuro non è scritto, ma non è neppure vuoto. E’ fatto di linee di codice e di scelte minime. Di silenzi. Di soglie, Di incoscienza. Navigarlo richiederà molto più della sola intelligenza. Servirà attenzione, curiosità, una certa quiete interiore. E forse la disponibilità a lasciarsi interrogare da qualcosa che ancora non ha nome”. Tutto da leggere il primo libro di Giacomo Venir. E con l’intelligenza di ognuno di noi.

Dilemma digitale. L’etica nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Giacomo Venir

Guerini  Next, 2025

L’etica dell’IA
L’etica dell’IA

La complesse relazioni tra “macchine che pensano” e umanità raccontate da un libro

Etica e intelligenza artificiale. Binomio importante – fondamentale – che implica una considerazione: l’IA non è un destino, ma una possibilità che chiama in causa la responsabilità umana. Uno strumento, detto in altre parole. Che deve essere ben conosciuto per essere correttamente adoperato. Un’operazione culturale con al centro – appunto – l’etica che si declina in responsabilità da parte di tutti. E’ attorno a questo nodo di pensieri che ragiona, e scrive, Giacomo Venir con il suo “Dilemma digitale. L’etica nell’era dell’Intelligenza Artificiale”.

Il libro prende spunto esattamente da quanto appena accennato: dietro l’apparente neutralità della tecnologia si intrecciano scelte economiche, politiche ed etiche che ridisegnano il nostro modo di abitare il mondo. Comprenderle significa esercitare una saggezza capace di orientare l’innovazione verso il bene comune. Traguardo che, a guardalo bene, è tutt’altro che scontato e condiviso. Ma che è l’unico davvero ammissibile.

Il libro – che ha vinto il Premio “Impresa Saggia” – è organizzato in quattro passaggi. Prima di tutto una partenza fondata sulla messa a fuoco di cosa sia per davvero l’IA, poi una esplorazione “Dentro la mente artificiale”, quindi l’approfondimento di cosa significhi “governare l’algoritmo” che c’è dentro l’IA e quindi l’ultimo passaggio: l’importanza dell’uomo e del suo significato.

Dal pensiero di Turing alle interfacce neurali, dalle fabbriche intelligenti alla ricerca di una saggezza possibile, emerge infatti l’urgenza di un nuovo equilibrio: perché l’etica torni a essere la bussola con cui guardare al futuro, prima che sia la tecnologia a decidere per noi.

Bellissime alcune delle ultime righe di Venir: “Il futuro non è scritto, ma non è neppure vuoto. E’ fatto di linee di codice e di scelte minime. Di silenzi. Di soglie, Di incoscienza. Navigarlo richiederà molto più della sola intelligenza. Servirà attenzione, curiosità, una certa quiete interiore. E forse la disponibilità a lasciarsi interrogare da qualcosa che ancora non ha nome”. Tutto da leggere il primo libro di Giacomo Venir. E con l’intelligenza di ognuno di noi.

Dilemma digitale. L’etica nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Giacomo Venir

Guerini  Next, 2025

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