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Il dirigibile Norge
conquista il Polo Nord:
fu anche un’“impresa Pirelli”

Alle 7.30 di mattina del 14 maggio 1926, il dirigibile Norge toccava il suolo dell’Alaska. Precisamente a Teller, un po’ in anticipo sul programma, a causa delle condizioni atmosferiche sfavorevoli. A terra non c’era nessuno a dirigere le operazioni,  il Norge nell’atterraggio andò in pezzi. I due capitani, l’italiano Umberto Nobile, genio progettista dell’aeronautica, e l’esploratore norvegese Roald Amundsen, decisero di venderne sul posto ciò che restava. Ma l’impresa era stata portata a termine: il Polo Nord era stato trasvolato pochi giorni prima, con il lancio delle bandiere di Italia, Norvegia e Stati Uniti. La presenza della bandiera americana era dovuta all’industriale-esploratore Lincoln Ellsworth, che aveva finanziato l’impresa.  Il dirigibile, costruito dallo stesso Nobile e partito da Ciampino il 10 aprile del 1926, puntando verso la Norvegia e le isole Svalbard avrebbe sorvolato il Polo Nord per poi atterrare  in terra americana. In tutto 13.000 chilometri, da coprire in 170 ore di volo. Così a Teller, al 65° di latitudine nord, si concluse dopo 44 giorni l’impresa: il Polo era vinto.

Quel “gigante dei cieli” era due volte italiano: era stato infatti realizzato con un tessuto di gomma impermeabile in grado di proteggerlo dalle temperature artiche. Un materiale costruito nei laboratori Gomma della Pirelli: nello stabilimento di Milano Bicocca già da tempo si studiava l’arte del volo, in quei lontani anni Venti del Novecento. Palloni aerostatici e pneumatici d’aereo occupavano infatti le ricerche di tecnici e ingegneri, certi che il cielo,   sarebbe stata una nuova strada da percorrere. L’aveva già sperimentato Alberto Pirelli, che nel 1908 fu il primo italiano a volare con Wilbur Wright, partendo da Camp d’Avours, presso Le Mans. “Oggi feci bellissimo volo con Wright” scriverà in un telegramma alla famiglia “arriverò Milano lunedì mattina 6,40”.

Un’epica impresa da ricordare come quella del Norge, che già nel 1922 veniva esposto, in miniatura, nel Museo della Gomma allestito alla Bicocca per celebrare i 50 anni del Gruppo Pirelli.

Il dirigibile Norge<br> conquista il Polo Nord:<br>fu anche un’“impresa Pirelli”
Il dirigibile Norge<br> conquista il Polo Nord:<br>fu anche un’“impresa Pirelli”

Alle 7.30 di mattina del 14 maggio 1926, il dirigibile Norge toccava il suolo dell’Alaska. Precisamente a Teller, un po’ in anticipo sul programma, a causa delle condizioni atmosferiche sfavorevoli. A terra non c’era nessuno a dirigere le operazioni,  il Norge nell’atterraggio andò in pezzi. I due capitani, l’italiano Umberto Nobile, genio progettista dell’aeronautica, e l’esploratore norvegese Roald Amundsen, decisero di venderne sul posto ciò che restava. Ma l’impresa era stata portata a termine: il Polo Nord era stato trasvolato pochi giorni prima, con il lancio delle bandiere di Italia, Norvegia e Stati Uniti. La presenza della bandiera americana era dovuta all’industriale-esploratore Lincoln Ellsworth, che aveva finanziato l’impresa.  Il dirigibile, costruito dallo stesso Nobile e partito da Ciampino il 10 aprile del 1926, puntando verso la Norvegia e le isole Svalbard avrebbe sorvolato il Polo Nord per poi atterrare  in terra americana. In tutto 13.000 chilometri, da coprire in 170 ore di volo. Così a Teller, al 65° di latitudine nord, si concluse dopo 44 giorni l’impresa: il Polo era vinto.

