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Cambiamenti d’impresa, un racconto da dentro

L’analisi di quanto è accaduto in un’organizzazione della produzione alle prese con la pandemia e i mutamenti della cultura del lavoro

 

Riorganizzare il lavoro per fare fronte ai cambiamenti esterni all’impresa e provocare così altri cambiamenti all’interno della stessa. Percorso comune a tutte le organizzazioni della produzione, che determina un cambiamento anche nella stessa cultura d’impresa, oltre che nell’approccio personale al lavoro.

È da questa constatazione di fondo che Alberto Martiello e Giuseppe Parigi partono per analizzare quanto accaduto, a seguito della pandemia di Covid-19, in una organizzazione del lavoro particolare come Banca d’Italia. “Il modello ibrido: una reazione vitale dal mondo del lavoro” – ricerca appena pubblicata nella serie di indagini “Tematiche istituzionali” dell’Istituto stesso – rappresenta un buon esempio di analisi di un caso particolare che può indicare molto anche per altre situazioni simili.

Cambiare modalità con cui si lavora, applicando strumenti tecnologici nuovi, collocazioni fisiche diverse dei lavoratori, metodi differenti di interlocuzione tra gli stessi, approcci di socialità evoluti. Sono questi gli elementi attorno ai quali ruota l’esperienza di Banca d’Italia e l’analisi stessa di Martiello e Parigi. Tutto senza trascurare la necessità di accordi sindacali diversi dal passato. E senza dimenticare i rischi connessi ad un cambio di assetto del lavoro stesso; rischi che hanno a che fare, prima di tutto, con la natura stessa del lavoratore come “essere sociale” e quindi necessitante anche di una relazione diretta con i propri compagni di lavoro.

Oltre a tutto questo, i due autori focalizzano l’attenzione pure sul ruolo dei “capi”, così come sulla necessità di una formazione diversa da quella tradizionale e della ricerca di forma di coesione d’impresa differenti.

L’analisi di Martiello e di Parigi ha il grande pregio di raccontare dall’interno l’esperienza forte di cambiamento avvenuta in un’impresa (seppure particolare) verso un modello ibrido di lavoro. Si tratta di un racconto onesto, che non lascia spazio alla retorica inutile e non trascura nulla seppure nella sua brevità. In un passaggio delle conclusioni viene scritto: “Come sempre accade in fasi di rapido mutamento, nascono incertezze e si generano momenti di smarrimento e confusione e questo può favorire ansia e apprensione per il futuro. Non tutti sono stati in grado di sostenere questa situazione e molti hanno attraversato  periodi  di  (grande)  disagio  psicologico  connesso  con  l’attività  lavorativa;  altri  hanno  reagito  aumentando  il  carico  da  lavoro  eccessivamente  (oppure,  lasciando  il lavoro tout court). I capi devono ripensare il proprio ruolo, trovando nuovi equilibri in cui gli stessi strumenti del passato devono essere rivisti se non proprio abbandonati a favore di nuovi”.

Il modello ibrido: una reazione vitale dal mondo del lavoro

Alberto Martiello, Giuseppe Parigi

Tematiche istituzionali, Banca d’Italia, giugno 2022

L’analisi di quanto è accaduto in un’organizzazione della produzione alle prese con la pandemia e i mutamenti della cultura del lavoro

 

Riorganizzare il lavoro per fare fronte ai cambiamenti esterni all’impresa e provocare così altri cambiamenti all’interno della stessa. Percorso comune a tutte le organizzazioni della produzione, che determina un cambiamento anche nella stessa cultura d’impresa, oltre che nell’approccio personale al lavoro.

È da questa constatazione di fondo che Alberto Martiello e Giuseppe Parigi partono per analizzare quanto accaduto, a seguito della pandemia di Covid-19, in una organizzazione del lavoro particolare come Banca d’Italia. “Il modello ibrido: una reazione vitale dal mondo del lavoro” – ricerca appena pubblicata nella serie di indagini “Tematiche istituzionali” dell’Istituto stesso – rappresenta un buon esempio di analisi di un caso particolare che può indicare molto anche per altre situazioni simili.

Cambiare modalità con cui si lavora, applicando strumenti tecnologici nuovi, collocazioni fisiche diverse dei lavoratori, metodi differenti di interlocuzione tra gli stessi, approcci di socialità evoluti. Sono questi gli elementi attorno ai quali ruota l’esperienza di Banca d’Italia e l’analisi stessa di Martiello e Parigi. Tutto senza trascurare la necessità di accordi sindacali diversi dal passato. E senza dimenticare i rischi connessi ad un cambio di assetto del lavoro stesso; rischi che hanno a che fare, prima di tutto, con la natura stessa del lavoratore come “essere sociale” e quindi necessitante anche di una relazione diretta con i propri compagni di lavoro.

Oltre a tutto questo, i due autori focalizzano l’attenzione pure sul ruolo dei “capi”, così come sulla necessità di una formazione diversa da quella tradizionale e della ricerca di forma di coesione d’impresa differenti.

L’analisi di Martiello e di Parigi ha il grande pregio di raccontare dall’interno l’esperienza forte di cambiamento avvenuta in un’impresa (seppure particolare) verso un modello ibrido di lavoro. Si tratta di un racconto onesto, che non lascia spazio alla retorica inutile e non trascura nulla seppure nella sua brevità. In un passaggio delle conclusioni viene scritto: “Come sempre accade in fasi di rapido mutamento, nascono incertezze e si generano momenti di smarrimento e confusione e questo può favorire ansia e apprensione per il futuro. Non tutti sono stati in grado di sostenere questa situazione e molti hanno attraversato  periodi  di  (grande)  disagio  psicologico  connesso  con  l’attività  lavorativa;  altri  hanno  reagito  aumentando  il  carico  da  lavoro  eccessivamente  (oppure,  lasciando  il lavoro tout court). I capi devono ripensare il proprio ruolo, trovando nuovi equilibri in cui gli stessi strumenti del passato devono essere rivisti se non proprio abbandonati a favore di nuovi”.

Il modello ibrido: una reazione vitale dal mondo del lavoro

Alberto Martiello, Giuseppe Parigi

Tematiche istituzionali, Banca d’Italia, giugno 2022