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Milano Cortina 2026: ci siamo

Pirelli e l’inverno, una storia che continua, nei prodotti e nello sport, oggi al culmine con la collaborazione con i XXV Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 come “Olympic and Paralympic Partner”. Al centro di questo articolo del nostro approfondimento “Pirelli, l’inverno, lo sport” l’esperienza e la passione per le sfide sulla neve e sul ghiaccio che vedono Pirelli equipaggiare l’intera flotta olimpica con pneumatici della gamma invernale e all season

 

Negli articoli “L’inverno, una stagione da vivere”,  “Tre storie d’inverno” e Inverno, per sport e per passione – Fondazione Pirelli abbiamo visto come l’inverno abbia rappresentato per Pirelli un territorio fertile per lo sviluppo di invenzioni di prodotto e campagne di comunicazione innovative, oltre che di un sistema di valori legati alla “nuova” stagione, da vivere più liberamente, potendosi spostare in sicurezza, inseguire il divertimento, praticare gli sport dell’inverno. Un mondo da condividere anche con i dipendenti dell’azienda, nel tempo del dopolavoro, con la nascita dello Sport Club Pirelli nel 1922, dotato di campi e impianti sportivi costruiti proprio di fronte alla fabbrica di Milano Bicocca, in collaborazione con la storica società sportiva Pro Patria 1883, che propone sin da subito sci e alpinismo. Ma anche un mondo da raccontare, attraverso la creatività dei soggetti pubblicitari e i piani editoriali degli house organ Pirelli.

La passione per la montagna entra nell’immaginario di una società protesa verso la conquista di nuovi traguardi, luoghi e stili di vita, a partire dal Secondo Dopoguerra, grazie al miglioramento delle condizioni economiche e al progresso della tecnologia, dove Pirelli ha un ruolo attivo. La Rivista Pirelli in primis dedica diversi articoli all’accessibilità della montagna, resa appunto possibile dalle evoluzioni tecnologiche. Fra tutti, sul n. 6 del 1949 “Le funivie hanno aperto le porte della montagna”, con la firma di Nino Nutrizio; sul n. 6 del 1951 “Salire comodi per scendere veloci” di Federico Patellani, autore di articolo e reportage fotografico; sul n. 2 del 1954 “Scavalcheremo in funivia la catena del Bianco” di Franco Pellini, sul n. 4 del 1957 “Andiamo sul Bianco con moglie e bambini” di Enzo Gibelli. In realtà, quello che si dispiega sulla Rivista Pirelli intorno alla montagna è un vero e proprio dibattito, che prova e interrogare i diversi aspetti dell’argomento, fra sviluppo delle località turistiche (“Le capitali della neve” di Maria Grazia Marchelli sul  n. 2 del 1959, “La montagna non dorme” di Roberto Guiducci sul n. 1 del 1967), promozione dei territori (“I rustici Tabià dell’Ampezzano” di Giorgio Soave sul n. 6 del 1952) e, naturalmente, escursionismo e sport invernali, fra campioni, impianti e competizioni.

È in questo campo del dibattito che incontriamo le Olimpiadi invernali, con le imprese da record e le emozioni, e Cortina d’Ampezzo, con le VII Olimpiadi invernali del 1956, le prime a essere ospitate dall’Italia e le prime a essere trasmesse in diretta, in eurovisione, con la lunga coda di articoli fra cronaca e riflessioni (“Trentacinque bandiere a Cortina” di Giorgio Fattori su Rivista Pirelli n. 6, 1954, “Le Olimpiadi di Toni Sailer” di Rolando Marchi su Rivista Pirelli n. 1, 1956, “Bob a Cortina: quasi un’Olimpiade” di Giorgio Bellani su Rivista Pirelli n. 6, 1959 e “Non ci sono pattinatori” di Guido Otto su Rivista Pirelli n. 1, 1962).

Nei decenni successivi l’impegno di Pirelli per lo sport continua a crescere, andando sempre più nella dimensione “globale”, attraverso le collaborazioni con il mondo degli sport agonistici invernali – da FISI, con l’accordo quinquennale siglato nel 2017 per i Campionati del Mondo di sci alpino organizzati dalla FIS (Federazione Internazionale Sci) e i Campionati del Mondo di hockey su ghiaccio dell’IIHF (International Ice Hockey Federation) – ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, al via oggi, 6 febbraio 2026.

Pirelli, Olympic and Paralympic Partner, equipaggerà il 100% della flotta olimpica ufficiale dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026, in programma tra febbraio e marzo nei territori di Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige. Circa 3.000 veicoli forniti da Abarth, Alfa Romeo, FIAT, Fiat Professional, Lancia e Maserati viaggeranno esclusivamente con pneumatici invernali e all season Pirelli: il Cinturato Winter 3, lo Scorpion Winter 2, il P Zero Winter 2 e il Cinturato All Season SF3, tutti vincitori dei test più autorevoli nelle comparative del 2025.

Dal primo pneumatico Inverno dal battistrada a spina di pesce del 1951 al Nuovo Inverno del 1957, dal Pirelli BS3 dal battistrada separato del 1959 alla nascita del Pirelli Winter, che dal 1979 arriva ai nostri giorni con un’ampia gamma per auto, suv e van, le condizioni dell’inverno hanno sempre sfidato Pirelli. Dal nostro Archivio Storico, l’articolo “La tua macchina sulla neve” di Giovanni Canestrini sulla Rivista Pirelli n. 1 del 1956 racconta delle “prove più severe” cui sono stati sottoposti i nuovi pneumatici Inverno in occasione del convegno della viabilità al Sestriere del 1956. Dominare la guida sul bagnato e per le strade di montagna, le pendenze e i fondi innevati, le temperature minime e il ghiaccio, regalando al viaggio la bellezza dell’inverno, è l’orgoglio di essere oggi a Milano Cortina 2026, per affidabilità, con la forza della storia.

Pirelli e l’inverno, una storia che continua, nei prodotti e nello sport, oggi al culmine con la collaborazione con i XXV Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 come “Olympic and Paralympic Partner”. Al centro di questo articolo del nostro approfondimento “Pirelli, l’inverno, lo sport” l’esperienza e la passione per le sfide sulla neve e sul ghiaccio che vedono Pirelli equipaggiare l’intera flotta olimpica con pneumatici della gamma invernale e all season

 

Negli articoli “L’inverno, una stagione da vivere”,  “Tre storie d’inverno” e Inverno, per sport e per passione – Fondazione Pirelli abbiamo visto come l’inverno abbia rappresentato per Pirelli un territorio fertile per lo sviluppo di invenzioni di prodotto e campagne di comunicazione innovative, oltre che di un sistema di valori legati alla “nuova” stagione, da vivere più liberamente, potendosi spostare in sicurezza, inseguire il divertimento, praticare gli sport dell’inverno. Un mondo da condividere anche con i dipendenti dell’azienda, nel tempo del dopolavoro, con la nascita dello Sport Club Pirelli nel 1922, dotato di campi e impianti sportivi costruiti proprio di fronte alla fabbrica di Milano Bicocca, in collaborazione con la storica società sportiva Pro Patria 1883, che propone sin da subito sci e alpinismo. Ma anche un mondo da raccontare, attraverso la creatività dei soggetti pubblicitari e i piani editoriali degli house organ Pirelli.

La passione per la montagna entra nell’immaginario di una società protesa verso la conquista di nuovi traguardi, luoghi e stili di vita, a partire dal Secondo Dopoguerra, grazie al miglioramento delle condizioni economiche e al progresso della tecnologia, dove Pirelli ha un ruolo attivo. La Rivista Pirelli in primis dedica diversi articoli all’accessibilità della montagna, resa appunto possibile dalle evoluzioni tecnologiche. Fra tutti, sul n. 6 del 1949 “Le funivie hanno aperto le porte della montagna”, con la firma di Nino Nutrizio; sul n. 6 del 1951 “Salire comodi per scendere veloci” di Federico Patellani, autore di articolo e reportage fotografico; sul n. 2 del 1954 “Scavalcheremo in funivia la catena del Bianco” di Franco Pellini, sul n. 4 del 1957 “Andiamo sul Bianco con moglie e bambini” di Enzo Gibelli. In realtà, quello che si dispiega sulla Rivista Pirelli intorno alla montagna è un vero e proprio dibattito, che prova e interrogare i diversi aspetti dell’argomento, fra sviluppo delle località turistiche (“Le capitali della neve” di Maria Grazia Marchelli sul  n. 2 del 1959, “La montagna non dorme” di Roberto Guiducci sul n. 1 del 1967), promozione dei territori (“I rustici Tabià dell’Ampezzano” di Giorgio Soave sul n. 6 del 1952) e, naturalmente, escursionismo e sport invernali, fra campioni, impianti e competizioni.

È in questo campo del dibattito che incontriamo le Olimpiadi invernali, con le imprese da record e le emozioni, e Cortina d’Ampezzo, con le VII Olimpiadi invernali del 1956, le prime a essere ospitate dall’Italia e le prime a essere trasmesse in diretta, in eurovisione, con la lunga coda di articoli fra cronaca e riflessioni (“Trentacinque bandiere a Cortina” di Giorgio Fattori su Rivista Pirelli n. 6, 1954, “Le Olimpiadi di Toni Sailer” di Rolando Marchi su Rivista Pirelli n. 1, 1956, “Bob a Cortina: quasi un’Olimpiade” di Giorgio Bellani su Rivista Pirelli n. 6, 1959 e “Non ci sono pattinatori” di Guido Otto su Rivista Pirelli n. 1, 1962).

Nei decenni successivi l’impegno di Pirelli per lo sport continua a crescere, andando sempre più nella dimensione “globale”, attraverso le collaborazioni con il mondo degli sport agonistici invernali – da FISI, con l’accordo quinquennale siglato nel 2017 per i Campionati del Mondo di sci alpino organizzati dalla FIS (Federazione Internazionale Sci) e i Campionati del Mondo di hockey su ghiaccio dell’IIHF (International Ice Hockey Federation) – ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, al via oggi, 6 febbraio 2026.

Pirelli, Olympic and Paralympic Partner, equipaggerà il 100% della flotta olimpica ufficiale dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026, in programma tra febbraio e marzo nei territori di Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige. Circa 3.000 veicoli forniti da Abarth, Alfa Romeo, FIAT, Fiat Professional, Lancia e Maserati viaggeranno esclusivamente con pneumatici invernali e all season Pirelli: il Cinturato Winter 3, lo Scorpion Winter 2, il P Zero Winter 2 e il Cinturato All Season SF3, tutti vincitori dei test più autorevoli nelle comparative del 2025.