Quel “gigante dei cieli” era due volte italiano: era stato infatti realizzato con un tessuto di gomma impermeabile in grado di proteggerlo dalle temperature artiche. Un materiale costruito nei laboratori Gomma della Pirelli: nello stabilimento di Milano Bicocca già da tempo si studiava l’arte del volo, in quei lontani anni Venti del Novecento. Palloni aerostatici e pneumatici d’aereo occupavano infatti le ricerche di tecnici e ingegneri, certi che il cielo,   sarebbe stata una nuova strada da percorrere. L’aveva già sperimentato Alberto Pirelli, che nel 1908 fu il primo italiano a volare con Wilbur Wright, partendo da Camp d’Avours, presso Le Mans. “Oggi feci bellissimo volo con Wright” scriverà in un telegramma alla famiglia “arriverò Milano lunedì mattina 6,40”.

Un’epica impresa da ricordare come quella del Norge, che già nel 1922 veniva esposto, in miniatura, nel Museo della Gomma allestito alla Bicocca per celebrare i 50 anni del Gruppo Pirelli.

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Cultura e sviluppo che passano anche dai musei d’impresa

In un libro appena pubblicato, le esperienze che fanno scuola

 

Imprese capaci di valorizzare nel tempo quello che sono e quello che fanno. E, facendo così, valorizzare anche il territorio in cui sono collocate. Accade spesso in Italia. E soprattutto in alcuni comparti. È sulla base di queste considerazioni che si muove il libro – curato da Tatiana Castellotti e Gabriella Lo Feudo – appena pubblicato con titolo generale di “L’industria alimentare tra cultura del Made in Italy, sviluppo locale e turismo esperienziale: il caso dei musei e degli archivi d’impresa”.

Il lavoro, curato da Castellotti e Lo Feudo, è basato su uno studio del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) condotto sui musei e gli archivi delle imprese alimentari e delle bevande e nasce da un’indagine, svolta attraverso casi studio, sul ruolo delle imprese alimentari e delle bevande nelle governance dei territori. Partendo dai primi esempi, è emerso che i musei e gli archivi svolgono un ruolo importante nella valorizzazione dei prodotti e dei territori, facendosi portavoce di aziende ben radicate nei luoghi di cui sono protagoniste dello sviluppo socio-culturale. Dopo le prime verifiche, quindi, l’indagine è stata allargata ai musei del Food&Beverage aderenti a Museimpresa (che raccoglie le imprese di vari comporti che si sono dotate di archivi e musei fruibili), con l’obiettivo di fornire una fotografia più ricca del fenomeno. Un’istantanea che, appunto, ha preso forma di libro.

Sei, quindi, gli approfondimenti che spaziano dal ruolo dell’industria alimentare nell’economia nazionale alle motivazioni per le quali un’impresa anche oggi dovrebbe “dotarsi” di un luogo dove raccontare la sua storia, per arrivare ad una serie di esempi di fruizione e valorizzazione delle “storie d’impresa” raccontate da archivi e musei e, infine, alla seconda parte del volume con schede di presentazione, questionari specifici e approfondimenti dedicati ad una serie di realtà significative come: Amarelli, Barilla, Carli, Martini & Rossi, Cuomo, Lucano, Pasta di Gragnano, Lavazza, Peroni, Strega e altre ancora. Di ogni realtà vengono raccontate vicende, soluzioni di valorizzazione e approcci.

La raccolta di approfondimenti curata da Tatiana Castellotti e Gabriella Lo Feudo ha un gran merito: quello di sintetizzare in modo chiaro significato ed esperienze concrete di attività d’impresa tra produzione, territorio e cultura. Una buona serie di “casi” che possono fare scuola.

L’industria alimentare tra cultura del Made in Italy, sviluppo locale e turismo esperienziale: il caso dei musei e degli archivi d’impresa

Tatiana Castellotti, Gabriella Lo Feudo

Rubbettino, 2026

Cultura e sviluppo che passano anche dai musei d’impresa
Cultura e sviluppo che passano anche dai musei d’impresa

In un libro appena pubblicato, le esperienze che fanno scuola

 

Imprese capaci di valorizzare nel tempo quello che sono e quello che fanno. E, facendo così, valorizzare anche il territorio in cui sono collocate. Accade spesso in Italia. E soprattutto in alcuni comparti. È sulla base di queste considerazioni che si muove il libro – curato da Tatiana Castellotti e Gabriella Lo Feudo – appena pubblicato con titolo generale di “L’industria alimentare tra cultura del Made in Italy, sviluppo locale e turismo esperienziale: il caso dei musei e degli archivi d’impresa”.

