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Buone imprese

Il racconto di “Chicco Cotto”, dall’idea al successo senza dimenticare la cultura del produrre “bene”

Buone imprese ad ogni costo. Con la forza di volontà propria di ogni imprenditore che sia davvero tale. Anche quando ti ridono dietro. Anche quando ti viene detto: “Fallirai”. Imprese a tutto tondo, che badano a chiudere bene il bilancio, e a far profitto e non solamente a suon di soldi. Nella grande complessità dell’economia dell’oggi (e non solo per Covid-19), queste imprese si chiamano imprese sociali e vanno studiate con attenzione. Ad iniziare dall’idea che le sostiene: non essere aziende buoniste, ma aziende capaci di far del bene senza scordare di dover chiudere i conti a posto. Le loro storie servono a tutti. Ed è per questo che conoscere la storia di “Chicco Cotto”, azienda nata a Torino nel cuore della cittadella del Cottolengo, può servire a più di un imprenditore e a molti manager.

La vicenda di “Chicco Cotto” è raccontata da un prete, Andrea Bonsignori (che ha avuto l’idea iniziale), e un giornalista economico, Marco Ferrando. E’ loro il libro “Il coraggio di essere uguali. L’impresa diversamente automatica di Chicco Cotto”. Alla base di tutto un concetto semplice che però pochi riescono a mettere in pratica: “La dignità viene prima della carità”.  Bonsignori ha quindi raccolto un gruppo di professionisti di alto livello e ha creato la “Chicco Cotto”, un’azienda di vending che si è fatta conoscere per la bontà dei suoi prodotti e la “straordinarietà ordinaria” del suo modello organizzativo. Cuore d’impresa sono ragazzi e ragazze con disabilità e disturbi dello spettro autistico: ognuno, sulla base delle sue possibilità psicofisiche, impara tutte le fasi del processo produttivo: approvvigionamenti, rifornimento, manutenzione e rendiconto.

Quando è nata, di “Chicco Cotto” veniva già previsto un sonoro fallimento da parte di molti concorrenti. A dieci anni dalla sua creazione, l’impresa “diversamente automatica” ha visto fallire molti e attirato capitali importanti. Nessun miracolo ma molta capacità manageriale oltre che fiducia nelle possibilità di ogni persona coinvolta. Oggi la “Chicco Cotto” fornisce su scala nazionale scuole, ospedali, biblioteche e grandi aziende.

Tutto, adesso, è raccontato in nove capitoli e poco più di un centinaio di pagine, che si leggono con grande facilità ma che devono essere ben meditate. Della storia, non viene nascosto nulla. Soprattutto non vengono nascosti i problemi da superare, le fermate e le ripartenze, così come la voglia di arrivare. In ogni pagina, quindi, è il racconto di un’impresa sociale che è però anche una società che sta sul mercato e ha il coraggio di essere uguale a tutte le altre. Un’impresa che, tra l’altro, propone un nuovo sistema di formazione e lavoro, un esempio di collaborazione fra scuola e azienda che si sta diffondendo su scala nazionale ed europea.

Alla base sono alcuni punti fermi. Come, per esempio, la capacità di invertire la prospettiva con la quale si guardano le cose, ma anche la forza della pazienza che non è perdere tempo (tanto da far tornare alla mente la potenza dei capitali pazienti oggi tanto invocati), l’efficacia del metodo, l’unicità delle persone viste ognuna a partire da quello che sono e che sanno fare. Lungo le pagine del libro, poi, concetti importanti di gestione d’impresa come quelli della sostenibilità e del breakeven, della meritocrazia e della crescita.  Scritta con attenzione, poi, è la prefazione di Gian Antonio Stella.

Il libro di Bonsignori e Ferrando non è la storia mielosa di una bella avventura, ma il racconto efficace di qualcosa di concreto: un perfetto manuale di cultura d’impresa.

Il coraggio di essere uguali. L’impresa diversamente automatica di Chicco Cotto

Andrea Bonsignori, Marco Ferrando

Edizioni Terra Santa, 2020