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Borghi e periferie da “rammendare” per fare rivivere, con l’economia digitale e il 5G, la qualità di vita e lavoro

La bellezza de “L’Italia di Dante”, seguendo nelle pagine della Divina Commedia la geografia letteraria di borghi e città (Giulio Ferrini ne ha appena scritto in un fascinosissimo libro, per La nave di Teseo). E la bellezza dei luoghi del Grand Tour celebrati dagli aristocratici e dagli intellettuali europei, primo tra tutti Johann Wolfgang Goethe (“L’Italia senza la Sicilia non lascia nello spirito immagine alcuna. E’ in Sicilia che si trova la chiave di tutto”). Il “Viaggio in Italia” di Guido Piovene, per Rai e “Corriere della Sera”, da Bolzano a Palermo, alla fine degli anni Cinquanta, tra ricostruzione e boom economico: un paese fragile ma di forte carattere, che resiste alle tensioni più drammatiche della sua storia. Le anime del Nord di Testori e Meneghello, il mare triestino di Magris e quello isolano di Camilleri, l’Appennino di Crovi e Guccini, Nigro e Lupo, ricordando Carlo Levi e l’ingegnere-poeta Leonardo Sinisgalli nutrito dalle nostalgie lucane e dagli entusiasmi industriali lombardi. “Viva l’Italia” di Francesco De Gregori, tra paesi e metropoli. L’Italia della scienza del Nobel per la chimica di Giulio Natta e di quello per la medicina di Rita Levi Montalcini, con una robusta schiera di eredi. E la dinamica Italia delle imprese, con quei suoi abitanti così ben raccontati da Carlo Maria Cipolla, “abituati, fin dal Medio Evo a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo”: industria con forti radici nei territori d’origine e sguardo innovativo aperto sui mercati internazionali. Il ritratto d’Italia è proprio così, costruito da una molteplicità di paesaggi e attitudini, un’identità di mescolanze, un orgoglio di diversità che si riconoscono nello sguardo solidale con “l’altro”. Italia caleidoscopio vitale.

Ecco l’Italia di provincia ma molto spesso tutt’altro che provinciale, che adesso si ritrova impegnata a ridefinire il proprio futuro e che, negli ambienti più responsabili, sa che deve impegnarsi per usare bene i 200 miliardi del Recovery Fund della Ue per cambiare radicalmente il paradigma del proprio sviluppo economico e sociale seguendo due indicazioni, la green economy e la digital economy, cioè la sostenibilità ambientale e sociale e l’innovazione profonda di fabbriche e servizi, consumi e stili di vita.

C’è da guardare soprattutto proprio al nome dato dalla Commissione di Bruxelles a quella strategia: “Next Generation”. Un futuro migliore per i nostri figli e nipoti, con investimenti di lungo periodo su scuola, formazione, ricerca, nuove tecnologie “pulite”. L’Italia delle metropoli dinamiche e competitive, aperte e inclusive (Milano ne può ben essere un paradigma) e dei paesi da fare rivivere, dell’industria diffusa e di una straordinaria cultura di comunità può giocare su un terreno che le è favorevole. Dimostrando di saper essere, come nei momenti migliori della sua storia, non il “bordello” esecrato da Dante ma “la chiave di tutto” ricordata da Goethe, tra Europa continentale e Mediterraneo.

La pandemia, con le chiusure a casa e il lavoro a distanza (solo in parte davvero smart, ma comunque legato alle connessioni digitali), con la paura per i luoghi affollati (una caratteristica nevrotica ma stimolante delle dimensioni metropolitane) e la passioni per gli spazi aperti, la natura e i giardini, ha rimesso in circolo, nei nostri pensieri, l’idea di una utile disaggregazione e di una possibile diversa geografia economica e sociale, di una ricollocazione delle parecchie attività di lavoro e di parte delle abitudini personali e familiari, con una articolazione del tempo tra città e borghi. Se si può lavorare a distanza, perché subire i ritmi del traffico di punta (non ci saranno più o quasi, “le punte”…), dei treni e delle metropolitane affollate, degli orari scanditi in ugual modo per tutti, delle scelte abitative e di servizio in luoghi in cui concentrare umanità frettolosa e indaffarata?