Dal primo pneumatico Inverno dal battistrada a spina di pesce del 1951 al Nuovo Inverno del 1957, dal Pirelli BS3 dal battistrada separato del 1959 alla nascita del Pirelli Winter, che dal 1979 arriva ai nostri giorni con un’ampia gamma per auto, suv e van, le condizioni dell’inverno hanno sempre sfidato Pirelli. Dal nostro Archivio Storico, l’articolo “La tua macchina sulla neve” di Giovanni Canestrini sulla Rivista Pirelli n. 1 del 1956 racconta delle “prove più severe” cui sono stati sottoposti i nuovi pneumatici Inverno in occasione del convegno della viabilità al Sestriere del 1956. Dominare la guida sul bagnato e per le strade di montagna, le pendenze e i fondi innevati, le temperature minime e il ghiaccio, regalando al viaggio la bellezza dell’inverno, è l’orgoglio di essere oggi a Milano Cortina 2026, per affidabilità, con la forza della storia.

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Le 50mila parole da saper usare per limitare i rischi dell’Artificial Intelligence

“Tutti gli usi della parole a tutti… Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”. Questa frase di Gianni Rodari, tratta da “La grammatica della fantasia” (Einaudi, 1973) torna in mente, con prepotenza, man mano che va avanti il dibattito sull’AI (l’Artificial Intelligence), sui suoi rischi e sulla possibilità che, di creatività in creatività, ChatGpt e gli altri sistemi “generativi” inventino in assoluta autonomia un mondo stravolto, fuori dalla dialettica umana, che crea un suo vocabolario, una sua lingua, un suo mondo, insomma una sua astratta e dunque falsa e manipolatrice versione di quell’antica idea per cui nomina sunt consequentia rerum, capovolgendone ed alterandone drammaticamente valori e senso.

Tutti gli usi delle parole a tutti, dunque. Partiamo da qui. Da come educare l’AI, dei limiti e delle competenze che è necessario mettere in campo per cercare di governarne e indirizzarne le evoluzioni. Senza timori. Già nel 1966 Umberto Eco, di fronte alle sorprendenti evoluzioni della Tv, ci aveva messi in guardia dal rischio di dividerci, fittiziamente, tra “apocalittici” e “integrati” e ci aveva consigliato quel che va fatto di fronte a ogni pur stravolgente innovazione tecnologica: cercare di analizzarla, capirla, inserirla nell’ordine delle conoscenze umane: dai caratteri mobili di Gutenberg alla fisica quantistica, da Internet all’AI (ammettiamo subito, comunque, che è sempre più difficile).

Di quali parole da usare come nutrimento stiamo parlando? Facciamo un paio di calcoli. La lingua italiana, una delle più ricche e articolate, va da 215mila a 280mila parole di base (inclusi tecnicismi, termini letterati e regionali), che arrivano a 2milioni di forme con tutte le loro declinazioni. Un buon vocabolario (Treccani, Zanichelli) ne include da 100mila a 160mila. Il vocabolario di una persona mediamente colta è di 50mila parole. De Mauro parla di 7,500 “parole di base”, Quelle di uso quotidiano sono appena 2mila. Una miseria: comprensione schematica, prima di sfumature, dunque ingannevole.

Nasce proprio da questi numeri la prima esigenza: capire, sapere usare correttamente e distinguere almeno alcune decine di migliaia di parole, non solo per non ricadere nella categoria  (purtroppo sempre più ampia) degli “analfabeti funzionali” (chi non è in grado di comprendere un testo di media complessità o fare un calcolo poco più che elementare: un buon terzo della popolazione italiana) ma anche per sapere porre con precisione e pertinenza domande in grado di affrontare il funzionamento dell’AI (che va appunto avanti per domande sempre più precise e penetranti).

Potremmo, in altri termini, aggiornare la giusta esigenza di una “educazione democratica” di Rodari (un’educazione cioè vasta e diffusa, quella cui fa riferimento la Costituzione quando indica la responsabilità della formazione scolastica di qualità) quando concentriamo “tutti gli usi delle parole a tutti” in almeno 50mila parole o poco più. Certo, molto di più delle 2mila di uso quotidiano: un numero così basso che ci rende “schiavi” di manipolazioni, propaganda, semplificazioni strumentali, fattoidi e fake news e rende impossibile l’esercizio della democrazia: la partecipazione responsabile a “un discorso pubblico ben informato” e dunque “critico” (la lezione sempre attuale di Jurgen Habermas in Europa ma anche di Antonio Gramsci, don Lorenzo Milani e Benedetto Croce per l’Italia).

La domanda è, adesso, se mai l’AI generativa sarà davvero tanto capace di creatività da arrivare, da sola, a coniare versi come “m’illumino d’immenso”, oppure “meriggiare pallido e assorto”, dirci che “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, ricordare “il rosmarino per i ricordi e le viole per i pensieri”, porre compiutamente i termini della “scommessa su Dio”, raccontare di “essere in preda ad astratti furori”, approfondire la sfera del dubbio sulla responsabilità dello scienziato di fronte all’arma atomica, citare “l’inverno del nostro scontento” e farci sapere che “pure il rovo ebbe le sue piegature di dolcezza, anche il pruno il suo candore”, senza ripescare dalla memoria quello che già sa di Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale, William Shakespeare, Elio Vittorini e Lucio Piccolo, Blaise Pascal e i padri della fisica Niels Bohr e Werner Karl Heisemberg. E citare quel “mare colore del vino” così definito per indicarne la cupezza e l’oscurità degli abissi.

L’AI sa ripetere poesia e certamente anche accostare versi diversi e simili. Fors’anche avventurosamente inventarne di simili a rime di poemi inesistenti ma plausibili. Sinora però non è capace di costruire pensiero originale, sorprendente, innovativo, carico di senso poetico e letterario.

Lo saprà fare in futuro? Il pericolo c’è. E forse non è neanche il pericolo maggiore, anche se tutti sappiamo quanto importanti siano poesia e letteratura nel costruire l’animo umano, definire comportamenti, ispirare grandi scelte culturali e civili che poi hanno una radicale incidenza sui movimenti di massa e i gusti, le inclinazioni e le passioni di milioni di persone (leggere o rileggere “Massa e potere” e “Auto da fé” di Elias Canetti, oltre che “I promessi Sposi” di Alessandro Manzoni e “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” di Sigmund Freud per farsene una più chiara idea).

I rischi legati all’AI sono allarmanti, sostiene Dario Amodei, Ceo di Anthropic, uno dei “padri” di OpenAI insieme a Sam Altman, da cui ha “divorziato” proprio per le preoccupazioni sull’uso distorto di uno strumento così potente e fuori controllo. In un saggio recente, infatti (IlSole24Ore, 28 gennaio), Amodei elenca i rischi (disoccupazione di massa, frodi, controllo dittatoriale sull’opinione pubblica, manipolazioni dei mercati, etc.) e sollecita una “Costituzione” che “fissi principi di sviluppo etico”. Una posizione minoritaria, in un mondo di entusiasti per tutte le opportunità offerte dall’AI soprattutto per la ricerca scientifica e tecnologica e per la produttività delle imprese più innovative.

Resta comunque aperto il tema di come capirne sempre meglio il funzionamento e governarne l’evoluzione. E imparare, da parte degli utenti, a interagire.

Un buon esempio viene dall’Università Bocconi di Milano, dove il Rettore Francesco Billari ha appena annunciato l’introduzione di un nuovo corso, di “Scienze Cognitive e comportamento umano” che sarà introdotto nel ‘27 e dovrà essere seguito da tutti gli studenti bocconiani, per “studiare, con l’AI, l’intelligenza umana e mettere l’uomo al centro” (QN/ Il Giorno, 27 gennaio). Aggiunge Billari: “Apriremo centri scientifici di ricerca, anche per elaborare criteri di valutazione scientifica di impatto delle politiche sociali e verificare le conseguenze dell’applicazione dell’AI nelle scienze sociali”.

Anche questo, a pensarci bene, è una buona applicazione dei consigli di Rodari: costruire “una buona educazione” e lavorare su parole consapevoli. Ricordando anche la lezione civile di Robert Putnam: la democrazia richiede deliberazione e interazione diretta tra cittadini, senza la quale “lo spazio pubblico si riduce a una comodità tecnologica che ci rende, paradossalmente, più connessi ma profondamente soli e politicamente inerti” (Paolo Benanti, Il Sole24Ore, 28 gennaio).

L’erosione silenziosa delle istituzioni è il rischio che abbiamo davanti. Una AI nutrita con tutto il vocabolario legato alla Costituzione può essere un’ancora, ancorché fragile, di salvezza.

(foto Getty Images)

“Tutti gli usi della parole a tutti… Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”. Questa frase di Gianni Rodari, tratta da “La grammatica della fantasia” (Einaudi, 1973) torna in mente, con prepotenza, man mano che va avanti il dibattito sull’AI (l’Artificial Intelligence), sui suoi rischi e sulla possibilità che, di creatività in creatività, ChatGpt e gli altri sistemi “generativi” inventino in assoluta autonomia un mondo stravolto, fuori dalla dialettica umana, che crea un suo vocabolario, una sua lingua, un suo mondo, insomma una sua astratta e dunque falsa e manipolatrice versione di quell’antica idea per cui nomina sunt consequentia rerum, capovolgendone ed alterandone drammaticamente valori e senso.

Tutti gli usi delle parole a tutti, dunque. Partiamo da qui. Da come educare l’AI, dei limiti e delle competenze che è necessario mettere in campo per cercare di governarne e indirizzarne le evoluzioni. Senza timori. Già nel 1966 Umberto Eco, di fronte alle sorprendenti evoluzioni della Tv, ci aveva messi in guardia dal rischio di dividerci, fittiziamente, tra “apocalittici” e “integrati” e ci aveva consigliato quel che va fatto di fronte a ogni pur stravolgente innovazione tecnologica: cercare di analizzarla, capirla, inserirla nell’ordine delle conoscenze umane: dai caratteri mobili di Gutenberg alla fisica quantistica, da Internet all’AI (ammettiamo subito, comunque, che è sempre più difficile).

Di quali parole da usare come nutrimento stiamo parlando? Facciamo un paio di calcoli. La lingua italiana, una delle più ricche e articolate, va da 215mila a 280mila parole di base (inclusi tecnicismi, termini letterati e regionali), che arrivano a 2milioni di forme con tutte le loro declinazioni. Un buon vocabolario (Treccani, Zanichelli) ne include da 100mila a 160mila. Il vocabolario di una persona mediamente colta è di 50mila parole. De Mauro parla di 7,500 “parole di base”, Quelle di uso quotidiano sono appena 2mila. Una miseria: comprensione schematica, prima di sfumature, dunque ingannevole.

