È il tempo dell’intelligenza artificiale, oramai tanto diffusa nel discorso pubblico e nelle pratiche economiche da essere detta con un sintetico acronimo, AI (Artificial Intelligence, appunto). Dei robot, che hanno sempre più spazio nell’industria e nella logistica, nella chirurgia e perfino in cucina, nelle attività domestiche. Dei miliardi di dati che si incrociano in tempi rapidissimi, generando connessioni di possibile conoscenza. “Uno spazio cibernetico che cresce e muta in continuazione, con straordinarie opportunità ma anche con grandi rischi”, commenta Stefano Venturi, presidente e amministratore delegato di Hewlett Packard Italia, calcolando che nel 2020 saranno 6 miliardi, gli utenti di Internet, ma anche 200 miliardi i sensori collegati alla rete. Sensori infinitamente numerosi e crescenti, da cui passano dati e connessioni indispensabili all’Internet of things, all’Industria 4.0 e alle altre attività digital, ma anche “oggetti stupidi” da cui possono passare gli attacchi degli hacker, le violazioni della sicurezza di imprese e Stati, le intrusioni e le manipolazioni di sofisticati attori di cybercrime che investono, tra l’altro, la nostra privacy e la nostra libertà. L’innovazione ha molti volti, e contrastanti.

Cosa fare, in un panorama così mobile e segnato da straordinarie luci di progresso e allarmanti ombre di crisi? Provare a essere né apocalittici né integrati, per riprendere un aforisma di Umberto Eco. Né tecnoscettici né tecnoentusiasti. Ma semmai mostrarsi pronti, con amore di conoscenza e intelligenza critica, a considerare tutti gli aspetti della diffusione delle nuove tecnologie. Con una considerazione di fondo: i “nativi digitali” sanno bene come muoversi nel mondo digitale, hanno competenze per usarne gran parte delle possibilità, ma quelle competenze non sono automaticamente conoscenze né tantomeno capacità di discernimento profondo. Sono le conoscenze, la chiave di tutto. L’intelligenza critica, consapevole cioè di rischi e opportunità.

Cosa fare, dunque? Staremo pure tutto il giorno davanti a un computer, per lavorare, fare ricerca, leggere, scrivere. Saremo pur sommersi da mail e comunicazioni. Ma forse, proprio in stagioni così controverse, vale la pena staccare un momento l’attenzione dalle incombenze digitali per dedicare tempo e attenzione a un buon libro. Come “Homo premium” di Massimo Gaggi, Laterza, un esempio di lucida capacità di cronaca, di analisi e di giudizio, raffinata nel corso di una lunga esperienza dell’autore negli Usa come editorialista del “Corriere della Sera”.

Gaggi racconta “come la tecnologia ci divide”. Sostiene che “soggiogati dal fascino delle infinite possibilità offerte dall’universo digitale, non ci siamo resi conto di quanto iniqua, brutale e concentrata sia la nuova economia nata dalle innovazioni della Silicon Valley”. E sottolinea, per esempio, già all’inizio, una presa di posizione di Evan Williams, fondatore di Twitter: “Pensavamo di regalare a tutti la libertà di rivolgersi al mondo intero. Invece il meccanismo che è alla base di Internet s’è rotto. Io stesso ero convinto che una volta che ognuno fosse stato messo in condizione di scambiare liberamente informazioni e idee, il mondo sarebbe diventato automaticamente un luogo migliore. Avevo torto”.

E’ finita, insomma, l’età dell’innocenza digitale. E, proprio perché consapevoli del peso e della positività della “rivoluzione digitale”, ci tocca fare bene i conti con i problemi che comporta, per quel che riguarda innanzitutto il lavoro: robot e algoritmi eliminano attività tradizionali, non solo in fabbrica ma anche nei settori delle professioni tradizionali (l’avvocato e il medico, il giornalista e il manager con funzioni più ripetitive) ma non sappiamo ancora bene quali e quanti nuovi lavori verranno creati. La McKinsey, nel suo Rapporto 2017 sull’intelligenza artificiale, stimava che il 49% degli attuali posti di lavoro sono a rischio, perché sostituiti dalle macchine, ma nel Rapporto 2018 Notes from AI frontier, parla di 6mila miliardi di “nuovo valore”, con ricadute occupazionali di grande impatto positivo (“la Repubblica /Affari&Finanza”, 23 aprile).

