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Ecco perché studiare all’estero aiuta a crescere meglio e trovare un buon lavoro

Radici. E sguardo lungo sul mondo. E’ l’antica lezione di Ernesto De Martino, grande antopologo: “Solo chi ha un villaggio nella memoria può avere un’esperienza cosmopolita”. Ma anche l’indicazione stategica dello storico Carlo Maria Cipolla, sull’espansione delle imprese italiane, facendo lega sull’”attitudine, fin dal Medio Evo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo”. Identità di territorio, manifattura, capacità di cogliere la domanda internazionale. Vale dunque la pena, ricordando queste lezioni, riproporre ai giovani italiani un’indicazione che viene da una recente ricerca pubblicata dal SPPS Journal (la sigla sta per Social Psycological and Personality Science) e segnalata dall’Huffington Post Italia: “Studiando all’estero le persone sono in grado di pensare in maniera più complessa e creativa e di conseguenza hanno più possibilità di avere successo nel mondo del lavoro”. Lo studio è stato condotto da William Maddux, professore di sociologia associativa all’Insead.

Gli studenti presi in considerazione dalla ricerca hanno partecipato a uno scambio culturale internazionale. E si è scoperto che dopo il viaggio “la loro capacità di adattarsi a culture diverse li ha resi inclini ad effettuare associazioni d’idee molto più complesse. Non solo: l’esperienza internazionale ha influito in maniera considerevole sul numero di offerte di lavoro ricevute al termine del programma”.

Commenta Maddux: “Generalmente, le persone che hanno vissuto un’esperienza in ambito internazionale sono in grado di risolvere i problemi più velocemente e dimostrano un senso creativo più spiccato. Inoltre queste persone risultano più inclini a creare nuove attività e beni di consumo innovativi”.

Angela Leung, autrice di un altro studio, sempre citato dall’Huffington Post, sui vantaggi del vivere all’estero e delle esperienze multinazionali, aggiunge: “La piacevole e inattesa scoperta dell’effetto benefico sulla creatività delle esperienze multiculturali può dipendere da quanto e in che modo le persone riescono ad aprirsi alle culture straniere, dalla tolleranza per l’ambiguità e la diversità, dall’apertura mentale e dal sapersi rapportare al diverso”.

E’ anche possibile che le persone che decidono di studiare o lavorare all’estero siano già più aperte mentalmente? David Therriault, ricercatore sociale, ha valutato questa ipotesi. Scrive l’Huffington Post: “Paragonando gli studenti che avevano già avuto un’esperienza all’estero con quelli che programmavano di averla e quelli che non avevano mai preso in considerazione l’idea e non erano intenzionati a partire, sono stati raccolti dati sorprendenti: il primo gruppo superava di gran lunga le perfomance creative degli altri due.

Studiare o lavorare in altri paesi, quindi, può renderci pensatori più creativi, flessibili e capaci di associazioni d’idee più complesse. A patto, però, che siamo disposti ad apprendere dagli altri e ad adattarci ad altre culture”. La sintesi è di Maddux: “Se sei a Roma impara quello che fanno i romani, ma soprattutto perché lo fanno”. O, per dirla con una formula cara in Pirelli, “essere brasiliani in Brasile, tedeschi in Germania, cinesi in Cina…”