Nasce proprio da questi numeri la prima esigenza: capire, sapere usare correttamente e distinguere almeno alcune decine di migliaia di parole, non solo per non ricadere nella categoria  (purtroppo sempre più ampia) degli “analfabeti funzionali” (chi non è in grado di comprendere un testo di media complessità o fare un calcolo poco più che elementare: un buon terzo della popolazione italiana) ma anche per sapere porre con precisione e pertinenza domande in grado di affrontare il funzionamento dell’AI (che va appunto avanti per domande sempre più precise e penetranti).

Potremmo, in altri termini, aggiornare la giusta esigenza di una “educazione democratica” di Rodari (un’educazione cioè vasta e diffusa, quella cui fa riferimento la Costituzione quando indica la responsabilità della formazione scolastica di qualità) quando concentriamo “tutti gli usi delle parole a tutti” in almeno 50mila parole o poco più. Certo, molto di più delle 2mila di uso quotidiano: un numero così basso che ci rende “schiavi” di manipolazioni, propaganda, semplificazioni strumentali, fattoidi e fake news e rende impossibile l’esercizio della democrazia: la partecipazione responsabile a “un discorso pubblico ben informato” e dunque “critico” (la lezione sempre attuale di Jurgen Habermas in Europa ma anche di Antonio Gramsci, don Lorenzo Milani e Benedetto Croce per l’Italia).

La domanda è, adesso, se mai l’AI generativa sarà davvero tanto capace di creatività da arrivare, da sola, a coniare versi come “m’illumino d’immenso”, oppure “meriggiare pallido e assorto”, dirci che “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, ricordare “il rosmarino per i ricordi e le viole per i pensieri”, porre compiutamente i termini della “scommessa su Dio”, raccontare di “essere in preda ad astratti furori”, approfondire la sfera del dubbio sulla responsabilità dello scienziato di fronte all’arma atomica, citare “l’inverno del nostro scontento” e farci sapere che “pure il rovo ebbe le sue piegature di dolcezza, anche il pruno il suo candore”, senza ripescare dalla memoria quello che già sa di Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale, William Shakespeare, Elio Vittorini e Lucio Piccolo, Blaise Pascal e i padri della fisica Niels Bohr e Werner Karl Heisemberg. E citare quel “mare colore del vino” così definito per indicarne la cupezza e l’oscurità degli abissi.

L’AI sa ripetere poesia e certamente anche accostare versi diversi e simili. Fors’anche avventurosamente inventarne di simili a rime di poemi inesistenti ma plausibili. Sinora però non è capace di costruire pensiero originale, sorprendente, innovativo, carico di senso poetico e letterario.

Lo saprà fare in futuro? Il pericolo c’è. E forse non è neanche il pericolo maggiore, anche se tutti sappiamo quanto importanti siano poesia e letteratura nel costruire l’animo umano, definire comportamenti, ispirare grandi scelte culturali e civili che poi hanno una radicale incidenza sui movimenti di massa e i gusti, le inclinazioni e le passioni di milioni di persone (leggere o rileggere “Massa e potere” e “Auto da fé” di Elias Canetti, oltre che “I promessi Sposi” di Alessandro Manzoni e “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” di Sigmund Freud per farsene una più chiara idea).

I rischi legati all’AI sono allarmanti, sostiene Dario Amodei, Ceo di Anthropic, uno dei “padri” di OpenAI insieme a Sam Altman, da cui ha “divorziato” proprio per le preoccupazioni sull’uso distorto di uno strumento così potente e fuori controllo. In un saggio recente, infatti (IlSole24Ore, 28 gennaio), Amodei elenca i rischi (disoccupazione di massa, frodi, controllo dittatoriale sull’opinione pubblica, manipolazioni dei mercati, etc.) e sollecita una “Costituzione” che “fissi principi di sviluppo etico”. Una posizione minoritaria, in un mondo di entusiasti per tutte le opportunità offerte dall’AI soprattutto per la ricerca scientifica e tecnologica e per la produttività delle imprese più innovative.

Resta comunque aperto il tema di come capirne sempre meglio il funzionamento e governarne l’evoluzione. E imparare, da parte degli utenti, a interagire.

Un buon esempio viene dall’Università Bocconi di Milano, dove il Rettore Francesco Billari ha appena annunciato l’introduzione di un nuovo corso, di “Scienze Cognitive e comportamento umano” che sarà introdotto nel ‘27 e dovrà essere seguito da tutti gli studenti bocconiani, per “studiare, con l’AI, l’intelligenza umana e mettere l’uomo al centro” (QN/ Il Giorno, 27 gennaio). Aggiunge Billari: “Apriremo centri scientifici di ricerca, anche per elaborare criteri di valutazione scientifica di impatto delle politiche sociali e verificare le conseguenze dell’applicazione dell’AI nelle scienze sociali”.

Anche questo, a pensarci bene, è una buona applicazione dei consigli di Rodari: costruire “una buona educazione” e lavorare su parole consapevoli. Ricordando anche la lezione civile di Robert Putnam: la democrazia richiede deliberazione e interazione diretta tra cittadini, senza la quale “lo spazio pubblico si riduce a una comodità tecnologica che ci rende, paradossalmente, più connessi ma profondamente soli e politicamente inerti” (Paolo Benanti, Il Sole24Ore, 28 gennaio).

L’erosione silenziosa delle istituzioni è il rischio che abbiamo davanti. Una AI nutrita con tutto il vocabolario legato alla Costituzione può essere un’ancora, ancorché fragile, di salvezza.

(foto Getty Images)

Il valore (vero) della squadra

I racconti di imprese sportive come esempi per le imprese economiche

Un’impresa come una squadra. Senza retorica ma con concretezza. L’idea di creare una equivalenza, o comunque un collegamento, tra l’organizzazione di una squadra sportiva e quella di un’azienda non è nuova, ma contiene sempre nuove suggestioni utili a chi deve impegnarsi nella costruzione oppure nel rilancio di un’impresa. È da queste considerazioni che deriva l’utilità di leggere “Campioni a sorpresa. Dallo sport al business: superare le attese e costruire successi”, libro di Marco Alfieri da poco pubblicato.

Alfieri prende ad esempio le storie di tre squadre che, viene spiegato, hanno riscritto le regole del gioco, trasformandosi da provinciali sognatori in protagonisti assoluti. Imoco Volley Conegliano, nata da un fallimento nel 2012, oggi domina la pallavolo mondiale con ventinove titoli conquistati. Aquila Basket Trento ha scalato ogni categoria dalla serie D fino alla storica Coppa Italia, battendo l’Olimpia Milano. Il Bologna di Joey Saputo ha mantenuto una promessa decennale, centrando la qualificazione in Champions League e la conquista della Coppa Italia.

Nel libro si racconta quindi come si costruiscono le cosiddette “vittorie impossibili” attraverso le storie di chi – presidente, allenatore o comunque manager – ha avuto la responsabilità di condurre “la squadra”.

Il messaggio che deriva dagli esempi raccolti da Marco Alfieri è piuttosto chiaro: non servono capitali sconfinati o colpi di fortuna, ma visione strategica a lungo termine, pazienza operativa quotidiana e una fede incrollabile nel capitale umano. Le pagine del libro danno senso a concetti come quelli di leadership condivisa, valorizzazione dei talenti, radicamento territoriale che diventa vantaggio competitivo. Da leggere e da applicare.

Campioni a sorpresa. Dallo sport al business: superare le attese e costruire successi

Marco Alfieri

Egea, 2026

I racconti di imprese sportive come esempi per le imprese economiche

Un’impresa come una squadra. Senza retorica ma con concretezza. L’idea di creare una equivalenza, o comunque un collegamento, tra l’organizzazione di una squadra sportiva e quella di un’azienda non è nuova, ma contiene sempre nuove suggestioni utili a chi deve impegnarsi nella costruzione oppure nel rilancio di un’impresa. È da queste considerazioni che deriva l’utilità di leggere “Campioni a sorpresa. Dallo sport al business: superare le attese e costruire successi”, libro di Marco Alfieri da poco pubblicato.

Alfieri prende ad esempio le storie di tre squadre che, viene spiegato, hanno riscritto le regole del gioco, trasformandosi da provinciali sognatori in protagonisti assoluti. Imoco Volley Conegliano, nata da un fallimento nel 2012, oggi domina la pallavolo mondiale con ventinove titoli conquistati. Aquila Basket Trento ha scalato ogni categoria dalla serie D fino alla storica Coppa Italia, battendo l’Olimpia Milano. Il Bologna di Joey Saputo ha mantenuto una promessa decennale, centrando la qualificazione in Champions League e la conquista della Coppa Italia.

Nel libro si racconta quindi come si costruiscono le cosiddette “vittorie impossibili” attraverso le storie di chi – presidente, allenatore o comunque manager – ha avuto la responsabilità di condurre “la squadra”.

Il messaggio che deriva dagli esempi raccolti da Marco Alfieri è piuttosto chiaro: non servono capitali sconfinati o colpi di fortuna, ma visione strategica a lungo termine, pazienza operativa quotidiana e una fede incrollabile nel capitale umano. Le pagine del libro danno senso a concetti come quelli di leadership condivisa, valorizzazione dei talenti, radicamento territoriale che diventa vantaggio competitivo. Da leggere e da applicare.

Campioni a sorpresa. Dallo sport al business: superare le attese e costruire successi

Marco Alfieri

Egea, 2026

Governare l’informazione per essere più competitivi

Una ricerca condotta nell’ambito di Banca d’Italia approfondisce il ruolo e l’importanza della buona gestione dei dati

 

L’informazione come elemento di competitività, anzi come grande strumento per essere più efficienti sui mercati. La dottrina lo dice da tempo, la pratica lo dimostra. Leggere lo studio di Francesco Zollino (del servizio Gestione dell’informazione di Banca d’Italia) apparso nei quaderni che l’istituto dedica alle “Tematiche istituzionali” serve a comprendere meglio.

“L’efficiente governo delle informazioni nell’esperienza delle imprese italiane” si basa sull’evidenza dei dati raccolti presso un campione di grandi imprese non finanziarie italiane e in particolare, guardando gli assetti organizzativi e manageriali per l’attuazione della Data Governance (DG), mostrano numerosi tratti comuni tra settori di attività e aree geografiche.

Zollino ha riscontrato una serie di elementi che possono essere riassunti in alcuni punti cruciali. Prima di tutto la diffusa consapevolezza dell’elevato valore strategico del patrimonio informativo di fronte alle incertezze del contesto in cui l’impresa opera. Poi la necessità di realizzare ingenti investimenti in comunicazione e capillare formazione di chi in azienda lavora per contenere i costi di adattamento ai cambiamenti indotti dalla DG. E quindi il ruolo cruciale di una trasparente assegnazione di ruoli e responsabilità nelle strategie di DG. Tutto senza dimenticare il continuo mutamento del ruolo e dell’importanza della Data Governance per le imprese. Ma soprattutto, “l’inseparabilità – come spiega lo stesso Zollino – tra le opportunità di valorizzazione del patrimonio informativo, anche con il ricorso a metodi avanzati di analisi, e l’ineludibile rispetto di adeguati presidi per la sua integrità, riservatezza e sicurezza”.

