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Cambiare passo e riconsiderare il tempo senza frenesie per costruire lo sviluppo

Cambiare passo”, intima Arianna Huffington, nel suo nuovo libro (edito in Italia da Rizzoli) e spiega: “Ritmi di lavoro insostenibili, connessione 24 ore su 24, stress. Il modello attuale di successo non funziona”. Lei, che proprio il successo ha voluto fortemente, costruito con intelligenza e fatica e poi infine raggiunto, con tanto di popolarità e ricchezza, adesso fa mostra di capacità critica, “oltre il denaro e il potere”. Va ascoltata attentamente. Così come le altre voci che ci consigliano di riconsiderare le categorie del tempo che ci hanno accompagnati in questi anni frenetici di globalizzazione, rivoluzione digitale, boom finanziario. “Oggi si va di fretta, c’è bisogno di emozioni rapide”, commenta con malinconia Roberto Vecchioni, cantautore e scrittore sensibile alle relazioni, anche amorose, tra le persone, i luoghi (Milano, innanzitutto), gli ambienti sociali. C’è dunque un tempo da cambiare. Anche per evitare di essere sempre più “Overwhelmed”, come recita l’efficace titolo del libro di Brigid Schulte, una giornalista del “Washington Post”, pubblicato da Sarah Crichton Books, con un sottotitolo ben esplicativo: “Work, Love and Play When No One Has the Time”. Bisogna smetterla, insomma di essere “troppo indaffarati”, sopraffatti dagli impegni della vita, senza un attimo di sosta, di silenzio, di riflessione. Una vita dominata dall’”horror vacui”, da un’agenda in cui, implacabili e nevrotici, si allineano uno dopo l’altro impegni, appuntamenti, riunioni, viaggi, scadenze. Una vita da modificare e riequilibrare, dando retta anche alla saggezza della lezione che viene proprio dal mondo femminile, in cui si discute sulle relazioni tra lavoro e vita personale (i blog della “27° Ora” sul “Corriere della Sera”, sotto la guida sapiente di Barbara Stefanelli, offrono riflessioni e indicazioni di estremo interesse).

Ripensare il tempo. Nell’economia. E soprattutto nella vita. Gli anni Ottanta e Novanta, con la loro follia finanziaria, sono stati dominati dal “tutto e subito”, dall’ossessione dei rendimenti finanziari frettolosi, dai giudizi sulle imprese e sugli investimenti scanditi dagli orari delle Borse mondiali e dai “quaterly”, le analisi trimestrali care ad analisti impazienti (e a detentori di stock options misurate e pagate in base all’andamento dei titoli delle imprese da loro amministrate in Borsa). Mai un pensiero lungo. Mai una strategia di respiro. Sino alla Grande Crisi da nevrosi e squilibri. Adesso che finalmente, dopo l’illusione finanziaria, si torna a parlare di “economia reale”, “manifacturing reinassance”, “produzione intelligente”, industria e “nuove fabbriche”, si ragiona e si lavora per ridefinire anche i codici temporali. “Cambiare passo” alla Huffington, appunto. Benvenuta, Arianna.

Il ragionamento va naturalmente ampliato. “Modernizzare stanca”, ci aveva ammonito, già nel 2001, un acuto filosofo, Franco Cassano, spiegandoci come siano relative le espressioni “perdere tempo” e “guadagnare tempo”, come cioè i fondamentalismi della modernizzazione (la fretta come filosofia di vita, la produttività come valore e non come strumento o misura, etc.) possano essere fuorvianti rispetto agli obiettivi di una crescita economica equilibrata, di un’impresa o di un sistema Paese. Aveva ragione, anche se “vox clamans in deserto” o quasi. Mentre la maggior parte del pensiero economico e delle culture manageriali di gestione andavano verso il disastro del 2007-2008, in alcuni ambienti hanno per fortuna cominciato a diffondersi altre culture d’impresa, attente al capitale umano e al capitale sociale, sensibili alla lezione del premio Nobel Gary Becker, all’etica degli affari, alla salvaguardia ambientale come guida per gli insediamenti produttivi, ai valori che determinano la “nuova” ricchezza d’un luogo, d’una nazione, di un’area ampia, d’un continente. In sintesi, alla “sostenibilità”.

Rieccoci al tempo. Perché la “sostenibilità” ha una doppia accezione: uno sviluppo equilibrato, tanto da poter essere “sostenuto” ambientalmente e socialmente da un territorio, ma anche uno sviluppo in grado di durare, nel corso del tempo. Uno sviluppo né corrivo né rapace. Per raggiungere quell’obiettivo, ci vogliono migliori attitudini imprenditoriali e umane, un pensiero speculativo e non più un pensiero sbrigativamente produttivo.

La creatività, molla dell’innovazione, ha bisogno di un pensiero che sia libero di vagare, prima di approdare alla concretezza di un risultato. La ricerca, come ha insegnato Karl Popper, ha bisogno di un tempo perché un certo risultato possa essere “falsificato”, sottoposto cioè alla confutazione e alla prova dell’errore. Il pensiero deve andare per sue strade originali, “laterali”, per scoprire dimensioni che poi si traducano, in azienda, in serialità di prodotti e servizi ed essere comunque pronto a innovare ancora. Anni fa, un sociologo appassionato all’originalità, Domenico De Masi, aveva varato una bella espressione:  “l’ozio creativo”. Un’idea ancora e sempre d’attualità. L’ozio è tutt’altro che un vizio, ma un’attitudine a dare a ogni cosa il suo tempo, compresa l’assenza di ogni cosa, il vuoto d’ogni occupazione, il silenzio. Perché quel tempo così pieno di vuoto è il tempo della riflessione, del pensiero “extravagante” (che vaga libero), del pensiero creativo, del pensiero amoroso, dello stesso pensiero religioso. E non c’è civiltà senza silenzio, non c’è creazione d’idee senza libertà. Né ci sono arte, cultura, relazioni tra le persone. Né moralità delle relazioni sociali. Ed economiche. Vale la pena rileggere i padri dell’economia, come Smith e Keynes, per avere, proprio su questi punti, delle esemplari testimonianze.

Nella nuova ricerca d’equilibrio della “qualità della vita e del lavoro” e del Bes (il “benessere equo e sostenibile”, misurato anche in Italia, dall’Istat), queste riflessioni sul tempo diventano essenziali. Se “Sviluppo è libertà” (la lezione di Amartya Sen, Nobel per l’economia), bisognerà continuare a parlare seriamente e criticamente del tempo. Per darci quello che, essendo “overwhelmed”, non potremo mai avere: un obiettivo, un progetto, un sogno, un’impresa.

Tra le dimensioni di vita e di lavoro che oggi ci tocca ridefinire, eccoci all’impiego del tempo. Per quantità e qualità. Valorizzando riflessione, conversazione, ricerca, meditazione e, perché no?, contemplazione. Una nuova civiltà del pensare, del dire, del fare.

Tempi, dunque. E luoghi. Culture. E valori, Il nostro Paese, dell’intelligente uso del tempo, ha fatto nel secoli una risorsa: non avremo tanta arte, altrimenti, né tanta cultura, anche “sociale” su cui fondare oggi programmi di sviluppo (Symbola, intelligente associazione che valorizza territorio, cultura e produzioni, ne è una continua testimonianza). Un vero e proprio patrimonio su cui continuare a investire. Sui pensieri, dunque. E sul tempo. Da imparare anche a lasciare scivolare tra le dita, senza fretta. Prima o poi qualcosa tornerà. Lo sviluppo, appunto…