Il lavoro, curato da Castellotti e Lo Feudo, è basato su uno studio del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) condotto sui musei e gli archivi delle imprese alimentari e delle bevande e nasce da un’indagine, svolta attraverso casi studio, sul ruolo delle imprese alimentari e delle bevande nelle governance dei territori. Partendo dai primi esempi, è emerso che i musei e gli archivi svolgono un ruolo importante nella valorizzazione dei prodotti e dei territori, facendosi portavoce di aziende ben radicate nei luoghi di cui sono protagoniste dello sviluppo socio-culturale. Dopo le prime verifiche, quindi, l’indagine è stata allargata ai musei del Food&Beverage aderenti a Museimpresa (che raccoglie le imprese di vari comporti che si sono dotate di archivi e musei fruibili), con l’obiettivo di fornire una fotografia più ricca del fenomeno. Un’istantanea che, appunto, ha preso forma di libro.

Sei, quindi, gli approfondimenti che spaziano dal ruolo dell’industria alimentare nell’economia nazionale alle motivazioni per le quali un’impresa anche oggi dovrebbe “dotarsi” di un luogo dove raccontare la sua storia, per arrivare ad una serie di esempi di fruizione e valorizzazione delle “storie d’impresa” raccontate da archivi e musei e, infine, alla seconda parte del volume con schede di presentazione, questionari specifici e approfondimenti dedicati ad una serie di realtà significative come: Amarelli, Barilla, Carli, Martini & Rossi, Cuomo, Lucano, Pasta di Gragnano, Lavazza, Peroni, Strega e altre ancora. Di ogni realtà vengono raccontate vicende, soluzioni di valorizzazione e approcci.

La raccolta di approfondimenti curata da Tatiana Castellotti e Gabriella Lo Feudo ha un gran merito: quello di sintetizzare in modo chiaro significato ed esperienze concrete di attività d’impresa tra produzione, territorio e cultura. Una buona serie di “casi” che possono fare scuola.

L’industria alimentare tra cultura del Made in Italy, sviluppo locale e turismo esperienziale: il caso dei musei e degli archivi d’impresa

Tatiana Castellotti, Gabriella Lo Feudo

Rubbettino, 2026

I vantaggi della legge speciale per Milano e i poteri necessari alla città metropolitana

Una legge speciale per Milano. Il dibattito torna d’attualità, proprio mentre in Parlamento si discute la legge speciale per Roma capitale, con poteri e risorse adeguate. E nulla negando naturalmente ai diritti e ai bisogni di Roma, legati al suo ruolo, alle sue funzioni politiche nazionali e internazionali e di rappresentanza istituzionale e, naturalmente, alla sua storia, si è rimessa in movimento la macchina d’opinione perché anche Milano abbia poteri e risorse all’altezza del suo ruolo nel Paese e del suo essere locomotiva di una delle economie più robuste d’Europa: finanza, manifattura, servizi high tech, università, scienza e ricerca.

Serve una legge speciale, appunto.

Se ne è discusso, nei giorni scorsi (Corriere della Sera, 13 aprile) durante un incontro organizzato dal Centro Studi Grande Milano, alla libreria Rizzoli, in Galleria (presenti politici, imprenditori, giornalisti, personalità della cultura). E la sintesi che ne fa Daniela Mainini, presidentessa del Centro Studi, è netta: Milano è crocevia di idee e motore del Paese, merita la legge speciale: non un privilegio ma una responsabilità, per dotare la metropoli di tutti i servizi e i poteri necessari al suo sviluppo, che stimola e muove lo sviluppo del Paese”.

