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Cultura, lavoro e migrazioni

Una indagine pubblicata da Banca d’Italia mette in relazione l’andamento dei flussi di persone con l’evoluzione delle condizioni sociali ed economiche del Paese

 

L’economia e la produzione, la crescita delle imprese, i successi di queste, sono tutte circostanze nelle quali – spesso –, un ruolo importante ha avuto la migrazione di grandi quantità di persone. Capire i grandi movimenti migratori, i loro motivi, le loro dinamiche, è cosa da fare non solo per la comprensione dei traguardi raggiunti, ma pure per la migliore consapevolezza di quella cultura d’impresa tutta italiana che tanta parte ha nei successi (e nei fallimenti) di ciò che comunemente viene indicato come made in Italy.

Serve allora leggere  “Migrazioni, demografia e lavoro in un paese diviso” scritto a quattro mani da Asher Colombo e Gianpiero Dalla Zuanna (rispettivamente dell’Università di Bologna e di Padova) e pubblicato da Banca d’Italia e presentato al XVIII World Economic History Congress, nella Sessione Demography and Economic Change from Modern Era to Date: An International Comparative Perspective.

I due autori partono dalla considerazione che oggi in Spagna, Portogallo, Italia, Malta e Grecia, l’incidenza degli stranieri sulla popolazione è del tutto comparabile a quella dei più tradizionali paesi europei di immigrazione. Solo quarant’anni fa però le dimensioni della presenza straniera erano decisamente modeste. Invertendo una tendenza secolare, spiegano quindi Colombo e Dalla Zuanna, a partire dagli anni Settanta il saldo migratorio con i paesi stranieri è diventato positivo. Ma dopo il boom migratorio dell’inizio del XXI secolo, nei successivi anni di crisi si è osservato un improvviso e deciso calo.

La ricerca ha quindi l’obiettivo da un lato di descrivere settant’anni di migrazioni italiane (dagli anni Cinquanta a oggi), distinguendo in modo sistematico Centro-Nord da Mezzogiorno e connettendole con la storia migratoria degli anni precedenti; dall’altro, di identificare le peculiarità persistenti e strutturali che hanno modellato la presenza straniera in Italia, costruendo un modello assai diverso da quello dell’Europa Centrale e Settentrionale. Ne emerge la vicenda di flussi migratori indicati tecnicamente con un andamento stop and go interpretato alla luce di fattori di attrazione determinati da cambiamenti strutturali avvenuti nella demografia e nel mercato del lavoro, ma anche dalla stessa particolare cultura presente nella società italiana.

Scrivo i due autori nelle loro conclusioni: “Gli attori sono cambiati, ma il copione è molto simile. All’Unità fino agli anni Settanta del Novecento sono stati gli italiani a partire verso altre regioni d’Italia o verso l’estero, mentre nei tre decenni successivi la carenza di italiani disposti a fare lavori manuali a basso costo è stata compensata, per lo più, dall’arrivo di stranieri. Le cose si sono modificate – parzialmente – nel corso dell’ultimo decennio, perché per la prima volta si osservano partenze consistenti dall’Italia anche di giovani con elevato titolo di studio. Ciò che avverrà nel prossimo futuro dipende strettamente dalla capacità del nostro paese di creare nuovi posti di lavoro, sia ad alta che a bassa qualificazione”.

Migrazioni, demografia e lavoro in un paese diviso

Asher Colombo, Gianpiero Dalla Zuanna

Banca d’Italia, Quaderni di Storia Economica, n. 45, settembre 2019

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