La ricerca di Zollino delinea un aspetto nuovo della cultura e dell’organizzazione del produrre che non va trascurato. L’indagine va però anche oltre: i suoi risultati, infatti, servono per delineare una agenda di buone pratiche per la DG potenzialmente utile anche al di fuori del mondo imprenditoriale.

L’efficiente governo delle informazioni nell’esperienza delle imprese italiane

Francesco Zollino

Banca d’Italia, Tematiche istituzionali, gennaio 2026

Una ricerca condotta nell’ambito di Banca d’Italia approfondisce il ruolo e l’importanza della buona gestione dei dati

 

L’informazione come elemento di competitività, anzi come grande strumento per essere più efficienti sui mercati. La dottrina lo dice da tempo, la pratica lo dimostra. Leggere lo studio di Francesco Zollino (del servizio Gestione dell’informazione di Banca d’Italia) apparso nei quaderni che l’istituto dedica alle “Tematiche istituzionali” serve a comprendere meglio.

“L’efficiente governo delle informazioni nell’esperienza delle imprese italiane” si basa sull’evidenza dei dati raccolti presso un campione di grandi imprese non finanziarie italiane e in particolare, guardando gli assetti organizzativi e manageriali per l’attuazione della Data Governance (DG), mostrano numerosi tratti comuni tra settori di attività e aree geografiche.

Zollino ha riscontrato una serie di elementi che possono essere riassunti in alcuni punti cruciali. Prima di tutto la diffusa consapevolezza dell’elevato valore strategico del patrimonio informativo di fronte alle incertezze del contesto in cui l’impresa opera. Poi la necessità di realizzare ingenti investimenti in comunicazione e capillare formazione di chi in azienda lavora per contenere i costi di adattamento ai cambiamenti indotti dalla DG. E quindi il ruolo cruciale di una trasparente assegnazione di ruoli e responsabilità nelle strategie di DG. Tutto senza dimenticare il continuo mutamento del ruolo e dell’importanza della Data Governance per le imprese. Ma soprattutto, “l’inseparabilità – come spiega lo stesso Zollino – tra le opportunità di valorizzazione del patrimonio informativo, anche con il ricorso a metodi avanzati di analisi, e l’ineludibile rispetto di adeguati presidi per la sua integrità, riservatezza e sicurezza”.

La ricerca di Zollino delinea un aspetto nuovo della cultura e dell’organizzazione del produrre che non va trascurato. L’indagine va però anche oltre: i suoi risultati, infatti, servono per delineare una agenda di buone pratiche per la DG potenzialmente utile anche al di fuori del mondo imprenditoriale.

L’efficiente governo delle informazioni nell’esperienza delle imprese italiane

Francesco Zollino

Banca d’Italia, Tematiche istituzionali, gennaio 2026

10 anni di biblioteche Pirelli

Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. (Marguerite Yourcenar, “Memorie di Adriano”)

Sono già trascorsi dieci anni dall’apertura della biblioteca aziendale dell’Headquarters Pirelli di Milano Bicocca, inaugurata nel novembre del 2016 insieme a quella dello stabilimento di Bollate, affiancate a quella già attiva del Polo Industriale di Settimo Torinese.

La storia delle biblioteche Pirelli parte però molto tempo prima. Già alla fine dell’Ottocento, Giovanni Battista Pirelli inizia a raccogliere libri e riviste di carattere tecnico, una collezione che è cresciuta negli anni fino a confluire nella biblioteca tecnico-scientifica Pirelli – circa 16.000 volumi dedicati alla tecnologia della gomma e dei cavi – conservata presso la Fondazione Pirelli, che ospita anche la Biblioteca della Fondazione, con oltre 2.000 volumi su un’ampia gamma di tematiche quali la storia dell’azienda, la comunicazione d’impresa, l’arte, il design e lo sport. In questo contesto nascono, nel corso del Novecento, anche le biblioteche aziendali. La prima biblioteca dedicata ai dipendenti è una biblioteca circolante di 800 volumi a disposizione del personale iscritto al “Dopolavoro Aziende Pirelli”, attiva già nel 1928, alla quale segue, nel 1957, quella di viale Sarca 183, che arriva a ospitare un patrimonio di circa 11.000 volumi.

Anche oggi Pirelli continua a portare avanti questa lunga tradizione di “costruzione” di biblioteche come luoghi vivi e dinamici, veri e propri asset aziendali di welfare, confermando una costante attenzione all’arricchimento personale e professionale di chi vi lavora. Dopo dieci anni, la biblioteca Bicocca dispone oggi di un catalogo di oltre 8.500 libri, più di 700 colleghi iscritti e una movimentazione di quasi 3.000 volumi all’anno, tra prestiti e proroghe. Pirelli è, inoltre, la prima azienda ad aver avviato una collaborazione con il Comune per l’integrazione della biblioteca di Bicocca nel circuito del Sistema Bibliotecario Milanese, dando la possibilità ai propri dipendenti di attingere a un ulteriore ampio catalogo di libri, audiolibri, e-book, giornali e riviste.

Nel 2026 la Fondazione Pirelli organizzerà una serie di iniziative per celebrare questo anniversario, sia rivolte alla comunità dei dipendenti sia al pubblico esterno. Incontri con gli autori, eventi dedicati ai ragazzi, convegni istituzionali e iniziative di comunicazione digitale. Per rimanere aggiornati continuate a seguire fondazionepirelli.org e i canali social di Fondazione Pirelli.

E se volete approfondire la storia delle biblioteche Pirelli, troverete racconti e video nella sezione Le Biblioteche.

Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. (Marguerite Yourcenar, “Memorie di Adriano”)

Sono già trascorsi dieci anni dall’apertura della biblioteca aziendale dell’Headquarters Pirelli di Milano Bicocca, inaugurata nel novembre del 2016 insieme a quella dello stabilimento di Bollate, affiancate a quella già attiva del Polo Industriale di Settimo Torinese.

La storia delle biblioteche Pirelli parte però molto tempo prima. Già alla fine dell’Ottocento, Giovanni Battista Pirelli inizia a raccogliere libri e riviste di carattere tecnico, una collezione che è cresciuta negli anni fino a confluire nella biblioteca tecnico-scientifica Pirelli – circa 16.000 volumi dedicati alla tecnologia della gomma e dei cavi – conservata presso la Fondazione Pirelli, che ospita anche la Biblioteca della Fondazione, con oltre 2.000 volumi su un’ampia gamma di tematiche quali la storia dell’azienda, la comunicazione d’impresa, l’arte, il design e lo sport. In questo contesto nascono, nel corso del Novecento, anche le biblioteche aziendali. La prima biblioteca dedicata ai dipendenti è una biblioteca circolante di 800 volumi a disposizione del personale iscritto al “Dopolavoro Aziende Pirelli”, attiva già nel 1928, alla quale segue, nel 1957, quella di viale Sarca 183, che arriva a ospitare un patrimonio di circa 11.000 volumi.

Anche oggi Pirelli continua a portare avanti questa lunga tradizione di “costruzione” di biblioteche come luoghi vivi e dinamici, veri e propri asset aziendali di welfare, confermando una costante attenzione all’arricchimento personale e professionale di chi vi lavora. Dopo dieci anni, la biblioteca Bicocca dispone oggi di un catalogo di oltre 8.500 libri, più di 700 colleghi iscritti e una movimentazione di quasi 3.000 volumi all’anno, tra prestiti e proroghe. Pirelli è, inoltre, la prima azienda ad aver avviato una collaborazione con il Comune per l’integrazione della biblioteca di Bicocca nel circuito del Sistema Bibliotecario Milanese, dando la possibilità ai propri dipendenti di attingere a un ulteriore ampio catalogo di libri, audiolibri, e-book, giornali e riviste.

Nel 2026 la Fondazione Pirelli organizzerà una serie di iniziative per celebrare questo anniversario, sia rivolte alla comunità dei dipendenti sia al pubblico esterno. Incontri con gli autori, eventi dedicati ai ragazzi, convegni istituzionali e iniziative di comunicazione digitale. Per rimanere aggiornati continuate a seguire fondazionepirelli.org e i canali social di Fondazione Pirelli.

E se volete approfondire la storia delle biblioteche Pirelli, troverete racconti e video nella sezione Le Biblioteche.

“Grand Control”, la nuova serie podcast talk di Fondazione Pirelli e Chora Media

“Power is nothing without control”. Potenza e controllo: un binomio che attraversa la storia, la tecnica e la cultura d’impresa Pirelli e che oggi si propone come chiave di lettura del presente. Da questa relazione, dopo l’esperienza di Risuona, la prima serie di podcast che attraversa Milano raccontando risonanze tra passato e presente, tra lavoro e cultura d’impresa (2023), nasce Grand Control, prodotta da Chora Media e promossa da Fondazione Pirelli, da oggi disponibile con un episodio a settimana sulle principali piattaforme audio free (Spotify, Apple Podcast, Spreaker, Google Podcast, YouTube Music).

Lo slogan che nel 1994 ha accompagnato una celebre campagna pubblicitaria Pirelli, con Carl Lewis – straordinario campione mondiale di velocità – ritratto da Annie Leibovitz con un paio di scarpe rosse dai tacchi a spillo, è diventato nel tempo molto più di una brillante intuizione creativa. È una riflessione sull’equilibrio, sulla consapevolezza del limite, sulla capacità di governare la forza per trasformarla in eccellenza.

Dalla pallavolo al tennis, fino al mondo delle competizioni su due e quattro ruote, “Grand Control” mostra come il controllo dei momenti decisivi sia ciò che permette agli atleti di migliorare le performance, allenarsi meglio, crescere e vincere. Ma il controllo non è solo una regola tecnica. È un valore che supera l’ambito sportivo e attraversa mondi come la televisione, lo spettacolo e la musica, diventando una chiave di lettura del presente e uno strumento per affrontare il futuro.

Nel corso di sei episodi Angelo Carotenuto, giornalista e scrittore, dialoga con Francesca Michielin, Giuseppe Lupo, Francesca Fialdini, Mario Isola, Tathiana Garbin e Andrea Zorzi, esplorando come il controllo sia un elemento essenziale in ogni ambito dello sport e, più in generale, dell’esperienza umana. Un percorso scandito da concetti chiave, tangibili e misurabili – reattività, velocità, distanza, tempo, concentrazione, potenza – in cui il controllo emerge come fattore comune.