Da tempo, è vero, la fine della stagione “fordista” del lavoro ha modificato parzialmente abitudini e stili di vita. La pandemia, adesso, ha accelerato i processi, ha stimolato la diffusione del lavoro a distanza, ha spinto persone e imprese a ripensare criticamente la struttura di tempi e metodi dei processi produttivi e dei servizi. E ha portato alla riscoperta e alla rivalutazione dell’Italia dei paesi e dei borghi, della provincia e della campagna, delle colline e, perché no? delle isole. Un cambio di paradigma abitativo e produttivo che andrà avanti, incentivato anche dall’apprezzamento per la “mobilità dolce” e dalle riconsiderazioni delle forme e delle funzioni dell’abitare, più sensibili al “ben essere”.

Da anni, associazioni prestigiose e ricche di cultura dell’ambiente e della bellezza (il Touring Club, il Fai, Symbola) e intellettuali d’esperienza e spessore internazionale (Renzo Piano con la sua idea del “rammendo” delle periferie, Stefano Boeri con la riscoperta dei borghi appenninici), amministratori pubblici lungimiranti e imprenditori con forte senso civile (Dallara sulle colline emiliane grazie all’impegno del suo amministratore delegato Andrea Pontremoli, Loccioni nelle Marche, Cucinelli in Umbria, Carrano in Basilicata e tanti altri ancora) testimoniano come proprio l’Italia, con la ricchezza culturale e professionale dei suoi territori, sia già molto avanti sulla strada per disegnare una diversa e sostenibile qualità del produrre e del vivere. Un territorio da salvare dai rischi di degrado, i paesi da riscattare dalle tendenze all’abbandono. Un patrimonio, insomma, da recuperare e valorizzare.

Certo, non mancano problemi, anche di forte impatto, da risolvere, dai collegamenti alle interconnessioni digitali, dal ridisegno efficiente delle funzioni produttive e delle relazioni industriali (anche innovando profondamente i contratti di lavoro, legandoli alla produttività dei risultati e non più al tempo di fabbrica e ufficio) ai servizi diffusi (scuola, sanità, tempo libero). E non tutti i lavori potranno essere “a distanza” ma tanti, sicuramente smart, saranno trasformati dagli strumenti digitali. C’è comunque da pensare e riformare. C’è da riscrivere – ecco una straordinaria sfida sociale, culturale e, perché no? etica – la mappa della geografia economica, valorizzando proprio una caratteristica della storia e della civiltà italiana: la multicentricità e l’attitudine alla ricchezza complessa delle interazioni.

Le indicazioni del Recovery Fund (ambiente, innovazione, equilibri sociali, formazione, energia, ricerca) sono adatte proprio a un impegno del genere. Guai a sprecarle.

Anche la Rete 5G (l’alta velocità dei collegamenti digitali) fa parte di questa strategia, per un profondo cambiamento degli assetti produttivi e dei servizi in tutto il Paese: se gestita con efficienza, trasparenza e cura per la qualità del servizio pubblico, può essere lo strumento cardine per lo sviluppo italiano e per legare metropoli e borghi, nord e sud, imprese e mercati. Fare crescere le opportunità del made in Italy anche nei posti più sperduti di montagna e delle isole. E garantire, tra smart working e insegnamenti scolastici a distanza, monitoraggio sanitario e accesso a tutte le opportunità messe in rete, un’effettiva partecipazione di tutti alla vita produttiva e culturale. Proprio così Recovery può voler dire davvero ricostruzione, ripartenza, ripresa. Con più equilibrio che nel passato delle fragilità e delle crisi.