Si confrontano due progetti di legge: quella presentata dal capogruppo della Lega in Parlamento Romeo, che limita i poteri speciali alla città capoluogo. E quella del centro sinistra che parla di legge per tutta l’area metropolitana di Milano, 133 comuni, oltre 3 milioni 250 mila abitanti. Il dibattito è in corso. Ed è abbastanza ovvio che la scelta non possa non andare verso la legge speciale per tutta l’area metropolitana.

È un dibattito che ha implicazioni urbanistiche, burocratiche, economiche, civili, di qualità della vita. E di competitività.

Guardiamo i numeri. Milano è relativamente una città piccola, 1milione e 400mila abitanti. Ma ogni giorno, per lavoro, ne entrano un altro milione, in gran parte per niente dalla “città metropolitana che ha oltre 3milioni 250 mil abitanti” (La città metropolitana di Roma ne ha 4,5 milioni). Ma la competizione di Milano e del suo territorio è molto più ampia, per ruolo economico, finanziario, tecnologico, formativo, culturale. Da anni, i paragoni fatti da Assolombarda su competitività, produttività e sviluppo mettono Milano in relazione con Londra, Parigi, Berlino, Francoforte, Barcellona, Monaco di Baviera, con le aree metropolitane più dinamiche d’Europa. E la metropoli è in testa alle classifiche per le migliori università, i centri di ricerca, le nuove opportunità di vita, i distretti finanziari.

Milano compete nel mondo e naturalmente non può essere amministrata con la dotazione di poteri e risorse di una città qualunque, ancorata alle vecchie strutture amministrative.

Serve un salto in avanti, anche dal punto di vista istituzionale. Pena il ritrovarsi tagliata fuori dalla formazione in corso delle nuove aree di competitività geopolitica.

Le città, le metropoli, d’altronde, vanno valutate non solo in termini di strutture storiche, ma anche e soprattutto di flussi, di persone, idee, conoscenze, relazioni, scambi, attrezzature per la salute e la qualità della vita. Sono strutture sociali in movimento e in rapido cambiamento. Risentono della circolazione di talenti, scoperte, innovazioni. Come governare fenomeni di così ampia portata?

Per avere un realistico orizzonte, bisognerebbe spingersi più in là, leggere la geografia economica degli scambi e delle relazioni che si intrecciano nel grande rettangolo produttivo al centro dell’Europa e che comprende almeno quattro grandi regioni italiane, Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia, e considerando anche la produttività di Liguria, Trentino, Alto Adige e Friuli. Tutte peraltro profondamente interconnesse con i motori produttivi, tecnologici e culturali degli altri paesi.

Ma evitando la tentazione intellettuale di riscrivere i confini amministrativi, resta un problema aperto di nuova e più efficace amministrazione, su area metropolitana, almeno.

Si torna così alla Città metropolitana e alla legge speciale per Milano. Di un sindaco eletto da tutti i cittadini del territorio di riferimento, dunque dotato di legittimazione “politica” e poteri in grado di fare fronte alle responsabilità. Di riorganizzazione amministrativa e burocratica. Di risorse finanziarie e di regole efficienti di governo. E dunque di attività, progetti e iniziative che riguardano trasporti, servizi, energia, scuole, sanità, lavoro e soprattutto case.

Si parla già di dotare il territorio di strumenti in grado di garantire governabilità, rapidità, trasparenza, efficienza. Tra comune di Milano e Regione, tra il Sindaco Sala e il Governatore Fontana i punti in comune sono parecchi. Le possibilità di arrivare a un accordo, concrete.

Per buona ispirazione, vale la pena rileggere Italo Calvino: “Di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. E la prima domanda è questa: migliora, in una città dotata di risorse e poteri, la qualità della tua vita? E il futuro delle nuove generazioni?

