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Dalla fabbrica allo sviluppo sostenibile, ecco le iniziative per “l’economia civile”

Dalla fabbrica degli oggetti alla fabbrica delle idee. Per fare funzionare meglio le fabbriche italiane, cardine di crescita economica e sociale nella stagione di “Industria 4.0”. E dare un contributo qualificato allo “sviluppo sostenibile”. E’ un circuito virtuoso, tra cultura e manifattura. Di cui proprio in questi giorni si notano significative testimonianze, da Torino a Ivrea, da Bologna a Milano.

Vediamo meglio. A Torino riaprono le Ogr, le Officine Grandi Riparazioni: una volta lì si aggiustavano i treni, da oggi invece sono incubatori di nuove tecnologie e nuovi linguaggi, restando comunque come punto di saldatura l’idea del viaggio dentro la modernità: dalle locomotive alle strutture “digital” che tengono insieme macchine e idee. Le grandi figure di persone e apparecchiature industriali della “Procession of Reparationists” di William Kentridge ne sono simbolo artistico di straordinaria vitalità: “Per domare macchinari e locomotive bisognava conoscerli. Il lavoro non era e non è automatico”, sostiene Kentridge. Fabbrica e cultura, ancora una volta. E’ l’eco attuale della “civiltà delle macchine”, una dimensione tutta italiana della grande cultura industriale e civile, dalla Finmeccanica pubblica alla Pirelli e alla Olivetti.

Ecco, l’attualità Olivetti. A Ivrea, in uno degli ex palazzi del gruppo guidato da Adriano Olivetti, lungo via Jervis (segnata da stabilimenti e uffici progettati da alcuni dei maggiori architetti del Novecento e amatissima da Le Corbusier, che vi leggeva la straordinaria sintesi tra bellezza architettonica e funzionalità industriale), sono cominciate, alla fine della scorsa settimana, le “Conversazioni sull’economia civile”, promosse da “Il Quinto ampliamento”, un’associazione che riunisce imprenditori (la Confindustria del Canavese), economisti, professionisti e personalità della cultura e dell’università (dalla Fondazione Olivetti a Legambiente) per discutere di qualità dello sviluppo, industria hi tech, ambiente, socialità (ne parleremo più a lungo tra poco).

A Bologna, alla Fondazione Mast (un’iniziativa sostenuta dal gruppo Seragnoli, uno dei protagonisti della migliore meccatronica italiana) si inaugura la “Biennale di fotografia dell’industria e del lavoro”, con immagini, tra gli altri, di Mimmo Jodice, Ruff, Koudelka, Friedlander, Rodchenko, Jodice: il lavoro industriale e l’evoluzione della sua rappresentazione.

E a Milano, mentre va avanti, con grandi riconoscimenti di critica e pubblico, l’attività del Pirelli HangarBicocca, un’ex fabbrica Ansaldo diventata uno dei maggiori centri dell’arte contemporanea internazionale (in mostra, adesso, le installazioni di Lucio Fontana), proprio su ex aree industriali si progettano i luoghi d’eccellenza terziaria (servizi, ricerca, formazione, “life sciences”) d’una metropoli che sull’incrocio di meccatronica e digital economy rafforza il proprio ruolo di cuore innovativo europeo.

“Sviluppo sostenibile”, è una idea cardine che risuona in tutti questi appuntamenti, in tante attività. Un modo di pensare l’economia che lega competitività e qualità della vita. Come conferma il secondo Rapposto dell’Asvis (l’Alleanza per lo Sviluppo sostenibile” guidata da Enrico Giovannini, statistico di fama internazionale ed ex ministro del Lavoro). Presentato a Roma la scorsa settimana, il Rapporto insiste sui 17 obiettivi della sostenibilità indicati dall’Agenda Onu 2030 e dell’Italia rileva un “miglioramento” per 9 obiettivi (alimentazione, salute, educazione, uguaglianza di genere, infrastrutture, modelli sostenibili di consumo, riduzione dei gas serra, tutela dei mari e giustizia), “un sensibile peggioramento” per 4 (povertà, gestione delle acque, disuguaglianze ed ecosistema terrestre), “mentre la situazione resta statica” per i restanti 4 (energia, occupazione, città sostenibili e cooperazione internazionale). Ma anche per le aree dove si registrano miglioramenti, la distanza rispetto all’Agenda Onu per il 2020 e il 2030 resta “molto ampia”. In sintesi: “L’Italia non è su un sentiero di sviluppo sostenibile e la ripresa economica, da sola, non risolverà i problemi” che ci vedono “tra i Paesi europei con le peggiori performance economiche, sociali e ambientali”. Non basta insomma fare crescere il Pil, il prodotto interno lordo e accontentarsi dell’1,5% previsto quest’anno, bisogna mettersi in linea con il Bes, l’indice di sviluppo equo e sostenibile (Il Documento di Economia e Finanza che il ministro Padoan sta preparando per portarlo nello prossime settimane in Parlamento ne comincia a tenere conto).

Si ragiona di qualità dell’economia. Di nuovi e migliori equilibri. C’è un mondo industriale e culturale in movimento, dopo gli anni della crisi. Ed è tornata nel vocabolario essenziale del discorso pubblico la parola “fabbrica” che sino a pochi anni fa risuonava solo nelle pagine di pochi appassionati dell’”orgoglio industriale”.

Cultura politecnica, per usare ancora una volta una sintesi frequente in questo blog. L’eco è stata evidente nelle discussioni de “Il Quinto ampliamento” (il nome prende spunto dal progetto di Adriano Olivetti di fare crescere ancora gli stabilimenti di Ivrea, prima che un malessere lo stroncasse sul treno per Losanna, il 27 febbraio 1960). L’obiettivo è “recuperare una cultura d’impresa che lega competitività e inclusione sociale”, un’idea cara al alcuni dei migliori capitani d’impresa nell’Italia degli anni Cinquanta e Settanta (gli Olivetti, i Pirelli, i Borghi e altri ancora, anche in imprese di piccole e medie dimensioni, il cardine dello sviluppo italiano). E una sintesi da approfondire è quella del paradigma dell’”economia civile”. Come? Lo spiega Stefano Zamagni, economista e presidente del Quinto ampliamento, citando il patrimonio ideale di Adriano Olivetti: “L’idea è quella dell’impresa civile: l’impresa come agente di trasformazione non solo della sfera economica, ma anche di quella sociale e civile della società. Troppo riduttivo sarebbe pensare all’impresa come semplice ‘macchina da profitto’ e non anche come ‘luogo in cui si forma il carattere dell’uomo’, come aveva anticipato il grande Alfred Marshall già nel 1890”. La lezione resta attuale.