In un libro il racconto del viaggio attraverso la concreta capacità produttiva italiana.

Per conoscere davvero la realtà occorre viaggiare. Vale anche per le imprese. Tutte le imprese. Anche perché ogni organizzazione della produzione è diversa dalle altre. Anche se si guarda all’interno di uno stesso comparto. Perché produrre non è solo questione meccanica, ma soprattutto umana. Libri come “Il futuro nelle mani. Viaggio nell’Italia dei giovani artigiani” di Marina Puricelli da poco pubblicato, servono allora per capire meglio la realtà d’impresa che ci circonda. Seppur quella limitata ad un particolare modo di fare imprese: quello artigiano e giovanile.
La fatica di Puricelli può essere assunta a libro-esempio di come sia possibile condensare in relativamente poche pagine (nemmeno duecento), un racconto lungo un viaggio per tutta l’Italia alla ricerca di esempi d’impresa che mettano insieme due cose: lo spirito artigiano (che poi è comune anche ad aziende che di artigiano hanno poco), e la presenza giovanile.
Il volume quindi approfondisce la situazione dell’artigianato in Italia raccontato come una particolare attività di produzione con una sua particolare cultura d’impresa.
Puricelli è avezza a raccontare bene i fatti dell’industria e dell’economia italiane di oggi e inizia con una frase bella e positiva che dice tutto dello spirito del volume: “Questo libro è un diario di viaggio e di incontri con alcuni giovani che hanno deciso di fare impresa in Italia, in questi anni, nonostante tutto”. Una trentina di tappe da Nord a Sud per incontrare altrettanti giovani imprenditori (raccolti da Confartigianato), che hanno accettato di raccontarsi alla penna dell’autrice.
Si legge nella presentazione: “Non bastano i grandi numeri, non basta dire che sono oltre un milione. Al di là delle cifre ci sono una cultura, una forza d’animo, un’etica” che devono essere descritte”. La forza del volume sta proprio lì: pochi numeri, molti racconti che riescono a spiegare una particolare cultura d’impresa che la teoria non riesce a scovare.
Perché l’indicazione di fondo che emerge da tutto il libro è ancora una volta una sola: la realtà, osservata da vicino, sconfessa una mistica composita che spesso miscela importanti verità con abusati luoghi comuni. Si scopre così – si legge sempre nella presentazione del libro -, che le startup di successo non sono solo quelle che nascono dalla frontiera tecnologica e che le altre imprese, quelle dei cosiddetti settori tradizionali, non nascono già spacciate. Che non è necessario avere uno o più master per diventare giovani imprenditori. Che non è indispensabile, per acquisire lo standing di impresa, avere una dimensione internazionale abbandonando il proprio territorio. Così come non occorre che un’azienda raggiunga in tempi rapidi grandi dimensioni per trovare spazio sul mercato.
Emerge dalle pagine di “Il futuro nelle mani”, la grande semplicità dell’Italia produttiva alla quale tutti si appellano ma pochi per davvero conoscono a fondo.
Chiude il libro un capitolo – “Imparare strada facendo” -, composto dalle riposte a sette domande: da leggere con attenzione.

Il futuro nelle mani. Viaggio nell’Italia dei giovani artigiani
Marina Puricelli
Egea, 2016

26/04/2016