Difficile, dire come andranno davvero le cose. Ci tocca capire, nel corso del tempo, cosa cambia e provare a governare i processi (c’è, in questo, uno straordinario ruolo di responsabilità della politica). E guardare, come suggerisce Gaggi, oltre che all’industria e al lavoro, anche a tutto ciò che riguarda gli equilibri sociali, la salute, la conoscenza, le stesse strutture della democrazia. Sono aumentate, spiega Gaggi, le diseguaglianze, tra la nuova figura dell’homo premium (chi sta all’interno del mondo hi tech, ne decide le dinamiche e ne gode i vantaggi), “non solo molto ricco, ma potenziato pure sul piano fisico e intellettuale, rispetto a chi rimane indietro” e i “gruppi sociali svantaggiati che già oggi non solo conducono una vita più modesta, ma vivono anche mediamente di meno, come conseguenza d’una serie di fattori sanitari, sociali, alimentari e legati all’istruzione”.

Cresce comunque una coscienza critica nei confronti dei giganti digitali, i Big Tech, Facebook (con tutto il carico di errori legati al rapporto con Cambridge Analytica e all’uso scorretto dei dati, di cui sono piene le cronache) ma anche Amazon, Google, Microsoft e Apple, con la loro passione per gli algoritmi che “creando un’architettura per le scelte degli essere umani, finiscono per erodere il nostro libero arbitrio”. Anche se i segnali sono contrastanti. Dal rifiuto radicale per le tecnologie all’illusione che la blockchain, il sistema di certificazione di cui resta sempre traccia, oltre che alimentare il pericoloso fenomeno delle criptovalute, possa anche cambiare la partecipazione e la democrazia, verso dimensioni di “democrazia digitale diretta”: un’altra condizione con pagine oscure. Proprio in Italia, nell’attuale dibattito politico, ne vogliamo parecchie dimensioni su cui ragionare con grande attenzione.

Bisogna insomma rafforzare le dimensioni del pensiero. E della capacità critica. Come suggerisce anche Tom Nichols, professore ad Harvard, in un libro essenziale: “La conoscenza e i suoi nemici”, Luiss, analizzando “l’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia”. Non bisogna cedere alla “società degli ignoranti”, cioè alla faciloneria di chi contrappone credenze a scienza, all’approssimazione diffusa contro tecnici ed esperti (le misere polemiche sui vaccini, che hanno affollato giorni di discussioni recenti, anche in politica, ne sono solo una delle manifestazioni). Semmai, occorre insistere sull’attenzione per la scienza, come responsabilità e come conoscenza. E non farsi fuorviare dalle tensioni e dalla faciloneria che si addebitano, sbagliando, alla cultura digitale. Pure la cultura digitale dev’essere cultura critica, proprio come Karl Popper pretendeva dalla cultura scientifica.

Serve dunque anche un nuovo “patto” tra élites e massa, suggerendo, con Nichols, proprio a scienziati e intellettuali forti di robuste competenze di uscire dai loro luoghi del privilegio e della conoscenza profonda e ascoltare con umiltà e attenzione, spiegare, provare a insegnare, dare nuove ragioni dei saperi e delle virtù civili. Perché la democrazia ha bisogno che gli orientamenti popolari vadano tenuti in gran conto, ma anche tradotti, interpretati, trasformati in scelte politiche e atti di governo. In tempi di faciloneria web, bisogna tornare alla lezione di Jurgen Habermas sull’opinione pubblica “discorsiva”, capace cioè d’un discorso pubblico critico. E’ la nostra attuale maggiore responsabilità.