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Da Bankitalia e Confindustria stimoli chiari al credito e agli investimenti

Ridare centralità all’economia reale. E puntare sulle imprese, sull’industria, per rimettere in moto la macchina della crescita italiana. In due giorni consecutivi, la scorsa settimana, sono venute chiare indicazioni dall’assemblea di Confindustria e dalla Relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia. Ora, “più credito alle imprese”, ha detto il Governatore Ignazio Visco, in un intervento attento più agli investimenti e alle leve per lo sviluppo e il lavoro che non alle pur ribadite necessità di equilibrio dei conti pubblici (una strategia neo-keynesiana, hanno detto alcuni osservatori, lontana dall’ossessione ideologica rigorista che tanti danni ha fatto agli assetti economici e sociali dell’intera Europa). Ma anche più impegno delle imprenditori a investire, a ricapitalizzare le loro aziende, a mettere i loro capitali non nella finanza di casa ma nel sostegno alle attività produttive. Più capitali, insomma. E più prestiti. Più impegno degli azionisti. E più credito. Un circuito virtuoso di sviluppo. E una vera e propria svolta, dunque,  rispetto alla finanziarizzazione dell’economia che aveva sciaguratamente tenuto banco durante tutto il corso degli anni Novanta e dei primi anni Duemila, sino alla Grande Crisi. Da Bankitalia arriva una chiamata alla corresponsabilità degli imprenditori stessi, per chiudere la pagina del “convento povero e dei monaci ricchi”. E un appello forte e autorevole a una cultura d’impresa attenta sì ai profitti, ma in un ottica di lungo periodo e in un contesto di responsabilità e sostenibilità, di innovazione e di attenzione a produttività e competitività.

Le imprese devono fare di più, ammonisce Visco, “per un profondo rinnovamento del modo di produrre di fronte alla rivoluzione digitale, in grado di generare nuove forme di impresa e occupazione, in nuovi ambiti di attività”. Analoghi i concetti usati dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi all’assemblea dell’organizzazione (impegnata peraltro in una profonda riforma, messa a punto dalla commissione presieduta da Carlo Pesenti, per migliorarne capacità di rappresentanza degli imprenditori, di rappresentazione delle loro esigenze e di efficienza dei servizi alle stesse imprese associate: anche in questo caso, una scelta d’innovazione della cultura d’impresa). “Facciamo ancora troppo poco – ha detto Squinzi – per il recupero della produttività, sugli investimenti in ricerca e per il digitale e su nuove attività ad alto valore aggiunto che sono giacimenti di crescita inespressi”. Dunque, serve un ambiente favorevole agli investimenti delle imprese, sia interni che inetrnazionali. Creando il clima adatto. E abbattendo i vincoli burocratici, con riforme della pubblica amministrazione (comprese le buone regole contro la corruzione e l’illegalità), del fisco e della giustizia civile (la esasperante lunghezza giudiziaria per recuperare i crediti insoluti è una delle cause che rallentano gli investimenti). Legalità, efficienza, sviluppo. E non è certo un caso che ai temi della lotta alla corruzione e alle distorsioni dell’amministrazione e degli appalti abbiano dedicato parole molto chiare sia Visco che Squinzi.

La ripresa in corso, dopo anni di crisi e pericoli ancora attuali di stagnazione, è molto fragile. Ha bisogno del concorso di tutti gli attori. Bankitalia e Confindustria si muovono: credito e rinnovamento. Ma anche dal governo Renzi arrivano segnali interessanti, per dare forza alle piccole e medie imprese, all’export, alla ricerca. E proprio all’assemblea di Confindustria la ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi (che peraltro viene proprio da quel mondo) ha rilanciato i temi del profitto (come condizione essenziale per la vita delle imprese, gli investimenti, la creazione di ricchezza e di lavoro) e la centralità di una parola che sembrava caduta in disuso: la parola “fabbrica”. Ecco: un’Italia delle fabbriche, innovative e competitive, un’Italia della manifattura di qualità, adatta a conquistare maggiori spazi sui mercati internazionali e a garantire, nel medio periodo, occupazione qualificata alle nuove generazioni.

In questa strategia di crescita, si deve muovere anche l’Europa. Ai vertici della Bce, Mario Draghi ha messo a punto una strategia che punta a fare crescere il credito alle imprese e stimolare lo sviluppo dei paesi europei, attraverso la doppia leva dei bassi tassi d’interesse e dell’immissione di liquidità. Buone scelte. Serve però di più: una strategia di un vero e proprio “industrial compact” che dia sostanza di investimenti e attività concrete all’indicazione che viene dalla stessa Ue per portare in breve tempi al 20% l’incidenza della manifattura sul Pil (attualmente è al 15%, con una Germania al 23% e un’Italia caduta, dopo gli anni della Grande Crisi, al 16%, avendo perso un quarto della propria capacità produttiva manifatturiera).

Il semestre di presidenza italiana della Ue può avere un grande ruolo, in questa direzione: una forte sollecitazione alle politiche di innovazione, investimento, sviluppo, con il sostegno di Francia, Spagna, Portogallo ma anche con un attento ascolto da parte di una Germania consapevole che dalla bassa crescita europea anche ai tedeschi non può venire alcunché di buono. E’ un’occasione politica da cogliere in pieno.