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Donne al vertice di banche e imprese, un ricambio che fa bene all’economia

Una brillante economista italiana, Lucrezia Reichlin, candidata come vice governatore della Banca d’Inghilterra. Lo ha scritto il Corriere della Sera, alcuni giorni fa, prima ancora che il nome della Reichlin girasse anche per il ministero dell’Economia del governo Renzi. Governo a parte, siamo di fronte a una buona notizia, vada come vada. Perché il governatore della prestigiosa istituzione britannica, Mark Carney, guarda il merito (e non la nazionalità) e indica una studiosa di grandi e diverse competenze (la Reichlin insegna alla London Business School, ma è anche in consiglio d’amministrazione di Unicredit, è stata responsabile della ricerca per la Bce e fa da commentatrice su autorevoli giornali) e una donna (le indiscrezioni inglesi dicono che ci sono altre tre donne in lizza, per quell’incarico). Competenze tecniche finanziarie. E intelligenza femminile. Una sintesi innovativa, di valore. Che d’altronde rafforza una tendenza che si va affermando: una donna, Janet Ellen, guida la Fed, un’altra, Bodil Andersen, la Banca di Danimarca, un’altra ancora, Christine Lagarde, il Fmi, dopo essere stata ministro dell’Economia in Francia. Nel mondo della finanza e dell’impresa, dell’industria e del lavoro, la presenza femminile (si può pensare anche a Emma Marcegaglia al vertice di BusinessEurope, l’associazione delle Confindustrie europee, dopo aver retto la potente organizzazione italiana e a Susanna Camusso alla guida della Cgil) può portare radicali modifiche nella cultura di fondo del mondo degli affari, una nuova e migliore sensibilità per i problemi degli individui e delle comunità. In tempi in cui tramonta la sintesi perversa tra affari, speculazione e avidità e aumenta invece l’attenzione critica verso una “economia giusta”, la scelta femminile arricchirà il panorama di strategie e scelte. Una cultura d’impresa a dimensione delle persone. Ma anche con migliori redditività degli investimenti. Una recente ricerca della Rothenstein Kass, nota casa di consulenza Usa, documenta che i fondi d’investimento gestiti da donne, negli anni della Grande Crisi, hanno registrato profitti superiori alla media (il 4,6% in più di quelli gestiti da uomini). Perché? Le donne studiano più approfonditamente i mercati, valutano più attentamente gli investimenti e con minore frenesia, rischiano con maggiore ponderazione e, se commettono un errore, cercano di rimediarvi subito. Ennio Caretto, sul Corriere della Sera (17 febbraio) cita Whitney Tilson, manager dell’hedge fund Kase Capital: “Impedire alle donne di operare nei mercati finanziari è come impedire ai campioni più alti di giocare a pallacanestro”.

Se dai vertici delle grandi istituzioni e dalla finanza ci si sposta nel mondo italiano delle imprese e delle pubbliche amministrazioni, si nota che la tendenza della valorizzazione di competenze e qualità femminili trova anche qui maggiore spazio. Lo confermano i dati di una ricerca dell’Ocap, l’Osservatorio sul cambiamento delle amministrazioni pubbliche della SdaBocconi, pubblicata dal Corriere della Sera (16 febbraio), secondo cui le donne dirigenti nei ministeri erano, nel 2012, il 43% (il 34,5% nel 2007), nei comuni il 39,5% (il 35% nel 2007) e nelle Regioni a statuto ordinario il 36,3% (il 30,1% nel 2007). Una crescita media del 25% in sei anni, insomma. Un profondo rinnovamento e probabilmente anche un buon cambio culturale, pur se in un settore, la pubblica amministrazione, in cui le negative tendenze di fondo (il formalismo normativo, la passione per la complessità delle procedure, una scarsa cura per l’efficienza e l’efficacia dei provvedimenti, oltre che per la loro regolarità formale) sono ancora radicate e scarsamente in sintonia con le esigenze di un’economia aperta, dinamica e competitiva e con le crescenti esigenze di qualità dei servizi per i cittadini. Adesso, il tramonto dei vecchi burocrati e l’aumento di responsabilità di pubbliche dirigenti potrebbe molto stimolare il cambiamento.

Anche nel mondo delle imprese private le cose si muovono. Nel 2008 – documenta una ricerca di ManagerItalia su dati Inps – le donne manager erano 14.550 rispetto a 104.564 uomini, il 12,2% appena. Nel 2012, invece, tutt’altro panorama: 16.853 donne e 99.342 uomini, con un aumento al 14,5%. Anche qui, uno spostamento, agevolato dalla Grande Crisi: sono diminuiti gli uomini (-5.222) e sono aumentate le donne (2.303). Risultato anche di un ricambio generazionale, che ha visto in prima fila donne competenti e competitive, forti pure di una buona formazione universitaria (l’esperienza diretta di chi insegna nelle aule universitarie e nei master conferma che sono proprio le donne le studentesse migliori).

La legge sulle quote femminili obbligatorie nei consigli d’amministrazione delle società presenti sul listino di Borsa ha molto stimolato la tendenza alla maggiore presenza femminile in azienda, in ruoli di responsabilità. E le culture del “diversity management”, sempre più diffuse, hanno agevolato trasformazioni e rinnovamenti. I risultati evidenti di tali processi hanno confermato la validità della strategia. Il cambiamento è più diffuso nelle grandi aziende che non nelle piccole, più nelle imprese dei servizi che non nell’industria. Ma il “soffitto di cristallo” che – si diceva negli anni Ottanta – bloccava le carriere femminili, è stato ampiamente lesionato. Sparirà. Con buone conseguenze per tutti.