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Dopo Expo, la strategia steam indica la strada di conoscenza e innovazione

L’Expo è stato un buon esempio di steam? Ma certo. E da molti punti di vista. Nel senso del vapore che alimenta il motore del cambiamento, crea movimento, stimola nuove dimensioni. Ma anche nel senso di quell’acronimo, steam appunto, varato da Assolombarda per impulso deciso del suo presidente Gianfelice Rocca, mettendo insieme le iniziali di science, technology, engineering, arts e manifacturing (che nel tempo ha sostituito l’originale mathematics): scienza che alimenta le nuove tecnologie, capacità di fare e fare bene, cultura, arte e creatività, competenza manifatturiera di qualità. Sono proprio le caratteristiche forti di Milano, d’altronde.

E l’Expo, ben guidata dal Commissario Giuseppe Sala, con equipes generose, impegnate, lungimiranti, ha saputo farne tesoro, sino al successo ufficialmente proclamato nel giorno della sua chiusura: 21,5 milioni di visitatori, delegazioni governative da tutto il mondo, migliaia d’incontri d’affari, uno straordinario simbolo, l’Albero della Vita (creato da Marco Balich e sostenuto da Pirelli, Orgoglio Brescia e Coldiretti) diventato popolare in tutto il mondo, al centro di milioni di foto, filmati e selfie, una sintesi virtuosa tra divertimento tutt’altro che provinciale (aria di fiera e di festa, con lo sguardo sul mondo) e discussioni scientifiche ed economiche di un buon livello (anche si valori e contenuti della “Carta di Milano”). Insomma, su Expo2015, “l’Italia ha vinto la sfida, questo è un nuovo inizio per il Paese”, per usare le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Expo steam, in altri termini, ha saputo ben giocare sulla combinazione di tecnologie e rappresentazioni, attorno a un tema (l’alimentazione, l’energia per la vita) che ha bisogno di ricerca che alimenta l’innovazione, responsabilità per la sostenibilità ambientale e sociale, dialettica e collaborazione tra pubblico e privato. I padiglioni di Gran Bretagna e Israele, per citarne solo due tra i più stimolanti, mostrano come il circuito virtuoso tra hi tech e racconto popolare, laboratori scientifici e creatività materiale e virtuale, progetti innovativi e realizzazioni concrete per un benessere alimentare di massa possano ben indicare al mondo una strada di “crescita felice” (riprendendo l’intuizione di un brillante sociologo, Francesco Morace).

E adesso? Anche il dopo-Expo ha bisogno di essere steam. L’obiettivo è di fare diventare quell’area, nell’arco di breve tempo, un grande polo di conoscenza, formazione, imprenditorialità innovativa, qualità del lavoro e della vita, facendo leva non solo sulle ottime infrastrutture (i collegamenti ferroviari e viari, che ne confermano la centralità logistica della “grande Milano metropolitana”; la rete ict di grande potenza, etc.) ma anche e soprattutto sulla straordinaria vitalità che Milano ha saputo esprimere, con le sue istituzioni e le sue imprese, tanto da fare parlare il presidente Mattarella di “Milano capitale europea e motore dell’Italia”).

Dunque, bisogna far spazio “all’economia della conoscenza”, alle facoltà scientifiche dell’Università Statale e a una serie di laboratori di ricerca e di attività di imprese tecnologicamente avanzate, italiane e internazionali, secondo il progetto già preparato dalla Statale e da Assolombarda e su cui crescono convergenti consensi. Una “cabina di regia” pubblico-privata, con una governance snella, trasparente ed efficiente, che sappia legare, nel segno stesso dell’Expo, legalità con efficacia delle scelte. E un grande “patto per l’innovazione” che sviluppi la stessa strategia di cui proprio Milano ha saputo, in anni difficili, essere modello. Sfida ambiziosa, difficile. Ma stimolante. E possibile, da vincere. Essere sempre più steam, aiuta.