A fare da filo conduttore, episodio dopo episodio, tornano le scarpe rosse di Carl Lewis e quello slogan Pirelli che, generazione dopo generazione, continua a parlare con sorprendente attualità del rapporto essenziale tra potenza e controllo.

“Power is nothing without control”. Potenza e controllo: un binomio che attraversa la storia, la tecnica e la cultura d’impresa Pirelli e che oggi si propone come chiave di lettura del presente. Da questa relazione, dopo l’esperienza di Risuona, la prima serie di podcast che attraversa Milano raccontando risonanze tra passato e presente, tra lavoro e cultura d’impresa (2023), nasce Grand Control, prodotta da Chora Media e promossa da Fondazione Pirelli, da oggi disponibile con un episodio a settimana sulle principali piattaforme audio free (Spotify, Apple Podcast, Spreaker, Google Podcast, YouTube Music).

Lo slogan che nel 1994 ha accompagnato una celebre campagna pubblicitaria Pirelli, con Carl Lewis – straordinario campione mondiale di velocità – ritratto da Annie Leibovitz con un paio di scarpe rosse dai tacchi a spillo, è diventato nel tempo molto più di una brillante intuizione creativa. È una riflessione sull’equilibrio, sulla consapevolezza del limite, sulla capacità di governare la forza per trasformarla in eccellenza.

Dalla pallavolo al tennis, fino al mondo delle competizioni su due e quattro ruote, “Grand Control” mostra come il controllo dei momenti decisivi sia ciò che permette agli atleti di migliorare le performance, allenarsi meglio, crescere e vincere. Ma il controllo non è solo una regola tecnica. È un valore che supera l’ambito sportivo e attraversa mondi come la televisione, lo spettacolo e la musica, diventando una chiave di lettura del presente e uno strumento per affrontare il futuro.

Nel corso di sei episodi Angelo Carotenuto, giornalista e scrittore, dialoga con Francesca Michielin, Giuseppe Lupo, Francesca Fialdini, Mario Isola, Tathiana Garbin e Andrea Zorzi, esplorando come il controllo sia un elemento essenziale in ogni ambito dello sport e, più in generale, dell’esperienza umana. Un percorso scandito da concetti chiave, tangibili e misurabili – reattività, velocità, distanza, tempo, concentrazione, potenza – in cui il controllo emerge come fattore comune.

A fare da filo conduttore, episodio dopo episodio, tornano le scarpe rosse di Carl Lewis e quello slogan Pirelli che, generazione dopo generazione, continua a parlare con sorprendente attualità del rapporto essenziale tra potenza e controllo.

L’umanità di Industria 5.0

Pubblicato un libro a più mani che racconta lo scenario attuale tra tecnologia e necessità di porre l’uomo al centro

Non solo tecnologia. Anzi, di più: tecnologia affiancata obbligatoriamente da altri elementi innovativi complessi che vanno correttamente intesi per non rimanere sopraffatti. Condizione comune a tutti da quanto lo scenario di Industria 5.0 s’è fatto realtà basandosi su un’affermazione: superare il tecno-centrismo e porre al centro la persona, coniugando innovazione con sostenibilità, resilienza e giustizia sociale. Ma cosa significa porre l’uomo al “centro” nell’era digitale? Quale è davvero il paradigma emergente dell’Industria 5.0?
Leggere “L’Europa e le sfide dell’industria 5.0. Per governare e non subire le rivoluzioni del nostro tempo”, curato da Massimo Adinolfi, Pietro Maffettone e Massimiliano Scarpetta, può essere un buon modo per capire di più.

Il libro raccoglie una serie di contributi che offrono una lettura multidisciplinare – dalla filosofia al diritto, dall’economia alla geografia – delle implicazioni etiche, politiche e culturali della trasformazione digitale, indagando l’impatto dell’automazione sul lavoro, sulla democrazia e sui diritti. Hanno partecipato alla composizione del volume oltre ai curatori anche Paolo Benanti, Roger Abravanel, Barbara Carfagna, Sabino Cassese, Danila De Stefano, Lorenzo Mariani, Raffaele Mauro, Stefano Quintarelli, Paola Severino e Laura Sposato: ognuno ha portato la sua personale visione e interpretazione di Industria 5.0 contribuendo a costruire un’analisi multidisciplinare della stessa: quello che serve per capire meglio.

Dopo aver raccontato come è nato il progetto che ha condotto al libro, viene quindi affrontato il passaggio da Industria 4.0 a Industria 5.0e poi l’evoluzione della politica industriale che ha accompagnato questo percorso. Il libro passa quindi ad approfondire alcuni aspetti fondamentali di Industria 5.0: l’automazione e il mercato, la sua organizzazione spaziale e sociale, ma anche temi come le relazioni con il lavoro e la giustizia distributiva. Chiude il volume una serie di interviste ognuna delle quali porta una particolare visione del tema. Il testo sottolinea quindi la necessità di politiche pubbliche inclusive, capaci di governare l’innovazione senza soffocarne il potenziale, sostenendo un modello di sviluppo europeo umano-centrico. Soprattutto, il libro di Adinolfi, Maffettone e Scarpetta invita ad un dialogo informato che permetta di governare, anziché subire, le rivoluzioni del nostro tempo.

 

L’Europa e le sfide dell’industria 5.0. Per governare e non subire le rivoluzioni del nostro tempo

Massimo Adinolfi, Pietro Maffettone, Massimiliano Scarpetta

Franco Angeli, 2026

Pubblicato un libro a più mani che racconta lo scenario attuale tra tecnologia e necessità di porre l’uomo al centro

Non solo tecnologia. Anzi, di più: tecnologia affiancata obbligatoriamente da altri elementi innovativi complessi che vanno correttamente intesi per non rimanere sopraffatti. Condizione comune a tutti da quanto lo scenario di Industria 5.0 s’è fatto realtà basandosi su un’affermazione: superare il tecno-centrismo e porre al centro la persona, coniugando innovazione con sostenibilità, resilienza e giustizia sociale. Ma cosa significa porre l’uomo al “centro” nell’era digitale? Quale è davvero il paradigma emergente dell’Industria 5.0?
Leggere “L’Europa e le sfide dell’industria 5.0. Per governare e non subire le rivoluzioni del nostro tempo”, curato da Massimo Adinolfi, Pietro Maffettone e Massimiliano Scarpetta, può essere un buon modo per capire di più.

Il libro raccoglie una serie di contributi che offrono una lettura multidisciplinare – dalla filosofia al diritto, dall’economia alla geografia – delle implicazioni etiche, politiche e culturali della trasformazione digitale, indagando l’impatto dell’automazione sul lavoro, sulla democrazia e sui diritti. Hanno partecipato alla composizione del volume oltre ai curatori anche Paolo Benanti, Roger Abravanel, Barbara Carfagna, Sabino Cassese, Danila De Stefano, Lorenzo Mariani, Raffaele Mauro, Stefano Quintarelli, Paola Severino e Laura Sposato: ognuno ha portato la sua personale visione e interpretazione di Industria 5.0 contribuendo a costruire un’analisi multidisciplinare della stessa: quello che serve per capire meglio.

Dopo aver raccontato come è nato il progetto che ha condotto al libro, viene quindi affrontato il passaggio da Industria 4.0 a Industria 5.0e poi l’evoluzione della politica industriale che ha accompagnato questo percorso. Il libro passa quindi ad approfondire alcuni aspetti fondamentali di Industria 5.0: l’automazione e il mercato, la sua organizzazione spaziale e sociale, ma anche temi come le relazioni con il lavoro e la giustizia distributiva. Chiude il volume una serie di interviste ognuna delle quali porta una particolare visione del tema. Il testo sottolinea quindi la necessità di politiche pubbliche inclusive, capaci di governare l’innovazione senza soffocarne il potenziale, sostenendo un modello di sviluppo europeo umano-centrico. Soprattutto, il libro di Adinolfi, Maffettone e Scarpetta invita ad un dialogo informato che permetta di governare, anziché subire, le rivoluzioni del nostro tempo.

 

L’Europa e le sfide dell’industria 5.0. Per governare e non subire le rivoluzioni del nostro tempo

Massimo Adinolfi, Pietro Maffettone, Massimiliano Scarpetta

Franco Angeli, 2026

L’impresa a tutto tondo

Pubblicata una ricerca che ha l’obiettivo di raccontare le organizzazioni della produzione in modo più completo ed esaustivo partendo dal design

Contenuto e immagine, manifattura e intangibilità d’impresa, concretezza del fabbricare e immaginazione che si fa progetto e poi prodotto. La cultura del produrre non passa mai solo da un manufatto, ma da molto altro. Per questo comprendere relazioni e storia complessa delle imprese che insistono su un territorio è qualcosa che comporta più contributi. Come quanto portato da Alberto Bassi, Giulia Ciliberto, Maria Cristina Addis, Jacopo William De Denaro e Marco Scotti con “Il patrimonio intangibile d’impresa. Una mappatura design-driven” contributo di ricerca contenuto in una raccolta più ampia dedicata al “Design Plurale. Casi e modelli alternativi per l’innovazione”.

La ricerca ha l’obiettivo di dare forma ad una metodologia che possa aiutare a creare una mappa più completa degli ecosistemi imprenditoriali partendo dal caso studio del Nord-Est. Traguardo finale: individuare il corpus di conoscenze intangibili espresse dalle imprese locali nelle loro interazioni con la cultura del design, cioè, di fatto, con quegli aspetti immateriali che contribuiscono a raccontare l’impresa con strumenti diversi da quelli consueti più strettamente collegati alla produzione.

Gli studi sugli asset intangibili – spiegano gli autori – tendono spesso a concentrarsi sui valori da cui l’azienda trae un beneficio economico diretto, mentre le culture e le pratiche del design sono raramente studiate in quanto tali e nelle loro connessioni più ampie con la società e la cultura. La “mappa” che si cerca di costruire è quindi composta con più contributi che possono arrivare da diversi ambiti disciplinari: dalla teoria e storia del design agli studi territoriali, all’economia, alla semiotica, ai beni culturali.

Il risultato di questo metodo – applicato appunto al Nord-Est – è un quadro di riferimento delle imprese alternativo a quelli della contabilità e del reporting finanziario tradizionale. Qualcosa che più si avvicina a delineare l’impresa nel suo complesso, come espressione di una cultura produttiva che non è solo tecnica oppure economica, ma anche umana e sociale.

