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Burocrazia eccessiva, un ostacolo per imprese e sviluppo

Per lo sviluppo, bisogna costruire un ambiente favorevole alla nascita e alla crescita delle imprese, gli unici soggetti in grado di creare ricchezza e lavoro. Un principio semplice, nella pubblicistica economica, ma anche una realtà ricavabile dall’esperienza quotidiana. Contraddetto, però, purtroppo, da una serie di ostacoli e vincoli burocratici, politici, culturali contro l’impresa come motore economico i cui effetti, oltre che rispondere agli interessi dell’imprenditore, si riflettano positivamente sul contesto sociale di cui l’impresa è attore di primo piano. Nessuno pensa, naturalmente, a un’impresa che sia sottratta alla legge, protagonista anarchica ed egoista delle meccaniche sociali. Tutt’altro: la buona cultura d’impresa conosce bene valori e logiche dei mercati che hanno bisogno d’essere ben regolati, trasparenti, efficienti. Quel che si chiede, semmai, per lo sviluppo economico e perché l’impresa stessa possa adempiere alla sue “funzioni sociali” prescritte dalla Costituzione, è che non ci siano ostacoli tali da bloccare le dinamiche essenziali dell’impresa stessa. Vincoli da eccesso di burocrazia, per esempio.

Italia, meno burocrazia per rilanciare la crescita”, scrive un recente documento del Centro Studi Confindustria (l’indagine è di Loredana Scaperrotta), sostenendo, appunto in chiave di sviluppo del sistema Paese, che “un aumento dell’efficienza della Pubblica Amministrazione dell’1% genera un incremento del Pil pro capite dello 0,9%” ma anche una crescita degli investimenti internazionali, con effetti positivi sull’occupazione. L’indicazione sinterica è chiara: “Occorre sciogliere i nodi della burocrazia: troppe e complesse regole, tempi di risposta lunghi e incerti, costi insostenibili della macchina pubblica, anche della politica, imbrigliano lo sviluppo soprattutto delle aziende più dinamiche”.

Guardiamo al contesto competitivo, per capire meglio. Secondo il Global Competitiveness Index 2013-2014 del World Economic Forum, l’Italia è al 49° posto dei 148 paesi considerati. Troppo in basso, se si considera che la Germania è al 4°, gli Usa al 5°, la Gran Bretagna al 10°, la Francia al 21° e perfino la Spagna dalla fragile economia sta meglio di noi, al 35° posto. Il guaio è che perdiamo posizioni, scivolando di 7 posti rispetto all’anno precedente, a causa dell’instabilità politica che incremente incertezza e sfiducia e rallenta o blocca le riforme, come quella contro l’eccesso di burocrazia, appunto. Anche altre classifiche vedono l’Italia in difficoltà: il World Competitiveness Index dell’International Institute for Management Development colloca l’Italia al 44° posto, 4 posizioni più in giù rispetto all’anno prima, mentre i competitor europei restano stabili (la Germania è al 9°); l’indagine Doing Business 2014 ci mette al 65° posto tra 189 Paesi, sempre molto indietro rispetto ai concorrenti. Perché? “L’inefficienza pubblica causa bassa competitività”, documenta Confindustria. E cioè burocrazia complessa e inefficiente (con i gravi fenomeni di corruzione collegati), legislazione eccessiva e contraddittoria (dunque incertezza del diritto), giustizia lenta, soprattutto civile e amministrativa, fisco non solo troppo elevato proprio sulle imprese e il lavoro, ma anche molto complicato da rispettare: dato il continuo variare di norme e regolamenti, le imprese non sono in grado di fare una attendibile pianificazione fiscale e dunque di muoversi secondo un credibile piano economico. Non è un caso, appunto, se l’Italia sia fanalino di coda per gli investimenti internazionali, con effetti negativi sulla crescita economica, l’occupazione, la ricerca, l’innovazione.

La Banca Mondiale nota che l’alta pressione fiscale sulle imprese e il peso delle procedure burocratiche sono le urgenze maggiori che l’Italia deve affrontare. E Confindustria calcola che in un anno in media un’impresa impiega 269 ore di lavoro amministrativo per effettuare 15 pagamenti, che pesano per il 65,8% sul suo profitto. Troppe autorizzazioni e permessi per avviare un’attività, ingrandire uno stabilimento industriale, mettere sul mercato un nuovo prodotto, registrare un brevetto. Tempi troppo lunghi (ecco la giustizia inefficiente e inefficace, se non per i più “furbi”) per riscuotere un credito, fare rispettare un contratto, fare accertare e sanzionare una concorrenza scorretta, dirimere una controversia di lavoro. Impresa prigioniera, insomma, di “lacci e laccioli” che denunciava il Governatore della Banca d’Italia Guido Carli già negli anni Settanta e che sono rimasti purtroppo ancora attivi, nonostante le riforme di semplificazione burocratica avviate (le leggi Bassanini, per esempio) e anche i recenti provvedimenti anti-burocrazia del governi Monti e Letta.

Una condizione che peggiora. Confindustria, sulla base del rapporto Promo Pa 2013, nota che le piccole e le micro imprese impiegano in media 30,2 giornate/uomo per gli adempimenti burocratici, contro le 28 dell’anno precedente.

Sburocratizzare”, è la parola d’ordine. Meno norme, e più chiare. Minori passaggi burocratici. Controlli meno schematicamente formali e più incisivi. Trasparenza. Si tratta di fare scelte politiche radicali, anche per rompere il conservatorismo contro le riforme e per valorizzare quelle stesse componenti della pubblica amministrazione (minoritarie, ma di gran valore) che si muovono con un forte senso dello Stato e delle regole. E di cambiare profondamente una cultura burocratica attenta alla forma del procedimento e alla correttezza formale piuttosto che all’efficienza delle procedure e all’efficacia degli atti. Da questo punto di vista, un confronto aperto tra la cultura d’impresa (responsabilità e risultati) e la cultura della pubblica amministrazione, potrebbe essere quanto mai utile.