Foto: Getty Images

I vantaggi della legge speciale per Milano e i poteri necessari alla città metropolitana
I vantaggi della legge speciale per Milano e i poteri necessari alla città metropolitana

Una legge speciale per Milano. Il dibattito torna d’attualità, proprio mentre in Parlamento si discute la legge speciale per Roma capitale, con poteri e risorse adeguate. E nulla negando naturalmente ai diritti e ai bisogni di Roma, legati al suo ruolo, alle sue funzioni politiche nazionali e internazionali e di rappresentanza istituzionale e, naturalmente, alla sua storia, si è rimessa in movimento la macchina d’opinione perché anche Milano abbia poteri e risorse all’altezza del suo ruolo nel Paese e del suo essere locomotiva di una delle economie più robuste d’Europa: finanza, manifattura, servizi high tech, università, scienza e ricerca.

Serve una legge speciale, appunto.

Se ne è discusso, nei giorni scorsi (Corriere della Sera, 13 aprile) durante un incontro organizzato dal Centro Studi Grande Milano, alla libreria Rizzoli, in Galleria (presenti politici, imprenditori, giornalisti, personalità della cultura). E la sintesi che ne fa Daniela Mainini, presidentessa del Centro Studi, è netta: Milano è crocevia di idee e motore del Paese, merita la legge speciale: non un privilegio ma una responsabilità, per dotare la metropoli di tutti i servizi e i poteri necessari al suo sviluppo, che stimola e muove lo sviluppo del Paese”.

Si confrontano due progetti di legge: quella presentata dal capogruppo della Lega in Parlamento Romeo, che limita i poteri speciali alla città capoluogo. E quella del centro sinistra che parla di legge per tutta l’area metropolitana di Milano, 133 comuni, oltre 3 milioni 250 mila abitanti. Il dibattito è in corso. Ed è abbastanza ovvio che la scelta non possa non andare verso la legge speciale per tutta l’area metropolitana.

È un dibattito che ha implicazioni urbanistiche, burocratiche, economiche, civili, di qualità della vita. E di competitività.

Guardiamo i numeri. Milano è relativamente una città piccola, 1milione e 400mila abitanti. Ma ogni giorno, per lavoro, ne entrano un altro milione, in gran parte per niente dalla “città metropolitana che ha oltre 3milioni 250 mil abitanti” (La città metropolitana di Roma ne ha 4,5 milioni). Ma la competizione di Milano e del suo territorio è molto più ampia, per ruolo economico, finanziario, tecnologico, formativo, culturale. Da anni, i paragoni fatti da Assolombarda su competitività, produttività e sviluppo mettono Milano in relazione con Londra, Parigi, Berlino, Francoforte, Barcellona, Monaco di Baviera, con le aree metropolitane più dinamiche d’Europa. E la metropoli è in testa alle classifiche per le migliori università, i centri di ricerca, le nuove opportunità di vita, i distretti finanziari.

Milano compete nel mondo e naturalmente non può essere amministrata con la dotazione di poteri e risorse di una città qualunque, ancorata alle vecchie strutture amministrative.

Serve un salto in avanti, anche dal punto di vista istituzionale. Pena il ritrovarsi tagliata fuori dalla formazione in corso delle nuove aree di competitività geopolitica.

Le città, le metropoli, d’altronde, vanno valutate non solo in termini di strutture storiche, ma anche e soprattutto di flussi, di persone, idee, conoscenze, relazioni, scambi, attrezzature per la salute e la qualità della vita. Sono strutture sociali in movimento e in rapido cambiamento. Risentono della circolazione di talenti, scoperte, innovazioni. Come governare fenomeni di così ampia portata?

Per avere un realistico orizzonte, bisognerebbe spingersi più in là, leggere la geografia economica degli scambi e delle relazioni che si intrecciano nel grande rettangolo produttivo al centro dell’Europa e che comprende almeno quattro grandi regioni italiane, Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia, e considerando anche la produttività di Liguria, Trentino, Alto Adige e Friuli. Tutte peraltro profondamente interconnesse con i motori produttivi, tecnologici e culturali degli altri paesi.

Ma evitando la tentazione intellettuale di riscrivere i confini amministrativi, resta un problema aperto di nuova e più efficace amministrazione, su area metropolitana, almeno.