Il patrimonio intangibile d’impresa. Una mappatura design-driven

Alberto Bassi, Giulia Ciliberto, Maria Cristina Addis, Jacopo William De Denaro, Marco Scotti

in Design Plurale. casi e modelli alternativi per l’innovazione / Plural Design. Cases and Alternative Models for Innovation, Federico II University Press, 2025

Pubblicata una ricerca che ha l’obiettivo di raccontare le organizzazioni della produzione in modo più completo ed esaustivo partendo dal design

Contenuto e immagine, manifattura e intangibilità d’impresa, concretezza del fabbricare e immaginazione che si fa progetto e poi prodotto. La cultura del produrre non passa mai solo da un manufatto, ma da molto altro. Per questo comprendere relazioni e storia complessa delle imprese che insistono su un territorio è qualcosa che comporta più contributi. Come quanto portato da Alberto Bassi, Giulia Ciliberto, Maria Cristina Addis, Jacopo William De Denaro e Marco Scotti con “Il patrimonio intangibile d’impresa. Una mappatura design-driven” contributo di ricerca contenuto in una raccolta più ampia dedicata al “Design Plurale. Casi e modelli alternativi per l’innovazione”.

La ricerca ha l’obiettivo di dare forma ad una metodologia che possa aiutare a creare una mappa più completa degli ecosistemi imprenditoriali partendo dal caso studio del Nord-Est. Traguardo finale: individuare il corpus di conoscenze intangibili espresse dalle imprese locali nelle loro interazioni con la cultura del design, cioè, di fatto, con quegli aspetti immateriali che contribuiscono a raccontare l’impresa con strumenti diversi da quelli consueti più strettamente collegati alla produzione.

Gli studi sugli asset intangibili – spiegano gli autori – tendono spesso a concentrarsi sui valori da cui l’azienda trae un beneficio economico diretto, mentre le culture e le pratiche del design sono raramente studiate in quanto tali e nelle loro connessioni più ampie con la società e la cultura. La “mappa” che si cerca di costruire è quindi composta con più contributi che possono arrivare da diversi ambiti disciplinari: dalla teoria e storia del design agli studi territoriali, all’economia, alla semiotica, ai beni culturali.

Il risultato di questo metodo – applicato appunto al Nord-Est – è un quadro di riferimento delle imprese alternativo a quelli della contabilità e del reporting finanziario tradizionale. Qualcosa che più si avvicina a delineare l’impresa nel suo complesso, come espressione di una cultura produttiva che non è solo tecnica oppure economica, ma anche umana e sociale.

Il patrimonio intangibile d’impresa. Una mappatura design-driven

Alberto Bassi, Giulia Ciliberto, Maria Cristina Addis, Jacopo William De Denaro, Marco Scotti

in Design Plurale. casi e modelli alternativi per l’innovazione / Plural Design. Cases and Alternative Models for Innovation, Federico II University Press, 2025

L’Europa ha un potere da usare meglio verso Usa e Cina: la forza della libertà e della cultura umanistica e scientifica

“Di tutto restano tre cose:/ la certezza/ che stiamo sempre iniziando,/ la certezza/ che abbiamo bisogno di continuare,/ la certezza/ che saremo interrotti prima di finire./ Pertanto dobbiamo fare/ dell’interruzione,/ un nuovo cammino/ della caduta,/ un passo di danza/ della paura,/ una scala/ del sogno,/ un ponte/ del bisogno,/ un incontro”.

Diciotto versi, essenziali. Attribuiti comunemente, per errore, a Fernando Pessoa. E invece scritti da Fernando Sabino, poeta brasiliano, una vena malinconica (eccolo, forse, l’equivoco con Pessoa) e una solida reputazione nel mondo novecentesco delle lettere di Rio de Janeiro.

Sono versi utili da rileggere, in questi tempi così incerti e controversi, per non smarrirsi tra dichiarazioni prepotenti e contraddittorie, minacce arroganti, false notizie e veri e propri atti di violenza. E rivalutare invece l’importanza del lavoro intellettuale di dubbio e ricerca, del “fare della caduta, un passo di danza”, “dell’interruzione, un nuovo cammino” e soprattutto seguire l’idea che “il corso delle cose è sinuoso” (questa è di Maurice Merleau-Ponty) e che dunque la storia possa avere dei repentini cambi di indirizzo, uno scarto, una mossa del cavallo, rivelare perfino un’eterogenesi dei fini, in grado di ridare un ordine diverso e spesso migliore alle cose.

Siamo, noi europei anziani, persone cresciute secondo i valori del primato delle idee (della legge, delle regole, delle Costituzioni e della Ragione, della filosofia e della letteratura, dunque) e adesso profondamente a disagio di fronte alla prepotente affermazione del primato della forza. In tanti, convinti della bontà della democrazia, abbiamo scelto il “primato della norma impersonale e astratta” (dunque non soggetta ai capricci del Principe) teorizzata dal giurista liberale Hans Kelsen, detestato dai nazisti. E abbiamo invece rifiutato il principio che “Sovrano è chi decide in Stato di eccezione” teorizzato da Carl Schmitt, che al pensiero autoritario nazista piaceva moltissimo.

Adesso gli anni che ci restano corriamo il rischio di non viverli “con l’anima aperta, il cuore in pace… e un abbraccio con amore per quelli che ci restano da vivere”, come saggiamente si augurava e ci augurava il vecchio Pablo Neruda (da rileggere, comunque, ogni giorno, come un breviario gioioso e sapiente). Ma di subirli con l’angoscia di abitare in un mondo violento e prepotente, dominato dal bullismo macho che scrive regole e comportamenti come conviene al più forte e da tecno-feudatari sottratti a ogni controllo e incuranti delle conseguenze di algoritmi manipolatori e privi di responsabilità sulla sostenibilità della vita per milioni di persone (leggere due romanzi profetici e densi di verità come “Quello che possiamo sapere” di Ian McEwan, Einaudi e “Il mondo senza inverno” di Bruno Arpaia, Guanda, per averne un’idea).

L’Europa è dunque perduta, marginale, in declino, come si affrettano quasi quotidianamente a spiegarci i potenti di Washington e Pechino e gli azionisti delle Big Tech, americani o cinesi che siano?

Probabilmente no. A condizione che quest’Europa vilipesa e intimidita non rinunci a mettere sul tavolo del confronto, geopolitico e geoeconomico, le carte di tutti i suoi punti di forza, compresi quei valori irrisi come irrilevanti perché non accompagnati dalla forza militare e high tech (è ciò che proviamo a scrivere, testardamente, negli ultimi blog, “fare della paura una scala, del sogno un ponte”, per ripetere il falso Pessoa vero Sabino).

Azzardiamo a giocare, allora, con un mazzo di carte diverse da quelle del Risiko, illustrate da carri armati, soldati e cannoni. E proviamo a misurare la forza dell’Europa in un altro modo. Per esempio, mettendo sul tavolo la forza della nostra cultura.

Il grande dipinto di Raffaello sulla Scuola di Atene, per esempio, ospitato ai Musei Vaticani (il cartone preparatorio è alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano e merita di essere guardato attentamente): ci sono i grandi filosofi, guidati da Platone e Aristotele, ma anche i matematici e gli astronomi, gli artisti (Raffaello stesso, pensoso, in un angolo) e persino un ragazzetto, l’unico i cui capelli sono scompigliati da un vento impetuoso, probabilmente il soffio forte dell’innovazione che anima quel dipinto altrimenti così ieratico e composto.

In quella “Scuola di Atene” c’è tutta la forza dell’Europa: la conoscenza e le idee in movimento, la “cultura politecnica” dei filosofi e dei matematici (proprio quella cultura che oggi è indispensabile a progettare, dare senso, controllare e guidare l’Artificial Intelligence), la bellezza dell’arte ma anche l’equilibrio della scienza.

Eccola, la forza dell’Europa che noi abbiamo e altre parti del mondo no o almeno non nella stessa equilibrata misura: la profondità critica della conoscenza, che si traduce in operatività di scienza, ricerca, tecnologia, impresa, produttività, lavoro e convivenza civile: un prezioso capitale sociale e civile, una ricchezza molto più solida e duratura di quella della pura tecnica militare. Un capitale sociale che rigidità burocratiche e schematismi ideologici della Ue possono indebolire, ma non certo bloccare. Un capitale da saper investire, con sapienza politica e robusto orgoglio da “patriottismo dolce” europeo.

Ecco allora la libertà affermata contro ogni costrizione da Baruch Spinoza e i pensieri spirituali di Pascal e Montaigne, il testardo spirito scientifico di Galileo e Newton, l’ingegno del Codice Atlantico di Leonardo Da Vinci che raffigura oggetti tecnici che ancora non esistono e la misura architettonica di Leon Battista Alberti. E ancora la profonda conoscenza delle dinamiche infernali del potere e della hybris di Shakespeare (da studiare in tutte le buone scuole di management, oltre che da godere a teatro), il senso del divino di Bach, l’intelligenza critica di Voltaire e il senso filosofico ed etico di Kant. E, ancora, la sapienza economica di Antonio Genovesi e Adam Smith (senza dimenticare John M. Keynes), l’acutezza scientifica e morale di Hans Bohr e Marie Curie e la lucida capacità critica e narrativa di Alessandro Manzoni e Thomas Mann. E, guardando a tempi più vicini a noi, il senso della creazione alchemica come antidoto artistico alle violenze del mondo, storiche e attuali, di Anselm Kiefer, quel sapiente Primo Levi di “Se questo è un uomo” e quella  straordinaria Hannah Arendt che ci mette ancora in guardia contro la presunta “banalità del male” proprio quando quella orrenda e violenta “banalità” ce la ritroviamo ancora nei giorni scorsi nelle immagini dei bambini usati a Minneapolis per “stanare” i genitori forse illegalmente immigrati (ma cosa sono mai un uomo o una donna, animali da “stanare”? Per capire, leggere le cronache e l’editoriale del Quotidiano Nazionale/Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino del 28 gennaio). E così via continuando di pagina in pagina, di intellettuale in intellettuale (bella parola, “intellettuale”, come ci ha insegnato Tullio De Mauro), sino a finire di sfogliare la monumentale Enciclopedia Treccani ma anche la Britannica, con tutti i loro volumi di aggiornamento.

I nostri valori di cultura, democrazia, libertà, tolleranza, i valori dell’Occidente democratico e liberale sono gli stessi che oggi scuotono gli Usa, da Minneapolis a New York e a tante altre città americane, nel timore che vengano compromessi, limitati, aboliti.

Abbiamo la conoscenza e la “civiltà della conversazione” da cui è nato l’Illuminismo, caposaldo della civiltà contemporanea e argine anche rispetto ai nostri contemporanei eversori, la capacità del pensiero critico che, applicato alla scienza, ha segnato tutto il Novecento e l’intelligenza pragmatica di aver definito meccanismi e valori della democrazia liberale che sa far convivere libertà, intraprendenza, mercato e welfare come in nessun altro posto del mondo.

