Nell’ultimo libro di Giuseppe Berta delineata la storia e la realtà d’oggi del modo di fare industria nel nostro Paese

 

Ogni impresa è fatta a suo modo. E le imprese di ogni Paese sono fatte a modo loro. Con una base comune naturale: quella legata allo spirito dell’imprenditore che conserva tratti comuni al di là del luogo in cui si applica. Capire però come si caratterizza il modo di fare impresa in un Paese è importante. Soprattutto se questo Paese è l’Italia.

A questo seve leggere l’ultima fatica letteraria di Giuseppe Berta: “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”, viaggio ampio ma racchiuso in nemmeno duecento pagine, lungo la storia dell’industria nazionale a partire dall’Iri fino ai giorni nostri. Un viaggio che, fra l’altro, parte da una domanda netta e chiara – “Esiste ancora un capitalismo italiano?” – per rispondere alla quale Berta fa ricorso ad un ragionamento che parte da un grande storico dell’economia come è stato Fernand Braudel ma che subito dopo si cala nella realtà odierna di un capitalismo complesso e vario, spesso contraddittorio, in cerca di una identità difficile da individuare con certezza.

La realtà industriale italiana – è il ragionamento dell’autore -,  presenta continuamente casi di imprese virtuose, che operano con successo sui mercati internazionali. Si tratta di imprese di taglia intermedia, che animano un’imprenditorialità vigorosa ma non hanno la forza di sostituirsi ai campioni del passato. E proprio passato e presente nel testo di Berta si rincorrono per spiegarsi a vicenda, usando protagonisti del passato e attuale capitalismo, così come alcuni dei grandi nomi della storiografia economica nazionale e internazionale.

Il libro quindi invita a una riconsiderazione coraggiosa degli assetti imprenditoriali dell’Italia d’oggi e a una valutazione realistica del nostro potenziale economico e industriale.  “Le imprese italiane – scrive nelle conclusioni Berta -, sono distanti dai vertici dell’economia internazionale. Stanno a loro agio in una fascia più bassa, in cui praticano il presidio di segmenti particolari o di snodi cruciali del ciclo del prodotto. Non sono e non possono essere le incarnazioni di un capitalismo che oggi si muove con rapidità estrema e con la mobilitazione di capitali immensi, fuori della portata degli operatori italiani. Tener conto di questa realtà non equivale a sminuire i ruoli imprenditoriali né a negare le specializzazioni di cui essi sono portatori”. Così come non si può vivere nella nostalgia di un capitalismo che non c’è più. Ma allora che fare?  Scrive l’autore: “Per tornare a scorgere il proprio domani, l’Italia economica deve ridimensionare l’immagine di sé e delle sue aspettative. Potrà riscoprire il proprio posto nel mondo e i propri margini di manovra, soltanto a patto di elaborare una nozione più concreta della sua struttura autentica e delle opportunità che a essa si offrono, come risultanti della storia recente e profonda del nostro paese”.

Il libro di Giuseppe Berta rappresenta un aggiornato buon strumento di approfondimento della realtà attorno alle imprese. Da leggere.

 

Che fine ha fatto il capitalismo italiano?

Giuseppe Berta

Il Mulino, 2016

27/09/2016