Si torna così alla Città metropolitana e alla legge speciale per Milano. Di un sindaco eletto da tutti i cittadini del territorio di riferimento, dunque dotato di legittimazione “politica” e poteri in grado di fare fronte alle responsabilità. Di riorganizzazione amministrativa e burocratica. Di risorse finanziarie e di regole efficienti di governo. E dunque di attività, progetti e iniziative che riguardano trasporti, servizi, energia, scuole, sanità, lavoro e soprattutto case.

Si parla già di dotare il territorio di strumenti in grado di garantire governabilità, rapidità, trasparenza, efficienza. Tra comune di Milano e Regione, tra il Sindaco Sala e il Governatore Fontana i punti in comune sono parecchi. Le possibilità di arrivare a un accordo, concrete.

Per buona ispirazione, vale la pena rileggere Italo Calvino: “Di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. E la prima domanda è questa: migliora, in una città dotata di risorse e poteri, la qualità della tua vita? E il futuro delle nuove generazioni?

Foto: Getty Images

Il tesoro delle diversità nelle imprese

Una ricerca discussa presso l’Università di Verona mette in luce problemi e prospettive della multiculturalità nelle organizzazioni

Diversità che non dividono ma, anzi, che uniscono. Differenze che arricchiscono. Culture che si fondono e che fanno nascere nuove culture. È la ricchezza dell’oggi che, tuttavia, va compresa. Anche nelle e dalle imprese. “Competenze interculturali nei luoghi di lavoro. Ricerca sulla gestione delle diversità in azienda per la promozione di buone pratiche”, lavoro di ricerca che ha preso forma di tesi discussa da Elena Guerra presso l’Università di Verona, affronta un articolare aspetto di questa diversità che si concretizza delle varie competenze che possono trovarsi nelle organizzazioni della produzione.

In particolare, il lavoro di ricerca ha cercato di indagare “se e in che modo le competenze interculturali sono effettivamente utilizzate nei contesti lavorativi da uomini e donne impiegati in piccole e medie imprese del Nord Italia, in particolare in ruoli di coordinamento, direzione o gestione di gruppi di lavoro”. L’indagine considera non solo le differenze culturali o religiose, ma anche quelle legate al genere, all’età e ad altri fattori identitari, con l’obiettivo di comprendere quali competenze possano contribuire a migliorare il clima organizzativo e a promuovere quelle che tecnicamente si chiamano pratiche di diversity management proattivo. Ma non solo. Il lavoro di Elena Guerra, infatti, ha cercato di offrire a chi delle aziende ha la responsabilità di governo, indicazioni nuove per la selezione e la formazione del personale in un contesto globale sempre più eterogeneo.

Ricerca piena di suggestioni teoriche e pratiche, quella di Elena Guerra, che ha unito la letteratura sul tema con una indagine “sul campo” con 22 interviste a manager di imprese del Nord Italia con un numero di dipendenti compreso tra 100 e 1000, seguite da focus group finalizzati alla validazione dei risultati. Tutto per arrivare a dimostrare quanto importante sia la comprensione della ricchezza che la diversità porta e quanta strada, tuttavia, occorre ancora percorrere prima di arrivare al traguardo.

Competenze interculturali nei luoghi di lavoro. Ricerca sulla gestione delle diversità in azienda per la promozione di buone pratiche

Elena Guerra

Tesi, Università degli studi di Verona, Dipartimento di scienze umane, 2026

Il tesoro delle diversità nelle imprese
Il tesoro delle diversità nelle imprese

Una ricerca discussa presso l’Università di Verona mette in luce problemi e prospettive della multiculturalità nelle organizzazioni

Diversità che non dividono ma, anzi, che uniscono. Differenze che arricchiscono. Culture che si fondono e che fanno nascere nuove culture. È la ricchezza dell’oggi che, tuttavia, va compresa. Anche nelle e dalle imprese. “Competenze interculturali nei luoghi di lavoro. Ricerca sulla gestione delle diversità in azienda per la promozione di buone pratiche”, lavoro di ricerca che ha preso forma di tesi discussa da Elena Guerra presso l’Università di Verona, affronta un articolare aspetto di questa diversità che si concretizza delle varie competenze che possono trovarsi nelle organizzazioni della produzione.

