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Design e industria, la lezione attuale di Sapper: bellezza come risultato d’utilità

“Il buon design non deve essere riconoscibile solo per le belle linee, ma anche per la sua intelligenza”. La definizione è di Deyan Sudjic, direttore del Design Museum di Londra. E’ dedicata alla memoria di Richard Sapper, il grande designer tedesco (e molto italiano) morto ai primi di gennaio, a 83 anni (ne parla Stefano Bucci in un bell’articolo sul Corriere della sera del 5 gennaio). Ed è utile per ragionare sulla lezione, ancora attualissima, di quei maestri del design e della grande grafica come appunto Sapper, ma anche Ponti, Castiglioni, Magistretti, Mari, Albini, Aulenti, Zanuso, Sottsass, Branzi, Munari, Noorda, Mendini (attivissimi in Pirelli, gli ultimi tre, anche per le più innovative campagne pubblicitarie degli anni Sessanta e Settanta) e tanti altri ancora, che hanno avuto un ruolo essenziale per l’affermazione del design come asset particolare della competitività dell’industria italiana, come cardine attorno a cui costruire oggetti segnati da qualità estetica e funzionalità, tanto da costruire l’originalità del “bello e ben fatto”. Un valore economico e culturale che ha ancora un suo grande peso.

Tedesco, Sapper. Arrivato in Italia nel 1958, dopo una prima esperienza di lavoro nel reparto styling della Mercedes Benz. E subito ben capace di ambientarsi, nello studio di Gio Ponti e poi nell’ufficio design della Rinascente, in quel clima effervescente degli anni che incubavano il “miracolo economico”, il boom dell’industria italiana aperta all’export e ai successi di un’infinità di oggetti, dall’auto agli elettrodomestici, dai pneumatici Pirelli alle plastiche Moplen della Montecatini, dall’arredamento alle macchine utensili, confermando così la lezione d’un grande storico dell’economia, Carlo Maria Cipolla, sugli “italiani abituati, fin dal Medio Evo, a produrre all’ombra dei campanili cose belle che piacciono al mondo”.

Milanesissimo, dunque, il “tedesco” Sapper. Milanese per lavoro e per scelta di vita, sino alla fine. Padre di oggetti che hanno segnato vita quotidiana, gusto, stile, di intere generazioni di consumatori italiani e internazionali, dalla geniale ed essenziale lampada “Tizio” per Artemide alla caffettiera 9090 e al bollitore 9091 per Alessi, dalla “Sapper Chair Collection” per Knoll ai sistemi d’ufficio “Dalle nove alle cinque” per castelli, dai telefoni “Grillo” per Siemens al computer “Think Pad 700 C” per Ibm. Cui sono da aggiungere gli oggetti frutto di lungo e intense collaborazioni con Gae Aulenti e soprattutto con Marco Zanuso, come la radio “Cubo” e le Tv per Brionvega: hi tech e bellezza, appunto.

La testimonianza sta nella motivazione con cui nel 2014 gli è stato assegnato l’ennesimo “Compasso d’oro”, l’undicesimo, quello “alla carriera”: “Per aver unito il rigore tedesco e la genialità nel disegnare una moltitudine di prodotti straordinari e di grande successo in ambiti anche molto distanti tra loro”.

Un lavoro di lunga durata. E una ricerca costante d’innovazione: “Il tempo è una delle poche cose che possono definire la qualità di un oggetto”, amava dire. Una sintesi analoga alla lezione di un altro grande designer italiano, Dino Gavina: “Moderno è ciò che è degno di diventare antico… moderno è lo spirito dei tempi, ma la forma vera non può che essere classica”.

Memoria e futuro, identità e ricerca, appunto. Valori forti, di cui c’è ampia traccia anche nelle pagine di questo blog sulla migliore cultura d’impresa italiana. E su cui si continua a giocare buona parte delle competitività dell’industria manifatturiera italiana. Per dirla alla Sapper, ricordato da Marco Belpoliti su “La Stampa”: “Creare oggetti belli seguendo il problem solving: dare un senso alla forma, la bellezza quale risultato dell’utilità”.