I libri valgono un esercito? Le idee battono i missili e i mitra delle milizie mercenarie o fanatiche? La sfida è aperta. Quanto meno nel medio periodo. L’Iran, proprio in queste settimane, ci offre esemplari testimonianze della forza dirompente delle idee contro le armi dei pasdaran: “Leggere Lolita a Teheran” da decenni è uno strumento potente di libertà e civiltà.

Proprio a un grande libro europeo, d’altronde, ha fatto ricorso il leader canadese, Mark Karney, per rafforzare il suo ragionamento che metteva limiti alle pretese di Donald Trump sulla Groenlandia: a quel “Potere dei senza poteri” con cui Vaclav Havel contrastava l’autoritarismo comunista sovietico prima che la storia cambiasse verso e quel padre intellettuale dell’Europa libera diventasse presidente della Repubblica Ceca.

“Il potere dei senza poteri”, per prendere finalmente atto che le idee hanno un grande potere che va fatto valere, anche davanti alle armi e ai più arditi congegni high tech (che peraltro, senza idee, non funzionano). Per la cronaca, nello scontro tra Carney e Trump, nei giorni scorsi, ha avuto la meglio Carney e Trump ha, almeno momentaneamente, rinunciato a comprare o a esercitare la forza militare per prendersi la Groenlandia.

Serve, naturalmente, il realismo politico, per non ritrovarsi tra le pagine di don Miguel de Cervantes. Ma senza abdicare alla forza dei valori e dei principi, a quel “tirare a campare per non tirare le cuoia” così caro al cinismo di Giulio Andreotti (e oggi, comunque, tutt’altro che sicuramente vincente nel confronto tra i valori sostenuti da progetti, come i piani di Draghi e Letta per l’Europa, per esempio e le prepotenze sostenute da avidità privatissima di spropositate ricchezze. Tra una “deterrenza credibile” che l’Europa deve mettere in piedi, con una “industria della guerra, anche economica e forte di “leadership tecnologica” che renda la guerra non conveniente” e la minacciosità dei piani aggressivi di chi pretenda di ricondurre il mondo a due o tre imperio dominanti (i concetti sono contenuti in “Il prezzo della guerra” di Paolo Balduzzi e Andrea Bignami, Paesi Edizioni).

Alla fine di tanti e tali ragionamenti, viene naturale dare pienamente ragione a chi, come la Magnifica Rettrice dell’Università Statale di Milano, Marina Brambilla, inaugurando pochi giorni fa l’Anno Accademico, ha fatto un discorso di principio, in cui ha affermato che “la libertà accademica non è negoziabile” (Il Giorno, 20 gennaio), soprattutto in un contesto in cui “l’antiscientismo dilaga”.

Libertà accademica come “libertà di ricerca e di insegnamento, come autonomia della scienza, come stimolo alla ricerca i cui effetti positivi ricadono poi sulle imprese, sul lavoro, sulla vita civile e sulla società”. L’autonomia della ricerca scientifica, d’altronde, è uno dei valori fondanti dell’ordine liberale delle cose. Ribadirlo, in questi tempi così controversi, è assolutamente indispensabile.

Bene ha fatto, dunque, Marina Brambilla, a ricordare quanto i fondamenti della ricerca, in Italia, siano previsti e tutelati dalla Costituzione. E a chiedere, semmai, che chi governa sia più sapiente nell’orientare, verso la ricerca, risorse ben maggiori di quelle messe sino ad adesso a disposizione.

Quella “libertà accademica non negoziabile” è d’altronde, proprio oggi, quanto mai indispensabile anche perché l’Europa possa fare valere le proprie capacità attrattive nei confronti di decine di migliaia di studenti, ricercatori, professori, seriamente in difficoltà in quello che una volta era il paradiso della ricerca scientifica e cioè gli Usa, con i principali atenei messi sotto stress dal taglio massiccio dei fondi federali perché poco rispettoso delle direttive politiche della Casa Bianca (ne abbiamo parlato nel blog della settimana scorsa).

L’Europa non potrà mai, ragionevolmente, fare da alternativa globale agli Usa. Ma certo, ribadire la sua forza, la sua solidità e creatività scientifica e culturale può essere un grande obiettivo europeo, anche per rafforzare alcuni valori e alcuni interessi Ue di grande portata: l’autonomia, la sicurezza strategica ed energetica, la politica industriale, il rafforzamento di una voce autorevole al di là della potenza di Usa e Cina.

Altre buone notizie, in questo senso, vengono proprio in questi giorni delle università italiane. Come l’accordo appena firmato dal Politecnico e dall’Università Bocconi di Milano per istituire “la gigafactory delle start up” (Il Sole24Ore,  21 gennaio): gli hub delle due università Polihub e B4i vengono conferiti alla Fondazione Tef (presieduta da Ferruccio Resta), con l’obiettivo di generare un migliaio di realtà innovative all’anno. Un importante passo avanti per la ricerca, l’innovazione, le imprese più dinamiche.

L’Europa, in cerca di forza e identità, ringrazia.

(Foto Getty Images)

“Di tutto restano tre cose:/ la certezza/ che stiamo sempre iniziando,/ la certezza/ che abbiamo bisogno di continuare,/ la certezza/ che saremo interrotti prima di finire./ Pertanto dobbiamo fare/ dell’interruzione,/ un nuovo cammino/ della caduta,/ un passo di danza/ della paura,/ una scala/ del sogno,/ un ponte/ del bisogno,/ un incontro”.

Diciotto versi, essenziali. Attribuiti comunemente, per errore, a Fernando Pessoa. E invece scritti da Fernando Sabino, poeta brasiliano, una vena malinconica (eccolo, forse, l’equivoco con Pessoa) e una solida reputazione nel mondo novecentesco delle lettere di Rio de Janeiro.

Sono versi utili da rileggere, in questi tempi così incerti e controversi, per non smarrirsi tra dichiarazioni prepotenti e contraddittorie, minacce arroganti, false notizie e veri e propri atti di violenza. E rivalutare invece l’importanza del lavoro intellettuale di dubbio e ricerca, del “fare della caduta, un passo di danza”, “dell’interruzione, un nuovo cammino” e soprattutto seguire l’idea che “il corso delle cose è sinuoso” (questa è di Maurice Merleau-Ponty) e che dunque la storia possa avere dei repentini cambi di indirizzo, uno scarto, una mossa del cavallo, rivelare perfino un’eterogenesi dei fini, in grado di ridare un ordine diverso e spesso migliore alle cose.

Siamo, noi europei anziani, persone cresciute secondo i valori del primato delle idee (della legge, delle regole, delle Costituzioni e della Ragione, della filosofia e della letteratura, dunque) e adesso profondamente a disagio di fronte alla prepotente affermazione del primato della forza. In tanti, convinti della bontà della democrazia, abbiamo scelto il “primato della norma impersonale e astratta” (dunque non soggetta ai capricci del Principe) teorizzata dal giurista liberale Hans Kelsen, detestato dai nazisti. E abbiamo invece rifiutato il principio che “Sovrano è chi decide in Stato di eccezione” teorizzato da Carl Schmitt, che al pensiero autoritario nazista piaceva moltissimo.

Adesso gli anni che ci restano corriamo il rischio di non viverli “con l’anima aperta, il cuore in pace… e un abbraccio con amore per quelli che ci restano da vivere”, come saggiamente si augurava e ci augurava il vecchio Pablo Neruda (da rileggere, comunque, ogni giorno, come un breviario gioioso e sapiente). Ma di subirli con l’angoscia di abitare in un mondo violento e prepotente, dominato dal bullismo macho che scrive regole e comportamenti come conviene al più forte e da tecno-feudatari sottratti a ogni controllo e incuranti delle conseguenze di algoritmi manipolatori e privi di responsabilità sulla sostenibilità della vita per milioni di persone (leggere due romanzi profetici e densi di verità come “Quello che possiamo sapere” di Ian McEwan, Einaudi e “Il mondo senza inverno” di Bruno Arpaia, Guanda, per averne un’idea).

L’Europa è dunque perduta, marginale, in declino, come si affrettano quasi quotidianamente a spiegarci i potenti di Washington e Pechino e gli azionisti delle Big Tech, americani o cinesi che siano?

Probabilmente no. A condizione che quest’Europa vilipesa e intimidita non rinunci a mettere sul tavolo del confronto, geopolitico e geoeconomico, le carte di tutti i suoi punti di forza, compresi quei valori irrisi come irrilevanti perché non accompagnati dalla forza militare e high tech (è ciò che proviamo a scrivere, testardamente, negli ultimi blog, “fare della paura una scala, del sogno un ponte”, per ripetere il falso Pessoa vero Sabino).

Azzardiamo a giocare, allora, con un mazzo di carte diverse da quelle del Risiko, illustrate da carri armati, soldati e cannoni. E proviamo a misurare la forza dell’Europa in un altro modo. Per esempio, mettendo sul tavolo la forza della nostra cultura.

Il grande dipinto di Raffaello sulla Scuola di Atene, per esempio, ospitato ai Musei Vaticani (il cartone preparatorio è alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano e merita di essere guardato attentamente): ci sono i grandi filosofi, guidati da Platone e Aristotele, ma anche i matematici e gli astronomi, gli artisti (Raffaello stesso, pensoso, in un angolo) e persino un ragazzetto, l’unico i cui capelli sono scompigliati da un vento impetuoso, probabilmente il soffio forte dell’innovazione che anima quel dipinto altrimenti così ieratico e composto.

In quella “Scuola di Atene” c’è tutta la forza dell’Europa: la conoscenza e le idee in movimento, la “cultura politecnica” dei filosofi e dei matematici (proprio quella cultura che oggi è indispensabile a progettare, dare senso, controllare e guidare l’Artificial Intelligence), la bellezza dell’arte ma anche l’equilibrio della scienza.

Eccola, la forza dell’Europa che noi abbiamo e altre parti del mondo no o almeno non nella stessa equilibrata misura: la profondità critica della conoscenza, che si traduce in operatività di scienza, ricerca, tecnologia, impresa, produttività, lavoro e convivenza civile: un prezioso capitale sociale e civile, una ricchezza molto più solida e duratura di quella della pura tecnica militare. Un capitale sociale che rigidità burocratiche e schematismi ideologici della Ue possono indebolire, ma non certo bloccare. Un capitale da saper investire, con sapienza politica e robusto orgoglio da “patriottismo dolce” europeo.