In particolare, il lavoro di ricerca ha cercato di indagare “se e in che modo le competenze interculturali sono effettivamente utilizzate nei contesti lavorativi da uomini e donne impiegati in piccole e medie imprese del Nord Italia, in particolare in ruoli di coordinamento, direzione o gestione di gruppi di lavoro”. L’indagine considera non solo le differenze culturali o religiose, ma anche quelle legate al genere, all’età e ad altri fattori identitari, con l’obiettivo di comprendere quali competenze possano contribuire a migliorare il clima organizzativo e a promuovere quelle che tecnicamente si chiamano pratiche di diversity management proattivo. Ma non solo. Il lavoro di Elena Guerra, infatti, ha cercato di offrire a chi delle aziende ha la responsabilità di governo, indicazioni nuove per la selezione e la formazione del personale in un contesto globale sempre più eterogeneo.

Ricerca piena di suggestioni teoriche e pratiche, quella di Elena Guerra, che ha unito la letteratura sul tema con una indagine “sul campo” con 22 interviste a manager di imprese del Nord Italia con un numero di dipendenti compreso tra 100 e 1000, seguite da focus group finalizzati alla validazione dei risultati. Tutto per arrivare a dimostrare quanto importante sia la comprensione della ricchezza che la diversità porta e quanta strada, tuttavia, occorre ancora percorrere prima di arrivare al traguardo.

Competenze interculturali nei luoghi di lavoro. Ricerca sulla gestione delle diversità in azienda per la promozione di buone pratiche

Elena Guerra

Tesi, Università degli studi di Verona, Dipartimento di scienze umane, 2026

Professione custodi del paesaggio – Robinson

Professione custodi del paesaggio – Robinson
Professione custodi del paesaggio – Robinson

Campiello Junior. Vincono Postorino e Mancarelli – Il Sole 24 ore Domenica

Campiello Junior. Vincono Postorino e Mancarelli – Il Sole 24 ore Domenica
Campiello Junior. Vincono Postorino e Mancarelli – Il Sole 24 ore Domenica

Rossella Postorino tra i vincitori del Campiello Junior – La Gazzetta del Sud

Rossella Postorino tra i vincitori del Campiello Junior – La Gazzetta del Sud
Rossella Postorino tra i vincitori del Campiello Junior – La Gazzetta del Sud

Campiello Junior, i vincitori – L’Avvenire

Campiello Junior, i vincitori – L’Avvenire
Campiello Junior, i vincitori – L’Avvenire

A Postorino e Mancarelli il Campiello Junior 2026

A Postorino e Mancarelli il Campiello Junior 2026
A Postorino e Mancarelli il Campiello Junior 2026

Campiello Junior 2026: proclamati i vincitori

Giovedì 16 aprile 2026, al Teatro Comunale di Vicenza, si è chiusa la quinta edizione del Campiello Junior, il Premio nato dalla collaborazione tra Fondazione Il Campiello, Pirelli e Fondazione Pirelli.

La cerimonia di premiazione, trasmessa in diretta sul canale YouTube del Premio Campiello, è stata condotta da Armando Traverso, giornalista, autore e conduttore televisivo e radiofonico, insieme all’autore e regista Davide Stefanato, con la partecipazione straordinaria di DJ, il pupazzo di Rai Radio Kids.

Alla giornata hanno preso parte oltre 800 ragazze e ragazzi di numerose scuole italiane: un’occasione per incontrare gli autori e vivere l’emozione della proclamazione in diretta dei vincitori. A scegliere i titoli premiati sono stati i voti dei 240 componenti della Giuria dei Giovani lettori, che hanno decretato la vittoria di:

“Un fratellino. Storia di Nanni e di Mario”, di Rosella Postorino (Salani editore), per la categoria 7-10 anni

“Adelmo che voleva essere Settimo”, di Daniele Mencarelli (Mondadori), per la categoria 11-14 anni

Nel corso dell’evento sono intervenuti Giacomo Possamai, Sindaco di Vicenza, Ivan Tomasi, delegato all’Education di Confindustria Vicenza, Raffaele Boscaini, Presidente Fondazione Il Campiello, e Antonio Calabrò, Direttore della Fondazione Pirelli.

Hanno partecipato anche alcuni membri della Giuria di Selezione del Premio, composta da: Pino Boero, professore ordinario di Letteratura per l’infanzia e Pedagogia della lettura, Chiara Lagani, attrice e drammaturga, Michela Possamai, docente presso l’Università IUSVE di Venezia, già membro del Comitato Tecnico del Campiello Giovani, Emma Beseghi, già professore ordinario di Letteratura per l’infanzia presso l’Università di Bologna, Lea Martina Forti Grazzini, autrice e sceneggiatrice di programmi radio e tv Rai.

Inoltre, giovedì 14 maggio, presso la Sala Rossa del Salone Internazionale del Libro di Torino, si terrà un incontro dedicato alle scuole con i vincitori del Premio: condividi l’appuntamento con gli insegnanti di tua conoscenza. Per prenotarti clicca qui.

Per maggiori informazioni puoi scrivere a junior@premiocampiello.it.

I vincitori saranno premiati anche durante la Cerimonia finale della sessantaquattresima edizione del Premio Campiello, in programma a Venezia sabato 3 ottobre 2026.

Per rivedere la premiazione, clicca qui.

Campiello Junior 2026: proclamati i vincitori
Campiello Junior 2026: proclamati i vincitori

Giovedì 16 aprile 2026, al Teatro Comunale di Vicenza, si è chiusa la quinta edizione del Campiello Junior, il Premio nato dalla collaborazione tra Fondazione Il Campiello, Pirelli e Fondazione Pirelli.

La cerimonia di premiazione, trasmessa in diretta sul canale YouTube del Premio Campiello, è stata condotta da Armando Traverso, giornalista, autore e conduttore televisivo e radiofonico, insieme all’autore e regista Davide Stefanato, con la partecipazione straordinaria di DJ, il pupazzo di Rai Radio Kids.

Alla giornata hanno preso parte oltre 800 ragazze e ragazzi di numerose scuole italiane: un’occasione per incontrare gli autori e vivere l’emozione della proclamazione in diretta dei vincitori. A scegliere i titoli premiati sono stati i voti dei 240 componenti della Giuria dei Giovani lettori, che hanno decretato la vittoria di:

“Un fratellino. Storia di Nanni e di Mario”, di Rosella Postorino (Salani editore), per la categoria 7-10 anni

“Adelmo che voleva essere Settimo”, di Daniele Mencarelli (Mondadori), per la categoria 11-14 anni

Nel corso dell’evento sono intervenuti Giacomo Possamai, Sindaco di Vicenza, Ivan Tomasi, delegato all’Education di Confindustria Vicenza, Raffaele Boscaini, Presidente Fondazione Il Campiello, e Antonio Calabrò, Direttore della Fondazione Pirelli.

Hanno partecipato anche alcuni membri della Giuria di Selezione del Premio, composta da: Pino Boero, professore ordinario di Letteratura per l’infanzia e Pedagogia della lettura, Chiara Lagani, attrice e drammaturga, Michela Possamai, docente presso l’Università IUSVE di Venezia, già membro del Comitato Tecnico del Campiello Giovani, Emma Beseghi, già professore ordinario di Letteratura per l’infanzia presso l’Università di Bologna, Lea Martina Forti Grazzini, autrice e sceneggiatrice di programmi radio e tv Rai.

Inoltre, giovedì 14 maggio, presso la Sala Rossa del Salone Internazionale del Libro di Torino, si terrà un incontro dedicato alle scuole con i vincitori del Premio: condividi l’appuntamento con gli insegnanti di tua conoscenza. Per prenotarti clicca qui.

Per maggiori informazioni puoi scrivere a junior@premiocampiello.it.

I vincitori saranno premiati anche durante la Cerimonia finale della sessantaquattresima edizione del Premio Campiello, in programma a Venezia sabato 3 ottobre 2026.

Per rivedere la premiazione, clicca qui.

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