Ecco allora la libertà affermata contro ogni costrizione da Baruch Spinoza e i pensieri spirituali di Pascal e Montaigne, il testardo spirito scientifico di Galileo e Newton, l’ingegno del Codice Atlantico di Leonardo Da Vinci che raffigura oggetti tecnici che ancora non esistono e la misura architettonica di Leon Battista Alberti. E ancora la profonda conoscenza delle dinamiche infernali del potere e della hybris di Shakespeare (da studiare in tutte le buone scuole di management, oltre che da godere a teatro), il senso del divino di Bach, l’intelligenza critica di Voltaire e il senso filosofico ed etico di Kant. E, ancora, la sapienza economica di Antonio Genovesi e Adam Smith (senza dimenticare John M. Keynes), l’acutezza scientifica e morale di Hans Bohr e Marie Curie e la lucida capacità critica e narrativa di Alessandro Manzoni e Thomas Mann. E, guardando a tempi più vicini a noi, il senso della creazione alchemica come antidoto artistico alle violenze del mondo, storiche e attuali, di Anselm Kiefer, quel sapiente Primo Levi di “Se questo è un uomo” e quella  straordinaria Hannah Arendt che ci mette ancora in guardia contro la presunta “banalità del male” proprio quando quella orrenda e violenta “banalità” ce la ritroviamo ancora nei giorni scorsi nelle immagini dei bambini usati a Minneapolis per “stanare” i genitori forse illegalmente immigrati (ma cosa sono mai un uomo o una donna, animali da “stanare”? Per capire, leggere le cronache e l’editoriale del Quotidiano Nazionale/Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino del 28 gennaio). E così via continuando di pagina in pagina, di intellettuale in intellettuale (bella parola, “intellettuale”, come ci ha insegnato Tullio De Mauro), sino a finire di sfogliare la monumentale Enciclopedia Treccani ma anche la Britannica, con tutti i loro volumi di aggiornamento.

I nostri valori di cultura, democrazia, libertà, tolleranza, i valori dell’Occidente democratico e liberale sono gli stessi che oggi scuotono gli Usa, da Minneapolis a New York e a tante altre città americane, nel timore che vengano compromessi, limitati, aboliti.

Abbiamo la conoscenza e la “civiltà della conversazione” da cui è nato l’Illuminismo, caposaldo della civiltà contemporanea e argine anche rispetto ai nostri contemporanei eversori, la capacità del pensiero critico che, applicato alla scienza, ha segnato tutto il Novecento e l’intelligenza pragmatica di aver definito meccanismi e valori della democrazia liberale che sa far convivere libertà, intraprendenza, mercato e welfare come in nessun altro posto del mondo.

I libri valgono un esercito? Le idee battono i missili e i mitra delle milizie mercenarie o fanatiche? La sfida è aperta. Quanto meno nel medio periodo. L’Iran, proprio in queste settimane, ci offre esemplari testimonianze della forza dirompente delle idee contro le armi dei pasdaran: “Leggere Lolita a Teheran” da decenni è uno strumento potente di libertà e civiltà.

Proprio a un grande libro europeo, d’altronde, ha fatto ricorso il leader canadese, Mark Karney, per rafforzare il suo ragionamento che metteva limiti alle pretese di Donald Trump sulla Groenlandia: a quel “Potere dei senza poteri” con cui Vaclav Havel contrastava l’autoritarismo comunista sovietico prima che la storia cambiasse verso e quel padre intellettuale dell’Europa libera diventasse presidente della Repubblica Ceca.

“Il potere dei senza poteri”, per prendere finalmente atto che le idee hanno un grande potere che va fatto valere, anche davanti alle armi e ai più arditi congegni high tech (che peraltro, senza idee, non funzionano). Per la cronaca, nello scontro tra Carney e Trump, nei giorni scorsi, ha avuto la meglio Carney e Trump ha, almeno momentaneamente, rinunciato a comprare o a esercitare la forza militare per prendersi la Groenlandia.

Serve, naturalmente, il realismo politico, per non ritrovarsi tra le pagine di don Miguel de Cervantes. Ma senza abdicare alla forza dei valori e dei principi, a quel “tirare a campare per non tirare le cuoia” così caro al cinismo di Giulio Andreotti (e oggi, comunque, tutt’altro che sicuramente vincente nel confronto tra i valori sostenuti da progetti, come i piani di Draghi e Letta per l’Europa, per esempio e le prepotenze sostenute da avidità privatissima di spropositate ricchezze. Tra una “deterrenza credibile” che l’Europa deve mettere in piedi, con una “industria della guerra, anche economica e forte di “leadership tecnologica” che renda la guerra non conveniente” e la minacciosità dei piani aggressivi di chi pretenda di ricondurre il mondo a due o tre imperio dominanti (i concetti sono contenuti in “Il prezzo della guerra” di Paolo Balduzzi e Andrea Bignami, Paesi Edizioni).

Alla fine di tanti e tali ragionamenti, viene naturale dare pienamente ragione a chi, come la Magnifica Rettrice dell’Università Statale di Milano, Marina Brambilla, inaugurando pochi giorni fa l’Anno Accademico, ha fatto un discorso di principio, in cui ha affermato che “la libertà accademica non è negoziabile” (Il Giorno, 20 gennaio), soprattutto in un contesto in cui “l’antiscientismo dilaga”.

Libertà accademica come “libertà di ricerca e di insegnamento, come autonomia della scienza, come stimolo alla ricerca i cui effetti positivi ricadono poi sulle imprese, sul lavoro, sulla vita civile e sulla società”. L’autonomia della ricerca scientifica, d’altronde, è uno dei valori fondanti dell’ordine liberale delle cose. Ribadirlo, in questi tempi così controversi, è assolutamente indispensabile.

Bene ha fatto, dunque, Marina Brambilla, a ricordare quanto i fondamenti della ricerca, in Italia, siano previsti e tutelati dalla Costituzione. E a chiedere, semmai, che chi governa sia più sapiente nell’orientare, verso la ricerca, risorse ben maggiori di quelle messe sino ad adesso a disposizione.

Quella “libertà accademica non negoziabile” è d’altronde, proprio oggi, quanto mai indispensabile anche perché l’Europa possa fare valere le proprie capacità attrattive nei confronti di decine di migliaia di studenti, ricercatori, professori, seriamente in difficoltà in quello che una volta era il paradiso della ricerca scientifica e cioè gli Usa, con i principali atenei messi sotto stress dal taglio massiccio dei fondi federali perché poco rispettoso delle direttive politiche della Casa Bianca (ne abbiamo parlato nel blog della settimana scorsa).

L’Europa non potrà mai, ragionevolmente, fare da alternativa globale agli Usa. Ma certo, ribadire la sua forza, la sua solidità e creatività scientifica e culturale può essere un grande obiettivo europeo, anche per rafforzare alcuni valori e alcuni interessi Ue di grande portata: l’autonomia, la sicurezza strategica ed energetica, la politica industriale, il rafforzamento di una voce autorevole al di là della potenza di Usa e Cina.

Altre buone notizie, in questo senso, vengono proprio in questi giorni delle università italiane. Come l’accordo appena firmato dal Politecnico e dall’Università Bocconi di Milano per istituire “la gigafactory delle start up” (Il Sole24Ore,  21 gennaio): gli hub delle due università Polihub e B4i vengono conferiti alla Fondazione Tef (presieduta da Ferruccio Resta), con l’obiettivo di generare un migliaio di realtà innovative all’anno. Un importante passo avanti per la ricerca, l’innovazione, le imprese più dinamiche.

L’Europa, in cerca di forza e identità, ringrazia.

(Foto Getty Images)

MuseoCity 2026
“Storie d’inverno. Le imprese Pirelli che hanno lasciato il segno”

Fondazione Pirelli, in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, partecipa alla nuova edizione di MuseoCity dal tema Le imprese della Cultura con percorsi guidati che hanno come protagonisti l’inverno, gli sport su neve e ghiaccio e le “imprese” che hanno lasciato un segno nella storia, nei prodotti e nella comunicazione di Pirelli.

Attori e attrici accompagneranno il pubblico con brevi performance e daranno voce a documenti d’archivio, testimonianze e immagini: dalle campagne pubblicitarie che hanno trasformato il freddo in linguaggio visivo alle collaborazioni sportive che hanno reso l’inverno protagonista nel campo dell’innovazione.

Si intrecciano così diversi racconti di prodotti e di scoperte: dalle prime suole in gomma del 1890, pensate per proteggere dalla neve e dalla pioggia, fino alla rivoluzionaria suola alpina Vibram degli anni Trenta consacrata dalla spedizione italiana sul K2 nel 1954.

E ancora l’invenzione dei primi pneumatici invernali, come Artiglio e Nuovo Inverno, e la nascita del celebre BS3, protagonista di imprese sportive sulle strade ghiacciate e nei rally.

Non mancano le storie di innovazione e design: dalle collaborazioni con artisti come Riccardo Manzi, Alessandro Mendini, Ilio Negri e Bob Noorda, che hanno saputo trasformare il battistrada in simbolo grafico, alle campagne pubblicitarie che hanno reso la gomma Pirelli sinonimo di sicurezza, stile e modernità in pista e sulle strade innevate.

Dove:
Headquarters Pirelli, ingresso da via Bicocca degli Arcimboldi 3

Come partecipare:
Attività gratuita su prenotazione tramite link

Partenza tour ore: 14.30, 16, 17.30

Fondazione Pirelli, in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, partecipa alla nuova edizione di MuseoCity dal tema Le imprese della Cultura con percorsi guidati che hanno come protagonisti l’inverno, gli sport su neve e ghiaccio e le “imprese” che hanno lasciato un segno nella storia, nei prodotti e nella comunicazione di Pirelli.

Attori e attrici accompagneranno il pubblico con brevi performance e daranno voce a documenti d’archivio, testimonianze e immagini: dalle campagne pubblicitarie che hanno trasformato il freddo in linguaggio visivo alle collaborazioni sportive che hanno reso l’inverno protagonista nel campo dell’innovazione.

Si intrecciano così diversi racconti di prodotti e di scoperte: dalle prime suole in gomma del 1890, pensate per proteggere dalla neve e dalla pioggia, fino alla rivoluzionaria suola alpina Vibram degli anni Trenta consacrata dalla spedizione italiana sul K2 nel 1954.

E ancora l’invenzione dei primi pneumatici invernali, come Artiglio e Nuovo Inverno, e la nascita del celebre BS3, protagonista di imprese sportive sulle strade ghiacciate e nei rally.

Non mancano le storie di innovazione e design: dalle collaborazioni con artisti come Riccardo Manzi, Alessandro Mendini, Ilio Negri e Bob Noorda, che hanno saputo trasformare il battistrada in simbolo grafico, alle campagne pubblicitarie che hanno reso la gomma Pirelli sinonimo di sicurezza, stile e modernità in pista e sulle strade innevate.

Dove:
Headquarters Pirelli, ingresso da via Bicocca degli Arcimboldi 3

Come partecipare:
Attività gratuita su prenotazione tramite link

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